“Whatever it takes”, aveva detto Mario Draghi nel 2012, nel pieno della crisi del debito sovrano europeo. “Tutto il necessario”, ad indicare che la Banca Centrale Europea, di cui Draghi era allora il presidente, avrebbe salvato l’euro dal disastroso tracollo che sembrava dietro l’angolo. Se adesso le acque si sono più o meno calmate, Draghi si è di nuovo ritrovato ad arringare l’Unione. E noi, ancora una volta, abbiamo scoperto che l’Europa ha un potenziale latente a cui essa stessa mette freno. “Un recente studio del Fondo Monetario Internazionale”, ha detto l’ex direttore della Banca Centrale Europea, in audizione al Senato, “mostra come l’eccesso di regolamentazione e specialmente la sua frammentazione abbia contribuito a creare delle barriere interne al mercato unico che equivalgono a un dazio del 45% sui beni manifatturieri e del 110% sui servizi. In altre parole, abbiamo un mercato unico per i dentifrici, ma non per l’Intelligenza artificiale”. 

Di fatto, l’Unione europea è anche un’unione doganale. Nei fatti, è come se tra i ventisette Stati non esistessero frontiere per il commercio. Allo stesso modo, l’unione doganale implica che i Paesi al suo interno applichino gli stessi dazi, quando commerciano con Stati al di fuori di essa. Ci troviamo nel mercato unico europeo, istituito nel 1993, cioè un’area economica in cui beni, servizi, capitali e persone possono circolare liberamente. Ma l’integrazione al suo interno è in realtà molto limitata. Se compariamo la nostra situazione a quella americana, vediamo che il commercio tra i paesi dell’Unione rappresenta il 26% del PIL totale, mentre negli Usa è pari al 60% del PIL nazionale. La ragione principale è una e cioè che in Unione Europea ci sono troppi ostacoli normativi che minano la crescita delle imprese nel Vecchio Continente. All’introduzione di nuovi regolamenti e direttive, gli Stati membri spesso tralasciano di adeguare le normative nazionali. “Non possiamo dunque stupirci”, ha proseguito Draghi, “se i nostri inventori più brillanti scelgano di portare le loro aziende in America, e se i cittadini europei li seguano con i propri risparmi”. 

«Quando il mercato unico è stato istituito all’inizio degli anni ‘90, non era certo prevedibile quello che sarebbe avvenuto. Oggi la competizione a livello globale si misura soprattutto sul fronte delle tecnologie digitali, sulle nuove tecnologie. E questi sono i settori strategici, quindi la tecnologia e l’intelligenza artificiale», spiega Dino Pesole, editorialista del Sole24Ore ed ex capo ufficio stampa dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato. «L’Europa, su questi due fronti, è molto indietro rispetto ai suoi competitor, vale a dire Stati Uniti e Cina. Il rapporto Draghi, l’anno scorso, stimava in circa 800 miliardi da recuperare anche attraverso l’emissione di Eurobond per far fronte a questo gap». Mario Draghi non ha mancato di aggiungere che “non si tratta di proporre una deregolamentazione selvaggia, ma solo meno confusione. Troppe regole frammentate nei settori dei servizi penalizzano l’iniziativa individuale, la crescita economica e scoraggiano l’innovazione”. Se ogni paese dell’UE ha leggi, regolamenti e normative diverse, è difficile per le imprese di un paese fornire i propri servizi in un altro stato. Concretamente, prosegue l’esperto, «i prezzi delle merci che si scambiano ai paesi europei non traggono beneficio dal fatto di essere in un mercato unico, proprio per effetto della iper regolamentazione». Sono tutti punti che Draghi aveva già trattato nel suo Rapporto sul futuro della competitività europea, presentato nel settembre 2024, atto a deliberare una nuova strategia industriale per l’Europa: il divario tecnologico con Stati Uniti e Cina da colmare; la decarbonizzazione; la dipendenza dell’Unione nei settori critici, come l’energia e le materie prime; la cooperazione tra gli Stati membri; l’incremento degli investimenti.

Una spinta potrebbe arrivare dal versante geopolitico. L’accelerazione che l’America guidata da Donald Trump sta dando sia sul fronte della difesa, sia su quello delle politiche commerciali, impone che l’Europa trovi in fretta una sua capacità di agire con una voce sola. «Noi, per la prima volta dal secondo Dopoguerra, abbiamo a che fare con degli Stati Uniti che stanno mirando verso una politica aggressiva rispetto al suo principale alleato, che siamo noi. La difesa è il campo sul quale si sta esercitando anche adesso il braccio di ferro, ma come si è visto ha prodotto già delle grandi novità. Io ne vedo almeno due», osserva Pesole. «La prima è il ritorno in campo della Gran Bretagna dopo la Brexit. Londra ha assunto una posizione centrale nella lista dei paesi volenterosi», ovvero quei Paesi che si sono riuniti per fronteggiare la crisi ucraina, dopo l’inasprimento dei rapporti con Washington. Questi dovrebbero in qualche modo guidare la difesa europea e quindi il dopoguerra in Ucraina. L’altra novità, prosegue l’editorialista del Sole24Ore, «è quello che sta avvenendo in Germania. Noi dobbiamo sempre considerare che la costruzione europea fin dall’inizio è stato un affare prevalentemente franco-tedesco. La Germania ha da anni un problema di scarsi investimenti, perché aveva il cosiddetto freno all’indebitamento. Ora ha deciso di rimuoverlo e ha approvato una modifica costituzionale, attivando 1000 miliardi di possibili spese non solo militari, ma anche infrastrutture e soprattutto investimenti strategici».

La seconda era Trump potrebbe essere dunque una spinta per l’Unione, affinché questa trovi finalmente la strada per creare una maggiore integrazione su questi fronti. Adesso, bisogna vedere come l’industria europea reagirà a quello che Donald Trump ha proclamato essere il “Liberation Day”: un dazio al 20% su merci europee – per un valore di 540 miliardi l’anno di importazioni -, che si aggiunge al 25% già in vigore su allumino e acciaio e a quello del 25% sulle auto.