Guerra, Covid-19, lavoro, ambiente, cibo sono temi interconnessi e hanno un filo che li unisce tutti: la salute. Ed è proprio questo il tema che il Festival dei Diritti Umani ha scelto di adottare per sua settima edizione, a Milano dal 3 al 6 maggio.

“Abbiamo pensato che fosse una questione molto seria, dopo due anni di pandemia, ed era necessario fare il punto della situazione sotto molteplici punti di vista. Che è esattamente ciò che dice l’Oms: il benessere deve essere fisico, psicologico, sociale.”  spiega il direttore del Festival Danilo De Biasio.

L’approccio del Festival al tema è propositivo e volto al futuro: la pandemia, come tutti gli shock, ha creato una discontinuità, evidenziando criticità e mancanze nel sistema sociale. “Possiamo rendere questo shock un’occasione di cambiamento, per potenziare ciò che prima era trascurato”, sottolinea l’assessore al Welfare e Salute del Comune milanese, Lamberto Bertolè. “La salute è un fatto complesso e integrato con tutto il resto. Per troppo tempo ne abbiamo avuto una considerazione solo sanitaria, ma abbiamo sottovalutato il benessere personale, la coesione sociale, il legame con il territorio.”

Per l’assessore alla Salute di Milano, essa “è un fatto complesso e integrato con tutto il resto. Per troppo tempo ne abbiamo avuto una considerazione solo sanitaria, ma abbiamo sottovalutato il benessere personale, la coesione sociale, il legame con il territorio”

L’assessore Bertolè, in occasione della serata inaugurale alla Sala Vitman dell’Acquario Civico, ha dialogato con Silvio Garattini, presidente dell’Istituto Mario Negri, che alla ricerca per la salute ha dedicato la sua vita. “È sano egoismo vaccinare tutti” e “Si deve sganciare la salute dal profitto” è la sua idea di lotta al virus, riassunta in slogan. Otto miliardi di dosi è la cifra da raggiungere per estendere la vaccinazione al mondo intero: una cifra irrisoria rispetto ai danni generati dalla pandemia e, al tempo stesso, fondamentale per arginare l’avanzata di nuove varianti del virus Covid. “Ritengo che nel campo della salute dovremmo avere un ideale in cui domini il non-profit”. La parola “prevenzione” ormai si utilizza pochissimo in sanità: avremmo bisogno di una grande rivoluzione che ponga questa pratica al centro delle politiche culturali”. Garattini sostiene la campagna senza fini di lucro di Pandemic: stop al monopolio dei vaccini e al brevetto dei marchi; brevetti attribuiti in modo significativo e approvati sulla base anche del valore terapeutico; più attenzione alle malattie rare; promozione di gruppi di ricerca.

Chiude l’incontro la voce, calda e accogliente, di Elisabetta Vergani che, sullo sfondo di un festival che vuole celebrare diritti ancora troppo violati nel mondo, evoca parole e pensieri di donne contro la guerra: da Svetlana Aleksievič, ad Anna Politkovskaja, per concludere con quelle di Wisława Szymborska. “La fine e l’inizio” è il titolo della sua poesia e ha il tono di un augurio, quello di un futuro che abbia il profumo della rinascita. “Dopo ogni guerra/C’è chi deve ripulire./In fondo un po’ d’ordine/Da solo non si fa.[…]/Sull’erba che ha ricoperto/Le cause e gli effetti,/c’è chi deve starsene disteso/con la spiga tra i denti,/perso a fissare le nuvole.”

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Diritti per tutti, ovunque, sempre: il messaggio di Emergency 

Dal 1994, da quando è nata, la ong Emergency si prende cura delle ferite che la guerra infligge. Non soltanto quelle fisiche, però. Incarna il simbolo vivente di un concetto di salute ampio e consapevole dei bisogni dell’individuo nella sua interezza. A rappresentarla, al Festival dei Diritti Umani, è la sua presidente, Rossella Miccio.

Perché è importante che ci sia un festival dei Diritti Umani oggi?

La dichiarazione universale è stata firmata nel ’48, ma ad oggi non esiste nessun Paese che rispetti nella pratica quello che è stato sancito anni fa, anzi. Purtroppo, questi diritti vengono calpestati sempre di più nella pratica, se non nella teoria. Per questo è importantissimo continuare a parlarne, soprattutto con i giovani: soltanto così si riuscirà a costruire una società un po’ più basata sui diritti umani, che devono valere per tutti. Altrimenti, come diceva Gino Strada, fondatore di Emergency, diventano “privilegi”.

Rossella Miccio: “E’ importantissimo continuare a parlare di diritti umani, soprattutto con i giovani: soltanto così si riuscirà a costruire una società più giusta. Altrimenti come diceva Gino Strada, fondatore di Emergency, i diritti diventano “privilegi”.

