Sono circa 40 i Paesi nel mondo in cui le bambine di alcune comunità entrano nell’età adulta attraverso un rito di passaggio doloroso e che le segnerà per tutta la vita. Bastano un paio di forbici, un rasoio o un coltello arrugginito e la mano ferma di una donna esperta o di un dottore per privare per sempre quella bambina del piacere, renderla pura e pronta per il matrimonio.

Cade oggi, 6 febbraio, la Giornata internazionale contro le mutilazioni genitali femminili (MGF), una pratica pericolosissima per la salute, diffusa in 29 Paesi africani, ma anche in Yemen, Iraq, Malaysia, Indonesia e anche in alcuni gruppi etnici del Sud America. Se in alcuni stati questo rituale interessa solo una minoranza – dall’1 al 4% della popolazione femminile in Camerun, Uganda, Ghana, Togo e Niger – in altri Paesi, come Egitto, Sudan, Somalia, e Mali, riguarda circa il 90% delle donne. In totale nel mondo ci sarebbero tra 100 e 140 milioni di donne ad aver subito mutilazioni genitali: nel conto rientrano anche i casi registrati in Europa, Stati Uniti, Canada, Australia. Accade che i genitori o i familiari di queste bambine le mandino in vacanza nei Paesi d’origine, soprattutto in Africa e nel sud-est asiatico: al loro ritorno la loro dignità è stata portata via. In Italia, ad esempio, secondo una proiezione del ministero della Salute, sarebbero circa 94 mila le immigrate che hanno subito la stessa sorte.

 

Le vittime sono bambine dagli 0 ai 16 anni e i tipi di mutilazione, secondo la distinzione fatta dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, sono quattro: si va dalla rimozione, parziale o totale, del clitoride, all’escissione, con cui vengono portate via anche le piccole labbra; il terzo tipo, l’infibulazione, diffusa soprattutto il Sudan, aggiunge la cauterizzazione delle grandi labbra e la cucitura della vulva, mentre nel quarto tipo rientrano tutte le altre procedure che ledono i genitali femminili senza alcuno scopo medico. Le motivazioni per cui vengono effettuate queste pratiche sono diverse, sociali, religiose, legate alle tradizioni. Molti di coloro che le condannano fanno riferimento al Corano, eppure «Le mutilazioni femminili non alcun fondamento nell’Islam», spiega la giornalista Emanuela Zuccalà. Anzi, «Uno dei principi di questa religione è il divieto di ferire se stessi e gli altri. È una pratica che ha origini tribali».

In comune ci sono le tragiche conseguenze fisiche, psicologiche e sessuali in cui incorre chi subisce le mutilazioni: si tratta dunque di una violazione dei diritti femminili e più in generale di quelli umani, contro cui gli attivisti hanno iniziato a battersi già negli anni ’70, a partire dal livello terminologico. Inizialmente questi tagli venivano definiti “circoncisione” e accostati alla pratica della circoncisione maschile, con cui non hanno niente a che vedere.

Nel 1993 la Conferenza Mondiale sui Diritti Umani ha riconosciuto i rischi altissimi per la salute che le MFG comportano e le ha riconcettualizzate come violazioni dei diritti umani. A dicembre 2012 è arrivata la condanna da parte dell’Onu, che le ha definite «una seria minaccia per la salute psicologica, sessuale e riproduttiva di donne e ragazze» e lo scorso dicembre c’è stata una svolta persino in Egitto, con la condanna da parte del Tribunale di un medico, responsabile per la morte di una ragazzina di 13 anni in seguito alle complicanze insorte dopo che lui le aveva praticato il taglio, e del padre che l’aveva obbligata a sottoporsi all’intervento. Purtroppo, tuttavia, il numero di vittime di MGF per mano di personale medico negli ultimi anni è aumentato in Egitto in modo drammatico.

«Esiste lo stereotipo dei Paesi africani che tollerano e praticano la mutilazione – spiega Zuccalà –, ma in realtà la maggior parte di essi ha una legislazione anche molto rigida in proposito»; ne è un esempio il protocollo di Maputo del 2005, firmato da 42 Paesi dell’Unione africana e ratificato da 20, che difende i diritti delle donne e condanna formalmente le MGF. Esse, in molti di questi Paesi, sono state penalizzate attraverso leggi nazionali e decreti costituzionali. Tuttavia, lo strumento legislativo non è sufficiente. «Il problema – continua Zuccalà – è che si tratta di una pratica talmente pervasiva all’interno delle comunità rurali che è difficile da scardinare senza un monitoraggio capillare». È necessario sensibilizzare le singole comunità, spiegando che le conseguenze di tali pratiche non incidono solo sulla salute delle singole ragazze, ma anche sulla vita della stessa comunità.

Le ragazze che non subiscono le mutilazioni possono continuare a studiare, avviare piccoli traffici commerciali e costituire così un ruolo importante all’interno della comunità

All’interno del libro Donne che vorresti conoscere, Emanuela Zuccalà racconta tanti esempi di coraggio femminile: tra loro c’è anche Nice Nailantei Leng’ete, una ragazza Masai che da bambina è riuscita a sfuggire all’escissione. L’incaricato di praticare il taglio era il nonno: ancora bambina Nice continuò a scappare, finché lui non rinuncio. Non fu tanto la paura del dolore a farla fuggire, bensì il timore che il taglio l’avrebbe fatta piangere e questo le avrebbe provocato vergogna, visto che alle bambine viene insegnato che non ci si deve lamentare. Oggi questa ragazza di 25 anni, che si batte da circa sette per fermare le mutilazioni in Kenya, va di villaggio in villaggio, parla con i Moran, i guerrieri e gli anziani, per convincerli non tanto che si tratta di un rito barbaro, ma che esso piuttosto povertà alle città e alla comunità: dopo il taglio, infatti, la bambina viene fatta sposare e viene così sottratta agli studi. «Non frequentando la scuola – spiega Zuccalà – non imparerà a fare niente di utile per la comunità. Al contrario, le ragazze che continuano a studiare sono in grado di avviare piccoli commerci e altre attività che fanno bene allo stesso villaggio».

Servirebbero molte più donne come Nice, a tentare un’opera di difficile, ma necessaria persuasione di villaggio in villaggio. Intanto è bene che si continui a parlare di MGF, per contrastarla anche in Europa: se ne discuterà proprio oggi, in occasione della Giornata mondiale, nella Camera dei deputati.

 

© Infografiche tratte dal report per il 2013 di Unicef sulle MGF in Africa e Medio Oriente.

⇒ Leggi tutto il rapporto qui.

© Fotografia di Mark Robinson