Sarà davvero un “male minore” come tutti dicono? Le munizioni all’uranio impoverito possono cambiare il corso della guerra in Ucraina? E, se come afferma il Regno Unito, invierà in Ucraina, assieme ai carri armati Challenger 2, munizioni siffatte, e nessuno tra gli alleati ha da ridire, ci siamo dimenticati così facilmente tutti i rischi per la salute e l’ambiente connessi a questi armamenti che erano già stati provati venti anni fa, dopo le guerre in Kosovo e in Iraq?
In Italia si riaccende il dibattito attorno al loro impiego. Certo è che il diritto internazionale non lo vieta, nonostante i molteplici studi che ne hanno dimostrato gli effetti nocivi. «Le munizioni arricchite con uranio impoverito non vengono considerate nel novero delle armi chimiche o nucleari», sottolinea Maurizio Simoncelli, vicepresidente dell’Iriad (Istituto di ricerche internazionali “Archivio Disarmo”). «Di fatto, non vi sono strumenti giuridici che possano bloccarne l’invio. L’uranio impoverito è come con il fosforo bianco che può essere usato per illuminare il campo di battaglia, ma in un ambiente con persone o esseri viventi ha effetti estremamente dannosi. Questa duplicità di utilizzo, quindi, impedisce che le armi al fosforo bianco siano vietate tout court». L’uranio impoverito si trova nella medesima posizione di ambiguità del fosforo bianco: i danni che causa all’ambiente e agli esseri viventi non sono immediati, quindi è visto come un “male minore” a fronte di vantaggi militari sul breve periodo.
L’uranio impoverito si trova nella medesima posizione di ambiguità del fosforo bianco: i danni che causa all’ambiente e agli esseri viventi non sono immediati, quindi è visto come un “male minore” a fronte di vantaggi militari sul breve periodo.
Ma cos’è l’uranio impoverito? Esso viene utilizzato principalmente nella produzione di munizioni perforanti e nella costruzione di mezzi militari, oltre che in una serie di altre armi come i missili da crociera Tomahawk III, le Blu-107 Durandal a grappolo e le bombe a guida laser Gbu-28, che non è possibile analizzare per via del segreto militare. «L’uranio è un metallo molto denso, il 65 per cento più del piombo», spiega David Rossi, esperto di geopolitica. «Per questo, l’uranio impoverito può essere utilizzato per rendere la corazzatura dei carri armati più resistente rispetto alla piastre di acciaio duro laminato, ma anche nella produzione di munizioni utilizzate per perforare le corazzature convenzionali e nei coni dei missili». Questo materiale, inoltre, viene ottenuto come prodotto di scarto durante il processo di arricchimento, attraverso il quale si producono armi nucleari ed energia nelle centrali. È, dunque, relativamente economico e, rispetto ad altri elementi di densità simile come il tungsteno, è più resistente ad alte temperature e pressioni. « Il vantaggio consiste nel fatto che i proiettili con uranio impoverito consentiranno ai carri armati ucraini di sparare sui mezzi nemici da distanze maggiori, esponendosi meno al fuoco avversario», continua David Rossi. «Ma, a vedere certi tank catturati dai soldati di Kiev, sembra che anche Mosca stia utilizzando questo genere di munizioni. La loro efficacia, inoltre, può essere facilmente ridotta utilizzando sistemi di corazzamento reattivo, i cosiddetti Era (Explosive reactive armour), che neutralizzano gran parte del proiettile anticarro mediante una contro-esplosione fatta deflagrare verso l’esterno».
L’ormai famosa “offensiva di primavera” ucraina, annunciata già da mesi, sembra sul punto di iniziare. In rete sono già trapelati diversi video che mostrano concentramenti di truppe e mezzi a pochi chilometri dal fronte. Non sorprende, dunque, che il Regno Unito, uno dei Paesi che più ha sostenuto Kiev dall’inizio della guerra, abbia deciso di inviare ora questo genere di munizioni. I proiettili all’uranio impoverito potrebbero essere un modo per riequilibrare le forze in campo, puntando sulla qualità e non sulla quantità come, invece, fanno i russi. È ragionevole pensare, dunque, che gli ucraini ne faranno un uso massiccio durante le prossime operazioni offensive. Un’eventualità, questa, che desta notevole preoccupazione nella comunità scientifica, visti gli alti livelli di tossicità chimica del materiale. Quando un proiettile all’uranio impoverito esplode, infatti, i frammenti e il materiale rilasciato espongono gli esseri viventi e l’ambiente a molteplici rischi.
Per quanto riguarda l’uomo, la contaminazione può essere interna o esterna. La prima, che provoca i danni maggiori, può avvenire tramite inalazione, ingestione di prodotti agricoli o acque contaminate, oppure tramite il contatto diretto tra le ferite e l’uranio. Gli organi più colpiti, in questi casi, sono reni, polmoni, intestino e ossa, con la conseguente comparsa di cancro, danni renali o cerebrali, aberrazioni cromosomiche e difetti congeniti. La contaminazione esterna, invece, non rappresenta un pericolo poiché l’uranio non è in grado di penetrare la pelle e raggiungere i vasi sanguigni. In zone di combattimento, però, se militari o civili vengono colpiti da un proiettile contenente questo materiale, l’ingresso di corpi esterni nell’organismo può, di nuovo, provocare una contaminazione interna. Come riportato nell’Iriad review, studi sulla pace e sui conflitti del 2022, la concentrazione di uranio impoverito nei corpi dei soldati rimane alta anche dopo anni dall’impatto, andando ad inficiare il sistema respiratorio e i reni. I soggetti più colpiti sono gli operatori dei carri armati che, in caso di impatto con un proiettile contenete il materiale in questione, ne assorbono una quantità tale da sviluppare un’insufficienza renale in appena due giorni. I carristi, però, non sono i soli che, in questo scenario, risentono degli effetti dell’uranio impoverito. Secondo la British Royal Society, infatti, anche i primi soccorritori che entrano in un veicolo colpito per prestare aiuto agli occupanti, così come coloro che vengono esposti al vento proveniente da mezzi contaminati o vi entrano per un breve periodo, sono soggetti all’inalazione di componenti tossici che possono essere rilasciati anche dopo diverso tempo dall’impatto.
