Slaccia e sfila l’elmetto, poi fa lo stesso con il giubbotto antiproiettile. Non toglie lo sguardo dalla camera e pare non credere nemmeno lui alle parole che pronuncia mentre gli uomini intorno a lui lo sollevano sulle spalle. Anas al Sharif è il giornalista di Al Jazeera che mercoledì 15 gennaio ha annunciato «un cessate il fuoco per tutti i cittadini e le cittadine di Gaza», direttamente dalla Striscia stessa.
Mercoledì 15 gennaio, prima il presidente statunitense eletto Donald Trump, poi l’uscente Joe Biden e il primo ministro qatariota Mohammed bin Abdulrahman bin Jassim al Thani hanno annunciato il raggiungimento di un accordo per il cessate il fuoco tra Israele ed Hamas.
Dopo 467 giorni di guerra pare che si sia raggiunta una possibile tregua. Dal 7 ottobre, con l’attacco di Hamas ai kibbutz israeliani, 1200 morti e 251 rapiti, nella Striscia di Gaza sono state uccise 46mila persone secondo il ministero della Salute. Di questi, 166 sono giornalisti, secondo l’International Federation of Journalists.
L’accordo è stato firmato a Doha nella notte tra giovedì 16 e venerdì 17 gennaio. Nelle ultime ore si attendeva il voto del Gabinetto israeliano prima della firma ufficiale, ma tutto è stato posticipato a sabato 18. Il governo di Tel Aviv dichiara che Hamas avrebbe fatto dei passi indietro su alcune questioni, ma si sospetta che il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu stia aspettando di sapere se l’ala più estrema dell’esecutivo, tra cui il Religious Zionist Party e l’Otzma Yehudit, lascerà il governo in protesta contro l’accordo come ha minacciato finora. I partiti del ministro delle Finanze Bezalel Smotrich e della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir sono infatti favorevoli al proseguimento dei combattimenti fino alla distruzione di Hamas.
L’accordo stabilirebbe tre fasi: liberazione di ostaggi e prigionieri, allontanamento dell’esercito israeliano dal corridoio di Netzarim, rientro dei gazawi dal Sud al Nord della Striscia.
La prima fase
Nell’arco di sei settimane l’Idf si ritirerebbe gradualmente della Striscia di Gaza, creando una zona cuscinetto di non più 700 metri dai confini con Israele. Da questa fascia sarebbe escluso il corridoio Netzarim, che taglia in due la Striscia da Est a Ovest, dove l’Idf resterebbe più a lungo. Nel primo giorno di cessate il fuoco, domenica 19 gennaio, Hamas rilascerebbe tre ostaggi, per poi continuare nelle settimane successive, fino alla liberazione di 33 persone. Si tratterebbe di donne e bambini, anziani e civili malati. In tutto si calcola che ad ora Hamas trattenga 94 persone catturate il 7 ottobre 2023, tra cui 13 donne e due bambini sotto i 5 anni. Si crede che un terzo dei prigionieri siano morti. In cambio, da Israele farebbero ritorno alcuni dei più di 10mila prigionieri palestinesi detenuti nelle carceri israeliane (190 secondo Al Jazeera, secondo altri un numero da definire dopo la liberazione dei primi ostaggi). Molti di loro (circa 3mila) si trovano in detenzione amministrativa e quindi sono detenuti senza accuse formali. Chi è condannato per aver ucciso un israeliano non entrerà a Gaza, ma sarà condotto in un non specificato “Paese terzo”. Israele ha inoltre posto il veto sulla liberazione di Marwān Barghūthī, capo delle Intifade. La priorità sarà data ai prigionieri anziani e malati e ai mille palestinesi prelevati dalla Striscia dopo lo scoppio della guerra, ma non correlati ai fatti 7 ottobre.
Al contempo dovrebbe incrementare il numero di camion che portano aiuti e cibo, per arrivare a circa 600 al giorno, riaprendo anche il valico di Rafah al confine con l’Egitto. Intanto i civili farebbero ritorno alle proprie terre, anche nel Nord della Striscia. Il 90% della popolazione è infatti sfollata. Non è chiaro come verrebbero effettuati i controlli per evitare lo spostamento di armi e miliziani. Dal 3 di febbraio dovrebbero iniziare i negoziati per la seconda fase dell’accordo.
La seconda fase
In questo periodo dovrebbero essere rilasciati tutti gli ostaggi rimasti e l’esercito israeliano si dovrebbe ritirare completamente dalla zona.
La terza fase
Infine, Hamas restituirebbe anche i corpi degli ostaggi morti. In questa fase l’Unione Europea ha dichiarato che fornirà un pacchetto di aiuti di 120 milioni di euro per la ricostruzione della Striscia di Gaza. Si stima che più del 60 % degli edifici siano stati distrutti.
Una coalizione di forze internazionali, tra cui Stati Uniti e Arabia Saudita, dovrebbe sostenere un nuovo governo all’interno della Striscia, guidato da una versione rinnovata dall’Autorità Palestinese che attualmente è a capo della Cisgiordania, ma appare indebolita.
