«La mia sensazione è che abbiamo perso tutti come società: come essere umano mi sento sconfitto. Come papà non è cambiato nulla, non sono né più sollevato né più triste rispetto a ieri o a domani. Nessuno mi darà indietro Giulia». Al di fuori dell’aula del Tribunale di Venezia, Gino Cecchettin, padre di Giulia, commenta così la sentenza con cui la Corte di Assise ha appena condannato all’ergastolo Filippo Turetta per l’omicidio della sua ex fidanzata, avvenuto l’11 novembre 2023. Dopo una camera di consiglio durata più di cinque ore, la giuria ha deciso di accogliere la richiesta di ergastolo avanzata dal pubblico ministero, Andrea Petroni, riconoscendo anche la premeditazione del delitto. Una circostanza che l’accusa ha sostenuto essere inequivocabile alla luce di alcuni elementi: la lista di oggetti da acquistare redatta da Turetta pochi giorni prima dell’omicidio, la presenza all’interno della sua vettura di due coltelli e di tutto quanto occorresse per rapire la ragazza, l’insolito prelievo effettuato al bancomat poco prima, nonché le dichiarazioni rese dall’imputato nel suo interrogatorio: «Prima di riaccompagnarla a casa mi sono fermato con la macchina in un parcheggio perché volevo stare insieme e allungare il tempo prima di toglierle la vita, perché comunque a questa cosa ci avevo pensato». Al contrario, sono state escluse le aggravanti della crudeltà e degli atti persecutori, per ragioni che diventeranno chiare con la pubblicazione delle motivazioni, entro novanta giorni. La pronuncia, a poco più di un anno dalla morte della ragazza, ha messo la parola “fine” al processo di primo grado, un iter iniziato il 23 settembre con la formula del giudizio immediato, un procedimento speciale che consente un passaggio diretto dalle indagini preliminari al dibattimento, senza udienza preliminare.
Nel corso di quest’anno, la vicenda ha assunto una rilevanza fortissima, divenendo emblema di quanto la nostra società sia ancora permeata e avvelenata dalla violenza di genere e dal patriarcato. Giulia è stata sin da subito raccontata in tutta la sua semplicità e altruismo attraverso le parole lucide e decise della sorella Elena e il composto dolore del padre Gino, suscitando un’empatia popolare al di fuori di ogni previsione. La vicenda ha consentito di dare una spinta ulteriore alla battaglia contro i femminicidi, trasformando il tradizionale silenzio del lutto con il “rumore” richiesto dalla sorella: al funerale della ragazza erano in 10mila i presenti in piazza che, con applausi e campanacci, hanno voluto dimostrare che il momento di tacere è finito. «Non bisogna osservare un minuto di silenzio, ma fare rumore perché è con il rumore che si combatte la violenza di genere», sono state allora le parole di Elena. La scelta della famiglia è stata portata avanti anche il 25 novembre 2024, nella Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, in cui l’intergruppo dei deputati per le Donne, i Diritti e le Pari opportunità, guidate dalla coordinatrice Laura Boldrini, ha deciso di osservare un minuto di rumore alla Camera, in presenza di papà Gino, seduto in prima fila, pochi giorni dopo la presentazione della Fondazione Giulia Cecchettin. Intanto, da un anno, nelle piazze sono migliaia le donne che decidono di utilizzare il volto e il nome di Giulia come slogan per la lotta al patriarcato, al grido di “Per Giulia, per tutte, non una di meno”.
La sorella della vittima, Elena Cecchettin: «Non bisogna osservare un minuto di silenzio, ma fare rumore perché è con il rumore che si combatte la violenza di genere»
In aula, l’iter processuale ha cercato di ricostruire l’intera vicenda, scandagliando tutti gli aspetti della vita privata dei protagonisti, attraverso audio, foto, messaggi, lettere e, soprattutto, l’interrogatorio dell’imputato. Un passaggio del dibattimento da cui l’accusato avrebbe potuto decidere di astenersi e che la difesa ha cercato di interpretare come un evidente segno di pentimento, ma da cui è emerso un quadro opaco della vicenda. Filippo, in lacrime, ha ricostruito quanto successo in maniera poco chiara, con evidenti eclissi logiche: da un lato emerge la gelosia nei confronti di Giulia e dei suoi affetti, intrecciata alla paura di perderla; dall’altro, la voglia di vendetta e di infliggere sofferenza a una ragazza per cui nutriva una dipendenza affettiva morbosa; sullo sfondo, c’è la ricostruzione sfocata dell’aggressione, accennata come un ricordo: «Avevo il coltello in mano e, a un certo punto, c’era solo il manico quindi deve essersi rotto oppure devo averla colpita». Il processo ha ricostruito il rapporto tra i due, nato tra i banchi di ingegneria dell’Università di Venezia, presto trasformatosi in relazione, durante il secondo anno di corso, nel gennaio 2022. Un fidanzamento che Giulia decide di interrompere la prima volta il 16 marzo 2023 per l’eccessiva dipendenza e ossessione di Filippo, invidioso di qualsiasi scelta di vita della ragazza in cui lui non fosse incluso. Già questa rottura scatena quello che il pubblico ministero ha definito un «martellante atteggiamento dell’imputato per riconquistarla, sostenendo di essere cambiato, di essere sofferente e di non aver più voglia di vivere». Dopo una breve separazione di tre mesi, in cui i due continuano a sentirsi e frequentarsi con amici comuni, la relazione riprende, per poi interrompersi definitivamente nel luglio 2023. Ma anche questa volta i due continuano a vedersi, perché l’atteggiamento di Filippo attanaglia Giulia in un senso di colpa che non le permette di allontanarsi, come lei stessa racconta alle amiche in un audio whatsapp che dopo la morte della ragazza ha avuto una diffusione virale: «Non ce la faccio più a stare dietro a Pippo. Vorrei che lui, almeno per un periodo, sparisse. Solo che a lui non posso scriverlo, perché credo che darebbe di matto. Mi dice che non trova più un senso per andare avanti, che pensa solo ad ammazzarsi. Non credo lo farebbe, però il rischio c’è. E il fatto che potrebbe essere colpa mia mi uccide».
