Il capitalismo della sorveglianza non è solo una distopia filosofica. É un modo di pensare, di strutturare, di delimitare una società. E poi di vigilare sul corretto mantenimento di questo contenitore, sul non superamento delle barriere, sulla rigidità dei ruoli. In Corea del Sud questa è la quotidianità, o almeno, secondo il racconto che ne fa il mondo della cultura.
Parasite, film capolavoro di Bong Joon-ho, che ha vinto 4 Oscar nel 2019, mostra le contraddizioni della società sudcoreana con un’estetica spietata e gelida. Le disuguaglianze sociali ed economiche vengono rappresentate attraverso una lotta tra una famiglia ricca e una povera. Le differenze sono rese iconiche dagli spazi in cui abitano le persone: una villa lussuosa e una cantina lurida. La città stessa appare divisa da muraglie invisibili e impenetrabili che tracciano i confini di chi può e di chi non può. Lo scarto non è solo economico, ma principalmente di condizione sociale, rigida, inflessibile, senza alcuno spazio per l’errore, l’incertezza o il fallimento. La pena si limita all’impossibilità di compiere una scalata sociale, ma porta addirittura all’esclusione totale dal sistema.
A mettere al centro la brutalità di questo meccanismo, estremizzandone le conseguenze, è l’amatissima serie Netflix Squid Game (2021). La storia racconta di un gruppo di persone indigenti e indebitate che acconsentono a partecipare a un gioco a premi per bambini con la speranza di vincere una grossa somma di denaro. I giocatori vengono controllati da uomini mascherati e uccisi a ogni errore. L’unico modo per sopravvivere è accettare di giocare seguendo regole disumane e mettere in atto le peggiori atrocità, disumanizzando se stessi e gli altri. Il tutto sotto il rigido controllo di sorveglianti anonimi, oppressori senza volto che incarnano l’ideologia del controllo.
I riferimenti alla condizioni sociali reali diventano ancora più espliciti nella serie Hierarchy (2023) che esplora la realtà delle aziende sudcoreane. Mobbing, ipercompetitività, ossessione per il risultato sono i pilastri dell’ambiente lavorativo in una grande realtà industriale. Il rispetto per le gerarchie si trasforma in fanatismo e devozione incondizionata, e genera violenza e umiliazione.
Ma la cultura sudcoreana ha generato un fenomeno di diffusione globale che sembra inarrestabile: il K-Pop. In modo più sottile, quasi tra le righe, anche i BTS, band di fama mondiale, ha raccontato la fatica di crescere e di cercare il proprio spazio in un contesto che non ammette errore e dove la perfezione è lo standard minimo. Brani come No More Dream o N.O. esprimono la frustrazione di chi non si sente all’altezza, denunciano le storture del sistema educativo e lavorativo che divora l’individuo. Tra ritmi insostenibili, ottimizzazioni soffocanti e iperproduttività come regola aurea lo spazio per la vita sembra inesistente.
Questa pressione sociale e mediatica diventa oppressione politica e statale attraverso un sistema di sorveglianza capillare e pervasivo. Strade, scuole, uffici, mezzi pubblici, dovunque ci sono telecamere. Occhi tecnologici puntati per la sicurezza, dicono le autorità, per stritolare la libertà, sembra ribattere il sistema culturale.