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	<title>magzine &#187; Luca Baldini</title>
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	<description>un progetto della Scuola di giornalismo dell&#039;Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano</description>
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		<title>l&#8217;IJF25: quel che resta del Festival</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Apr 2025 08:14:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Luca Baldini]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Anche quest’anno Perugia si è trasformata e per cinque giorni ha cambiato veste, diventando il fulcro del giornalismo mondiale. Il Festival Internazionale del Giornalismo ha animato la città e, dal ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="2500" height="1667" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/04/PG.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="PG" /></p><p><span style="font-weight: 400;">Anche quest’anno Perugia si è trasformata e per cinque giorni ha cambiato veste, diventando il fulcro del giornalismo mondiale. <mark class='mark mark-yellow'>Il <strong>Festival Internazionale del Giornalismo</strong> ha animato la città e, <strong>dal 9 al 13 aprile</strong>,</mark> ne ha mutato i connotati: cambiano gli argomenti di discussione e le persone che abitano le vie del capoluogo umbro, che si tramuta in un </span><i><span style="font-weight: 400;">melting pot</span></i><span style="font-weight: 400;">, una comunità di individui di diversa nazionalità che si confrontano su tematiche di attualità e di grande importanza sociale. Un crogiolo che dura appena qualche istante, perché nello spazio di poco tempo tutto torna alla “normalità”. <strong>Seicento </strong></span><strong><em>speakers</em></strong><span style="font-weight: 400;"> (tra giornalisti, attivisti, accademici e pionieri dell&#8217;innovazione mediatica) e oltre <strong>duecento eventi</strong> organizzati in varie strutture sparse per il centro storico di Perugia hanno caratterizzato questa edizione del Festival.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Innumerevoli i temi affrontati nei vari </span><i><span style="font-weight: 400;">panel</span></i><span style="font-weight: 400;">, che hanno scandito le giornate con un ritmo incalzante. <mark class='mark mark-yellow'>Tra le tematiche discusse, alcune hanno quasi monopolizzato il dibattito: la narrazione dei conflitti che ormai stanno modificando gli equilibri politici e sociali mondiali; la crisi del diritto internazionale; l’intelligenza artificiale; il collasso dell&#8217;ecosistema informativo; il giornalismo sotto attacco e il clima. E, tra gli altri, di particolare rilevanza è il tema della libertà di stampa, oggi in pericolo come mai.</mark> Non solo: </span><span style="font-weight: 400;">materie diverse si sono spesso intrecciate, offrendo punti di vista e spunti di riflessione inediti e inaspettati. Un quadro, quello tracciato dagli organizzatori dell’evento e da chi vi ha partecipato, che pone il giornalismo come forma di resistenza vitale, proprio perché ascoltare le voci che da ogni parte del mondo raccontano come si sopravvive a questi attacchi alla democrazia, è quantomeno necessario. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Per farlo, è importante lavorare su due piani paralleli e sinergici: il dibattito e l’apprendimento di strumenti tecnici concreti. Due aspetti che sono stati entrambi contemplati nella proposta del Festival. Se da un lato ci si è spesso dedicati a riflessioni teoriche di principio e di idee, non sono mancati incontri più pragmatici e settoriali ma al tempo stesso davvero stimolanti per i professionisti della materia. Il che ha reso possibile partecipare a discussioni su come si possa raccontare la guerra, per trovarsi solo mezz’ora dopo ad apprendere quali sono gli strumenti che l’intelligenza artificiale offre per contrastare la </span><i><span style="font-weight: 400;">misinformation</span></i><span style="font-weight: 400;">, passando poi ad affrontare la tematica della differenza di genere, per finire a imparare i </span><i><span style="font-weight: 400;">tool </span></i><span style="font-weight: 400;">più efficaci per svolgere le investigazioni su Telegram. Il Festival è infatti un condensato di stimoli, che consentono di crescere dal punto di vista professionale, umano e pratico e di potenziare tutte le proprie capacità allo stesso tempo.</span></p>
<div id="attachment_79909" style="width: 1024px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/04/1744793158220.jpg"><img class="wp-image-79909 size-large" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/04/1744793158220-1024x769.jpg" alt="Interno di Palazzo Cesaroni" width="1024" height="769" /></a><p class="wp-caption-text">Interno di Palazzo Cesaroni</p></div>
<p><span style="font-weight: 400;">Anche le </span><i><span style="font-weight: 400;">locations </span></i><span style="font-weight: 400;">hanno dato valore aggiunto a quella che, in fondo, più che una rassegna di incontri è un laboratorio di confronto: <mark class='mark mark-yellow'><strong>Palazzo Cesaroni, il Teatro del Pavone e il suggestivo Auditorium San Francesco al Prato</strong> sono state solo alcune delle splendide cornici all’interno delle quali hanno preso posto gli spettatori.</mark> Turisti e residenti che si mischiano ai giornalisti, italiani e stranieri, liberi di spostarsi da un </span><i><span style="font-weight: 400;">panel </span></i><span style="font-weight: 400;">all’altro. E proprio la <strong>gratuità</strong> del Festival è uno degli elementi distintivi e che lo caratterizzano: ogni incontro è ad ingresso libero </span><span style="font-weight: 400;">e chiunque vi può partecipare: sinonimo dell&#8217;inclusività di un evento che non lascia indietro nessuno e che punta ad avvicinare chiunque sia interessato al dialogo e all’informazione. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">L&#8217;entusiasmo qui è condiviso perché accomuna sia chi del giornalismo vorrebbe farne la propria professione, chi professionista lo è già e chi, più semplicemente, apprezza il </span><i><span style="font-weight: 400;">sapore </span></i><span style="font-weight: 400;">della buona informazione. Ma anche coloro i quali sono legati ad una stampa pluralista e costantemente aggiornata, rischiano di dover fare i conti con una realtà che, pian piano, sta cambiando forma, a discapito dei lettori. I recenti tagli <strong>USAID</strong> (</span><span style="font-weight: 400;"><em>United States Agency for International Development</em>)</span><span style="font-weight: 400;">, decisi dall’attuale amministrazione Trump, sono stati una delle tematiche più discusse durante i cinque giorni del Festival, e colpiranno indistintamente diverse redazioni e ONG che operano per garantire un ambiente sicuro ai giornalisti, lasciando un vuoto difficile da colmare. Il crollo dei finanziamenti pubblici cambierà il settore giornalistico, che si vedrà costretto a competere con iniziative relative a salute, scienza ed educazione, per riuscire ad avere accesso a nuovi fondi. La chiave, come sostenuto da molti dei relatori presenti a Perugia, potrebbe essere quella di differenziare le fonti di reddito e di creare reti collaborative tra i vari giornali. Un passaggio non semplice, vista anche la competitività che caratterizza il settore, ma che potrebbe diventare presto necessario. Un cambiamento radicale, al centro del quale si instaurerebbe l’aiuto reciproco e il ruolo della comunità dei lettori.</span></p>
<div id="attachment_79905" style="width: 1024px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/04/17447931581901.jpeg"><img class="size-large wp-image-79905" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/04/17447931581901-1024x575.jpeg" alt="Christina Assi nel suo panel" width="1024" height="575" /></a><p class="wp-caption-text">Christina Assi nel suo panel</p></div>
<p><span style="font-weight: 400;">Anche le zone di guerra, dove riuscire a fare informazione è ancora più complesso e pieno di ostacoli, territori in cui è essenziale che i giornalisti possano fare il loro lavoro, finiscono per essere parte lesa delle decisioni prese dal </span><i><span style="font-weight: 400;">Tycoon</span></i><span style="font-weight: 400;">. La perdita totale dei finanziamenti americani, che per un gran numero di testate rappresentavano la quasi totalità delle sovvenzioni, ha gettato nello sconforto intere redazioni. C’è chi resiste e continua ad operare sul territorio, conscio delle difficoltà a cui va incontro, ma desideroso di trovare nuove soluzioni: «</span><span style="font-weight: 400;">Non è facile lavorare nella realtà ucraina. Cerchiamo un modo per continuare a essere produttivi anche in questa situazione», spiega <mark class='mark mark-yellow'><strong>Rosana Tuzhanska di Varosh Media</strong>, organo d’informazione locale ucraino.</mark> E quando gli stessi giornalisti diventano </span><i><span style="font-weight: 400;">target</span></i><span style="font-weight: 400;">, obiettivi sensibili da neutralizzare, la questione si fa ancora più seria. <mark class='mark mark-yellow'><strong>Christina Assi, fotogiornalista per AFP (Agence France Press)</mark></strong>, ha raccontato di essere stata colpita dal fuoco di un carro armato israeliano quando si trovava sulla linea del confine tra Libano e Israele. Lei è scampata all’attacco. Il suo collega della Reuters no. Istanti che cambiano per sempre l’esistenza di una persona, in questo caso di una giornalista, che ha deciso di proseguire il suo lavoro. Questo perché «i regimi in generale temono i giornalisti perché esporranno la loro impunità». L’informazione libera è più forte delle minacce, delle rappresaglie e degli attentati alla vita di inviati e reporter.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Ma non sono soltanto l’insufficienza di sussidi e gli scenari di conflitto a minare la libertà e l’esistenza stessa dei giornalisti: anche i governi più autocratici diventano un campo minato per coloro che cercano di svolgere il loro lavoro senza condizionamenti e con piena onestà intellettuale. <mark class='mark mark-yellow'>Al punto che sono in molti i professionisti costretti all’esilio e dunque a raccontare la realtà del proprio Paese a distanza, cacciati dalla loro stessa patria.</mark> Una fuga spesso rabbiosa, ma che non intimorisce coloro che capiscono l’importanza di non farsi zittire, di continuare a gridare, soprattutto quando i potenti vorrebbero il nostro silenzio. <mark class='mark mark-yellow'>Tra questi, c’è l&#8217;autore e giornalista turco <strong>Can Dundar</strong>, fino al 2016 caporedattore del quotidiano di centro-sinistra <em>Cumhuriyet</em> e ora residente in Germania,</mark>  dove lavora come</span><span style="font-weight: 400;">  <em>editor-in-chief </em></span> della piattaforma giornalistica bilingue <em>Özgürüz</em>, editorialista di <em>Die Zeit</em> e membro della giuria dell&#8217;<em>European Press Prize</em>. Nel 2015 è stato catturato dal presidente Erdogan, che ne chiedeva l&#8217;ergastolo, con l’accusa di aver rivelato segreti di Stato per aver raccontato il traffico di armi tra i servizi segreti turchi e i ribelli siriani. Dopo aver trascorso tre mesi in carcere ed essere sopravvissuto a un tentato assassinio, è fuggito in Germania. Intanto, nel suo Paese è stato condannato in contumacia a 27 anni di carcere. <span style="font-weight: 400;"> «È proprio questo il miglior momento per essere dei giornalisti ed essere coraggiosi, correndo anche il rischio di venire arrestati, minacciati o esiliati: se tutto funzionasse secondo democrazia e giustizia, non ci sarebbe bisogno del giornalismo – racconta –. Ripongo grande fiducia nel fatto che le nuove generazioni se ne prenderanno carico, saranno coraggiose e cambieranno lo scenario internazionale». </span></p>
