“Un piano di demolizione si può trasformare in riqualificazione, grazie agli sforzi comuni della cittadinanza. Perché questo quartiere non si arrende di fronte alle esigenze economiche di Milano”. Così Alice Ranzini, dottoranda in urbanistica e da tempo membro attivo del Laboratorio di Quartiere di Giambellino, riassume la piccola lotta territoriale che gli abitanti del quartiere sostengono da alcuni anni.

Cosa differenzia Giambellino da altre zone periferiche di Milano? 

«Nel quartiere c’è sempre stata una tradizione di sport, sostegno sociale, intervento sulle marginalità. È un territorio che da tempo lavora sugli abitanti e sui presìdi sociali. Non è un caso quindi che alcune realtà come la cooperativa Comunità del Giambellino dal ’79 siano lì ed abbiano i loro presìdi in quel territorio. Anche le parrocchie hanno svolto da sempre un grande lavoro di welfare. È quest’eredità che rende il quartiere particolare, e d’altra parte anche il fatto che è comunque una zona molto mista socialmente. Questa è stata la sua fortuna nella sfortuna di essere una periferia molto marginale: in Giambellino, anche per la distribuzione dei vari tipi di edilizia presenti, case popolari insieme a case private, si è vista nascere una grande commistione tra i vari ceti sociali. Nelle scuole e nelle strade s’incontravano diversi tipi di persone».

Come mai parla al passato? Non è più così?

«Adesso succede molto meno: la gente fa più fatica ad incontrarsi. Rimane comunque un territorio abbastanza misto, in cui si trovano a convivere persone molto differenti. Giambellino sta sempre di più diventando risorsa della città, e sta vivendo tante trasformazioni interessanti che, da un certo punto di vista, rispondono a diverse questioni irrisolte del territorio, che da tempo non erano trattate, ma questo cambierà la faccia del quartiere.C’è un chiaro disegno di gentrificazione, che per interessi economici porterà famiglie benestanti a popolare il quartiere. Questo aprirà uno scenario di conflitto tra i nuovi abitanti e la popolazione storica, poco rappresentata in città. Io sinceramente sono un po’ preoccupata».

Il Laboratorio è nato proprio per rispondere a questo cambiamento. Come è partito e che risultati ha ottenuto finora?

«Siamo nati nel 2009 proprio attorno ad una volontà di ricomposizione dei legami sociali, partendo dalla consapevolezza che siamo in un quartiere molto frammentato e misto.  Grazie al processo che abbiamo messo in atto ci portiamo dietro da dieci anni delle relazioni forti, stabili e intense tra le organizzazioni e con gli abitanti, al punto che alcune attività come la scuola di arabo e quella d’italiano sono gestite interamente da volontari. Grazie a questa capacità di mobilitazione, nel momento in cui c’è stata l’ipotesi d’abbattimento del quartiere, attraverso il Laboratorio sono state promosse delle petizioni, che hanno permesso d’ottenere un piano di riqualificazione al posto delle ruspe. Un traguardo molto importante per noi, ne andiamo molto fieri».

In vista di questa riqualificazione, come cambierà il ruolo del Laboratorio di Quartiere?

«Credo che il contatto con i cittadini emarginati sia l’obiettivo del presente.La città guarda ad un certo tipo di abitante, che possa soddisfare interessi economici e di consumo, mentre molti dei vecchi residenti di Giambellino sono sotto-rappresentati perché sono stranieri, e quindi senza diritto di voto, il che non li rende elettori appetibili per chi ha il potere di cambiare le cose, ed anche perché una parte dei residenti non è stabile sul territorio, ma è invece estremamente mobile, e questo rende più difficile rappresentarne gli interessi e capirne i desideri.Per fortuna, le numerose occasioni d’incontro tra persone molto diverse favoriscono il nostro obiettivo, facilitando la tenuta sociale del territorio: i centri d’aggregazione, presenti in quartiere, in cui ragazzi del liceo Marconi partecipano alle attività assieme a quelli degli istituti professionali, sono luoghi veramente interessanti in cui gli adolescenti si confrontano su esperienze di vita molto diverse e le rielaborano. In fondo, la ricchezza di Giambellino è l’incontro della diversità, in termini culturali, ma anche di differenze socioeconomiche.».