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	<title>magzine &#187; quartiere</title>
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	<description>un progetto della Scuola di giornalismo dell&#039;Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano</description>
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		<title>Grigio Natale in via Osoppo</title>
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		<pubDate>Wed, 10 Jan 2024 16:21:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Ginevra Gori]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nessuna luminaria, poca allegria e un’atmosfera cupa, anzi indifferente. A Milano, quest’anno, sembra che lo spirito delle Feste non sia riuscito ad accendere cuori e vetrine. Saranno la consueta crisi ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="4032" height="3024" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2023/12/foto-Natale-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="foto Natale 1" /></p><p>Nessuna luminaria, poca allegria e un’atmosfera cupa, anzi indifferente. <mark class='mark mark-yellow'>A Milano, quest’anno, sembra che lo spirito delle Feste non sia riuscito ad accendere cuori e vetrine</mark>. Saranno la consueta crisi o i venti di guerra. Lo si vede nelle strade, sui volti dei passanti impegnati nel dovere più che nel piacere di fare acquisti e nei centri nevralgici di quello che, in un tempo neppure troppo lontano, era il febbrile shopping prenatalizio: i mercati. In via Osoppo, il giovedì mattina, una babele di etnie si confonde nella rigida aria dicembrina. L’ambulante egiziano degli addobbi richiama a sé potenziali clienti. Nessuno sorride, al massimo forzano un <em>buongiorno </em>scavando tra cappelli da <em>Santa Claus</em> e rotoli di carta regalo. Anche Habil ne indossa uno ma i suoi modi bruschi tradiscono una certa insofferenza, altro che magia del Natale. In mezzo a quei piccoli automi c’è Caterina, pugliese di Gioia del Colle: «Ho comprato qualcosa per abbellire la tavolata, a cena la sera della Vigilia saremo in tredici. Però ho speso molto meno rispetto agli anni scorsi. Non ho neanche fatto l’albero» dichiara.</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>La mensa è a pochi passi dal mercato, in piazza Velazquez. Alle undici una fila ordinata sta già iniziando a formarsi: uomini e donne nascondono i volti nei cappucci per non farsi riconoscere. Alcuni escono con carrellini pieni e si dirigono alla fermata del tram 16 lì di fronte. Quella fermata è lo spartiacque che separa il mondo di chi il companatico può ancora permetterselo da quello di chi è costretto a chiederlo</span></p>
<p>Basta attraversare l’affollato corridoio che separa le bancarelle per arrivare da Olga, venditrice russa di piante e fiori. Di lei, colpisce subito l’ostinato buon umore mentre racconta: «Le vendite sono calate del quaranta percento dal 2022. Si fanno pochi affari, ma almeno il martedì e il sabato, in viale Papiniano, c’è sempre qualcuno che spende in tronchi di pino, stelle e vischio dalle bacche rosse». <mark class='mark mark-yellow'>Dello stesso avviso è Davide, il commerciante di giocattoli che gli affari dei bei tempi fatica a ricordarli: «Per fare contenti i bambini si fanno sacrifici, eppure non è come gli altri anni. I soldi che girano sono pochi e con tutte le disgrazie che stanno accadendo nel mondo&#8230;»</mark>. Al carretto delle leccornie compaiono inaspettatamente tre Terziarie di San Francesco, abito bianco e tanta speranza negli occhi. Suor Jannette, Suor Karina e Suor Corinne qui sono di casa tutti i giovedì, dove vengono per acquistare caramelle e dolcetti da regalare ai ragazzini della parrocchia: «A Natale, ci piace distribuire generi alimentari e frutta. Ciò che avanza va alla mensa qui vicino, dove i numeri sono aumentati parecchio negli ultimi mesi».</p>
<p>La mensa è quella a pochi passi dal mercato, in piazza Velazquez. Alle undici una fila ordinata sta già iniziando a formarsi: uomini e donne nascondono i volti nei cappucci per non farsi riconoscere. Alcuni escono con carrellini pieni e si dirigono alla fermata del tram 16 lì di fronte. <mark class='mark mark-yellow'>Quella fermata, collocata proprio a metà tra via Osoppo e l’ingresso del refettorio, è lo spartiacque che separa il mondo di chi il companatico può ancora permetterselo da quello di chi è costretto a chiederlo</mark>. Qualche metro dopo, lungo la via, c’è il forno di Manuela. Un’istituzione del quartiere: «Il pane lo vendo ancora a 5 euro al chilo e decoro solo la vetrina per i bambini, che in questo periodo vengono a comprare i biscotti di Natale» confessa con tono rassegnato. Poi continua: «Nella zona l’atmosfera è cambiata. Una volta, la gente era felice, non vedeva l’ora di fare acquisti al mercato e passava anche di qua per fare uno spuntino. Ora, sembra che le Feste non interessino».</p>