<div id="attachment_79904" style="width: 768px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/04/1744793158178.jpg"><img class="wp-image-79904 size-large" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/04/1744793158178-768x1024.jpg" alt="Laura Silvia Battaglia intervista " width="768" height="1024" /></a><p class="wp-caption-text">Laura Silvia Battaglia intervista Diane Foley</p></div>
<p><span style="font-weight: 400;"><mark class='mark mark-yellow'>E, parlando di questa devozione all’informazione nella sua forma più libera, non si può non menzionare la storia dello statunitense <strong>James Foley</strong>, che continua la sua missione ancora oggi attraverso il ricordo della madre <strong>Diane</strong></mark>, fondatrice della </span><strong><i>James W. Foley Legacy Foundation</i></strong><span style="font-weight: 400;">. James era un freelance statunitense che si trovava in Siria per raccontare la guerra civile quando nel 2012 venne catturato e poi, dopo due anni di prigionia, decapitato dall’ISIS. Il video della sua esecuzione fece il giro del mondo ed ancora oggi riecheggia nelle menti di chi ne ha visto anche soltanto qualche frame. L’omonima fondazione, nata subito dopo la sua morte, da più di dieci anni ormai combatte in prima linea per la sicurezza dei giornalisti e lavora a stretto contatto con le famiglie di eventuali ostaggi, anche battendosi con i governi, in particolare quello statunitense, per ottenere il loro rilascio. «Jim era già stato detenuto come prigioniero politico per sei settimane in Libia, per cui quando decise di tornare in Siria scatenò la rabbia di molti familiari e amici – racconta Diane –. Ma lui sosteneva che oltre al coraggio fisico ci deve essere anche quello morale di dire la verità al potere, perchè altrimenti non avremo il giornalismo e dunque non avremo la democrazia, e lui capiva i rischi che si corrono in mancanza di una stampa libera». La testimonianza di Diane, portata avanti attraverso il sorriso di una donna, e di una madre, capace di attraversare il dolore per trarne qualcosa di costruttivo, è stata una delle esperienze più impattanti del Festival, una di quelle che ti lascia frastornato. </span></p>
<div id="attachment_79912" style="width: 768px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/04/HOSSAM-SHABBAT.jpg"><img class="size-large wp-image-79912" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/04/HOSSAM-SHABBAT-768x1024.jpg" alt="Hossa Shabbat a Gaza - Fonte: Reddit" width="768" height="1024" /></a><p class="wp-caption-text">Hossa Shabbat a Gaza &#8211; Fonte: Reddit</p></div>
<p>Ma l&#8217;IJF non è soltanto <em>panel </em>e incontri ufficiali: spesso le discussioni più interessanti sorgono spontanee nei <em>meeting</em> collaterali, dove si ha l&#8217;occasione di dialogare in maniera diretta e genuina. Allo stesso modo, messaggi forti vengono lanciati anche in incontri neppure preventivati, che esulano dalla serrata programmazione prevista in partenza. <mark class='mark mark-yellow'>Sabato 14 un gruppo di giornalisti, provenienti da tutto il mondo, si è annidato sulle scalinate di Palazzo dei Priori per leggere una lettera di solidarietà ai più di duecento giornalisti uccisi a Gaza durante la guerra. L&#8217;ultimo messaggio di <strong>Hosam Shabbat</strong>, <strong>reporter palestinese ventitreenne ucciso nella Striscia lo scorso marzo</strong>, ha invaso Piazza IV Novembre: «Se state leggendo questo messaggio significa che sono stato ucciso, probabilmente colpito dalle forze di occupazione israeliane. Quando tutto questo è iniziato avevo solo 21 anni ed ero uno studente del college, con sogni comuni, come tutti gli altri – scriveva –. Vi chiedo di non smettere di parlare di Gaza. Non lasciate che il mondo ci abbandoni. Continuate a lottare».</mark></p>
<p><span style="font-weight: 400;">È anche per l&#8217;accumularsi di momenti così intensi che</span><span style="font-weight: 400;">, </span><span style="font-weight: 400;">n</span><span style="font-weight: 400;">ell&#8217;istante esatto in cui un’esperienza così densa si conclude, si torna a casa con un bagaglio strabordante di stimoli, ricordi, incontri, riflessioni difficili da gestire nell’immediatezza. Ma quando ci si riapproccia alla quotidianità, si iniziano a indossare ordinatamente, all’occorrenza, tutti gli insegnamenti intessuti in questi giorni, ci si rende conto di quanto esperienze del genere possano effettivamente avere un’incidenza positiva sul modo in cui si esercita e si pensa la professione. I tasselli lentamente si riordinano e si inizia ad avere un quadro più ordinato di cosa significhi essere un giornalista e di come funzionino le cose nel mondo. Il che non significa pretendere di avere una visione completa ed esaustiva. Perché anche questo è essere dei bravi giornalisti: avere la consapevolezza che la realtà è sempre più complessa delle riduzioni semplicistiche a cui spesso si ricorre per stupida comodità. Il Festival internazionale del giornalismo insegna anche questo.</span></p>
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		<title>FOODWEEK &#124; La nuova Stella di Broadway: la pizza newyorkese è arrivata a Milano</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Apr 2025 12:11:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Luca Baldini]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Una parola rossa su sfondo bianco occupa tutta l’insegna: “PIZZA”. Sotto, tre vetrine da cui è possibile vedere l’interno del locale per intero. In quella più a destra, appena sopra ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="4032" height="3024" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/04/IMG_6737.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="IMG_6737" /></p><p><span style="font-weight: 400;">Una parola rossa su sfondo bianco occupa tutta l’insegna: “PIZZA”. Sotto, tre vetrine da cui è possibile vedere l’interno del locale per intero. In quella più a destra, appena sopra le bottiglie di vino naturale ordinatamente disposte una a fianco all’altra, brilla il nome della pizzeria: <strong>Stella</strong>.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Nasce dall’idea di <strong>Maurizio Tentella</strong>, marchigiano </span><i><span style="font-weight: 400;">doc</span></i><span style="font-weight: 400;"> e</span> <span style="font-weight: 400;">f</span><span style="font-weight: 400;">ondatore di </span><i><span style="font-weight: 400;">Spacedelicious</span></i><span style="font-weight: 400;">, agenzia di </span><i><span style="font-weight: 400;">branding</span></i><span style="font-weight: 400;"> e comunicazione, nonché guida gastronomica alle città italiane, e di Saro Pomario, siciliano con un passato nel mondo della moda. Non è il loro primo progetto “a quattro mani”; a 500 metri, infatti, c’è Bar Paradiso, una vecchia latteria riconvertita a qualcosa di difficile definizione, che va oltre una semplice vineria. A metà strada tra un’enoteca e un’osteria di nuova generazione. Un posto perfetto per bere un calice e </span><i><span style="font-weight: 400;">spizzicare</span></i><span style="font-weight: 400;"> qualcosa, dove l’idea si è unita alla sostanza e si può sperimentare senza la paura di sbagliare. Stilemi che vanno di pari passo con le loro conoscenze enogastronomiche e che vengono riproposti anche nelle nuove aperture del duo siculo-marchigiano.  </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">L’ultima in ordine di tempo è proprio “PIZZA Stella”, che si affaccia su via Cadore, al civico 48. L’ambiente è piccolo, ma assolutamente caratteristico: un lungo bancone in acciaio divide lo spazio creativo dei pizzaioli, circondato da decine di mattonelle bianche, e la sala, arredata con qualche tavolino rotondo e degli sgabelli. Le pareti sono anch’esse candide, ma a </span><i><span style="font-weight: 400;">colorare </span></i><span style="font-weight: 400;">l’ambiente ci pensano le pizze che, appena sfornate e ancora fumanti, vengono disposte su vari ripiani e lasciate raffreddare. Sono più grandi del solito, almeno rispetto a quelle che siamo abituati a vedere. E anche questa non è una scelta casuale, ma una volontà precisa dei proprietari, sposata in toto dai ragazzi che si destreggiano davanti all’imponente forno elettrico. È la “</span><i><span style="font-weight: 400;"><strong>New York Style Pizza</strong>”, </span></i><span style="font-weight: 400;">una tipologia diversa, ma non per questo inferiore, di uno degli alimenti più rappresentativi dell’italianità nel mondo. Come anticipato, le dimensioni cambiano, ma a rimanere intatti sono la qualità delle materie prime e dei </span><i><span style="font-weight: 400;">topping </span></i><span style="font-weight: 400;">utilizzati (ciò con cui condiscono le pizze) e l’abilità nel lavorare l’impasto, abbinata a passione e maestria.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">E i diffidenti, che mai si aspetterebbero che una pizza quantomeno inusuale possa incontrare i palati degli italiani tipicamente sentenziosi, si dovranno ricredere. Basta accomodarsi e gustarsi la propria </span><i><span style="font-weight: 400;">slice</span></i><span style="font-weight: 400;">, per notare come di curiosi intenti a sbirciare ce ne siano già parecchi e di tutte le età. Sarà per la pulizia stilistica del locale, per il clima che si respira al suo interno o per il penetrante profumo che si sparge nello spazio antistante, ma Stella sta già attirando le simpatie di molti. L’approccio al cliente è informale, lo stile anche: davanti alla cassa una televisione a tubo catodico che proietta grandi classici della cinematografia mondiale; tutto intorno decine di videocassette, appartenenti ad un passato nostalgico. Al lato opposto quattro piantine di basilico, con cui profumano, in uscita dal forno, tutto ciò che servono e, disposti per terra, due o tre grossi barattoli di latta di “Gerardo di Nola”, pomodoro dell’Agro Sarnese-Nocerino, tengono la porta d’ingresso aperta, quasi un invito ad entrare.</span></p>
