È stato emesso all’unanimità un mandato d’arresto nei confronti del Primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, dell’ex ministro della Difesa israeliana Yoav Gallant e di Mohammed Diab Ibrahim Al-Masri, comunemente noto come Deif” e capo dell’ala militare di Hamas. Cosi’ si legge in una nota pubblicata sul sito web della Corte penale internazionale. L’accusa è di aver commesso “crimini contro l’umanità e crimini di guerra sul territorio dello Stato di Israele il 7 ottobre 2023 – nel caso di Deif – e dello Stato di Palestina almeno dall’8 ottobre 2023 al 20 maggio 2024″. È la prima volta nella storia che i giudici della CPI emettono mandati d’arresto anche nei confronti di esponenti politici – in questo caso di particolare rilievo – che hanno solidi legami con i governi occidentali. É doveroso sottolineare che oltre a Deif – ritenuto direttamente responsabile del massacro del 7 ottobre 2023 -, la Procura aveva richiesto anche l’arresto di altri due esponenti di Hamas – Ismail Haniyeh e Yahya Sinwar – ma, essendo stata confermata la morte di entrambi, le accuse sono state ritirate.

In base al diritto Internazionale, sono 124 gli Stati che hanno aderito alla CPI: ciò significa che, se i tre soggetti contro cui è stato emesso il mandato dovessero entrare in uno di questi Paesi, verrebbero immediatamente arrestati. Tuttavia, è doveroso evidenziare come la Corte non abbia un organo sovrastatale predisposto all’effettiva applicazione del mandato, quindi l’attuazione della sentenza spetta sempre e comunque agli Stati singoli e sovrani. In quest’ottica, infatti, si spiegherebbe perchè lo scorso settembre, la Mongolia abbia accolto a braccia aperte il presidente russo Vladimir Putin – su cui pende un mandato d’arresto internazionale – nonostante il Paese abbia aderito allo Statuto di Roma, documento fondativo della CPI.

Christian Elia, giornalista che si occupa di Medio Oriente da molti anni, e coautore del volume J’Accuse, a scritto a quattro mani con la Special Rapporteur delle Nazioni Unite sulla questione palestinese Francesca Albanese -, commenta per Magzine  la decisione della Cortw: “La Corte si è espressa di fronte all’evidenza e alle prove di cio’ che sta accadendo. Questo apre uno scenario estremamente interessante. Fino ad ora, infatti, sono stati emessi mandati nei confronti solo di un certo tipo di leader – anche alleati di Paesi occidentali, certo – ma sempre quando questi erano – più o meno – in uno stato di declino politico. In questo caso, invece, parliamo di un primo ministro in carica ed è un avvenimento storico”. Elia, parlando dell’importanza della sentenza, ha inoltre evidenziato come “da qui ad un tempo indeterminato il primo Ministro di Israele non potrà più recarsi fisicamente in tutti i Paesi occidentali, e questo un grave danno” diplomatico per Tel Aviv.

La richiesta dei mandati era stata presentata lo scorso maggio dal procuratore capo della Corte, Karim Khan. Poco dopo averla depositata, sulla base delle indagini sino a quel momento condotte, lo Stato di Israele ha presentato una serie di ricorsi con l’intento di farla ritirare. Sulla base dell’articolo 19.2 dello Statuto ha cercato di opporsi all’indagine del procuratore, evidenziando come lo Stato ebraico non avesse mai firmato lo Statuto di Roma e per questa ragione i membri della Corte non avrebbero avuto la competenza giuridica per indagare e perseguire crimini commessi da parte di cittadini con nazionalità israeliana. Rispondendo al tentativo di bloccare sul nascere l’indagine, la Corte ha risposto però che non è necessario che uno Stato abbia firmato o ratificato lo Statuto per evitare che vengano avviate indagini ai fini di accertare la commissione di crimini di guerra o di crimini contro l’umanità.Inoltre, in questo particolare caso, la Corte può esercitare la sua funzione sulla base della giurisdizione territoriale della Palestina“.

