Le immagini di violenza o di morte sono troppo forti per essere pubblicate o troppo importanti per essere ignorate?

In quella foto non c’era sangue né violenza e neppure panico. Solo il corpo di un ragazzino riverso sulla battigia, una delle migliaia di vittime della crisi dei rifugiati dispiegarsi lungo i confini dell’Europa. Eppure l’immagine di Aylan Kurdi, è questo il suo nome, sulla spiaggia di Bodrum in Turchia, pubblicata nel mese di settembre, ha provocato un acceso dibattito nelle redazioni e sui social media: la foto di una vittima così giovane era troppo dolorosa da mostrare ma anche troppo importante per essere ignorata.

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Diversi fotogrammi erano disponibili. Alcune testate hanno mostrato il corpo di Kurdi disteso a faccia in giù; altri hanno scelto di pubblicare lo scatto in cui un poliziotto teneva in braccio la giovane vittima. In Francia, il quotidiano Libération è stato criticato per aver deciso di non pubblicare affatto la foto. In Germania, Bild ha ricevuto così tante lamentele per la pubblicazione dell’immagine sul retro della copertina da dover rimuovere tutti gli scatti dal suo numero dell’8 settembre e Giuliano Reichelt, caporedattore centrale di Bild.de ha commentato: «Dobbiamo sforzarci di guardare. Senza le immagini il mondo sarebbe più ignorante, bisognoso, ancora più invisibile, più perso. Le fotografie sono le urla del mondo».

Liz Sly, capo ufficio per il Washington Post a Beirut, ha twittato una delle foto che ritraevano il piccolo Aylan ed è rimasta sorpresa dai numerosi attacchi che le sono arrivati: le accuse erano di aver violato la dignità del bambino. «Questo mi ha perplesso perché ogni giorno ho davanti ai miei occhi queste immagini di morte – ha affermato Liz – e chiunque si occupi di coprire le notizie che arrivano da questa regione o dalla Siria, vede almeno una dozzina di immagini di bambini morti ogni giorno. Forse stiamo violando la loro dignità, non pubblicando la loro tragedia e lasciandoli morire in silenzio, al buio».

Con i conflitti in corso in Siria e Iraq, le frequenti fucilazioni di massa negli Stati Uniti e gli attacchi terroristici come il massacro di Parigi, le redazioni si trovano quotidianamente a dover prendere decisioni importanti sulla pubblicazione o meno di immagini “forti”. Quali regole, se ce ne sono, dovrebbero seguire le redazioni prima di pubblicare una determinata foto? La continua esposizione a contenuti d’ogni genere e l’assuefazione alla violenza generata dai media hanno reso il pubblico meno sensibile alle tragedie? Che effetto fa lavorare con contenuti di questo genere a giornalisti ed editori? Pubblicare immagini emotive come quella di Aylan rischia di trasformare i reportage in battaglie legali?  

Alcuni vivono l’essere fotografati come un’invasione della loro sfera privata altri invece come il riconoscimento ufficiale del torto subito. Carlos Furman, noto fotoreporter, ricorda il suo arrivo nel villaggio di Mykolaivka, in Ucraina, durante gli scontri con i separatisti filo-russi. Fu circondato da una folla inferocita convinta che il governo ucraino fosse responsabile dei bombardamenti in corso sul villaggio. Un uomo lo afferrò e lo portò in un edificio bombardato in cui un corpo giaceva sotto le macerie. «La comunità voleva che mostrassi a tutti quell’immagine», spiega Furman, «Volevano che tutto il mondo sapesse ciò che stava accadendo nella loro piccola città e di cui nessuno altrimenti avrebbe mai parlato, perché troppo piccola per interessare alla comunità internazionale».

Jeff Bauman, che ha perso le gambe negli attentati Boston Marathon nel 2013, ha fatto un discorso simile ad un giornalista del Guardian lo scorso anno. Charles Krupa, il fotografo dell’Associated Press che ha scattato le immagini di Bauman e delle ferite riportate durante l’attentato mentre veniva portato via dai soccorsi su una sedia a rotelle, si è scusato per i suoi scatti: «Ho detto a Charlie di aver capito solo ora, a distanza di tempo, che lui ci stava aiutando quel giorno e lo stava facendo nel modo migliore possibile» ha scritto Bauman. «Lui e la sua macchina fotografica stavano mostrando al mondo la verità e la tragedia di quell’evento: che le bombe lacerano al carne e spezzano le ossa».

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