<p><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/04/IMG_6738.jpg"><img class="aligncenter wp-image-79756 " src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/04/IMG_6738-1024x768.jpg" alt="IMG_6738" width="510" height="382" /></a></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Per chi si convince a varcarne la soglia, le scelte sono due: optare per la singola fetta (</span><strong><i>slice</i></strong><span style="font-weight: 400;">), oppure per la pizza intera, consigliabile quando si è in gruppo e componibile con i condimenti che si preferiscono. I gusti non sono molti, sinonimo di una certa attenzione nel mantenere elevata la qualità di ciò che propongono, e la stagionalità rimane fondamentale nell’ipotizzare nuove proposte da inserire in menù. In ogni caso, la parola d’ordine, come suggerito dalla disposizione dei piccoli tavoli e delle sedute, è una ed è “condivisione”. La circolarità di tutti gli elementi di arredo suggerisce proprio questo: «Sedetevi intorno alle nostre </span><i><span style="font-weight: 400;">pie </span></i><span style="font-weight: 400;">(così viene definita questa tipologia di pizza) e servitevi».</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Che poi, che ci si voglia credere o meno, la pizza, a <strong>New York</strong>, è cultura. Ma da sempre. O almeno, da quando New York è New York, per come la conosciamo noi. Ovvio, l’origine resta italiana e si sviluppa a partire dalla pizza napoletana, sbarcata a Ellis Island all’inizio del secolo scorso. Ma nel corso del tempo si è costruita un’identità, uno stile. Tanto che adesso fa il percorso inverso e, dalla <em>Big Apple</em>, torna per la prima volta indietro e mette le radici in Italia. New York ha reso ancora più pop il cibo <em>pop</em> per eccellenza, e la pizza si è adattata alla </span><i><span style="font-weight: 400;">Big City Life</span></i><span style="font-weight: 400;">: ai suoi ritmi, alla sua gente. Le fette sono diventate più grandi e hanno invaso ogni isolato, ogni angolo della città. Crosta spessa e croccante, base sottile tanto che, senza piegarla a metà, è difficile mangiarla. Poi pomodoro (spesso cotto e non messo a crudo), mozzarella di solito a bassa umidità &#8211; quella a fiocchi, per intenderci -, origano, basilico, aglio. Ognuno ha la sua versione. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Ogni occasione è buona per una </span><i><span style="font-weight: 400;">pepperoni slice</span></i><span style="font-weight: 400;">, che sia per strada o su una tribuna dello Yankee Stadium. Che sia una </span><i><span style="font-weight: 400;">one dollar pizza</span></i><span style="font-weight: 400;"> o una di quelle meraviglie sfornate ogni giorno da <em>L’Industrie</em> a Brooklyn, a cui peraltro Stella si ispira. È la </span><i><span style="font-weight: 400;">Joey’s Pizza </span></i><span style="font-weight: 400;">di Friends e la </span><i><span style="font-weight: 400;">Joe’s Pizza</span></i><span style="font-weight: 400;"> di Spiderman: l’ennesimo capolavoro della cultura americana che finisce per farci desiderare, con rinnovato interesse, qualcosa che era già nostro. Merito di alcuni riferimenti diventati ormai un cult: chi non ha presente la scena di </span><i><span style="font-weight: 400;">Mamma ho perso l’aereo</span></i><span style="font-weight: 400;"> in cui il piccolo Kevin McCallister, a bordo di una limousine per le strade di Manhattan, addenta una fetta fumante di un’enorme </span><i><span style="font-weight: 400;">cheese pizza</span></i><span style="font-weight: 400;">?</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Sono gli stessi riferimenti che ritrovi entrando da Stella: basta una scatola di <em>Super</em> </span><i><span style="font-weight: 400;">Pizza, </span></i><span style="font-weight: 400;">il gioco da tavola delle Tartarughe Ninja, messa lì, sopra il frigo, per risvegliare quel senso di nostalgia che solo una buona slice può allietare. Una di quelle di <strong>Giuseppe Palmisano</strong>, l’eclettico sperimentatore che ha abbracciato questo progetto. Ha seguito i due proprietari a New York e si è dedicato interamente all’apprendimento delle tecniche necessarie per riprodurre quel determinato tipo di impasto. Ne ha studiato composizione e peculiarità e ha fatto suo il metodo di stesura, fondamentale per avere un risultato coerente con le aspettative. Nessuno inventa nulla, le basi di partenza devono essere ricerca e conoscenza, a cui abbinare una buona dose di estro. Il risultato è una pizza leggera e fragrante, abbastanza sottile, ma non quanto quella tipica romana. Scioglievole e ben condita, con un’attenzione anche per la parte estetica oltre che per quella gustativa. Qualcosa di diverso, inusuale, ma che, se fatto bene, piace e anche tanto a giudicare dai commenti di chi ha avuto la fortuna di trovare posto.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Anche gli orari di apertura la distinguono dalle altre pizzerie della città: dal martedì alla domenica, dalle 17 alle 2 della notte (con servizio a pranzo durante il fine settimana, dalle 12 alle 15). Un’alternativa notturna a </span><i><span style="font-weight: 400;">fast food </span></i><span style="font-weight: 400;">e kebab. La scelta precisa di inserirsi in uno spazio orario per molti ancora inesplorato e che, forse, potrebbe protrarsi ancora. Una STELLA nella notte milanese, una </span><i><span style="font-weight: 400;">“delicious supernova”</span></i><span style="font-weight: 400;">, come si legge sui cartoni che utilizzano per l’asporto. Attenzione, però, a non lasciarsela sfuggire: non si accettano prenotazioni. Se si vuole assistere allo spettacolo bisogna andare in zona Porta Romana; la luce vi guiderà.</span></p>
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		<title>Milano, la capitale dei nuovi poveri italiani</title>
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		<pubDate>Sat, 05 Apr 2025 09:38:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Luca Baldini]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Milano]]></category>

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				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="833" height="437" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/04/LAVORATORI.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Fonte: www.ilsole24ore.com" /></p><p><strong>Milano</strong> è il traino economico italiano. Da decenni, prevale la narrazione che essa sia la locomotiva che trascina dietro di sé il resto dell&#8217;Italia. La città dei <strong>lavoratori</strong>, dove si <em>attacca</em> alle 8:00 ma non si sa quando si <em>stacca</em>, è certamente una tra le più vivaci metropoli europee. Quel posto in cui chiunque può trovare l’occasione della propria vita e riuscire a raggiungere la tanto agognata <strong>indipendenza economica</strong>. Basta crederci, non demordere, magari “sbattere la testa” ma, quando si incontrano impegno e capacità, a Milano l’impossibile diventa possibile. Finora è stato così, ma questo passato si scontra con la realtà.</p>
<p>I fenomeni che mutano l’andamento economico e l’attrattiva del maggiore polo finanziario della penisola sono complessi e stanno pian piano schiacciando chi si è ritrovato, suo malgrado, a dover fare i conti con una città che assorbe tantissime risorse, ma, in cambio, restituisce pochissimo. «Il caso di Milano, come di altri centri economico-finanziari che attraggono popolazione, assume contorni piuttosto articolati, – spiega David Benassi, professore di Sociologia economica all’università di Milano-Bicocca – perché Milano è una città che, come sappiamo, offre <strong>redditi</strong> più elevati rispetto alla media del Paese, ma ciò non si traduce in ricchezza e benessere. Ed è dovuto, almeno in parte, all’<strong>aumento del costo della vita</strong>, in particolare delle case».</p>
<div id="attachment_79667" style="width: 225px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/04/foto_benassi.jpg"><img class="size-medium wp-image-79667" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/04/foto_benassi-225x300.jpg" alt="David Benassi - Fonte: www.unimib.it" width="225" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">David Benassi &#8211; Fonte: www.unimib.it</p></div>
<p>Quanto affermato, non arresta il <strong>fenomeno migratorio</strong>. Milano si conferma una meta popolare, in particolare tra i <strong>giovani</strong>, desiderosi di intraprendere lì gli studi o, magari, di far fruttare il proprio percorso universitario con il lavoro dei sogni: «Sono ancora tanti i ragazzi attratti dal fascino milanese. Si tratta di una popolazione molto qualificata, sia dal punto di vista educativo che da quello professionale, che cerca di inserirsi nei settori ad alto valore aggiunto, dalla moda al <em>design</em>, fino ad arrivare ai centri direzionali delle aziende internazionali. Sono figure che percepiscono stipendi relativamente elevati, ma che non sono sufficienti a condurre quello stile di vita che si aspetterebbero». Persone che dedicano parte della loro vita allo studio ma non raggiungono il benessere prospettato. Sforzi vanificati da una città che inghiotte chi ci vive, piuttosto che offrire gli strumenti per trovare una <strong>stabilità economica e sociale</strong>.</p>
<p>I lavori che richiedono un determinato titolo accademico, però, sono solo una parte di quelli che compongono il complesso sistema occupazionale di una città efficiente ed economicamente florida come Milano: «C’è grande richiesta per quelle professioni per cui non è necessaria una specializzazione, ma che forniscono tutti i <strong>servizi</strong> utilizzati dalle fasce di popolazione con maggiori possibilità economiche. Quindi i settori dei servizi alla persona, del tempo libero, della ristorazione e della pulizia. Si tratta di un vasto numero di <strong>lavoratori poco qualificati</strong>, spesso immigrati, che ricevono una retribuzione scarsa. Un’esigenza, quella della <em>manodopera</em> a basso costo, che si collega al fenomeno dell’<strong><em>espulsione</em> </strong>delle categorie più in difficoltà verso i comuni dell’<em>hinterland</em>, a distanze sempre maggiori in proporzione alle possibilità economiche di queste persone». Questi lavoratori sono costretti, per necessità, ad allontanarsi dalla città, ma finanziariamente sono impossibilitati a recidere il legame con il capoluogo lombardo: «Spesso non possono allontanarsi più di tanto, perché lavorano in orari disagevoli. Magari hanno dei figli e si pongono il problema di rendere la loro vita compatibile con le esigenze famigliari. Anche per questo alcuni si convincono che spostarsi non è conveniente. Con tutto ciò che ne deriva».</p>
