«Le periferie milanesi sono di tre tipi: ex paesotti uniti alla città negli anni Venti; gli ultimi quartieri popolari edificati nel dopoguerra, come Quarto Oggiaro, spesso remoti e dimenticati; e realtà come il Giambellino, nate prima della Seconda Guerra mondiale a ridosso delle antiche mura di Milano». Così esordisce Dario Anzani, educatore della cooperativa sociale “Comunità” del Giambellino, parlando del quartiere in cui opera.Abitanti e lavoratori lo descrivono come un territorio misto, in cui gli incontri tra persone e storie molto differenti sono all’ordine del giorno.

Le case che sorgono tutt’intorno al parco di via Odazio raccontano una storia di differenze e di mescolanza tra classi sociali, con condomini privati che si alternano ad edilizia popolare in mano al Comune o all’Aler, azienda controllata dalla Regione. Il “Laboratorio di quartiere Giambellino-Lorenteggio” nasce proprio in questo contesto, con l’obiettivo di rispondere alle esigenze di una realtà in trasformazione e in cui spesso il Comune non arriva a fornire servizi sufficienti. A dieci anni di distanza,il Laboratorio si presenta come un’associazione che da un lato è sostenuta dal costante impegno di numerosi volontari, dall’altro riunisce e coordina associazioni e cooperative anche molto diverse tra loro.

Le attività svolte all’interno della “casetta verde”, sede dell’associazione, vanno dalle lezioni d’italiano a quelle di arabo, dalla danza al teatro, a molte altre iniziative pensate per coinvolgere gli abitanti lungo il corso dell’anno, come il giardinaggio, la pulizia dei cortili ed eventi come il cinema all’aperto. Quest’offerta di servizi e socialità si inserisce in un contesto che oggi è più che mai critico, dato che molti inquilini delle case popolari vivono nella consapevolezza che la propria abitazione sarà presto abbattuta, perché così prevede il progetto di riqualificazione del quartiere. «Sapendo che presto si dovranno spostare – spiega Anzani -, questi abitanti non investono molto nelle relazioni sociali».

Oltre a questa situazione di precarietà, non sembra nemmeno esserci un piano chiaro da parte di Comune e Regione per garantire coesione sociale. Ormai da un decennio l’Aler è in gravi difficoltà economiche, perché ottenere utili dalla gestione delle case popolari è una scommessa persa in partenza, e questo ha spinto la società non solo a vendere ai privati quando possibile, ma anche a non restaurare gli appartamenti divenuti inagibili. È così che si delinea il ritratto di un’area abbandonata a sé stessa, e che non affonda solo grazie all’iniziativa dei suoi abitanti, che hanno modo di coordinarsi grazie agli sforzi del Laboratorio di Quartiere.

Il dialogo che si è creato, nel tempo, con le istituzioni locali, ha anche portato gli abitanti ad ottenere, tramite petizioni e manifestazioni, la promessa di una riqualificazione di parte degli stabili popolari.La speranza, oggi, è quella di permettere al quartiere, da sempre multiculturale, di non perdere la propria identità, a fronte di un processo di gentrificazione guidato da interessi economici e dalle nuove esigenze della “Milano da bere”, una città sempre più interessata ad attrarre turisti, studenti e giovani professionisti.

In questo processo, il nome del Laboratorio di Quartiere è quantomai azzeccato. Giambellino stesso, infatti, è un laboratorio, un’area in cui osservare ed imparare come i privati cittadini possono reagire a dei cambiamenti che prima o poi coinvolgeranno molte altre zone di Milano.