“Qualsiasi buon liutaio sarebbe in grado di fare questi strumenti. Tuttavia qui c’è spazio per la magia e nessuno sa da dove questa arrivi. È strano cosa rende “grande” una chitarra”. Rispondeva così a un’intervista del 2008 Lou Reed, cantautore e chitarrista statunitense. La magia si riferiva a Noah Guitars, azienda italiana di Lambrate (Milano) produttrice di chitarre in alluminio.
«Il progetto è nato nel ’93 ma, perché troppo costoso, l’abbiamo tenuto in sospeso fino al ’96», racconta Renato Ruatti, architetto di origine trentina che dalla richiesta nata per gioco dell’amico e attuale socio Giovanni Melis ha trasformato un’idea in una vera produzione imprenditoriale. «Ho sempre avuto la passione per il design – precisa Renato – e quando Giovanni mi ha proposto di creare una chitarra ho accolto la sfida come un semplice esercizio. Il progetto (cui si è, poi, unito Mauro Moia, ndri) si è ufficialmente concretizzato quando la mia socia sposa nel ’96 un imprenditore che rimane colpito dall’idea e ci aiuta a finanziarla. E qui sta la prima magia».
La realizzazione della chitarra Noah è il frutto dell’unione di due strumenti già esistenti: la Fender Telecaster in legno e la National Style “O” in ferro. «La scommessa era unire le caratteristiche di entrambe per produrre una chitarra meticcia», racconta Renato che, solo dopo alcuni incontri del destino, ha capito di aver aggiunto la propria personale magia a quel progetto nato per gioco. «Ho avuto un’intuizione e ho deciso di realizzare la chitarra scavandone il corpo da un blocco di alluminio – continua –. Avevo una personale passione per questo materiale metallico incredibilmente simile al legno e, senza volerlo, questo è stato il nostro grande successo. Dopo anni, poi, ho scoperto gli studi scientifici che stavano dietro a questa scelta».La passione per l’alluminio ha portato Renato Ruatti a fare la scelta giusta
L’alluminio ha, infatti, permesso di eliminare uno storico difetto che tutte le prime chitarre elettriche avevano. I pickup, i microfoni interni che trasformano le vibrazioni delle corde in impulsi elettrici, causavano sempre un ronzio nel momento in cui lo strumento veniva collegato all’amplificatore: «Un difetto sonoro che poi scompariva al momento dell’esecuzione – precisa Renato –, ma che comunque i musicisti percepivano anche in sede di registrazione. Le nostre Noah non facevano questo scherzo proprio grazie all’alluminio». Così, senza progettarla, Renato ha trovato la soluzione a un problema che le due storiche case di produzione di pickup non avevano risolto: la Single Coil, che non è mai riuscita a eliminare il ronzio, e la Humbucker che ci ha provato aggiungendo una seconda bobina capace di annullare la prima da cui, però, derivava un cambiamento del suono complessivo.
Nel ’99 Saturnino è il primo musicista ad avvicinarsi a Noah GuitarsIl primo strumento firmato Noah riscuote consensi: Renato e Giovanni ne realizzano cinque e li mettono in mostra nelle fiere per chitarristi; poi ne aggiungono altre due di cui una viene venduta in uno studio di registrazione. «E qui arriva il bello – continua Renato –, perché in quello studio incidevano le canzoni Jovanotti e Saturnino. Quest’ultimo nota la nostra chitarra e ci viene a cercare». Il bassista, storico collaboratore di Lorenzo Cherubini, così arriva da Renato e ordina una Noah da regalare all’amico per il compleanno. Casualità vuole, però, che legge nella cartolina degli architetti che il prossimo progetto sarebbe stata la realizzazione del basso Fender Precision del 1951. «Vi do il mio basso originale, smontatelo e create il vostro per me», chiede Saturnino a Renato. Da quel giorno nasce la produzione di bassi firmati Noah, ma soprattutto una preziosa collaborazione e amicizia. Era il 1999, anno della pubblicazione di “Il mio nome è mai più”. Oggi quel basso non esiste più: è stato rubato una notte mentre era in custodia proprio nello studio di Renato che, poi, anni dopo l’ha riprodotto e battezzato “Missing White”.
«Una cosa che mi ha sempre colpita – racconta la figlia di Renato, Maria Ruatti – è che Saturnino ha dichiarato più volte di usare per necessità il basso Fender, ma di preferire il nostro e, detto da un bassista del suo livello, per noi è un motivo di grande orgoglio». Non a caso a inizio anni ’90 il timore di Renato nel costruire uno strumento musicale, perché «è un oggetto molto legato alla storia dell’uomo, come le armi», trova corrispondenza anche nell’idea che lo stesso Saturnino ha del proprio mestiere: «Gli strumenti mi ispirano in maniera diversa l’uno dall’altro – precisa il bassista – e sono come le armi. Un cecchino può anche avere una buona mira, ma se il fucile è storto non riesce a sparare. E così un buon basso deve essere perfettamente funzionante, esattamente come il Noah che ha una sua identità ben precisa, motivo per cui all’epoca l’ho scelto».