<div id="attachment_79672" style="width: 960px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/04/milano.png"><img class="size-full wp-image-79672" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/04/milano.png" alt="Milano - Fonte: www.arcipelagomilano.org" width="960" height="540" /></a><p class="wp-caption-text">Milano &#8211; Fonte: www.arcipelagomilano.org</p></div>
<p>Milano resta, almeno nell’immaginario collettivo, l’<em>Eldorado</em> italiano, ma c’è una cosa che la accomuna al resto del Paese: il cambio dei paradigmi. Per molti il problema non sembra più trovare lavoro, ma riuscire a sostentarsi con la propria professione. È il fenomeno dei cosiddetti “<strong><em>working poor</em></strong>”, persone che, pur risultando impiegate, non riescono a far fronte alle spese. Secondo un <a href="https://www.unimpresa.it/business24tv-it-lavoro-in-calo-i-disoccupati-ma-aumentano-i-working-poor/65932"><em>report</em></a> del Centro studi di Unimpresa, infatti, a fronte di un <strong>calo del numero di disoccupati</strong> (scesi da 1 milione e 947mila del 2023 a 1 milione e 664mila nel 2024), in Italia si assiste ad un <strong>aumento</strong> consistente dei<strong> <em>lavoratori poveri</em></strong> (6 milioni e 886mila nel 2024, 285mila in più rispetto all’anno precedente, con un aumento del 4,1%). Una fascia di popolazione ampia e trasversale, in bilico tra la <strong>sopravvivenza</strong> e la <strong>povertà</strong>. Una fotografia delle difficoltà del <strong>mercato del lavoro italiano</strong> che diventa ancora più chiara se si considera esclusivamente il capoluogo lombardo: «Tutta la retorica, anche a livello nazionale, sulla necessità di “spingere” le persone a lavorare, piuttosto che accontentarsi dei sussidi, fa poi a pugni con questa realtà. Risulta evidente che, sempre più spesso, i salari non sono sufficienti per sostenere una famiglia e questo è lampante in una città come Milano».</p>
<p>Anche i dati della <strong>Caritas Ambrosiana</strong> sembrano confermare questa tendenza, costante negli ultimi anni. Se si mettono a confronto i bisogni e le richieste più diffusi tra le persone della sola zona pastorale di Milano, risulta evidente quanto le necessità siano cambiate: se nel <a href="https://caritasambrosiana.it/Public/userfiles/files/Dati%20per%20zone%20pastorali%202018(1).pdf?_gl=1*1mw6vta*_up*MQ..*_ga*NjE2NTAzODUuMTc0MzUyNTI1MQ..*_ga_S60RMJPXSV*MTc0MzUyNTI0OC4xLjAuMTc0MzUyNTI0OC4wLjAuMA..">2018</a> trovare un’<strong>occupazione</strong> era l’urgenza più impellente per il 56,7% delle persone (seguita dal reddito, con il 46,3%), nel <a href="https://www.caritasambrosiana.it/Public/userfiles/files/Dati%202023%20zona%20pastorale%201%20-%20MILANO%20(solo%20cda).pdf?_gl=1*10uaghq*_up*MQ..*_ga*MTM3Njc3NzM1Ny4xNzQzNTIxMDQ5*_ga_S60RMJPXSV*MTc0MzUyMTA0Ni4xLjAuMTc0MzUyMTA0Ni4wLjAuMA..">2023</a> la situazione è mutata. Per il 72,2% dei bisognosi, infatti, il <strong>reddito</strong> è diventato la priorità, mentre la ricerca di un posto di lavoro è scesa al 26,6%. «La questione non è più “lavoro sì, lavoro no”, ma è diventata altro: riesco a trovare un lavoro che dia da mangiare alla mia famiglia?». E se si considera l’<a href="https://stampa.caritasambrosiana.it/wp-content/uploads/2024/10/Poverta-Diocesi-Ambrosiana-Infografica.pdf?_gl=1*1p5wsp9*_up*MQ..*_ga*MTM3ODIzMTk2NC4xNzQzNDMxODU3*_ga_S60RMJPXSV*MTc0MzQzMTg1NC4xLjEuMTc0MzQzMTg2My4wLjAuMA..">intera area</a> coperta della Caritas Ambrosiana che, oltre a Milano, comprende Varese, Lecco, Rho, Monza, Melegnano e Sesto San Giovanni, la situazione non sembra migliorare: sul totale delle persone che si sono rivolte ai servizi offerti, il numero di occupati in cerca di un sostegno è passato dal 14,5% del 2014 al 23,9% del 2023. Un disagio sociale sempre più diffuso, che si nutre del lavoro precario o a basso reddito e dei contratti a termine.</p>
<div id="attachment_79670" style="width: 300px" class="wp-caption alignright"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/04/refe_amb.jpg"><img class="size-medium wp-image-79670" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/04/refe_amb-300x225.jpg" alt="Refettorio ambrosiano - Fonte: www.caritasambrosiana.it" width="300" height="225" /></a><p class="wp-caption-text">Refettorio ambrosiano &#8211; Fonte: www.caritasambrosiana.it</p></div>
<p>Il problema prettamente economico e lavorativo non può che avere ripercussioni nel <strong>tessuto relazionale</strong>, specialmente a Milano. I quartieri cambiano e con loro le persone che li abitano, che si dividono quasi ed esclusivamente tra casa e lavoro: «È una città che ha attraversato trasformazioni sostanziali, da cui derivano cambiamenti nel profilo della popolazione più sostenuti nel corso del tempo. È difficile che si sia consolidato un senso di appartenenza al quartiere, che invece è molto forte in altre città italiane. Ed è una questione che riguarda in particolare gli <strong>anziani</strong>. I loro figli, anche e soprattutto a causa dell’insostenibilità economica, spesso non ci sono, si sono allontanati, abitano da altre parti». Un percorso opposto a quello che compiono in tanti: andarsene dalla città, frenetica e convulsa, per cercare altro, magari meno appagante, ma sicuramente più ragionevole.</p>
<p>E se si <em>scava</em> ancora più a fondo, sembra che queste contraddizioni abbiano anche altri risvolti. Esaminando i dati relativi ai <strong>servizi funebri</strong> a carattere essenziale forniti dal Comune di Milano negli ultimi cinque anni, appare possibile fare alcune riflessioni.</p>
<div class="flourish-embed flourish-chart" data-src="visualisation/22457819"><script src="https://public.flourish.studio/resources/embed.js"></script><noscript><img src="http://magzine.it/wp-content/uploads/2025/04/%filename%" width="100%" alt="chart visualization" /></noscript></div>
<p>Se si esclude il 2020, <em>annus horribilis </em>pesantemente condizionato dalla pandemia, il numero di esequie disposte dal Comune dal 2021 rimane più o meno stabile. C’è solo un dato che cambia e continua a crescere con il passare del tempo: è quello dei <strong>funerali indigenti</strong>, organizzati per quei defunti con un ISEE del nucleo familiare, in corso di validità, inferiore alla soglia definita dai Servizi sociali comunali per il sostegno al reddito (che nel 2025 è pari o inferiore a 6.000 euro). Nel giro di quattro anni sono passati da 30 a 59. Quasi il doppio. Forse un altro sintomo delle difficoltà che stanno incontrando fasce sempre più ampie della società milanese. Un <em>microcosmo</em> che si sta lentamente deteriorando, a discapito di chi, salendo su questo treno, pensava di intraprendere un viaggio in <em>prima classe</em> verso l’emancipazione economica.</p>
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		<title>Foodweek &#124; Oltre ogni etichetta: Tone, il forno libero</title>
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		<pubDate>Sun, 09 Mar 2025 18:33:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Luca Baldini]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Milano]]></category>

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		<description><![CDATA[Quando ci passi davanti è impossibile non notarlo: non è che capiti proprio tutti i giorni di imbattersi in un pozzo incastonato in una vetrina di Milano. Che poi non ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="4032" height="3024" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/03/tone.jpeg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Vetrina di Tone con Giovanni" /></p><p><span style="font-weight: 400;">Quando ci passi davanti è impossibile non notarlo: non è che capiti proprio tutti i giorni di imbattersi in un pozzo incastonato in una vetrina di Milano. Che poi non è un pozzo. O meglio, non proprio. È un forno a pozzo. «L’ho visto per la prima volta in un viaggio in Georgia, nel 2018. Ci ho fatto il pane insieme ad un fornaio del posto, gli avevo chiesto di poter imparare con lui». </span><b>Giovanni</b><span style="font-weight: 400;"> è il giovane proprietario del panificio in zona </span><i><span style="font-weight: 400;">Città Studi</span></i><span style="font-weight: 400;"> che prende il nome proprio dal tipico forno georgiano: </span><b>Tone</b><span style="font-weight: 400;">. Ha appena 32 anni, ha studiato scienze gastronomiche ed etnobotanica, ama il cibo ed è sempre stato affascinato dal modo in cui esso ha un impatto sulla vita dell’uomo. Ci ha accolto con un sorriso e un ottimo caffè. Sono le 9:30 di mattina e il locale è già pieno, tra giovani coppie, colleghi di lavoro, famiglie di turisti e </span><i><span style="font-weight: 400;">sciure </span></i><span style="font-weight: 400;">della porta accanto. Saluta con un cenno tutti quelli che passano davanti alle sue vetrine, ed è sempre ricambiato. Pare che sia qui da secoli, invece ha aperto solo quattro anni fa, ancora in pieno Covid. «Avevo appena lasciato il mio lavoro da </span><i><span style="font-weight: 400;">Slow Food International</span></i><span style="font-weight: 400;">. Quando ho saputo che c&#8217;era questo locale vuoto, ho chiesto un po’ di informazioni, ho buttato giù un </span><i><span style="font-weight: 400;">business plan</span></i><span style="font-weight: 400;"> &#8211; ovviamente fatto male perché era la mia prima volta &#8211; poi tante </span><i><span style="font-weight: 400;">call </span></i><span style="font-weight: 400;">con panettieri e, nel 2021, siamo partiti».</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Tone è un <strong>forno</strong> di quartiere, uno spazio vivibile tutto il giorno, dalla colazione all’aperitivo. «Ma non è un panificio georgiano», sottolinea Giovanni. «È piuttosto una </span><i><span style="font-weight: 400;">bakery </span></i><span style="font-weight: 400;">internazionale di nuova generazione, dove trovi qualche prodotto georgiano e, soprattutto, molto nord Europa, che è la mia grande passione. Il nostro obiettivo primario non è vendere pane: ci interessa di più contribuire ad un cambiamento di prospettiva sui <strong>metodi di cottura tradizionali</strong>, per cercare di far capire alle persone che tutti i metodi di cottura tradizionali sono meglio di quelli moderni. Ma siamo comunque un forno, e inevitabilmente consumiamo tanta energia. Quindi parlare di pane sostenibile fa un po&#8217; ridere, no?». </span></p>
<div id="attachment_78977" style="width: 1024px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/03/pane-islandese.jpeg"><img class="wp-image-78977 size-large" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/03/pane-islandese-1024x768.jpeg" alt="Contenitore per cuocere il Rúgbrauð" width="1024" height="768" /></a><p class="wp-caption-text">Rúgbrauð, pane di segale islandese</p></div>