È la stessa Giulia a invitare Filippo a uscire l’11 novembre: i due passano il pomeriggio assieme al centro commerciale La Nave de vero, poi la cena da McDonald’s. Un pomeriggio “tranquillo”, secondo il memoriale di Turetta, ma che appare tutt’altro che sereno dalla visione delle telecamere del luogo: l’accusa interpreta le immagini come scene di minacce ossessive nei confronti di Giulia, rimproverata perché sta utilizzando il cellulare durante il tempo assieme; Filippo non smentisce. A fine serata, di ritorno verso la casa di Giulia a Vigonovo, la Punto nera di lui si ferma a piazza Moro, dove i due discutono: «Abbiamo litigato sempre per la possibilità di tornare insieme o comunque avere un rapporto molto stretto. Le dicevo: “Ho bisogno di te, non ce la faccio, mi ammazzo se non mi dai un’altra possibilità. Lei giustamente ha reagito malissimo”», racconta Turetta. La litigata continua fuori dalla vettura e la scena viene vista da un vicino di casa che avvisa immediatamente il 112: «Salve, chiamo da Vigonovo, dal balcone di casa mia: ho appena assistito a una scena di un ragazzo che picchiava una ragazza. Lei è uscita dalla macchina, una Grande Punto mi sembra, e gridava aiuto… poi è caduta a terra e lui l’ha presa a calci, però se ne stanno andando in questo momento». È nella zona di Fossò che il cellulare di Giulia aggancia per l’ultima volta una cella telefonica e proprio qui le telecamere registrano i suoi ultimi fotogrammi, mentre lei cerca di scappare, finché non viene raggiunta da Filippo, che la fa cadere e la carica in auto.
Dopo alcuni giorni di attesa, in cui le famiglie restano con il fiato sospeso nella speranza di un finale diverso, il corpo della ragazza viene ritrovato nei pressi del lago di Barcis, in provincia di Pordenone. Il giorno successivo, Filippo, da giorni in fuga in Germania, viene catturato in autostrada a Lipsia ed estradato in Italia. Il ritrovamento avviene in maniera quasi casuale, quando un automobilista chiama la polizia per allertarla del pericolo: nella corsia di emergenza c’è un’auto a fari spenti, al buio. Si tratta della macchina di Turetta, senza benzina. Qualche giorno dopo, la confessione dell’omicidio. Un gesto dettato da una logica tipica dei femminicidi: “se non sei mia, non sarai di nessun altro, nemmeno tua”. Racconta Turetta: «Perché ho ucciso Giulia non so dirlo semplicemente con un motivo: volevo tornare insieme ma lei non voleva; quindi, la incolpavo del fatto che io non riuscissi a portare avanti la mia vita. E poi volevo che il nostro destino fosse lo stesso per entrambi perché pensavo: “se soffro io, devi soffrire anche tu”».
Il gesto di Turetta ricalca una logica comportamentale tipica dei femminicidi che corrisponde al pensiero “se non sei mia, non sarai di nessun altro, nemmeno tua”
Dopo la sentenza di ieri, la vicenda è ormai conclusa, ma solo giuridicamente. Giulia continua a vivere, attraverso la fondazione, attraverso la lotta al patriarcato e alla violenza di genere. La decisione dei giudici non è altro che un passaggio obbligato, una tappa di un percorso che non può e non deve terminare qui. Non c’è nessun punto di arrivo, ma solo la consapevolezza della necessità di mettersi in discussione e di ripensare al sostrato culturale che caratterizza la nostra società e il suo funzionamento. La storia di Giulia non è un traguardo ma un monito, il motore propulsore di un cambiamento su cui si deve lavorare ancora infinitamente. A evidenziarlo, con il suo dolore sempre composto, è stato, ancora una volta, Gino Cecchettin, appena dopo la lettura del dispositivo: «È stata fatta giustizia e la rispetto, però penso che dovremmo fare di più come esseri umani. La violenza di genere non si combatte con le pene ma con la prevenzione, insegnando concetti che sono forse un po’ troppo lontani. Oggi era una tappa dovuto ma ora si cerca di andare avanti e di guardare al futuro. Il percorso si fa su altri temi, su altri banchi. Aiutateci e aiutiamoci nel percorso da fare insieme. C’è tanto da fare».