Peter è egiziano, ma indossa la maglia dell’Italia. Ventisei anni, cordiale e sorridente, gestisce un piccolo locale dietro Sant’Ambrogio, nella tranquilla via Ausonio, in cui all’ora di pranzo è quasi impossibile trovare posto. «Dicono che siamo i migliori di Milano», afferma orgoglioso mentre serve panini, kebab e patatine. Dietro al bancone il pizzaiolo, oltre la classica pizza napoletana e il kebab, Peter prepara focacce, panini, piadine e stuzzichino. Mentre parla del suo lavoro, continua a badare alla cassa e ai piatti, senza mai perdere il filo del discorso. E il cugino, alle sue spalle, sorride mentre guarnisce una pizza. È la loro famiglia a gestire tutto quanto: «Siamo una società – scherza -: sono venuto in Italia per cercare lavoro, come tanti. Ho imparato qui a cucinare il kebab, prima non avevo mai provato». Sono tanti i locali come il suo a Milano, fioriti in pochi anni sull’onda della recente passione per il cibo esotico. Ma la concorrenza non spaventa Peter, che è qua da ormai sette anni: «Non è solo una moda – prosegue – ormai i milanesi si sono abituati a mangiare kebab. E credo che continueranno a farlo: è buono, veloce e costa poco. È lo stesso che si mangia in Egitto, senza particolari differenze». Non accade lo stesso, ad esempio, per il cibo italiano, spesso irriconoscibile se cucinato all’estero. Piccola curiosità: la carne tipica usata per il kebab, spiega Peter, non proviene dall’Italia o dall’Egitto ma dalla Germania: «Non siamo solo noi a importarla da lì, è la stessa cosa per chiunque faccia questo mestiere». I fattorini, tra una consegna e l’altra, si fermano a mangiare un pasto caldo prima di ripartire e affrontare il freddo del capoluogo lombardo. Alla domanda se sentano la nostalgia di casa, rispondono: «Siamo contenti del nostro lavoro e stiamo bene qui; l’unica difficoltà sono i ritmi della giornata e tutte queste ore consecutive, dalle dieci del mattino a mezzanotte». Anche la giornata tipo di Peter, dietro il bancone, inizia alle 10 di mattina e finisce a mezzanotte. Sabati e domeniche compresi. Ma al Natale non si rinuncia. La famiglia di Peter infatti è cristiana. Quando parla del suo Paese d’origine, Peter ammette che tra qualche anno vorrebbe tornare a viverci. «Se non mi cacciano via prima», dice con una risata amara.