Sono sentimenti contrastanti quelli che hanno investito gli americani alla notizia della morte di Soleimani: nervosismo per quello che é successo, ma soprattutto incertezza per quello che succederà; sdegno rispetto ad un attacco considerato non necessario e che tuttavia può avere conseguenze drammatiche; sorpresa, ma anche un innato senso patriottico, dettato dalla costante minaccia del terrorismo islamico e dalle dure parole che élite iraniane hanno riservato nei confronti degli Stati Uniti.

Le reazioni sono distinte, e qui gioca un ruolo non indifferente l’opinione sulla politica di Donald Trump e sui possibili sviluppi della vicenda. Allo stesso tempo, ci si domanda se all’attacco ordinato dal presidente americano corrisponda una strategia che non preveda necessariamente una guerra.

Per quattro giovani studenti americani a Milano, aggiungere pezzetti importanti alla propaganda per le prossime elezioni americane sembrerebbe uno degli obiettivi principali di Trump: “Il nostro Presidente si è comportato in modo pericoloso e dannoso, senza pensare. Tra i motivi principali per cui è stato assassinato Soleimani, a mio avviso, c’è la propaganda elettorale. Questa azione ha esaltato gli elettori di Trump ma anche una certa fetta di elettorato potenziale”, sostiene Maddox, newyorkese di 25 anni.

In generale, tuttavia, non si ritiene che ci sia una particolare strategia alla base dell’uccisione del generale iraniano e si esclude la possibilità che questa azione sia volta a spingere l’Iran a contrattare con il governo americano rispetto a determinate questioni.

“Quando ho sentito la notizia dell’uccisione del generale Soleimani da parte dell’esercito americano non sono rimasto sorpreso tanto dal fatto in sé, quanto delle modalità con cui questa azione è avvenuta. La prima domanda che mi sono posto è stata: perché non rimuoverlo segretamente? Perché farlo in modo così eclatante attirando l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale?”, si chiede Ben, dottorando americano in Italia, il quale ritiene che l’ipotesi di una guerra sia fondata proprio per l’enfasi che Trump ha voluto creare nell’attacco al generale iraniano.

Perplessità, quesiti senza risposta, che si vanno ad aggiungere a quelli storicamente datati. Perché lo scontro tra Stati Uniti e Iran ha una storia piuttosto lunga e complessa, che si somma a tutti i punti interrogativi lasciati in sospeso dal conflitto tra Stati Uniti e Afghanistan e Stati Uniti e Iraq.

Generazioni di giovani (e meno giovani) americani sono nate e cresciute con la narrazione di un Medio Oriente nemico, lontano luogo di combattimentie questo ha senza dubbio influito sulla percezione che i cittadini degli Stati Uniti hanno oggi rispetto ai popoli mediorientali.

Sembra esserci un gap generazionale, che ritrae i più vecchi pregiudizievoli nei confronti di queste popolazioni, rispetto agli americani più giovani. “Ho molti amici mediorientali e credo che le persone siano tutte uguali: ci sono quelle buone e quelle cattive, a prescindere dalla loro provenienza.”Ben, in sostanza, ritiene che l’America, come ogni Paese del mondo, si divida in due categorie di persone: quelle che viaggiano, che si confrontano con nuove culture, luoghi ed usanze, quelle che studiano all’estero e che riescono a conoscere l’altro abbandonando i propri pregiudizi; e quelle che invece non creano connessioni con diverse realtà, ma che, al contrario, restano ancorate al proprio orticello senza vedere che cosa c’è oltre la siepe.

Un altro fattore divisivo è l’ignoranza, accompagnata dalla poca apertura mentale, che differenzia chi ha una visione negativa e dispregiativa del diverso e chi invece non ce l’ha.

E’ chiaro che lo storytelling mediatico abbia costruito nelle persone una certa immagine del Medio Oriente: “un deserto di petrolio, Islam e terrorismo” racconta William, californiano di 23 anni. Ma tra i millennials c’è la voglia di conoscere e abbandonare i propri pregiudizi in favore di un contatto con l’altro. C’è una consapevolezza forte del Medio-Oriente, delle culture che lo compongono, delle bellezze che ha da offrire al mondo e delle vite umane che “hanno avuto la sfortuna di nascere in un posto che è stato totalmente distrutto, almeno politicamente, da altri Paesi”, conclude sempre William.

Siamo arrivati a decretare la disumanizzazione del Medio Oriente? A tal proposito anche gli americani più open-minded hanno un’opinione contrastante: qualcuno sostiene che gli interessi geopolitici ed economici abbiano totalmente offuscato la percezione degli occidentali rispetto al famigerato Middle East, dandone un ritratto cinico che prescinde dalla sofferenza e dalla povertà dei popoli mediorientali. Altri, invece, ritengono che nonostante la presenza americana abbia provocato inevitabilmente degli effetti sulle persone, non si possa parlare di disumanizzazione e che la cultura mediorientale, così antica e integralista, sia resistita alle influenze occidentali.

Quello che si estrapola dai diversi punti di vista è comunque un quadro complesso, in cui ad emergere non è l’odio ma un sincero tentativo di riflessione e comprensione, che tuttavia continua a non rispecchiare il sentiment del 56% di americani che sostengono Donald Trump.