<p>Dieci minuti di camminata portano in piazza Bande Nere. Si intravede il banco solitario di un ambulante bengalese. Sembra non capisca l’italiano, o forse non ha semplicemente nulla da dire. Su un lato della piazza, un corriere scarica all’ingresso della gioielleria di Paola, che ritira i suoi pacchetti e si ferma per un attimo sulla soglia: «Sta andando malissimo. Io vendo gioielli di seconda mano, soprattutto anelli, ma i guadagni sono diminuiti del 50% nell’ultimo anno. La gente non ha soldi, anche i clienti abituali ormai non vengono. Per me, le Feste natalizie non sono mai state così deprimenti. In una situazione del genere, se non hai le spalle larghe non ce la fai». <mark class='mark mark-yellow'>Il Comune, che risparmia sulle luminarie, quest’anno ha puntato sugli eventi nella <em>Zona 6</em>. Come la pista di pattinaggio gratuita, allestita però al Lorenteggio. Niente salva il quartiere (e la città) da un annichilimento invernale quasi inevitabile. Persino la neve, l’ultimo dei simboli romantici, non cade più. Qualcuno salvi il Natale</mark>.</p>
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		<title>Giambellino, come ti rispondo alla gentrification</title>
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		<pubDate>Tue, 21 Jan 2020 10:12:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Giovanni Domaschio]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[A ridosso di una metropoli in continuo cambiamento come Milano,il quartiere Giambellino sta subendo una profonda trasformazione, sia sul piano urbanistico che nel suo tessuto sociale. Anni di iniziative di ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="700" height="410" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/01/0004FB31-pubblicata-la-lista-dei-26-progetti-vincitori-dell-edizione-2018-a-milano-un-milione-di-euro-10-mesi-di-tempo.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="0004FB31-pubblicata-la-lista-dei-26-progetti-vincitori-dell-edizione-2018-a-milano-un-milione-di-euro-10-mesi-di-tempo" /></p><p>A ridosso di una metropoli in continuo cambiamento come Milano,<mark class='mark mark-yellow'>il quartiere Giambellino sta subendo una profonda trasformazione, sia sul piano urbanistico che nel suo tessuto sociale.</mark> Anni di iniziative di aggregazione e <em>welfare</em> sociale lo hanno reso un vero e proprio laboratorio. E si chiama proprio &#8220;laboratorio di quartiere Giambellino-Lorenteggio&#8221; l&#8217;associazione di volontariato che riunisce professionisti ed abitanti, coordinando anche l&#8217;azione degli altri enti privati presenti sul territorio. Così, i cittadini rispondono in modo creativo alla cosiddetta <em>gentrification</em>.</p>
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<li style="text-align: justify;"><a href="http://www.magzine.it/giambellino-il-laboratorio-sociale-per-far-dialogare-il-quartiere/">Giambellino, il Laboratorio sociale per fare dialogare il quartiere</a></li>
<li style="text-align: justify;"><a href="http://www.magzine.it/vivere-al-giambellino-le-sfide-della-riqualificazione/">Vivere al Giambellino, le sfide della riqualificazione</a></li>
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		<title>Vivere al Giambellino, le sfide della riqualificazione</title>
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		<pubDate>Tue, 21 Jan 2020 10:11:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Giovanni Domaschio]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#8220;Un piano di demolizione si può trasformare in riqualificazione, grazie agli sforzi comuni della cittadinanza. Perché questo quartiere non si arrende di fronte alle esigenze economiche di Milano&#8221;. Così Alice Ranzini, ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1825" height="1080" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2019/12/giambellino.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="giambellino" /></p><p><mark class='mark mark-yellow'>&#8220;Un piano di demolizione si può trasformare in riqualificazione, grazie agli sforzi comuni della cittadinanza. Perché questo quartiere non si arrende di fronte alle esigenze economiche di Milano&#8221;.</mark> Così <strong>Alice Ranzini</strong>, dottoranda in urbanistica e da tempo membro attivo del Laboratorio di Quartiere di Giambellino, riassume la piccola lotta territoriale che gli abitanti del quartiere sostengono da alcuni anni.</p>