Considerata la delicatezza del caso, i giudici hanno tenuto a spiegare pubblicamente la decisione per evitare ogni equivoco possibile. Si legge nella nota: “La Corte ha ritenuto che vi siano fondati motivi per ritenere che gli abitanti di Gaza siano stati privati di beni indispensabili alla loro sopravvivenza, compresi cibo, acqua, medicine e forniture mediche, nonché carburante ed elettricità. Si ritiene per questo che Netanyahu e Gallant abbiano ostacolato consapevolmente gli aiuti umanitari in violazione del diritto internazionale umanitario”.

I giudici hanno altresì evidenziato che le accuse sono basate su una serie di prove - al momento catalogate come “segrete” – fornite da sopravvisuti, testimoni oculari, a cui si aggiungono materiale video autenticato, foto e audio, immagini satellitari.“Nessuna chiara necessità militare o altra giustificazione ai sensi del diritto internazionale umanitario può essere identificata per le restrizioni di accesso alle operazioni di soccorso umanitario. La Corte ha scoperto, infatti, che ci sono motivi ragionevoli per ritenere che la mancanza di forniture di base per la sopravvivenza abbia creato condizioni di vita calcolate per provocare la distruzione di una parte della popolazione civile a Gaza”, hanno concluso i giudici.

Questo modus operandi lo si evince anche attraverso “l’imposizione di un assedio totale sulla Striscia” ha riferito Khan , che ha concluso, evidenziando l’importanza dell’equità nell’applicazione della legge internazionale: “Se non dimostriamo la nostra volontà di applicare la legge allo stesso modo, creeremo le condizioni per il suo crollo. Così allenteremo i restanti legami che ci tengono insieme”.

La risposta dello Stato ebraico non si è fatta attendere. “La decisione antisemita della Corte penale internazionale equivale al moderno processo Dreyfus, e finirà così. Israele respinge con disgusto le azioni e le accuse assurde e false contro di esso da parte della Corte Penale Internazionale, che è un organismo politico parziale e discriminatorio”, ha pubblicamente dichiarato il primo ministro Netanyahu. Elia, sulla base di quanto scritto in J’Accuse, ha commentato il riferimento storico fatto dal ministro e ha evidenziato come la strategia di riportare alla luce fatti storici, strumentalizzandoli, sia parte della strategia comunicativa di Israele sin dalla sua nascita: “Sono più di trenta anni che le istituzioni israeliane tentano di sovrapporre l’antisemitismo alla legittima critica e denuncia di eventuali crimini di guerra contro l’umanità commessi dallo Stato ebraico. In questo caso, spacciare per antisemitismo quella che è una mera azione legale di fronte a evidenti crimini di guerra documentati, non fa altro che agitare il vero spettro di quell’antisemitismo – per intenderci, quello vero e non quello fomentato strumentalmente – che purtoppo ancora oggi esiste e che danneggia tutti quegli ebrei che, in giro per il mondo, sono costretti a pagare le conseguenze di uno dei capitoli più oscuri della storia moderna”.

In questo scenario, i media mainstream hanno contribuito spesso a fare il gioco dello stato ebraico. “Banalmente – prosegue Elia – non rispettando il principio della promulgazione di informazioni sulla base del pluralismo delle fonti.Per esempio, l’esercito israeliano – dal 7 ottobre –  è diventato non solo l’unica fonte citata in molti casi ma addirittura è stata identificata come “fonte verificata”. A questo punto mi chiedo come possiamo verificare ciò che riportano le IDF se non è permesso ai giornalisti occidentali di accedere ai territori della Striscia di Gaza”.

Dal 7 ottobre 2023, la controffensiva di Israele ha ucciso 44mila palestinesi: la maggioranza di essi – riporta  l’ultimo rapporto di 154 pagine delle Nazioni Unite –  e’ costituita da donne e bambini, secondo le autorità sanitarie che operano all’interno del territorio assediato. Circa il 90% dei 2,3 milioni di abitanti di Gaza è stato costretto a lasciare le proprie case.

Il caso alla Corte Penale Internazionale è separato dalla battaglia legale intrapresa dal Sud Africa presso la Corte Internazionale di Giustizia contro lo Stato di Israele, accusato di star commettendo un genocidio ai danni della popolazione palestinese. Gli avvocati di Israele, che negano ancora oggi ogni accusa, hanno sostenuto in tribunale che la guerra a Gaza è una guerra di legittima difesa.