Edward Hopper firmava le sue opere già a dieci anni. Sin da bambino adorava disegnare, e per esercitarsi copiava dai libri le illustrazioni. La sua arte è protagonista a Palazzo Reale con una mostra promossa dal Comune di Milano e dalla Fondazione Roma in collaborazione con il Whitney Museum of American Art di New York. Fino al prossimo 31 gennaio i visitatori avranno la possibilità di ammirare le opere del celebre pittore americano suddivise in sette sezioni. Le prime spaziano dagli autoritratti ai lavori da illustratore fino al periodo parigino: nel 1906, infatti, Edward Hopper arrivò in Europa e rimase affascinato da Parigi e dalla tecnica pittorica degli impressionisti. Un esempio è rappresentato dal celebre dipinto Soir Bleu.
La sezione intitolata “L’elaborazione di Hopper: dal disegno alla tela” ci permette di visionare alcuni delle bozze che il pittore realizzava prima di iniziare una sua opera: spesso disegnava dal vivo, a New York o in mezzo alla natura, alla ricerca della giusta ispirazione. E per comprendere a pieno l’importanza che i bozzetti rivestivano nel suo processo creativo, basti pensare che l’artista conservò quasi tutti questi disegni preparatori. Ne sono un esempio quelli che sfoceranno poi nel capolavoro Morning Sun del 1952, dove è protagonista una figura femminile distesa sul letto, illuminata dal sole del mattino, con lo sguardo rivolto fuori la finestra e in attesa di qualcosa che forse non verrà mai.
Secondo il critico Mark Strand, «nei quadri di Hopper ad accadere sono le cose che hanno a che fare con l’attesa. Le persone paiono non avere occupazioni di sorta. Sono come personaggi abbandonati dai loro copioni che ora, intrappolati nello spazio della propria attesa, devono farsi compagnia da sé, senza una chiara destinazione, senza futuro». Si denota così una sorta di sguardo cinematografico del pittore americano sul mondo: «C’è l’occhio che guarda dall’esterno dentro le stanze, i bar e gli uffici – scrive Goffredo Fofi nel catalogo della mostra – ed è qui che l’occhio della macchina diventa quello dello spettatore. È quest’occhio a dare il massimo valore al rapporto tra i personaggi e l’ambiente». Non solo Hopper prese spunto dal cinema, ma anche il cinema ne fu influenzato: basti pensare, ad esempio, al quadro House by the Railroad del 1925 che ispirò l’immaginario di Alfred Hitchcock e la tenebrosa Bates House del film Psycho.
Raccontano di Hopper che fosse un uomo di poche parole e dagli immensi silenzi, un po’ come quelli dei suoi personaggi meditabondi, isolati e distaccati psicologicamente all’interno di camere dove lo sguardo del pittore soddisfaceva il suo (e nostro) voyeurismo. A lui interessavano le figure umane e ancor di più lo spazio che esse occupavano, uno spazio simbolo della vita moderna, ma che spesso mancava dei segni della modernità: strade vuote, negozi senza clienti, stanze anonime. «Quello che vorrei dipingere è la luce del sole sulla parete di una casa». Una poetica semplice, quella di Edward Hopper, capace di scandagliare la realtà quotidiana degli Stati Uniti rivelandone la bellezza nei soggetti e nei luoghi più comuni. In nome di un realismo dal volto umano, anche troppo umano.