È passato un anno dalla morte di Alexse’j Naval’nyj, emblema della dissidenza politica che in Russia sopravvive a stenti contro il regime del presidente Vladimir Putin. Naval’nyj è stato infatti l’ultima figura ad aver contrastato Putin in una maniera sufficientemente forte, da portarlo alla morte.
Naval’nyj muore venerdì 16 febbraio 2024 nella colonia penale IK-3, a oltre duemila chilometri da Mosca. La notizia arriva nell’inverno rigido siberiano di Charp, la cittadina che accoglie la prigione in cui il dissidente è recluso dal dicembre del 2023. La causa ufficiale del decesso è attribuita alla “sindrome da morte improvvisa”. Il Cremlino imposta questa linea, mentre Yulia Borisovna Naval’naja, ormai vedova, denuncia perentoria in un video: «Putin ha ucciso mio marito». La donna sostiene che ad aver provocato la morte di Aleksej sia stato il Novichock, il fatale agente nervino. A rafforzare la sua invettiva si mettono i quattordici giorni che le autorità russe stabiliscono per condurre gli esami sulla salma del defunto.
Storcono ancora il naso i seguaci di Naval’nyj, che proseguono il suo lavoro anche dall’Italia. Parla Marina Davydova, portavoce dell’associazione nata a seguito dell’assassinio della giornalista Anna Politkovskaja, Annaviva: «La morte di Navalny è stato un colpo duro, anche per chi non seguiva la situazione in Russia con attenzione. In quel momento il mondo per un attimo si è fermato. Qualcuno è rimasto terrorizzato e qualcun altro ha pensato: “Cavolo, allora è grave”».
La scomodità di questo personaggio stava nel suo carisma e nella sua capacità di riunire le persone attorno a sé. Lo si è visto quando, venerdì 1° marzo, in migliaia si sono riuniti alla chiesa dell’Icona della madre di Dio, a Mosca per dargli l’ultimo saluto, rischiando l’arresto e venendo, in alcuni casi, arrestati. Nel corso degli anni, con la creazione della sua Fondazione Anti-Corruzione, Naval’nyj mette in luce scandali che coinvolgono personalità di spicco del regime di Putin – come Dmitrij Medvedev, allora primo ministro. Un’attività di inchiesta per cui si guadagna un primo avvelenamento da Novichock, nell’agosto del 2020. Tratto in salvo dalla Naval’naja in Germania, nel 2021 il dissidente rientra in Russia di sua sponte. Il perché di questo gesto è, a detta dello stesso Naval’nyj, una delle domande che gli viene poste più di frequente. La risposta è sempre la stessa: “Ho il mio paese e le mie convinzioni. Non voglio rinunciare al mio Paese o alle mie convinzioni. E non posso tradire né l’uno né l’altro. Se le tue convinzioni valgono qualcosa, devi essere pronto a difenderle. E fare dei sacrifici, se necessario”.
Forza di volontà e convinzioni sono la sostanza del discorso, se si vuole fare opposizione in un regime. Il 2024 è scandito da un importante scambio di detenuti, tra cui molti oppositori, tra Mosca e Washington. Si tratta di una delle ultime operazioni dell’amministrazione dell’ex presidente statunitense, Joe Biden. In questo scambio, vengono tratti in salvo figure di massima importanza, come Oleg Orlov, presidente di Memorial; i politici e dissidenti di Putin Il’Ja Jašin e Vladimir Kara-Murza; Evan Gershkovich, giornalista del Wall Street Journal. «Al momento, quella dei prigionieri politici è la questione più importante, dopo la guerra in Ucraina. Ricordiamo che nelle colonie penali ci sono oltre ai russi, anche tanti ucraini, tenuti in condizioni particolarmente crudeli e feroci. Le autorità li tengono separati dai russi, affinché nessuno possa aiutarli», spiega Davydova. «Ma, grazie allo scambio dei prigionieri dell’anno scorso, abbiamo saputo di più sulla situazione nelle carceri. Noi, come associazione Annaviva, in collaborazione con il gruppo Russi contro Guerra, stiamo cercando di organizzare a Milano una mostra temporanea Faces of Russian Resistance, con i volti delle persone che proprio adesso marciscono nelle carceri perché hanno una coscienza di non accettare il regime di Putin e la sua guerra inutile».
Ricordiamo che Naval’nyj muore in piena campagna elettorale, la medesima che riconferma Putin alla presidenza del Cremlino, per il quinto mandato. Impossibile non pensare alle parole che Il’Ja Jašin, dal carcere, scrive in quel periodo, appresa la morte dell’amico:
“Sono consapevole del fatto che la propaganda di stato inizierà a manipolare l’opinione pubblica. Diranno che la morte di Naval’nyj non è conveniente per il presidente, che non è logico ucciderlo un mese prima delle elezioni, che Putin è concentrato sulla politica globale e non ha tempo per pensare a un detenuto qualunque. Sono tutte sciocchezze, toglietevele dalla testa. Dopo l’avvelenamento di Aleksej nel 2020 la propaganda ha difeso Putin dicendo che se avesse voluto, lo avrebbe ucciso. Tutto vero. Voleva farlo e lo ha ucciso. E non lo ha solo ucciso, lo ha ucciso in modo plateale. E proprio alla vigilia delle elezioni, in modo che di fatto nessuno potesse dubitare del coinvolgimento di Putin. Ha ucciso in modo altrettanto plateale anche Prigožin, in modo che nessuno potesse dubitarne. […] Nella visione di Putin il potere si consolida proprio in questo modo: con omicidi, crudeltà, vendette dimostrative. Non è la mentalità di uno statista. È la mentalità di un capobanda. E siamo onesti: Putin è anche il capo della struttura mafiosa che si è fusa col nostro stato. È privo di limiti morali e legali. Tiene le persone nella paura e mette in prigione e annienta chi non ha paura”.
Il testimone di Naval’nyj è adesso nelle mani di Yulia Naval’naja, che si dice disposta, nel prossimo futuro, a fare ritorno in Russia, per candidarsi alla presidenza. Nei suoi confronti, le autorità russe emettono nel luglio 2024 un mandato di arresto in contumacia, definendola “estremista”. Anche Aleksej riceve lo stesso mandato, mentre si trova a Berlino dopo l’avvelenamento.
«Navalny era un grande, che faceva da esempio, che veniva seguito. Ha lasciato un segno e difficilmente verrà dimenticato a breve. Era come se tenesse uno scudo, contro Putin. Una volta morto, tutto il male si è disperso sul resto dei prigionieri politici. E manca tantissimo. Senza di lui non è più lo stesso», conclude Davydova.