«Un giorno mi hanno detto: “Andrai a Parigi”. Non potevo crederci». È forse questo, finora, il ricordo più bello nella carriera di Hadi Tiranvalipour, uno dei 36 atleti che quest’anno parteciperanno alle Olimpiadi in un team speciale che include al suo interno molte bandiere: la squadra olimpica dei rifugiati. Classe 1998, Hadi pratica il taekwondo nella categoria -58kg e viene dall’Iran, una terra nella quale però era diventato troppo pericoloso restare. Lì è stato per otto anni tra le fila della nazionale e aveva anche un programma televisivo in cui parlava di sport: «Incoraggiavo tutti a fare attività sportiva per migliorare molti aspetti della propria vita, non solo quelli fisici, ma anche quelli mentali». In Italia è arrivato nel 2022 e da circa un anno e mezzo è ospite a Roma dalla Federazione Italiana di Taekwondo (FITA), dove ha potuto continuare a praticare lo sport che più ama fino al coronamento di un sogno.
La storia del Refugee Olympic Team
La squadra dei rifugiati ha una storia abbastanza recente. È l’ottobre del 2015 quando Thomas Bach, presidente del Comitato Olimpico Internazionale (CIO), annuncia all’ONU la creazione di un progetto che ha un obiettivo ben preciso: porre l’accento sulla crisi globale dei rifugiati dando così una speranza a tutti coloro che hanno dovuto lasciare la propria terra. La squadra debutta l’anno successivo a Rio con dieci atleti. Con Tokyo 2020 vengono istituite delle modalità per le convocazioni anche grazie alla cooperazione e alle idee dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR). «Collaboriamo con un’ampia gamma di organizzazioni sia locali che internazionali per ampliare l’accesso dei rifugiati alle attività sportive: tra queste ci sono governi e organismi mondiali come il CIO», racconta Federico Fossi dell’Ufficio Comunicazione di UNHCR Italia. Il supporto per la missione cresce costantemente con borse di studio e finanziamenti anche da parte dei Comitati Olimpici Nazionali che ospitano gli sportivi. Dai dieci dei giochi a tinte verdeoro si passa ai 29 del Giappone fino ad arrivare ai 36 che gareggeranno all’ombra della Tour Eiffel in 12 discipline diverse. Provengono da 11 nazioni e rappresentano 100 milioni di rifugiati in tutto il mondo. «Quest’anno avremo anche un record con dieci atleti che gareggeranno alle Paralimpiadi», precisa Federico.
Per la prima volta due dei 36 totali sono residenti in Italia. Oltre ad Hadi, ci sarà infatti anche Iman Mahdavi per la lotta libera 78kg, anche lui iraniano. Federico Fossi ci racconta qualcosa in più: «Prima di arrivare in Italia, Iman era già ad ottimi livelli considerato il fatto che si era laureato sette volte campione nazionale juniores». Nel 2020 si è visto costretto a lasciare l’Iran per questioni che hanno messo in pericolo la sua vita e ha raggiunto lo Stivale a seguito di un viaggio lungo e faticoso. «Dopo aver fatto domanda d’asilo ha trovato un club in cui potersi allenare e quindi la sua vita è cambiata, anche grazie alla famiglia che lo ha accolto» aggiunge Fossi.
La voce di cento milioni di persone
La nostra chiacchierata con Hadi Tiranvalipour è iniziata sull’onda delle emozioni nel momento in cui è arrivata la chiamata per Parigi. Il lottatore ci racconta che il periodo non era proprio dei migliori. «La fase di qualificazione è stata abbastanza complicata: dopo aver vinto il primo incontro, ho perso il secondo e con lui anche qualche speranza». L’atleta ci spiega che i sacrifici sono stati tanti e che la situazione di un rifugiato non è la stessa degli altri sportivi. «Non ero soddisfatto della mia performance e non avevo alcuna motivazione per allenarmi – prosegue – aspettavo l’annuncio dei convocati per Parigi e ogni giorno piangevo ripetendomi che avevo tra le mani la possibilità di andare alle Olimpiadi e che l’avevo buttata via». Ed ecco che le lacrime, quasi di disperazione, si sono trasformate in un pianto di gioia in cui sono riemersi anche tutti i sacrifici compiuti lontano dalla famiglia.