<p><span style="font-weight: 400;">Alla retorica per cui oggi tutto è &#8211; almeno all’apparenza &#8211; </span><strong><i>sostenibile</i></strong><span style="font-weight: 400;">, </span><strong><i>biologico</i></strong><span style="font-weight: 400;">, </span><i><span style="font-weight: 400;"><strong>a km zero</strong></span></i><span style="font-weight: 400;">, Giovanni preferisce un discorso più realistico: «Parlare di forno a impatto zero sarebbe inverosimile. In qualsiasi attività, per quanto si possa essere attenti anche ai minimi dettagli &#8211; e bisogna esserlo -, c’è sempre una percentuale di spreco che è impossibile eliminare. Pensiamo banalmente all’<strong>acqua</strong> che utilizziamo: ogni azienda, ristorante o laboratorio spreca la maggior quantità di acqua per lavare. In confronto, quella che serve per fare il pane è una cosa ridicola. Ormai tutte le celle frigo vanno ad acqua: litri e litri che ogni giorno passano nei motori. Quindi, sarebbe un po’ ipocrita parlare di </span><i><span style="font-weight: 400;">impatto zero</span></i><span style="font-weight: 400;">».</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">«Possiamo solamente provare a limitare al minimo i consumi, in particolare di acqua ed energia. Ed è quello che cerchiamo di fare con lui». Il suo sguardo è rivolto al </span><strong>tone</strong><span style="font-weight: 400;"> in vetrina: «La cosa bella di questo forno è che, una volta che lo spegni, puoi ancora usarlo per quasi 24 ore, cuocendoci altro pane anche a forno spento. Ecco, noi vorremmo arrivare a produrre il 50% di tutto ciò che facciamo con questo metodo sostenibile &#8211; questo sì, perché si tratta di prodotti che, per quanto riguarda la cottura, hanno realmente un impatto pari a zero». Gli occhi gli brillano quando ci mostra un </span><i><span style="font-weight: 400;">Rúgbrauð</span></i><span style="font-weight: 400;"> appena sfornato: «Si tratta di un pane di segale islandese, che tradizionalmente viene cotto sotto terra, sfruttando l’energia geotermica dell’isola vulcanica. Noi facciamo la stessa cosa, però dentro il tone spento. Questo qui è stato infornato ieri intorno alle 19:30, ha cotto tutta la notte».</span></p>
<div id="attachment_78980" style="width: 1024px" class="wp-caption alignnone"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/03/image00004.jpeg"><img class="wp-image-78980 size-large" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/03/image00004-1024x767.jpeg" alt="Vari prodotti di Tone" width="1024" height="767" /></a><p class="wp-caption-text">Vari prodotti di Tone</p></div>
<p><span style="font-weight: 400;">Da Tone, e con il tone, si sperimenta ogni giorno. Impasti nuovi, farine nuove, cotture nuove: «È la linfa del nostro lavoro. <strong>Sperimentazione</strong> per me vuol dire sbagliare, sbagliare e ancora sbagliare. Significa: abbiamo una ricetta? Ok. Bisogna farla così? Non per forza. Si può anche cambiare, per provare ad ottenere qualcosa di nuovo. D’altronde, uno dei piatti simbolo di Massimo Bottura nasce da un tortino di limone caduto per terra. Il fatto è che molte persone hanno paura di sbagliare». Ma quella che per altri è paura, per Giovanni è sinonimo di </span><i><span style="font-weight: 400;">libertà</span></i><span style="font-weight: 400;">. E allora Tone diventa uno spazio dove l’errore è concesso, spesso anche atteso, sicuramente vissuto come occasione di crescita e di scoperta: «Buttati, prova, fai, se una cosa non viene, </span><i><span style="font-weight: 400;">amen</span></i><span style="font-weight: 400;">. Però, se esce fuori qualcosa di interessante, abbiamo qualcosa di nuovo: alla fine, molti dei nostri prodotti sono nati così».</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Tanti ci provano, ma nessuno ha la certezza di confermarsi nel tempo ed essere duraturo, in particolare in una realtà come quella di Milano. Nemmeno Giovanni. Gli ostacoli sono molti, gli sforzi enormi e solo il contatto con il pubblico ti dà conferma o meno della bontà del tuo operato. «Soprattutto all’inizio ci siamo basati tanto su operazioni di </span><i><span style="font-weight: 400;">marketing</span></i><span style="font-weight: 400;"> mirate: uscivamo con il pane e lo davamo in giro <strong>porta a porta</strong>. E questo ha funzionato, perché i primi tre mesi eravamo pieni». Forse la conferma che l’instaurazione di una relazione diretta con il consumatore è ancora il modo migliore per creare quel rapporto di fiducia che, ovviamente, si perde con la grande distribuzione.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Ancora prima delle pubblicità sui </span><i><span style="font-weight: 400;">social</span></i><span style="font-weight: 400;">, delle collaborazioni con pseudo </span><i><span style="font-weight: 400;">influencer </span></i><span style="font-weight: 400;">che promettono di allargare il bacino di clienti, assume importanza entrare in sintonia con l’avventore e intessere un legame che vada oltre le mode del momento. «Qui a Milano, quando iniziano a parlare di te, si forma sempre un po’ di </span><i><span style="font-weight: 400;">hype</span></i><span style="font-weight: 400;">, un </span><i><span style="font-weight: 400;">battage pubblicitario</span></i><span style="font-weight: 400;"> che tende ad esaurirsi molto in fretta. Quindi bisogna anche essere bravi a non farsi travolgere da questi repentini </span><i><span style="font-weight: 400;">assaggi</span></i><span style="font-weight: 400;"> di popolarità, perché poi è un attimo ritrovarsi senza niente. Siamo in una città dove il tuo locale è </span><i><span style="font-weight: 400;">figo</span></i><span style="font-weight: 400;"> per un limitato periodo di tempo, perché poi apre l’altra </span><i><span style="font-weight: 400;">bakery </span></i><span style="font-weight: 400;">di tendenza e tu torni nel dimenticatoio». Se non sei in grado di acquisire una certa dose di credibilità, e a volte non è nemmeno sufficiente, il più importante polo economico italiano ti </span><i><span style="font-weight: 400;">fagocita</span></i><span style="font-weight: 400;">, ti </span><i><span style="font-weight: 400;">mastica</span></i><span style="font-weight: 400;"> e ti </span><i><span style="font-weight: 400;">sputa</span></i><span style="font-weight: 400;">, e della tua sudata attività non rimangono che le briciole.</span></p>
<div id="attachment_78988" style="width: 1024px" class="wp-caption alignright"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/03/image00005.jpeg"><img class="wp-image-78988 size-large" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/03/image00005-1024x697.jpeg" alt="Matnakash, pane armeno" width="1024" height="697" /></a><p class="wp-caption-text">Matnakash, pane armeno</p></div>
<p><span style="font-weight: 400;">Ma a Tone questo non è successo. Le uniche briciole che puoi vedere all’interno o all’esterno del locale sono quelle lasciate dai golosi che si fermano ad assaggiare gli inebrianti sfornati, le cui ricette provengono da tutto il mondo. La conferma arriva dal </span><i><span style="font-weight: 400;">via vai</span></i><span style="font-weight: 400;"> di affezionati che continua a crescere, uno dei grandi meriti di Giovanni e del suo </span><i><span style="font-weight: 400;">staff</span></i><span style="font-weight: 400;">. È quantomeno peculiare che i numeri vadano di pari passo con la qualità ma, in questo magico mondo al civico </span><b>22 di</b> <b>via Donatello</b><span style="font-weight: 400;">,</span> <span style="font-weight: 400;">le menti creative del proprietario e dei suoi collaboratori partoriscono idee quasi sempre vincenti: «Il fatto di avere un <strong>menù settimanale del pane</strong> ci aiuta a tenerci strette certe nicchie di consumatori e crea una sorta di fidelizzazione: chi ci conosce sa che il tal giorno c&#8217;è quella tipologia di prodotto. È da due anni che abbiamo scelto di adottare questa programmazione. Ci è voluto del tempo, circa un anno, ma ora sembra che le persone l’abbiano capito. Ad esempio, il martedì sforniamo il pane </span><i><span style="font-weight: 400;">sciocco</span></i><span style="font-weight: 400;"> (senza sale), il mercoledì ne abbiamo un’altra tipologia e il sabato cambiamo ancora».</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">E tutto viene deciso a seconda delle farine e dei produttori con cui riesce ad entrare in contatto e all’ispirazione del momento: «Noi utilizziamo una base di farine italiane. Però poi, bimestralmente o trimestralmente, andiamo a prendere delle <strong>piccole produzioni</strong> in giro per l&#8217;Europa. Abbiamo questo farro che viene dal sud della <strong>Germania</strong>, quest’altra tipologia di frumento che vorremmo prendere dalla <strong>Francia</strong>, un </span><i><span style="font-weight: 400;">monococco</span></i><span style="font-weight: 400;"> (volgarmente </span><i><span style="font-weight: 400;">piccolo farro</span></i><span style="font-weight: 400;">) dal <strong>Marocco</strong>, questa farina di grano duro di <strong>Maiorca</strong>. Sono produzioni sostenibili curate da piccoli agricoltori che coltivano senza l’utilizzo di pesticidi. Ed è anche un modo per aiutare finanziariamente queste realtà circoscritte che sembrano destinate, prima o poi, a scomparire».</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Non ha ancora l&#8217;esperienza di chi è nel settore da molto più tempo di lui, ma dimostra di avere una particolare sensibilità nel trattare l’impatto della filiera delle <strong>materie prime</strong>: «Scegliamo accuratamente i nostri produttori e fornitori, che, come anticipato, non per forza devono essere italiani: se sei a Milano e vuoi un avocado, perché non dovresti prenderlo? Perché viene da lontano? Con questa logica non dovremmo prendere neanche gli aerei. Poi ovvio, se devo scegliere tra un limone biologico che arriva dall’altra parte del mondo e un normalissimo limone coltivato naturalmente in Liguria, sarebbe assurdo andare a prendere quello a 10mila chilometri di distanza. Senza contare che in molti sottovalutano i costi delle materie prime: per esempio, noi stiamo pian piano abbandonando il <strong>cioccolato</strong>, perché è completamente insostenibile da un punto di vista economico. Usando un cioccolato di alta qualità per fare una torta, quella torta mi costerebbe 40 euro. Le fette dovrei venderle a 10 euro l’una: capite che, giustamente, non la comprerebbe nessuno». </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Tone è proprio come Giovanni: giovane e sfrontato. Non batte strade già percorse da altri ma cammina per la sua, senza vincoli. «E voglio tenermi questa libertà», continua. «I primi due anni avevano da ridire perché non facevamo i </span><i><span style="font-weight: 400;">croissant</span></i><span style="font-weight: 400;">. Dicevano: “Ma siete una pasticceria, dovete fare i </span><i><span style="font-weight: 400;">croissant</span></i><span style="font-weight: 400;">”. Ma chi l’ha detto? Perché dovrei farli per forza? Per dire, quest’anno non faremo neanche la colomba, perché per realizzarla devi rinfrescare il lievito madre già un mese prima, utilizzando quindi un sacco di farina. E poi, per farne quante? Cinquanta? Non ne vale la pena, quindi ci inventeremo qualcos&#8217;altro». </span></p>