Se, da un lato, gli scienziati hanno concentrato le loro ricerche su questi aspetti dell’uranio impoverito, dall’altro l’opinione pubblica e gli ambientalisti sono più focalizzati sulla sua radioattività. Una volta assorbito dal terreno, infatti, il materiale contamina il suolo e viene trasportato dai corsi d’acqua. Sempre secondo l’Irad review, «dopo che l’uranio impoverito è entrato nel nostro ambiente, potrebbe non essere tecnicamente possibile o economicamente fattibile rimuoverlo. Una volta che abbiamo contaminato l’atmosfera con l’uranio, possiamo solo aspettare che la ricaduta radioattiva si stabilizzi. Al momento, non sono note tecnologie per la rimozione dell’uranio dalle riserve idriche come laghi, torrenti o fiumi». Non vi sono nemmeno procedure universalmente riconosciute dalla comunità internazionale per la bonifica dei territori contaminati, solo raccomandazioni dell’Organizzazione mondiale della sanità, che vanno dall’isolamento delle aree con elevata concentrazione di uranio impoverito al corretto smaltimento dei rifiuti radioattivi.
Per quanto riguarda la salute dei civili, diversi studi condotti fin dal 1991 hanno dimostrato l’aumento dell’incidenza di cancro e malformazioni nei bambini in tutto il territorio iracheno, in particolare dopo i due conflitti. Ad esempio, nel 2003, le rilevazioni nella città di Bassora hanno riportato un numero di deformazioni infantili diciassette volte superiore rispetto a quello segnalato in un altro studio risalente al 1995.
La maggior parte degli studi sugli effetti dannosi del materiale in questione si sono concentrati sull’Iraq. Il Desert Storm, infatti, fu il primo vero conflitto in cui armi contenenti uranio impoverito furono utilizzate in quantità massicce, tra le 335 e le 900 tonnellate. I loro effetti si sono manifestati già nel 1991, con i primi casi di deformazioni pre e post-natali tra la popolazione residente nelle aree dei combattimenti. La seconda guerra del Golfo, nel 2003, peggiorò ulteriormente la situazione. Secondo alcuni studi, citati nell’Iriad review, la quantità di materiale radioattivo rilasciato nel Paese durante le operazioni oscilla tra le 170 e le 1700 tonnellate. Queste enormi quantità di uranio impoverito hanno causato danni ambientali considerevoli, soprattutto nella zona meridionale dell’Iraq, dove si concentrano la maggior parte dei corsi d’acqua e della popolazione. Inoltre, è stato dimostrato che le piogge influiscono su questa contaminazione, permettendo agli elementi radioattivi di infiltrarsi nel suolo e, conseguentemente, di raggiungere le radici delle piante e inquinare la vegetazione. Per quanto riguarda la salute dei civili, diversi studi condotti fin dal 1991 hanno dimostrato l’aumento dell’incidenza di cancro e malformazioni nei bambini in tutto il territorio iracheno, in particolare dopo i due conflitti. Ad esempio, nel 2003, le rilevazioni nella città di Bassora hanno riportato un numero di deformazioni infantili diciassette volte superiore rispetto a quello segnalato in un altro studio risalente al 1995. Anche gli allevamenti sembrano risentire di queste contaminazioni, con migliaia di mucche, agnelli e polli morti a causa di gravi infezioni.
Il timore, oggi, è che questa situazione possa ripetersi anche in Ucraina. «La prima istanza della popolazione è difendersi dall’attacco russo», osserva Maurizio Simoncelli. «Credo che sia di noi ricercatori l’idea che utilizzare le armi ad uranio impoverito sia dannosa per l’ambiente e la salute umana. E la questione non riguarda solo questo materiale, ma anche tutto quello che viene immesso nell’aria in altro modo. Pensiamo, per esempio, ai danni ambientali provocati dalla distruzione degli edifici». Il conflitto è attualmente in corso e potrebbe prolungarsi ancora per mesi. È difficile, dunque, fare discorsi concreti sulla portata degli effetti dell’uranio impoverito. «È ancora tutto teorico», prosegue il ricercatore. «Certo, sappiamo che sono armi pericolose, ma non abbiamo idea di quanto siano diffuse e della quantità in cui saranno utilizzate». Inoltre, in Ucraina come in Iraq, i veri effetti di queste contaminazioni si potranno osservare solo tra diversi anni. «Non abbiamo strumenti tali da permetterci di rilevarne le immediate conseguenze», conclude il ricercatore. «Quando avremo i dati, la popolazione sarà già stata esposta per diverso tempo a questi agenti e il danno, ormai, sarà già stato fatto».
(Foto di copertina di Livio Senigalliesi)