<p><strong>Cosa differenzia Giambellino da altre zone periferiche di Milano? </strong></p>
<p>«<mark class='mark mark-yellow'>Nel quartiere c’è sempre stata una tradizione di sport, sostegno sociale, intervento sulle marginalità. È un territorio che da tempo lavora sugli abitanti e sui presìdi sociali.</mark> Non è un caso quindi che alcune realtà come la cooperativa Comunità del Giambellino dal ’79 siano lì ed abbiano i loro presìdi in quel territorio. Anche le parrocchie hanno svolto da sempre un grande lavoro di <em>welfare</em>. È quest’eredità che rende il quartiere particolare, e d’altra parte anche il fatto che è comunque una zona molto mista socialmente. Questa è stata la sua fortuna nella sfortuna di essere una periferia molto marginale: in Giambellino, anche per la distribuzione dei vari tipi di edilizia presenti, case popolari insieme a case private, si è vista nascere una grande commistione tra i vari ceti sociali. Nelle scuole e nelle strade s’incontravano diversi tipi di persone».</p>
<p><strong>Come mai parla al passato? Non è più così?</strong></p>
<p>«Adesso succede molto meno: la gente fa più fatica ad incontrarsi. Rimane comunque un territorio abbastanza misto, in cui si trovano a convivere persone molto differenti. Giambellino sta sempre di più diventando risorsa della città, e sta vivendo tante trasformazioni interessanti che, da un certo punto di vista, rispondono a diverse questioni irrisolte del territorio, che da tempo non erano trattate, ma questo cambierà la faccia del quartiere.<span class='quote quote-left header-font'>C’è un chiaro disegno di gentrificazione, che per interessi economici porterà famiglie benestanti a popolare il quartiere.</span> Questo aprirà uno scenario di conflitto tra i nuovi abitanti e la popolazione storica, poco rappresentata in città. Io sinceramente sono un po’ preoccupata».</p>
<p><strong>Il Laboratorio è nato proprio per rispondere a questo cambiamento. Come è partito e che risultati ha ottenuto finora?</strong></p>
<p>«<mark class='mark mark-yellow'>Siamo nati nel 2009 proprio attorno ad una volontà di ricomposizione dei legami sociali, partendo dalla consapevolezza che siamo in un quartiere molto frammentato e misto.  Grazie al processo che abbiamo messo in atto ci portiamo dietro da dieci anni delle relazioni forti, stabili e intense tra le organizzazioni e con gli abitanti, al punto che alcune attività come la scuola di arabo e quella d’italiano sono gestite interamente da volontari.</mark> Grazie a questa capacità di mobilitazione, nel momento in cui c’è stata l’ipotesi d’abbattimento del quartiere, attraverso il Laboratorio sono state promosse delle petizioni, che hanno permesso d’ottenere un piano di riqualificazione al posto delle ruspe. Un traguardo molto importante per noi, ne andiamo molto fieri».</p>
<p><strong>In vista di questa riqualificazione, come cambierà il ruolo del Laboratorio di Quartiere?</strong></p>
<p>«Credo che il contatto con i cittadini emarginati sia l’obiettivo del presente.<span class='quote quote-left header-font'>La città guarda ad un certo tipo di abitante, che possa soddisfare interessi economici e di consumo, mentre molti dei vecchi residenti di Giambellino sono sotto-rappresentati perché sono stranieri</span>, e quindi senza diritto di voto, il che non li rende elettori appetibili per chi ha il potere di cambiare le cose, ed anche perché una parte dei residenti non è stabile sul territorio, ma è invece estremamente mobile, e questo rende più difficile rappresentarne gli interessi e capirne i desideri.<mark class='mark mark-yellow'>Per fortuna, le numerose occasioni d’incontro tra persone molto diverse favoriscono il nostro obiettivo, facilitando la tenuta sociale del territorio: i centri d’aggregazione, presenti in quartiere, in cui ragazzi del liceo Marconi partecipano alle attività assieme a quelli degli istituti professionali, sono luoghi veramente interessanti in cui gli adolescenti si confrontano su esperienze di vita molto diverse e le rielaborano.</mark> In fondo, la ricchezza di Giambellino è l’incontro della diversità, in termini culturali, ma anche di differenze socioeconomiche.».</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Giambellino, il Laboratorio sociale per far dialogare il quartiere</title>