<div id="attachment_78984" style="width: 1024px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/03/image000021.jpeg"><img class="wp-image-78984 size-large" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/03/image000021-1024x768.jpeg" alt="Varie tipologie di pane" width="1024" height="768" /></a><p class="wp-caption-text">Varie tipologie di pane</p></div>
<p><span style="font-weight: 400;">L’attrattività data dalla presenza del tone e la crescente popolarità hanno attirato anche parecchi <strong>clienti georgiani</strong>. «Si dividono in due </span><i><span style="font-weight: 400;">categorie.</span></i><span style="font-weight: 400;"> Ci sono i soliti che dicono: “No, il pane georgiano non si fa così”. Poi ci sono quelli che riescono a guardare oltre e si convincono: &#8220;È diverso, però è molto buono. Ed è una cosa che io riproporrei in Georgia”. Anche perché, se vieni qui, non ti puoi aspettare di mangiare georgiano. Se sei curioso di quel tipo di cibo, l&#8217;unico modo per provarlo davvero è andare in Georgia. Non c&#8217;è altra strada». </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Conoscere, studiare, capire che anche fuori dall’Italia c’è tanto da scoprire. Giovanni ha compreso che il mero talento, se non associato alla passione e alla voglia di apprendere, non lo può condurre fin dove vuole arrivare. Per fare questo c’è bisogno anche di tanta umiltà e dedizione e lui ha avuto la capacità di ritagliarsi il suo spazio in un mercato quasi saturo, riconoscendo quali sono i veri professionisti, cercando di entrare in contatto con loro, scambiare informazioni, tecniche e conoscenze. «La <strong>panificazione</strong> a Milano è una cosa meravigliosa perché siamo tutti molto vicini, a partire da <strong>Longoni</strong>, che è una persona splendida. Ha fatto di questa professione il contrario di ciò che accade nella ristorazione, dove impera la competizione. Ci piace collaborare e confrontarci anche con chi ha un modo di gestire il prodotto in maniera diversa. La settimana scorsa, ad esempio, abbiamo fatto una degustazione di venti tipologie di pane. Io, Longoni e altri, tra cui <strong>Del Mastro</strong>, che ora ha aperto in Darsena». Un dare e avere che arricchisce sia i professionisti del settore, sia le creazioni che, ancora fumanti, escono dai loro laboratori.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Riconoscere il valore di questi artigiani non significa imitarli in tutto ciò che fanno. Giovanni ha le idee chiare e, per ora, il suo intento non sembra quello di allargarsi o aumentare una produzione che, in questo momento, è piuttosto limitata. «Loro hanno fatto e stanno portando avanti un lavoro straordinario sul pane, riuscendo a realizzare un alimento di buon livello. Seguono un’altra filosofia di pensiero e, disponendo di laboratori molto grossi, ne producono tanto. A me questo non interessa. Ma perché voglio differenziarmi e tenermi stretta la nicchia di cui vi ho parlato».</span></p>
<div id="attachment_78989" style="width: 1024px" class="wp-caption alignnone"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/03/image00006.jpeg"><img class="wp-image-78989 size-large" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/03/image00006-1024x768.jpeg" alt="Vari prodotti del forno" width="1024" height="768" /></a><p class="wp-caption-text">Vari prodotti del forno</p></div>
<p><span style="font-weight: 400;">In un periodo storico in cui si discute tantissimo di spreco alimentare, l’attenzione non è volta solo alla qualità, ma anche alla quantità del prodotto: «Non c&#8217;è bisogno di produrre più pane perché abbiamo panifici a Milano e </span><i><span style="font-weight: 400;"><strong>GDO</strong> </span></i><span style="font-weight: 400;">(Grande Distribuzione Organizzata) che ne buttano via un sacco. Noi non gettiamo nulla. Sappiamo quando farlo e quanto farne anche perché conosciamo i nostri clienti. Forse buttiamo via 10 kg di pane al mese, ma neanche, perché riutilizziamo tutto: crostini, crostoni, pangrattato». Una sorta di <strong>economia circolare</strong> dove lo spreco è ridotto davvero al minimo. Niente è lasciato al caso, un percorso iniziato circa quattro anni fa, ma che già adesso sta avvicinando </span><span style="font-weight: 400;">Tone</span><span style="font-weight: 400;"> alle </span><i><span style="font-weight: 400;">eccellenze</span></i><span style="font-weight: 400;"> nel panorama dei forni a Milano.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Ma cosa significa essere un’</span><strong><i>eccellenza</i></strong><span style="font-weight: 400;">, concetto di cui spesso si abusa nel nostro Paese. Ha davvero senso parlare di </span><i><span style="font-weight: 400;">eccellenze </span></i><span style="font-weight: 400;">o è solo un’etichetta affibbiata arbitrariamente? «Le parole </span><i><span style="font-weight: 400;">eccellenza</span></i><span style="font-weight: 400;"> e </span><strong><i>qualità</i></strong><span style="font-weight: 400;"> credo siano spesso vuote di significato. Le si può trovare usate per indicare il contadino che lavora la terra, ma nessuno si chiede se quello che stia facendo sia corretto o meno. Senza contare che anche per le grandi aziende operano dei contadini. Quindi dove trovo la </span><i><span style="font-weight: 400;">qualità</span></i><span style="font-weight: 400;">? Oppure, in base a cosa un prodotto è </span><i><span style="font-weight: 400;">eccellente</span></i><span style="font-weight: 400;">? Trovo assurdo che si associ la parola </span><i><span style="font-weight: 400;">eccellenza</span></i><span style="font-weight: 400;"> ad alcuni alimenti semplicemente perché confezionati da una ditta storica. Mi sembra ci sia molta confusione in merito. Sarebbe molto più semplice indicare chi incontra i miei gusti e far decidere a te se vale o meno la pena provarlo. Se parliamo di panificazione, ad esempio, </span><strong><i>Le Polveri</i></strong><span style="font-weight: 400;"> e </span><strong><i>Crosta</i></strong><span style="font-weight: 400;"> sono ad un altissimo livello, così come i maestri che ho citato prima».</span></p>
<div id="attachment_78986" style="width: 225px" class="wp-caption alignright"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/03/scritta-fuori.jpeg"><img class="size-medium wp-image-78986" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/03/scritta-fuori-225x300.jpeg" alt="Cos'è Tone" width="225" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Cos&#8217;è Tone</p></div>
<p><strong><span style="font-weight: 400;">Giovanni riconosce le qualità e le peculiarità di chi lavora bene nel suo ambito. Ma si percepisce che ha la consapevolezza di essere al loro livello. Mentre gesticola, dal maglione, spunta un tatuaggio. È un </span><i><span style="font-weight: 400;">58</span></i><span style="font-weight: 400;">. Un numero che, a chi è appassionato di motociclismo, suona familiare. «È in ricordo di </span><i><span style="font-weight: 400;">Simoncelli</span></i><span style="font-weight: 400;">», ci dice. La conversazione si sposta sui motori, il </span><i><span style="font-weight: 400;">Sic</span></i><span style="font-weight: 400;"> uno dei suoi idoli. Un pilota diverso, che sulla moto quasi non ci stava, estroverso, creativo. Uno che sembrava potesse fare tutti gli sport, meno quello che aveva scelto. Un po’ come Giovanni, che ha trentadue anni e che quattro anni fa ha aperto un’attività durante il Covid, quando nessuno ci credeva. Sulla griglia di partenza sarebbe stato ultimo, ma la gara è appena iniziata e ha già recuperato parecchie posizioni. Ha scelto una strada diversa; se gli altri piloti seguono un percorso, lui ne sta tracciando un altro tutto suo. In direzione ostinata e contraria.</span></strong></p>
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		<title>FOODWEEK &#124; Sulle ali dell&#8217;Ortolan: dove la cucina è sostanza</title>
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		<pubDate>Sun, 09 Feb 2025 15:17:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Luca Baldini]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Milano]]></category>

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		<description><![CDATA[Cibo che passione. Ormai, cosa non si farebbe per un assaggio ma, soprattutto, per postare sui social il momento in cui l&#8217;acquolina è arrivata in bocca? Noi non ci esimiamo ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1238" height="920" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/02/Screenshot-2025-02-08-alle-17.14.54.png" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="credits: Ortolan" /></p><p>Cibo che passione. Ormai, cosa non si farebbe per un assaggio ma, soprattutto, per postare sui social il momento in cui l&#8217;acquolina è arrivata in bocca? Noi non ci esimiamo dal seguire le mode del momento, ma abbiamo deciso di farlo diversamente e di andare più a fondo, lì dove la cucina è cultura, viaggio e scoperta.</p>
<p>Per questo, abbiamo selezionato per voi una serie di storie molto speciali su Milano. Sono storie di chef, di piatti e di cucine per nulla <em>mainstream</em>.</p>
<p>Il risultato è <strong>FoodWeek, la nuova rubrica della domenica</strong>.</p>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8211;</p>
<p><span style="font-weight: 400;">«Queste sono delle terrecotte per fare i <em>panigacci</em>, una specie di pane non lievitato della Lunigiana, un piatto un po&#8217; dimenticato. Tradizionalmente si cuoce una specie di piada lì dentro, con sopra un peso. Vogliamo metterci dentro una salsiccia e la cicoria, poi la copriamo con altra sfoglia e la rimettiamo in forno. Può essere un nuovo piatto per il menù, che tanto cambia di continuo: ci stufiamo facilmente. Ogni giorno proviamo nuovi piatti, e quelli che ci convincono finiscono in carta». </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Mentre parliamo in cucina, Francesco e Guglielmo tagliano, impastano, puliscono, assaggiano. Ognuno segue le proprie preparazioni per la linea di stasera. L’ambiente è piccolo e oggi ci siamo anche noi tra i piedi, ma non ci fanno sentire ospiti indesiderati. Anzi. Sembra che la nostra presenza non li disturbi affatto. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Francesco e Guglielmo sono come due pirati che, dopo un lungo peregrinare, hanno finalmente trovato l’isola giusta su cui attraccare e mettere le radici. Almeno per un po’. È la maledizione dei più dannati, non poter mai chiamare un posto </span><i><span style="font-weight: 400;">casa</span></i><span style="font-weight: 400;">. Il loro vascello ha trovato un porto sicuro da PAN, </span><i><span style="font-weight: 400;">bakery </span></i><span style="font-weight: 400;">e caffetteria di Alice Yamada e dello </span><i><span style="font-weight: 400;">chef </span></i><span style="font-weight: 400;">di Bentoteca Yoji Tokuyoshi a due passi da piazzale Susa, a Milano. Uno spazio di incontro tra più culture nella città italiana simbolo del </span><i><span style="font-weight: 400;">melting pot</span></i><span style="font-weight: 400;">. Qui nasce <strong>Ortolan</strong>, il loro </span><i><span style="font-weight: 400;">temporary restaurant</span></i><span style="font-weight: 400;"> aperto solo di sera, quando ai burrosi sfogliati della panetteria di ispirazione giapponese si sostituiscono i piatti frutto delle menti creative ed educate dei due giovani </span><i><span style="font-weight: 400;">chef</span></i><span style="font-weight: 400;">. </span></p>