Alcuni punti dell’accordo sono critici, come la vaghezza sulle fasi successive alla prima, le modalità e i tempi di ritiro dell’Idf e l’esplicita dichiarazione del premier Netanyahu sulla possibilità di riprendere gli attacchi in caso di violazione palestinese dei termini.
«La pace è una cosa strana, in genere viene da conflitti in cui uno sconfigge l’altro, non so se sia possibile ora. Forse per adesso basta non fare la guerra e aspettare che le nuove generazioni crescano e gestiscano la vicinanza e investano nella pace». Per Eric Salerno, già giornalista per Paese sera, poi per Il Messaggero come corrispondente da Gerusalemme per quasi trent’anni e adesso editorialista per l’Huffington Post, «le ultime ore servono per dirimere le questioni politiche interne sia ad Hamas che in Israele. Si sarebbe potuto raggiungere almeno otto mesi fa, anche un anno fa. Ora, però, non può saltare, con le minacce di Trump che non sono solo rivolte ad Hamas come potrebbe sembrare. Trump e Netanyahu non sono in buoni rapporti». Agli ultimi incontri e alla firma dell’accordo, oltre ai collaboratori di Biden era infatti presente l’inviato per il Medio Oriente del governo Trump, Steve Witkoff. In Israele alcuni esultano, ma «ad una buona parte non della popolazione interessano i palestinesi, e alcuni vogliono tutta la terra, “dal fiume al mare”. Non sono più molti quelli che una volta credevano che israeliani e palestinesi potessero vivere in pace», sottolinea Salerno.
Anche secondo Chiara Cruciati, vicedirettrice de Il Manifesto, «molte famiglie degli ostaggi sono favorevoli all’accordo che permetterà il ritorno dei loro familiari. L’hanno chiesto per tanto tempo. Al contempo, sono preoccupati: non si fidano molto del governo e temono che la tregua non regga. È una festa dolce-amara. Ma la gran parte della società israeliana, secondo i sondaggi, desidera che dopo il rientro degli ostaggi si riprenda l’offensiva».
«Se non ci sono sorprese, dopo il rilascio dei primi ostaggi l’Idf inizierà a ritirarsi. Secondo me, intanto i servizi segreti cominceranno a dare la caccia e uccidere i miliziani di Hamas all’estero», spiega Salerno. Per Cruciata, invece, «l’ultra-destra israeliana sta facendo pressioni per farsi promettere una ripresa dell’offensiva dopo il ritorno degli ostaggi. A mio avviso, Israele tenderà a far reggere l’accordo fin quando tutti saranno rientrati. Poi potrebbe verificarsi una situazione come quella con il Libano, con un cessate il fuoco formale ma sporadici attacchi israeliani». Per la vicedirettrice de Il Manifesto il punto cruciale riguarda la Cisgiordania, e qui torna in gioco Trump: «Si sono attesi mesi prima della firma per rendere ancora più inabitabile Gaza e per accelerare ferocemente l’occupazione in Cisgiordania, acquisendo nuove terre e allargando le colonie. In questo periodo è infatti apparso chiaro che la liberazione degli ostaggi era raggiungibile solo trattando e che la distruzione di Hamas non è possibile. Il governo di Netanyahu è convinto che in cambio della tregua, l’amministrazione Trump permetterà un maggior controllo sulla West Bank».
Nel suo saggio Hamas, il principe di Gaza Salerno ha scritto che dopo gli accordi di Oslo del 1993 in Israele si voleva una pace “ma senza i palestinesi. Anche Hamas voleva la pace, ma senza gli israeliani”. Oggi crede che sia ancora peggio: «Non è possibile una soluzione a due Stati senza un’idea di futuro. Funziona come slogan. Con l’accordo usciranno di prigione molti uomini di Hamas, torneranno freschi a arrabbiati, forze nuove per le milizie. Anche se gran parte della popolazione, più di prima, è arrabbiata e delusa da Hamas, non ci sarà un governo senza di esso».
È scettica sul futuro, Cruciati: «Negli ultimi tempi ci sono stati incontri tra le fazioni palestinesi per discutere della gestione della Striscia dopo la guerra. L’Autorità Palestinese da molte tempo non ha consenso tra la popolazione. Per accreditarsi agli occhi di Trump ha condotto delle operazioni violente in Cisgiordania, soprattutto a Jenin, con modalità simili a quelle israeliane. Questo ha provocato un crollo del consenso. Se l’intenzione della comunità internazionale è di puntare sull’Autorità Palestinese per il governo della Striscia in futuro non è detto che venga ben accolta dalla popolazione palestinese. Israele è contraria a questa soluzione ma non si capisce chi dovrebbe gestire Gaza. Sono processi complessi che richiedono tempo», conclude.
Intanto, dall’annuncio di mercoledì, l’esercito israeliano ha continuato a bombardare Gaza uccidendo circa 80 persone. Alcune di loro erano rifugiate nella scuola di al Zeitoun, nella zona Est di Gaza City.