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		<pubDate>Tue, 21 Jan 2020 10:05:19 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="960" height="720" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/01/scendi-il-giambellino.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="scendi-il-giambellino" /></p><p>«Le periferie milanesi sono di tre tipi: ex paesotti uniti alla città negli anni Venti; gli ultimi quartieri popolari edificati nel dopoguerra, come Quarto Oggiaro, spesso remoti e dimenticati; e realtà come il Giambellino, nate prima della Seconda Guerra mondiale a ridosso delle antiche mura di Milano». Così esordisce <strong>Dario Anzani</strong>, educatore della cooperativa sociale &#8220;Comunità&#8221; del Giambellino, parlando del quartiere in cui opera.<span class='quote quote-left header-font'>Abitanti e lavoratori lo descrivono come un territorio misto, in cui gli incontri tra persone e storie molto differenti sono all’ordine del giorno.</span></p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Le case che sorgono tutt’intorno al parco di via Odazio raccontano una storia di differenze e di mescolanza tra classi sociali, con condomini privati che si alternano ad edilizia popolare in mano al Comune o all’Aler, azienda controllata dalla Regione.</mark> Il &#8220;Laboratorio di quartiere Giambellino-Lorenteggio&#8221; nasce proprio in questo contesto, con l’obiettivo di rispondere alle esigenze di una realtà in trasformazione e in cui spesso il Comune non arriva a fornire servizi sufficienti. A dieci anni di distanza,<mark class='mark mark-yellow'>il Laboratorio si presenta come un’associazione che da un lato è sostenuta dal costante impegno di numerosi volontari, dall’altro riunisce e coordina associazioni e cooperative anche molto diverse tra loro.</mark></p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Le attività svolte all’interno della “casetta verde”, sede dell’associazione, vanno dalle lezioni d’italiano a quelle di arabo, dalla danza al teatro, a molte altre iniziative pensate per coinvolgere gli abitanti lungo il corso dell’anno, come il giardinaggio, la pulizia dei cortili ed eventi come il cinema all’aperto.</mark> Quest’offerta di servizi e socialità si inserisce in un contesto che oggi è più che mai critico, dato che molti inquilini delle case popolari vivono nella consapevolezza che la propria abitazione sarà presto abbattuta, perché così prevede il progetto di riqualificazione del quartiere. «Sapendo che presto si dovranno spostare – spiega Anzani -, questi abitanti non investono molto nelle relazioni sociali».</p>
<p>Oltre a questa situazione di precarietà, non sembra nemmeno esserci un piano chiaro da parte di Comune e Regione per garantire coesione sociale. Ormai da un decennio l’Aler è in gravi difficoltà economiche, perché ottenere utili dalla gestione delle case popolari è una scommessa persa in partenza, e questo ha spinto la società non solo a vendere ai privati quando possibile, ma anche a non restaurare gli appartamenti divenuti inagibili. È così che si delinea il ritratto di un’area abbandonata a sé stessa, e che non affonda solo grazie all’iniziativa dei suoi abitanti, che hanno modo di coordinarsi grazie agli sforzi del Laboratorio di Quartiere.</p>
<p>Il dialogo che si è creato, nel tempo, con le istituzioni locali, ha anche portato gli abitanti ad ottenere, tramite petizioni e manifestazioni, la promessa di una riqualificazione di parte degli stabili popolari.<mark class='mark mark-yellow'>La speranza, oggi, è quella di permettere al quartiere, da sempre multiculturale, di non perdere la propria identità, a fronte di un processo di gentrificazione guidato da interessi economici e dalle nuove esigenze della “Milano da bere”, una città sempre più interessata ad attrarre turisti, studenti e giovani professionisti.</mark></p>
<p>In questo processo, il nome del Laboratorio di Quartiere è quantomai azzeccato. Giambellino stesso, infatti, è un laboratorio, un’area in cui osservare ed imparare come i privati cittadini possono reagire a dei cambiamenti che prima o poi coinvolgeranno molte altre zone di Milano.</p>
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