Quella di Parigi 2024 non è solo l’occasione per cimentarsi nella propria disciplina contro avversari di ogni dove, c’è anche un significato molto più profondo. «Dobbiamo essere la voce di tutti i rifugiati nel mondo, abbiamo il dovere di rappresentarli» ripete più volte Hadi. Secondo il Rapporto sugli indicatori del patto globale per i rifugiati 2023 dell’UNHCR il numero è aumentato notevolmente negli ultimi due anni: a dicembre si parlava di 114 milioni, quattro in più rispetto al giugno dello stesso anno. Dietro queste cifre ci sono delle persone con i loro sogni e le loro ambizioni e questo Hadi Tiranvalipour lo sa bene: «Dobbiamo lanciare un messaggio forte: tutto è possibile, non bisogna mai smettere di sognare».
In questa missione Hadi non è solo e conosce anche alcuni suoi connazionali che prenderanno parte all’Olimpiade. Ci spiega che nella disciplina del taekwondo sono stati convocati cinque lottatori e che è in contatto con tre di loro: «Sono tutti entusiasti, alla fine è un sogno che si realizza: sono certo che quando ad uno sportivo venga chiesto cosa vuole essere in futuro lui risponda: “un campione olimpico”».
Hadi ci tiene a dedicare anche un pensiero all’Italia per l’immensa gratitudine che prova verso il Paese che l’ha accolto due anni fa. «Adoro gli italiani: sono generosi, gentili, ti fanno sentire a casa: grazie all’ospitalità che ho ricevuto quando sono arrivato, ho percepito meno la mancanza del mio Paese».
Il lottatore non sa come andrà a Parigi, ma è sicuro di una cosa: non si arrenderà. «Se cadi otto volte, devi rialzarti nove» recita il suo motto.
Lo sport tra fuga e speranza
Secondo Federico Fossi di Unhcr Italia, «lo sport permette di crescere, di trovare un ambiente sicuro e solidale»
Hadi ha realizzato il sogno della vita e questo è stato possibile grazie all’enorme aiuto da parte di quel progetto partito quasi una decina di anni fa che ha visto collaborare l’UNHCR e il CIO. Federico Fossi ci spiega però che non è indirizzato esclusivamente agli atleti olimpici visto che questi «sono solo una piccola parte della storia sportiva dei rifugiati – prosegue – l’UNHCR insieme ai propri partner sta guidando un’azione verso un mondo in cui tutte le persone in fuga e le comunità che le ospitano abbiano un pari accesso allo sport». Il nostro interlocutore specifica che molte iniziative sono rivolte alle persone più vulnerabili come le ragazze e le donne che nei loro paesi non hanno più potuto fare attività sportiva per questioni socioculturali, così come le persone con disabilità e i membri della comunità Lgbtq+.
Secondo Federico, lo sport ha un valore enorme per i richiedenti asilo: «Da una parte restituisce divertimento e svago, dall’altra costituisce una via di fuga da tutti i problemi e le preoccupazioni quotidiane, aiutandoli a superare i tanti traumi vissuti». Fossi precisa, infatti, che «per quanto un rifugiato possa trovarsi al sicuro e protetto, ha comunque ostacoli ad integrarsi nella società che lo ospita: lo sport è un mezzo potente per abbatterli e garantisce loro la possibilità di riprendersi in mano la propria vita».
Insomma, per Federico Fossi, che sia a livello agonistico, olimpico o di comunità, lo sport è sempre più chiamato a contribuire alla ricerca di soluzioni per le crisi umanitarie nel mondo. «I numeri ci confermano che questo tipo di collaborazione tra UNHCR e CIO funziona, penso proprio che sarà destinata a continuare».