<p><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/02/IMG_5656.jpg"><img class="alignleft wp-image-78126 " src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/02/IMG_5656-225x300.jpg" alt="IMG_5656" width="261" height="349" /></a></p>
<p>Il parallelo con i pirati non è casuale. <strong>Francesco Dolcetta Capuzzo</strong> e <strong>Guglielmo Chiarapini</strong> condividono un percorso professionale &#8211; e di vita &#8211; molto simile. Entrambi laziali, formazione scientifica per il primo, classica per il secondo. Incrociano i loro percorsi all’ALMA di Parma, l’alta scuola di cucina del <em>maestro</em> per eccellenza, Gualtiero Marchesi. Lavorano insieme in Francia per più di tre anni. Poi le loro strade si dividono per ritrovarsi, qualche tempo più tardi, a Roma. Da Marzapane. <span style="font-weight: 400;">Due anni fa la scelta di allontanarsi di nuovo da casa. Hanno un’idea, un nuovo progetto: si chiama <strong>FEG</strong>, che è l’acronimo dei loro nomi. Non è un ristorante, è un’</span><i><span style="font-weight: 400;">idea </span></i><span style="font-weight: 400;">di ristorazione. Itinerante, questa volta. Parigi, Berlino, Bangkok, Patmos, Londra. Ospiti nelle cucine di amici chef in ogni angolo del mondo, Francesco e Guglielmo organizzano </span><i><span style="font-weight: 400;">pop-up</span></i><span style="font-weight: 400;"> e cene a tema. Arrivano, cucinano, ripartono. Verso la prossima meta, come </span><i><span style="font-weight: 400;">rockstar in</span></i> <i><span style="font-weight: 400;">tour</span></i><span style="font-weight: 400;">. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Vengono invitati dallo stesso Tokuyoshi per alcune serate alla Bentoteca. Con lui stringono un bel rapporto. Al che, un giorno, Yoji gli propone di prendersi la cucina del suo <strong>PAN</strong> per la sera, dato che altrimenti resterebbe chiuso. Loro accettano, mettono le tende a Milano. Nasce Ortolan, che, come dicevamo prima, è un ristorante temporaneo. Resterà aperto fino alla prossima estate, poi chissà. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/02/IMG_5633.jpg"><img class="alignright wp-image-78103 " src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/02/IMG_5633-225x300.jpg" alt="IMG_5633" width="248" height="331" /></a>Il menù si compone di alcuni </span><i><span style="font-weight: 400;">signature</span></i><span style="font-weight: 400;"> dei due <em>chef</em> &#8211; come la focaccina di patate con salame di Cascina Lago Scuro e crema di uovo sodo, o il risotto allo zafferano mantecato con il grasso del rognone affumicato &#8211; e piatti che cambiano in base alle loro idee e a ciò che propone il mercato. «Quello che facevamo da Marzapane stiamo cercando di riproporlo anche qui: tutto ruota attorno alla ricerca del prodotto. Ci siamo tenuti diversi fornitori con cui già lavoravamo a Roma e che adesso ci fanno arrivare qui le cose, come il maiale nero dei Nebrodi, che già usavamo. Abbiamo un ragazzo pugliese che fa il selezionatore di frutta e verdura in tutta Italia e riesce a darci dei prodotti di stagione incredibili in quantità limitate, come queste meravigliose arance more calabresi».</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;"><img class="alignleft wp-image-78064 " src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/02/IMG_5573-225x300.jpg" alt="IMG_5573" width="252" height="336" />Quella di Francesco e Guglielmo è una cucina di sostanza, ispirata e di profonda conoscenza, con un ammirevole rispetto per la materia prima e per la sua storia: «Riusciamo a fare un bel lavoro proprio perché abbiamo questi piccoli produttori che ci danno la possibilità di lavorare in maniera semplice, toccando il prodotto il meno possibile. Nei nostri piatti ci sono sempre due o tre ingredienti, non di più. Vogliamo che chi è seduto a tavola riesca a capire quello che sta mangiando. Preferiamo non andare a modificare la forma e la consistenza degli ingredienti, perché se abbiamo un&#8217;arancia pazzesca come questa qui, con il suo colore meraviglioso, non avrebbe senso lavorarla troppo. Quando gli ingredienti sono così buoni, bastano poche mosse e il piatto è fatto. È concreto. Senza spume e spumine, ormai così inflazionate».</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">I piatti raccontano la loro storia, i loro viaggi, le persone incontrate lungo il percorso: «Ogni cucina che abbiamo frequentato in questi anni ha delle caratteristiche specifiche. E noi prendiamo ispirazione da tante cose viste e mangiate in giro. Abbiamo anche in programma di fare alcuni eventi con gli </span><i><span style="font-weight: 400;">chef </span></i><span style="font-weight: 400;">con cui abbiamo fatto molto amicizia in questi due anni di FEG: vorremmo invitarli qui a Milano, ospitarli come loro hanno fatto con noi. Ci siamo creati un bellissimo </span><i><span style="font-weight: 400;">network</span></i><span style="font-weight: 400;">, ed è bello vedere tanta gente che, già in questi primi due mesi, è venuta a trovarci incuriosita. Poi comunque Milano, in Europa, è abbastanza centrale, quindi è facile arrivarci un po’ da tutte le parti».</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Ortolan è già diventato iconico. Passandoci davanti, di sera, potrà capitarvi di imbattervi in una scena tanto sinistra quanto curiosa: commensali che mangiano incappucciati nella penombra, illuminati dalla luce fioca di qualche candela. Il motivo ha a che fare con il nome del locale, e porta con sé una storia che parte dai salotti francesi dell’Ottocento. </span></p>
<p><img class="alignleft wp-image-78158 size-full" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/02/ORTOLANO.jpg" alt="ORTOLANO" width="1200" height="771" /><span style="font-weight: 400;">L’<strong>ortolano</strong> è un uccellino di campagna, delle dimensioni di un cardellino. V</span><span style="font-weight: 400;">eniva catturato vivo dai cacciatori, poi tenuto per giorni in gabbie coperte da teli, ingrassato fino al doppio del proprio peso e successivamente annegato nell&#8217;<em>Armagnac</em>. Spennato e arrostito, veniva mangiato intero &#8211; compreso di ossa &#8211; dai signori dell&#8217;alta borghesia francese. Essendo una pratica non proprio gradevole da vedere, la tradizione vuole che, quando ci si appresta a divorare il pennuto, ci si copra il capo con un tovagliolo. Forse vi sarà capitato di vedere una scena simile in qualche dipinto del secolo scorso o, più recentemente, nel film </span><i><span style="font-weight: 400;">Il gusto delle cose</span></i><span style="font-weight: 400;"> di Trần Anh Hùng, quando Dodin e il suo circolo di fidati amici </span><i><span style="font-weight: 400;">gourmet</span></i><span style="font-weight: 400;">, nascosti sotto un candido panno bianco, trangugiano questa piccola delizia. Una delizia oggi illegale perché, proprio per la crudeltà del trattamento riservato all’animale, dal 1999 il suo commercio è stato vietato nell’</span><span style="font-weight: 400;">Unione Europea</span><span style="font-weight: 400;"> da uno specifico decreto. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">«Abbiamo visto questa preparazione in vari film e libri. Ci piaceva il messaggio di queste cene private, a porte chiuse, dove si mangiava questo uccellino proibito», racconta Guglielmo. «E poi siamo sempre stati amanti dalle cose un po&#8217; celebrative a tavola, del piatto un po&#8217; particolare, piuttosto che dell&#8217;ingrediente caratteristico. Non si mangiano ortolani, ma abbiamo trovato una via legale per riprodurre il piatto, utilizzando altri uccelli. Considerando anche il nostro legame con la Francia, dove abbiamo lavorato tanti anni, ci è sembrata un’idea coerente». </span></p>
<p><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/02/IMG_5658-2.jpg"><img class="alignright wp-image-78129 " src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/02/IMG_5658-2-225x300.jpg" alt="IMG_5658 2" width="259" height="345" /></a></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Proprio il periodo trascorso nelle cucine francesi li ha cambiati. Ne ha modellato la sensibilità e l’approccio alla materia prima e al mestiere. Un lavoro che si avvicina ad un’arte, in cui si fondono capacità manuali, ma anche larghezza di vedute e uno spiccato senso del gusto. La patria della </span><i><span style="font-weight: 400;">haute cuisine, </span></i><span style="font-weight: 400;">dove cucina ed eleganza diventano un tutt’uno all’interno del piatto, ha elevato le loro conoscenze e ne ha plasmato il modo di entrare in contatto con le pietanze: «Le differenze tra i due Paesi sono sostanziali, a partire dal rispetto che c&#8217;è per la professione: l&#8217;approccio che ha il consumatore, ma anche quello dei lavoratori nelle cucine è diverso da quello c&#8217;è in Italia. Qui da noi sei considerato un </span><i><span style="font-weight: 400;">&#8220;operatore&#8221;</span></i><span style="font-weight: 400;">, alla stregua di un autista degli autobus o di un tassista. In <strong>Francia</strong>, invece, non solo il cuoco, ma tanti lavori manuali sono riconosciuti ed elevati. Senza dubbio c’è un approccio diverso all&#8217;artigianato, quindi anche un </span><i><span style="font-weight: 400;">commis </span></i><span style="font-weight: 400;">(cuoco di linea) è fiero di avere questo ruolo per tutti i significati che si porta dietro. In Italia no, fondamentalmente se vai a fare il cuoco vuol dire che non hai futuro o che hai poca voglia di fare. O almeno, quando abbiamo iniziato noi era un po&#8217; così».</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">È bastato passare qualche ora nel loro mondo per capire che la realtà appena descritta è lontana anni luce da quello che davvero accade </span><i><span style="font-weight: 400;">dietro le quinte</span></i><span style="font-weight: 400;">. Poter assistere a ciò che avviene prima del servizio, a tutte le preparazioni che portano alla realizzazione di un qualcosa di unico, complesso, equilibrato nei profumi e nei sapori, mette in luce le conoscenze e la dedizione di Francesco e Guglielmo. I due pirati si muovono nel loro veliero come due ballerine: l’aspetto </span><i><span style="font-weight: 400;">maschio </span></i><span style="font-weight: 400;">del lavoro e la grazia di ogni loro movimento confluiscono in una cosa sola. Gli spazi stretti di PAN diventano un palcoscenico perfetto, su cui la coppia di cuochi riesce a muoversi in simbiosi: una danza ideale, un’armonia che viene convogliata all’interno delle loro creazioni, partorite da due persone in costante evoluzione. Due menti predisposte al contatto con il cibo, vogliose di mettersi in gioco e, nonostante tutto, di continuare ad imparare.</span></p>