Il tema al centro del festival è la salute, intesa nei suoi molteplici significati. Qual è il concetto di “benessere” in cui crede Emergency?

Emergency è nata come organizzazione sanitaria, per prendersi cura delle ferite fisiche provocate dalla guerra e delle sue conseguenze. Pensiamo alle mine anti-uomo che ancora oggi in Iraq o in Afghanistan continuano a ferire e mutilare le persone. Poi ci siamo resi conto che il prendersi cura, intesa come azione rivolta verso i nostri cari, è in grado di stimolare degli effetti collaterali: restituisce alle persone il senso di dignità rubato dalla guerra, ed è anche speranza. Per questo le ferite che cerchiamo di curare oggi sono anche quelle che scalfiscono i rapporti umani e la salute psicologica.

Qual è la sua posizione rispetto a quanto sta accadendo in Ucraina?

Oggi si discute se processare Putin per crimini di guerra e violazione del diritto umanitario. Ma la guerra in sé è una violazione dei diritti umani, perché vuol dire decidere, con coscienza, di uccidere, mutilare, ferire le persone. Einsten, nel 1932, uscì da una conferenza in cui si discuteva delle regole che anche in tempo bellico dovrebbero tutelare i civili, dicendo: “La guerra non si può umanizzare, si può solo abolire”. E questo è il messaggio ancora forte che, oggi più che mai, noi rivendichiamo: lavorare tutti insieme per abolire la guerra come strumento di risoluzione delle controversie.

Facendo riferimento a un’altra “guerra”, ossia la pandemia dal Covid: anche lei concorda con quanti sostengono che la pandemia sia finita?

Noi di Emergency siamo abbastanza scettici su questo. In Occidente, grazie soprattutto all’accesso massiccio ai vaccini, l’impatto del virus si è molto ridotto. Ma non possiamo dimenticare che nel resto del mondo, ad oggi, in media circa il 12% della popolazione ha ricevuto un ciclo vaccinale completo. E questo è un problema enorme: in quei Paesi, perché il virus continua a circolare e mietere vittime; ma è un problema anche per noi, perché circolando continuerà a mutare e a sviluppare varianti resistenti ai vaccini. Questo è un sintomo evidente di come i diritti umani o sono di tutti o sono privilegi. Si diceva che saremmo usciti dalla pandemia tutti insieme, ma nella pratica non lo abbiamo fatto e ci siamo limitati a proteggere solo noi stessi.

Come potrebbero cambiare le cose?

È necessario un approccio molto più inclusivo e rispettoso della vita di tutti. Emergency è parte di una rete che spinge una campagna internazionale, “The People’s Vaccine”, che da ormai un anno e mezzo chiede la sospensione temporanea dei brevetti sui vaccini e su tutte le tecnologie legate al Covid, dai  farmaci ai test diagnostici. Ci sono poi dei meccanismi internazionali, come il Covax, creato dall’Oms, nati con l’intento di condividere i vaccini con i Paesi meno sviluppati. Ma ancora oggi questo meccanismo si inceppa. Serve una scelta politica più efficace.

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Quando il bonus psicologo non arriva, ci pensa Officine Buone

Che cos’ho nella testa” è una domanda che molti si sono posti negli ultimi mesi e che non significa essere matti. A questo interrogativo si ispira il titolo della rubrica curata dalla giornalista di OPEN Giada Giorgi e dedicata al tema della salute mentale. Insieme a lei dialoga Ugo Vivone, fondatore e presidente dell’associazione non profit Officine Buone. Tra le tante attività delle quali l’organizzazione si occupa c’è anche la questione del bonus psicologo, un’idea nata senza premeditazione, il giorno in cui la misura è stata bocciata al Senato. “Ci siamo chiesti: e se lo facessimo noi?”,  racconta Vivone. “Così abbiamo scritto un post su Instagram, dicendo che avremmo offerto quattro sedute gratuite a tutti coloro che ci avrebbero scritto. In poche ore abbiamo raggiunto 23mila likes: lì ci siamo resi conto di quanto fosse estesa quest’esigenza tra le persone”. Da allora, Officine Buone ha coinvolto un gruppo di giovani psicologi under 35, che offrono sostegno psicologico a tutti coloro che li contattano con un messaggio diretto su Instagram. Il servizio è gratuito e fruibile anche in collegamento streaming, in modo da essere rivolto a tutta Italia. “A quanto pare la salute mentale non è considerata così importante dal governo, nonostante sia fondamentale per convivere in modo equilibrato con le proprie paure ed emozioni”, conclude Giada Giorgi.

