«L’Unione Europea è una costruzione imperfetta». Esordisce così Antonio Missiroli, Senior Research di ISPI, per parlare di quella che potrebbe essere la sfida più importante che Bruxelles si trova ad affrontare dall’invasione dell’Ucraina da parte di Putin nel febbraio 2022. 

Le ultime uscite di Donald Trump hanno cambiato totalmente le carte in tavola: il Presidente degli Stati Uniti ha deciso di riallacciare rapporti e affari con la Russia, passando così sopra le teste degli ucraini e degli europei per trovare un accordo sul cessate il fuoco

Missiroli sottolinea che «questi primi mesi di amministrazione del Tycoon hanno sicuramente rappresentato uno shock per il Vecchio Continente» precisando come «il rischio di frammentazioni interne all’Unione sia molto alto». 

 

Una soluzione «poco convenzionale»

Questa settimana Emmanuel Macron ha convocato a Parigi due vertici urgenti per rispondere alle mosse di Trump e includere l’Europa nei negoziati per la pace in Ucraina. Il punto focale di questi incontri è che, sia lunedì che giovedì, il Capo di Stato francese non ha invitato tutti e 27 i membri dell’Unione Europea: oltre all’esclusione di alcuni Stati, c’è da sottolineare però la presenza di Starmer, premier britannico, e del Canada.

Primo summit di Parigi, a cui ha partecipato anche la premier Giorgia Meloni

Primo summit di Parigi, a cui ha partecipato anche la premier Giorgia Meloni

Il principale oggetto di discussione è stato l’invio di truppe a Kiev. La decisione, però, non spetterebbe direttamente a Bruxelles: «Bisogna chiarire che quando si tratta degli aspetti di sicurezza e militari che un eventuale cessate il fuoco potrebbe generare in Ucraina, non è la Commissione Europea ad esserne responsabile, bensì i singoli Paesi membri», afferma a Magzine Antonio Missiroli, sottolineando che «alla Commissione spettano decisioni soprattutto di natura esecutiva come la messa in atto di volontà comuni quando si tratta di fornire, ad esempio, fondi all’Ucraina».

Si tratterebbe di una soluzione «poco convenzionale», con una forza messa in campo che sarebbe più o meno estesa dell’Unione Europea ma più ristretta della componente Nato appartenente al Vecchio Continente: «Comprenderà i britannici e i norvegesi ma escluderà molto probabilmente Ungheria e Slovacchia che al momento simpatizzano per la causa russa», afferma Missiroli.

 

Tra unanimità e “volenterosi”

Il carnet degli inviti di Macron e le decisioni sul tavolo suggeriscono quindi un’importante riflessione: «L’Europa che si sta attivando, perché si sta attivando, non è né l’Europa dell’Unione Europea con tutti i 27 membri, né la componente europea della NATO con tutti i suoi 23 membri. Sono più paesi scelti, detti “volenterosi”, che sembrano più disposti a impegnarsi in questo senso», sostiene l’esperto. 

Davanti alla sfida ucraina, infatti, l’Ue sembra dunque bloccata nella sua azione dalla sua stessa struttura e regolamentazione. Se da un lato, infatti, essendo sfumata per ora  la possibilità di creare un esercito comune europeo, la Commissione Europea non ha la facoltà di prendere decisioni che consentano dispiegamenti di truppe, a pesare ulteriormente è il fatto che una qualsiasi decisione di politica estera comune è vincolata al Principio dell’Unanimità. Basta infatti che un singolo stato membro dell’Unione si mostri contrario ad una qualunque decisione perché qualunque azione venga bloccata. Tale principio, proprio per il potere di veto che mette in mano ai singoli membri, è uno dei principali punti su cui batte la critica al sistema e la propaganda anti UE, proprio a causa del potere di ricatto che mette in mano ai singoli stati membri.

Proprio per questo, essendo improbabile che Bruxelles come istituzione possa intervenire direttamente, l’art.44 del Trattato dell’Unione Europea (TUE) stabilisce che  “Il Consiglio può affidare la realizzazione di una missione a un gruppo di Stati membri che lo desiderano e dispongono delle capacità necessarie per tale missione”. In altre parole, dunque, lo spiegamento di una forza di pace in Ucraina sarebbe dunque il risultato di un accordo tra stati “volenterosi” che si assumeranno l’impegno di un tale sforzo. Eppure c’è chi sostiene che anche in questo caso sia necessaria l’unanimità per permettere ai “volenterosi” di agire.


Un ulteriore ostacolo

Il monito lanciato da Mario Draghi al Parlamento Europeo con l’ormai celebre “Please, do something” deve però fare i conti anche con il panorama politico interno ai singoli Stati, su tutti quello di quei Paesi che più volte sono stati

Mario Draghi è intervenuto davanti al Parlamento Europeo esortando l'Europa a 2fare qualcosa"

Mario Draghi è intervenuto davanti al Parlamento Europeo esortando l’Europa a 2fare qualcosa”

definiti “centrali” per l’Unione Europea. «Questa situazione impone reazioni quotidiane e in tempo reale agli shock che provengono dagli Stati Uniti e dalla Russia. Scenari come quello francese – prosegue Antonio Missiroli – non aiutano: non c’è una maggioranza parlamentare e non si potrà andare alle urne almeno fino all’estate». Anche la crisi della Germania rappresenta una difficoltà: «Bisogna vedere cosa accadrà con queste elezioni: il governo rischia di formarsi dopo alcune settimane se non mesi, visto che i negoziati sulle coalizioni rubano molto tempo», conclude l’esperto. 

Di certo, però, c’è che la prossima settimana tutti gli occhi saranno puntati sulla Casa Bianca. Prima Macron lunedì e poi Starmer giovedì faranno visita a Donald Trump: sul tavolo delle trattative, oltre a sanzioni economiche, secondo Missiroli ci sarà «anche il supporto che gli Stati Uniti potrebbero dare (attraverso la Nato o bilateralmente) a un’operazione che vedrebbe coinvolte le truppe europee in Ucraina».