I dati delle persone possono aiutare a contenere l’emergenza Coronavirus? In Italia si dovrebbe iniziare a tracciare gli spostamenti attraverso i cellulari per limitare il contagio. Questa era la proposta del presidente del Veneto, Luca Zaia, accolta dalle compagnie telefoniche già pronte a mettere a disposizione i dati degli utenti. Ma il governo italiano sta studiando il modo per mappare i contagi attraverso una delle centinaia di applicazioni che sono state proposte al ministero dell’Innovazione per contenere la diffusione del virus. Intanto è già a lavoro la task force di 74 esperti che dovrà selezionare l’app migliore da diffondere sull’intero territorio nazionale.

Occorre però una normativa legislativa che ne regoli l’utilizzo e che garantisca l’anonimato.

 Il Comitato europeo della protezione dati (EDPB) ha reso nota la sua posizione favorevole in tema di utilizzo dei dati per fare chiarezza sulla diffusione del Covid-19, sempre nel rispetto del Regolamento generale sulla protezione dei dati (GDPR), in vigore in tutta l’Unione Europea dal maggio 2018.  Secondo il Regolamento bisogna garantire il rispetto della sicurezza e della privacy individuale.

Intanto la Regione Lombardia, in collaborazione con gli operatori di telefonia mobile, aveva già rilevato, tramite un controllo delle celle telefoniche, che a Milano circolava ancora troppa gente. Ieri quindi ha aggiornato l’app “AllertaLOM” per raccogliere informazioni sulla diffusione del Covid-19 su tutta la regione. Realizzata in collaborazione con l’infettivologo Raffaele Bruno del Policlinico San Matteo e il virologo Fausto Baldanti dell’Università di Pavia, l’applicazione servirebbe a tracciare anche il rischio di contagio. Una volta scaricata, all’utente viene sottoposto un questionario, rigorosamente anonimo, nel quale indicare età, condizione medica,  se si lavora in smart working o in sede e quindi, in tal caso, indicare quale tragitto si percorre per arrivare in ufficio, e naturalmente eventuali sintomi, come tosse e perdita di olfatto e gusto.

Nonostante i decreti del Presidente del Consiglio e gli infiniti inviti a restare a casa rivolti agli italiani, c’è ancora troppa gente in giro, tra chi falsifica l’autocertificazione e chi viola la quarantena. Il tracciamento delle persone sembra quindi essere la soluzione estrema da mettere in campo.

Diversi Paesi colpiti per primi dalla pandemia hanno utilizzato sistemi di controllo sociale per frenare la diffusione del virus.

In Cina e in Corea del Sud il controllo dei cittadini ha funzionato nel ridurre i contagi. Proprio grazie al rilevamento degli spostamenti e dei contatti dei soggetti positivi, tutti sono stati tracciati tramite un’applicazione e, in Cina, controllati tramite droni e telecamere con riconoscimento facciale.  Un codice QR di colore diverso definiva il grado di libertà di movimento di ciascun soggetto: verde per chi era libero di circolare; giallo e rosso, vietati gli spostamenti e obbligo di quarantena. Anche in Israele i servizi segreti hanno iniziato a monitorare gli spostamenti dei contagiati attraverso un database utilizzato dal reparto antiterrorismo.

L’Italia si sta preparando per seguire il modello Corea del Sud, che sembra essere stato il più efficace. Eppure è bene tenere presente che in contesti politici e culturali diversi si è riusciti a limitare la diffusione non solo attraverso l’utilizzo di sistemi tecnologici, ma soprattutto grazie alla preparazione del protocollo da attuare in caso di epidemia, stabilito dopo la Sars del 2003 . Forse in Italia, così come negli altri Paesi europei impreparati a questo tipo di emergenza, l’uso intelligente dei big data potrebbe consentire di tenere sotto controllo l’avanzata del Coronavirus.

Chiaramente questo controllo fa sorgere una domanda in merito alla violazione della privacy. Ma l’idea italiana ed europea è quella di un “tracciamento fatto insieme”, attraverso il contributo libero, decentralizzato e rispettoso della privacy di ciascun cittadino. La trasparenza deve quindi essere la prerogativa dello Stato nell’informare la popolazione sui meccanismi di controllo e sull’utilizzo dei dati raccolti.

Secondo gli esperti di cybersecurity i criminali della rete starebbero approfittando delle paure e del caos mondiale per diffondere virus informatici attraverso contenuti a tema Coronavirus.

Come gli altri Paesi, anche gli Stati Uniti d’America starebbero studiando un modo per mappare la popolazione. Il governo ha infatti aperto un tavolo di lavoro con i giganti del web – Google, Facebook e altri big– per utilizzare i dati rilevati dal gps in modo da contenere la diffusione del virus Oltreoceano.

Intanto mentre il mondo intero lotta contro la pandemia, non mancano episodi di reati sulla rete legati al Coronavirus. Infatti ieri, i server dell’Istituto Spallanzani di Roma hanno subito un attacco da parte di hacker che avevano intenzione di rubare i dati sensibili di pazienti e donatori per rivenderli e il sito dell’Inps ha denunciato un tilt al sistema che avrebbe reso pubblici alcuni dati di soggetti privati. Già nelle scorse settimane si erano verificati altri casi di ciber-violazione: il sistema informatico del Dipartimento della Salute dei Servizi Umani degli Stati Uniti (HHS) e il Champaign-Urbana Public Health District dell’Illinois e il Brn University Hospital, in Repubblica Ceca.

Secondo gli esperti di cybersecurity i criminali della rete starebbero approfittando delle paure e del caos mondiale per diffondere virus informatici attraverso contenuti a tema Coronavirus. Quindi prestate attenzione a ciò che aprite e leggete.