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La salute in guerra, “un diritto assolutamente inalienabile”

“Con la riabilitazione sociale e medica si dovrebbe garantire il diritto alla salute in una situazione di guerra. Purtroppo la garanzia alla salute in contesti di questo tipo, e lo dico con amarezza, resta un sogno”.Sono le parole di Alberto Cairo, fisioterapista e delegato della Croce Rossa internazionale in Afghanistan, dove gestisce sette centri di riabilitazione. La sua esperienza in Afghanistan inizia nel 1989, subito dopo la ritirata sovietica, con il suo primo incarico per il Comitato Internazionale della Croce Rossa.

“Tra le atrocità della guerra, la violazione dei diritti umani è una costante, e il diritto alla salute viene sempre a mancare”, ricorda Cairo. “Occorre ricordare alle fazioni in lotta che il diritto alla salute è irrinunciabile, sempre. Non ci sono compromessi. La guerra è diversa da luogo a luogo e, in genere, si può dire che una larga fetta della popolazione, compresi i combattenti, perdono il diritto e l’accesso alle cure mediche. Lo si vede ogni giorno”.

Questa emergenza si è amplificata ulteriormente quando, nell’agosto del 2021, i talebani sono arrivati al potere in Afghanistan. Il loro arrivo ha avuto un impatto enorme su tutto il Paese: c’è stata una paralisi delle istituzioni. Il blocco dei finanziamenti dall’estero, il sistema bancario crollato e, soprattutto, l’impreparazione stessa dei talebani a governare, da loro stessi riconosciuta, ha significato per la salute pubblica ospedali senza fondi per gli stipendi, per i costi di gestione, per le medicine. “Ci sono situazioni di emergenza in cui bisogna agire senza guardarsi intorno, quindi ben vengano tutte le ong: noi garantiamo una imparzialità che il governo, soprattutto in momenti di guerra, non può garantire.

Alberto Cairo: “Ci sono situazioni di emergenza in cui bisogna agire senza guardarsi intorno, quindi ben vengano tutte le ong: noi garantiamo una imparzialità che il governo, soprattutto in momenti di guerra, non può garantire.”

Non bisogna sostituire ma cercare di ricostruire un sistema, in modo che quando la guerra finirà non si riparta da zero ma che ci sia qualcosa che possa andare avanti”. Ci sono anche altri aspetti che influiscono indirettamente sulla salute pubblica: ci sono fortissime rivalità etniche e regionali, manca una vera inclusione delle minoranze, i diritti essenziali – come quello delle donne al lavoro o allo studio – non sono rispettati, e poi mancano i fondi.

Nel suo intervento, Cairo riflette anche sulla situazione in Ucraina, e afferma che “scene come quella della donna incinta sulla barella evacuata da un ospedale appena bombardato sono cose di una violenza inaudita che non si devono ripetere mai. L’insegnamento è quello di continuare a parlare e insistere su questo, sono diritti assolutamente inalienabili”.

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Medicina di genere: che genere di medicina?

Negli anni Novanta la cardiologa statunitense Bernardine Healy parlò di “Sindrome di Yentl”. Per il titolo del suo articolo, pubblicato sul New England Journal of Medicine era stata ispirata dal romanzo Yentl The Yeshiva Boy di Isaac Bashevis Singer, da cui è stato tratto anche un film con Barbra Streisand. La storia è quella di una giovane donna che si rasa i capelli e si veste da uomo per poter accedere ad una scuola ebraica. Fingersi uomo per avere la possibilità di fare qualcosa è il messaggio veicolato dalla stessa Healy quando, attraverso le pagine del giornale, ha denunciato la difficoltà da parte di un medico di riconoscere i sintomi di una patologia cardiovascolare presentati da una donna al pronto soccorso . Il motivo era molto semplice: le linee guida da seguire per interpretare la sintomatologia erano state delineate solo in riferimento a una malattia tipicamente maschile e, quindi, trattandosi di una donna, non si riusciva ad indicare una cura adeguata.

La farmacologa e ricercatrice dell’Università di Torino Silvia De Francia porta l’esempio di Healy come pietra miliare dell’approccio sesso-e-genere-specifico, che in campo medico deve inserirsi nella routine clinica e nella cura per consentire una terapia personalizzata.Approccio già regolamentato in Italia con l’articolo 3 della legge n. 3 del 2018, che prevede la realizzazione di un piano per la diffusione della medicina di genere all’interno del sistema sanitario nazionale. Gli uomini sono stati il centro della medicina per secoli: per molti anni, non si è tenuto conto delle differenti risposte di donne e uomini ai trattamenti farmacologici. Non si sono nemmeno considerate le variabilità del corpo femminile, che ha parametri fisiologici differenti e organi più piccoli e quindi farmaci testati solo su quello maschile possono provocare tossicità inattese.