Dopo Saturnino arrivano le relazioni con Sting e Lou ReedGrazie a Saturnino per Noah Guitars nasce una nuova importante relazione. «Nel 2002 lui regala un nostro strumento a Sting – continua Renato – e cinque anni dopo, quando l’amico Davide De Blasio (proprietario dell’antica e prestigiosa pelletteria “Tramontano” alla Riviera Di Chiaia, ndr), che costruiva gli spallacci delle chitarre di Lou Reed, gli chiede cosa possa regalare al cantante, lui risponde “una Noah”. Da lì è stato di nuovo tutto magico».
La chitarra di Renato arriva a Lou Reed che ringrazia subito mandando una mail in cui descrive la Noah come uno “strumento per scrivere”. Da qui parte una corrispondenza di spiegazione tecnica dello strumento: «All’inizio non credeva che il famoso ronzio fosse stato eliminato dalla semplice costruzione in alluminio – racconta Renato –, ma pensava derivasse dai pickup di nostra produzione. Solamente spedendogliene alcuni da inserire in una normale chitarra, che ovviamente non funzionavano, ha intuito l’innovazione della Noah».
Arriva, poi, il momento dell’incontro quando Lou Reed, già a Milano per inaugurare una sua mostra fotografica, passa dallo studio di Renato, prova le chitarre e ordina una Paraffina. «Insieme a lui c’era un suo amico prete – continua l’architetto –, un italiano con cui ho iniziato a parlare mentre Lou suonava e che ha voluto vedere la cantina dove costruiamo le Noah. Resta colpito, mi chiede di donargli un pezzo di chitarra da aggiungere alla sua collezione di oggetti e libri autografati e poi racconta tutto a Lou Reed». Così, anche il cantautore statunitense chiede di visitare il laboratorio e, una volta entrato, esordisce con un’altra frase che dopo quattro anni è tornata alla mente di Renato: “Guarda cosa fa la tecnologia in una cantina”.
Era il 2007 e successivamente, in un convegno a Roma a cui era stato invitato nel 2011, l’architetto scopre di essere stato inserito nel movimento dei makers, il gruppo di artigiani digitali che, tra i tanti, fa capo a Chris Anderson. «Siamo diventati argomento di studio di innovazione e tecnologia. Così dopo quattro anni ho capito l’importanza di quella frase», racconta Renato che dopo tante coincidenze del destino ha iniziato a capire l’importanza di ciò che aveva creato. «Gli oggetti del convegno di Roma – continua – erano stati presentati come invenzioni fatte con il cuore, un’affermazione che mi ha di nuovo colpito ricordandomi di un precedente dialogo con Ernesto Illy, scienziato e imprenditore dell’omonima marca di caffè che mia moglie, perché si occupava di intelligenza artificiale, aveva conosciuto. Un giorno gli ho chiesto come mai nel bar accanto al mio studio il caffè fatto da un tramviere, che quotidianamente dava il cambio al barista nella fascia oraria delle 17-19, fosse più buono se miscela, macchinetta e acqua erano sempre le stesse. La risposta è stata semplice, ma incisiva: “C’è sempre l’effetto del cuore”. Allora ho capito».
Ernesto Illy, il prete, Lou Reed e la sua intervista, il convegno a Roma, tutti tasselli collegati dal fil rouge della magia del cuore, Dall’effetto del cuore di Illy alla magia di Lou Reed, gli strumenti Noah sono uniciconfermata dal riconoscimento di originalità delle creazioni Noah: «la nostra tecnica di produzione è liberamente consultabile su internet, ma chiunque faccia un confronto tra le imitazioni e i nostri strumenti ci conferma che i secondi hanno un suono migliore e più caldo», conclude Maria.
«Gli strumenti Noah sono molto interessanti, perché hanno una tecnologia precisa che supera la liuteria tradizionale», sostiene Saturnino che ricorda ancora con grande piacere l’incontro con Lou Reed. «Ero andato a prenderlo all’aeroporto quando doveva venire a far visita a Renato – continua – All’inizio si è seduto dietro chiedendomi se fossi l’autista, ma quando gli ho detto di essere un amico di Davide De Blasio si è spostato davanti e ha iniziato a parlare di strumenti creando una relazione empatica». Oltre alle Noah, Saturnino e il cantautore americano avevano un’altra passione in comune, quella degli occhiali: oggi, infatti, il bassista ha una sua personale attività di montature. «Lou aveva molti interessi – continua – come quella per le macchine fotografiche. Ricordo che, quando ha aperto la custodia della Noah, ha detto che lo strumento gli ricordava una sua Leica scavata in alluminio. Questo vuol dire che dietro all’intuizione di Renato c’è una scuola di pensiero basata sull’emozione, come la musica stessa, e che un esperto come Lou è in grado di cogliere queste similitudini».
Se una macchina fotografica ferma un’emozione, la musica la crea e lo strumento la fa vibrare: il tutto è riassunto nel nome di Noah Guitars.

