«C’è un dolore che, come una belva crudele, è in grado di tenerti in ostaggio, condannandoti alla paura, all’immobilismo, alla negazione della vita. C’è invece un dolore che ti dice che il tavolo può essere ribaltato e che la vita deve essere affrontata e guarita attraversandola». Vito Fontana è un ex ingegnere sulla settantina, un uomo in grado di vivere due vite: la prima come progettista di mine antiuomo, la seconda come sminatore nei Balcani. «Volevo redimermi, pur avendo la consapevolezza che il dolore non sarebbe passato del tutto». La voglia di trasmettere speranza è suggellata all’incontro con il giornalista Antonio Sanfrancesco, coautore con lui del libro Ero l’uomo della guerra. La mia vita da fabbricante di armi a sminatore, edito da Piemme: «Antonio Sanfrancesco è l’unico giornalista in grado di avere una conoscenza approfondita del tema e ha avuto la pazienza adeguata per ricostruire i miei ricordi».

Da produttore di più di due milioni e mezzo di mine al giorno, Vito Fontana sceglie di convertirsi in sminatore. La sua storia nel libro “Ero l’uomo della guerra”, scritto con il giornalista Antonio Sanfrancesco e presentato all’Associazione Stampa Estera di Milano

Le mine: un business da capogiro

L’Associazione Stampa Estera si è fatta organizzatrice della presentazione milanese del libro e la presidente Tatjana Dordevic ha pungolato i due autori su genesi e contenuti del libro.

«In vent’anni ho prodotto più di due milioni e mezzo di mine: per questo sono stato etichettato come l’uomo della morte». Un fatturato da capogiro: più di quaranta miliardi l’anno e una squadra di operai composta da oltre trecentocinquanta addetti ai lavori. , confessa Vito Fontana. «Non posso negare che la guerra per me fosse un affare. A trent’anni non pensavo alle conseguenze della mia attività. Progettare armi che potessero determinare la vita o la morte delle persone genera un senso di onnipotenza». Dal 1976 al 1992, la storia di Fontana è sinonimo di vittoria, la parabola perfetta di un imprenditore cinico che ha come obiettivo il profitto.

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La intimidazioni, la crisi e la redenzione

Ma con il passare del tempo, le cose cambiano. Ogni notte viene recapitata, presso l’abitazione dell’ingegnere, una scatola contenente una scarpa e un biglietto: «L’altra non mi serve più: la gamba l’ho persa a causa tua». Nel 1992, due avvenimenti cambiano profondamente l’esistenza di Vito: il figlio Ludovico, che all’epoca aveva poco più di otto anni, trova in auto un catalogo contenente le armi prodotte dal padre. «Papà, ma tu sei un assassino? Perché proprio tu devi fare questo mestiere?», gli chiede Mentre Vito Fontana ricorda l’episodio, la sua voce si incrina, l’angoscia del sneso di colpa prende il sopravvento.

La seconda parte della sua biografia racconta la redenzione dell’uomo, avvenuta dopo un periodo di crisi, in cui la soluzione più semplice sembrava potesse essere il suicidio. Ma la svolta arriva grazie a una telefonata di Gino Strada, il chirurgo di guerra che lo contatta nel 1992: «Ti rendi conto di cosa combinano le tue armi?», gli disse. Eccola: questa per Vito è stata «la chiamata» alla conversione. Da lì, la sua vita è tutto un crescendo e il primo passo di questa rinascita diventa chiudere l’attività. All’inizio non sono stati tempi facili, economicamente e a livello personale. Si logorano i rapporti tra Fontana e il padre, da cui aveva ereditato l’impresa.  Ma è la fine dell’inizio di una nuova vita: «Ho iniziato a lavorare come sminatore per redimermi. Ho trascurato la mia famiglia per vent’anni, trasferendomi nei Balcani dove ho lavorato per milleduecento euro al mese». La permanenza tra Serbia, Croazia e Bosnia permette a Vito Fontana di maturare una consapevolezza: il concetto di umanità è labile. La bontà non è insita nell’uomo: «Ho conosciuto una donna alla quale avevano minato il corpo del figlio deceduto. Famiglie intere di contadini ai quali erano stati distrutti interamente i campi e le abitazioni».

«Quella volta in cui rischiai di morire»

Non sono mancati i momenti difficili: durante l’attività da sminatore Vito ha rischiato più volte di morire.  Come quella volta in cui non sentì l’attivazione di una mina, per fortuna rimasta inesplosa. «È stata l’esperienza più incredibile della mia vita, un secondo dove non provi paura. Sai di dover morire, ma l’apatia è l’unico sentimento che ho provato». Gli anni passano, il senso di colpa permane nella mente e nel cuore di Vito ma ha un finale positivo: «Posso orgoglioso di essere stato uno dei fautori della legge ordinaria 374 del 1997, approvata in seguito alla ratifica del documento finale della conferenza di Ottawa che ha sancito il divieto di produzione e di commercio di questo tipo di armi».  L’eloquio di Fontana adesso è lento, cauto, come se sotto le piante dei piedi le mine antiuomo fossero ancora lì, pronte a esplodere.