Nel passato non si sono nemmeno considerate le variabilità del corpo femminile che ha parametri fisiologici differenti e organi più piccoli e quindi farmaci testati solo su quello maschile possono provocare tossicità inattese.

Maura Gancitano, filosofa e fondatrice della scuola permanente di filosofia e immaginazione TLON,sottolinea come la mancata attenzione verso le donne derivi dai pregiudizi consolidati nel corso degli anni e dallo sguardo che ancora in parte cerca di descrivere come le donne dovrebbero essere. Un esempio è la donna nobile dell’Ottocento e di inizio Novecento, creatura debole ed esangue, priva di energia per non assecondare i propri desideri e ostacolare il potere dell’uomo contrapposta alla donna del popolo che doveva faticare.

A distanza di anni, nel mondo di oggi ci sono pregiudizi che perdurano ancora e certe caratteristiche come l’intelligenza emotiva e la capacità di cura sono considerate femminili anziché umane. Questo è perché viviamo in una società costruita sul modello di normalità e tutto quello che esce da questa idea è come se costituisse una minaccia per l’ordine sociale e provocasse imbarazzo e paura. Questo si applica anche riguardo alla salute.

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Ambiente e salute: gli aspetti sottovalutati dei conflitti

«La guerra in Ucraina ci sta mostrando che gli uomini vanno a cercare le risorse umane laddove madre natura le ha nascoste in profondità. Sempre madre natura ha distribuito queste risorse in maniera certamente diversa ma equa e, solo spostandoci verso un’economia che valorizza le risorse di tutti, si creerebbe non solo sostenibilità ma anche salute e pace». Esordisce così Grammenos Mastrojeni, diplomatico e coordinatore per l’ambiente della cooperazione allo sviluppo del Ministero degli Affari esteri.

Ancora pochi anni e la Terra sarà al collasso: il 2030 è la soglia critica indicata per l’innalzamento di 1,5 gradi rispetto all’era preindustriale. «Il cambiamento climatico si contrasta rivitalizzando la natura, con un approccio che è anche agricolo. Invece di fare spianate immense di mono-cultura, si deve cercare il valore aggiunto dovuto alla diversità di tutto quanto», continua Mastrojeni.

Conflitti causati da siccità e cambiamenti climatici e conflitti che causano crisi economiche e carestie: solo in Africa sono ventidue

Un altro aspetto di questa e di tutte le guerre in atto nel mondo, come le ventidue in Africa che sono dimenticate e non si trovano sotto ai riflettori, dimostrano di essere figlie dello sfruttamento delle risorse. «Basti pensare a quanti pochi siano i contadini e quanto quei pochi lavorano per provare a produrre cibo a sufficienza per sfamare la popolazione. Il paradosso è che loro per primi non hanno risorse per vivere». Così parla Nicoletta Dentico, responsabile programma salute globale di Society for International Development. Dentico continua riflettendo su quanto sia importante cercare prima possibile un approccio diverso al cibo che produciamo ma anche quello che sprechiamo.

Barbara Schiavulli, inviata di guerra e direttrice di Radio Bullets, ricorda lo stato economico del Venezuela dove l’inflazione ha raggiunto il 900% . «In una situazione drammatica, un conglomerato di hotel decise di distribuire il cibo che veniva avanzato agli ospizi del Paese in modo tale che laddove mancava il cibo le persone potessero usufruirne».

Schiavulli però sottolinea anche la difficoltà di cambiare la mentalità di alcuni Paesi nell’ambito della produzione agricola:«In Afghanistan la coltivazione maggiore è l’oppio e non si riesce a far cambiare la coltivazione ai contadini perché le persone vivono dei proventi dell’oppio; si è provato a cambiare la coltura corrente con lo zafferano ma non ha funzionato. Ci hanno provato anche con il miele ma la droga rende molto di più».

C’è poi un aspetto che colpisce chi vive in un Paese in conflitto e che viene sottovalutato: che cosa succede alla salute mentale di queste persone? Un Paese molto caro alla reporter Schiavulli è proprio l’Afghanistan ed è lì che ha conosciuto ragazze e ragazzi depressi e destabilizzati e famiglie senza più il lavoro. «Ogni giorno ci sono ragazze che mi scrivono “mi do fuoco perché non posso andare a scuola” e io trovo sia inaudito che nel 2022 ci siano persone che per legge non possono studiare».L’impatto psicologico non è visibile ma è molto presente nei conflitti ed è uno dei problemi più grandi che affliggono milioni di persone. Ucraini compresi.

Foto gallery copyright Leo Brogioni – Fotografo Ufficiale FDU