È attraverso uno schermo e una videochiamata su Skype che incontro il professore Antonino Giorgi. «Scusa per la fretta», mi dice nelle prime battute. La nostra conversazione durerà più di venti minuti. Lo spazio di immergersi gradualmente nella spiegazione del valore della legalità e delle norme, ma soprattutto del potere psichico della criminalità organizzata.

Psicologo, presidente del Centro di Vittimologia Clinica e docente di Psicologia all’università Cattolica di Brescia, “Toni” Giorgi da più di venti anni si occupa di psicologia dei fenomeni mafiosi. «Fare antimafia sociale in Sicilia o a Padova è molto diverso, sono proprio diverse le motivazioni. Dipende sempre da ciò che uno ha dentro di sé, quali sono i valori», racconta. «Spesso ci concentriamo su ciò che non ci piace della criminalità organizzata, ciò da cui siamo distanti. Ma dovremmo guardare anche a ciò che ci piace, che ci affascina, alla dimensione immaginifica del potere e della certezza della mafia. Se uno dei film più visti al mondo è Il Padrino, ci sarà una ragione».

 

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Toni Giorgi

Uno dei punti di partenza è la consapevolezza. Ed è proprio con lo scopo di formare coscienze attive e reattive che l’11 novembre verrà avviato il progetto Ri-accendiamo la Luce, risultato della collaborazione tra varie realtà del territorio bresciano. «L’iniziativa nasce come continuazione di “Accendiamo la luce”,  progetto finanziato nel 2017 dalla Regione Lombardia», racconta il professore. «Se in una prima fase ci siamo occupati di formare operatori esperti, supportando le vittime di mafia da un punto di vista psicologico, economico, legale e sociale, oggi ci concentriamo anche sulla prevenzione, spiegando cosa sia il fenomeno mafioso e come si dipani dentro le trame delle comunità al Nord». Se molto può l’individuo, ancora di più può la collettività. Serve creare connessioni. «Pensare che un progetto del genere possa avere effetto nel breve termine è illusorio. È fondamentale infatti fare rete, coinvolgendo varie realtà». Ed è proprio per perseguire questo scopo che nasce il Network istituzionale per il contrasto al fenomeno mafioso, composto da ventiquattro enti di diversa natura giuridica: dalla Camera di Commercio del comune di Brescia al Comune stesso, passando per le associazioni antimafia e arrivando, ovviamente, a università e scuole. «Il contrasto al fenomeno è un’attività interdisciplinare, proprio perché i bisogni della vittima di mafia sono trans-disciplinari», spiega Giorgi. «Occorre il gioco di squadra e di intenti, perché il rischio è che il vissuto della vittima si trasformi in isolamento e difficoltà. Un difficoltà per ora soprattutto economica. La pandemia per le mafie è “un invito a nozze”, poiché le ingenti somme di denaro in loro possesso sono a disposizione degli imprenditori. E l’usura è ora il reato più frequente».

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Tra le iniziative avviate, tre spettacoli teatrali e numerosi incontri nelle scuole. E, come nel 2017, la presenza di uno sportello telefonico di ascolto e di una email attivi ventiquattro ore al giorno. «Siamo consapevoli che quello che stiamo realizzando sia un passo molto in avanti. Parlare di mafia nelle comunità del Nord significa trovare ancora delle resistenze anche ingenue, nel senso che le persone davvero si chiedano se il fenomeno esista qui», spiega Giorgi. Per questa ragione la modalità di azione è una e precisa. Un processo dal basso, cercando il dialogo con coloro che sono i punti di contatto e riferimento all’interno della comunità. «Facciamo riunioni con preti, associazioni, direttori di banca e molti altri che si pongo come sentinelle del territorio. La speranza è quella di intercettare quei bisogni che non emergono da normali indagini, ma che vengono illuminati proprio grazie al passaparola e ai racconti tra persone di fiducia».