<p><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/02/IMG_5649.jpg"><img class="alignleft wp-image-78119 " src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/02/IMG_5649-225x300.jpg" alt="" width="266" height="355" /></a></p>
<p><span style="font-weight: 400;">«Ci reputiamo fortunati perché è un mestiere che ci è entrato dentro naturalmente», prosegue Guglielmo. «Non abbiamo dovuto </span><i><span style="font-weight: 400;">spaccarci la testa</span></i><span style="font-weight: 400;"> sui libri. Però per tanti in Italia è ancora così. C&#8217;è questa credenza comune che l&#8217;italiano abbia il palato più sviluppato. L’unica verità, forse, è che la media della cucina casalinga è più alta rispetto alla Germania o alla Francia. Però Paesi come <strong>Cina</strong>, <strong>Messico</strong> e <strong>Turchia</strong>, solo per farti un esempio, anche in quell’aspetto sono superiori. A febbraio dell’anno scorso siamo stati proprio in Messico e ci siamo resi conto che è un pianeta gastronomico completamente differente, una cucina incredibile, un&#8217;accoglienza che farebbe impallidire anche un italiano. Per questa serie di cose, fare il cuoco qui non mi piace tanto quanto mi piaceva farlo in Francia. Mi sentivo più tutelato».</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Il rigore e l’attenzione al lavoro si ritrovano anche nella <strong>cura del prodotto</strong>. Mercati fatti di eccellenze, dove il piccolo produttore riesce ad innestare la sua storia e i suoi saperi in ciò che offre: «Nei <strong>mercati</strong> d’Oltralpe puoi ancora trovare la super eccellenza accanto all&#8217;industriale. È una cosa che la dice lunga anche sulla cultura del cibo. Il brutto e il bello del nostro Paese è anche questo: c&#8217;è chi fa le cose tanto per farle accanto a chi, invece, vorrebbe farle bene. E, ovviamente, i primi finiscono per far perdere di credibilità agli altri. È un cane che si morde la coda. In cucina come in qualsiasi altro ambito». Guglielmo, in fin dei conti, è giovane come il suo collega, ma l’esperienza lo ha fatto maturare in fretta. Parla come qualcuno più grande di lui, perché il suo trascorso gli permette di farlo. Non è scontato in ciò che dice o in quello che fa, semplicemente perché ciò che racconta lo ha vissuto sulla propria pelle, una pelle scottata dai fuochi delle cucine che si è lasciato alle spalle. E proprio come un bucaniere che, ogni tanto, guarda la scia di schiuma che la barca lascia dietro di sé, anche lui, un po’ nostalgicamente, si volta e vede tutto il cammino che ha percorso. La malinconia dura solo un attimo: lo sguardo è rivolto al futuro e il tempo è dalla loro parte.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/02/IMG_5555.jpg"><img class="alignright wp-image-78059 " src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/02/IMG_5555-225x300.jpg" alt="IMG_5555" width="246" height="328" /></a></span>Il presente si chiama Ortolan e <strong>Milano</strong> sarà la loro casa ancora per qualche mese. Una città complessa, mutabile, traboccante di locali, ma che forse fatica a trovare una propria identità: «Ho parlato con diverse persone che vivono nei dintorni e tutti mi hanno detto che non sanno più dove andare a mangiare, se non nei soliti tre posti», conferma Francesco. «Sono circa due mesi che ci siamo stabiliti da PAN e mi sono reso conto che c’è una grande ricerca nel realizzare ristoranti bellissimi esteticamente, ma che poi mancano nella sostanza. Noi puntiamo a qualcosa che appaghi il cliente dal punto di vista visivo, ma che abbia un’essenza diversa, nuova e potente. L’auspicio è che si verifichi una sorta di scrematura e che ci sia una risposta soprattutto da parte dei <strong>giovani</strong>: vogliamo capire ciò che piace al commensale, fare qualcosa di diverso che non ci snaturi».</p>
<p><span style="font-weight: 400;">Un approccio alla cucina che combina il piacere gustativo a esperienze sensoriali che vanno oltre il semplice </span><i><span style="font-weight: 400;">mangiare</span></i><span style="font-weight: 400;">. Un modo per </span><i><span style="font-weight: 400;">entrare in comunione</span></i><span style="font-weight: 400;"> con gli alimenti, cercando di evolvere il comune pensiero gastronomico: «Come è arrivata sotto tanti punti di vista a livelli di <strong>Londra</strong> e <strong>Parigi</strong>, anche a livello culinario Milano dovrebbe cominciare a svegliarsi un po&#8217;. Anche perché ci sono tantissimi stranieri che vivono qui e sono consapevoli di quello che si mangia all’estero». Un torpore che cristallizza il </span><i><span style="font-weight: 400;">gusto milanese</span></i><span style="font-weight: 400;">, ormai superato da quello di altre capitali europee. Una combinazione tra innovazione, idee e tradizione che deve scuotere il sentire comune, come un’onda che si abbatte sulla prua di una nave.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/02/IMG_5580.jpg"><img class="alignleft wp-image-78068 " src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/02/IMG_5580-225x300.jpg" alt="IMG_5580" width="251" height="335" /></a>E su quella comandata da Francesco e Guglielmo c’è spazio anche per tre sognatori che hanno sposato la loro idea e che condividono i medesimi valori: <strong>Joseph</strong>, <strong>Alessio</strong> e <strong>Constance</strong>. Sono le persone che si occupano della sala con rigore e precisione e ogni sera, dal martedì al sabato, curano la resa estetica e la trasformazione del locale da </span><i><span style="font-weight: 400;">bakery</span></i><span style="font-weight: 400;"> a ristorante. Joseph e Alessio hanno seguito i due cuochi dalla loro esperienza romana, consci delle potenzialità del progetto. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">La storia di Constance, invece, è un po’ più particolare: nasce in Francia e ha un percorso accademico che nulla ha a che fare con la cucina. Ma incontra Francesco e se ne innamora. Proprio per questo molla tutto e decide di salpare e imbarcarsi in questo viaggio con lui. Adesso serve i clienti e lo fa con una compostezza e un sorriso incantevole. Si muove tra i tavoli ben apparecchiati leggiadra e sicura, in sintonia con la danza che avviene qualche metro più in là, in cucina. Un misto tra il rigore tipico francese e l’amabilità intrinseca agli italiani. Un po&#8217; la <em>polena</em> di questa</span><span style="font-weight: 400;"> <em>nave</em>, una presenza benefica dal significato quasi magico. Quella figura benaugurante che tranquillizza tutto l’<em>equipaggio</em> che, qualche anno fa, ha mollato gli ormeggi e intrapreso questo interessante peregrinare.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Il percorso li ha portati fin qui: l’ancora di Ortolan è stata gettata a Milano e la barca è ormeggiata in <strong>via Leopoldo Cicognara</strong>. Ma il vento potrebbe cambiare, le vele dispiegarsi e i due pirati, Francesco e Guglielmo, convincersi che è necessario prendere di nuovo il largo. La destinazione? Difficile dirlo, ma sicuramente ci sarà una <em>ciurma</em> disposta a seguirli.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Morire sottoterra in Sudafrica</title>
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		<pubDate>Fri, 31 Jan 2025 14:56:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Luca Baldini]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>

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		<description><![CDATA[Il governo sudafricano ha avviato la repressione dell&#8217;attività mineraria illegale nel Paese a partire dal dicembre 2023 tramite l&#8217;operazione Vala Umgodi (che significa &#8220;chiudi il buco&#8221; in lingua Zulu). Le ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1560" height="890" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/01/Screenshot-2025-01-26-at-13.13.57.png" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Screenshot 2025-01-26 at 13.13.57" /></p><p>Il governo sudafricano ha avviato la repressione dell&#8217;attività mineraria illegale nel Paese a partire dal dicembre 2023 tramite l&#8217;operazione <em>Vala Umgodi</em> (che significa &#8220;chiudi il buco&#8221; in lingua Zulu). Le miniere abbandonate vengono occupate da bande, spesso guidate da ex-dipendenti, che vendono ciò che trovano sul mercato nero. I lavoratori vengono cooptati in questo commercio illegale, con la forza o volontariamente, e sono costretti a trascorrere mesi sottoterra a scavare per cercare minerali. Il governo afferma che l&#8217;attività mineraria illegale è costata all&#8217;economia del Sudafrica 3,2 miliardi di dollari (2,6 miliardi di sterline) solo nel 2024.</p>
<p>Da questo gennaio è costata anche molto di più: 87 morti, bilancio in vittime di uno scontro durato mesi tra polizia e minatori rimasti intrappolati mentre lavoravano illegalmente nella miniera d&#8217;oro abbandonata di Stilfontain. Ma, soprattutto il prezzo pagato dal Paese è una frattura enorme creatasi tra autorità e comunità locali, considerato che la vicenda sta virando verso una possibile indagine per il rifiuto iniziale delle autorità locali di aiutare i minatori perché ritenuti &#8220;criminali&#8221;, e la decisione di tagliare loro le scorte di cibo.</p>
<p>I gruppi per i diritti civili hanno fatto causa al governo a gennaio dopo che sono emersi dei video che mostravano mucchi di cadaveri nella miniera. Nelle petizioni del tribunale, i minatori recentemente salvati hanno rivelato che le condizioni sotterranee costringevano le persone a mangiare scarafaggi e carne umana e che alcune persone che cercavano di scappare erano cadute e avevano trovato la morte. I sopravvissuti sono 246. Sia i morti che i sopravvissuti sono soprattutto migranti illegali da Mozambico, Lesotho e Zimbabwe.</p>
<ul>
<li><a href="http://www.magzine.it/nascosti-nelle-tenebre-la-tragedia-della-miniera-di-stilfontein/"><strong>Nascosti nelle tenebre: la tragedia della miniera di Stillfontain</strong></a> &#8211; di Fabio Baldonieri e Luca Baldini</li>
<li><a href="http://www.magzine.it/loro-del-sudafrica-un-affare-di-disperazione-e-sangue/"><strong>L&#8217;oro del Sudafrica: un affare di disperazione e sangue</strong></a> &#8211; di Pietro Piga</li>
<li><strong><a href="http://www.magzine.it/le-associazioni-per-i-diritti-umani-denunciano-dietro-la-tragedia-ci-sono-anni-di-sentimenti-xenofobi/">Le associazioni per i diritti umani denunciano: dietro la tragedia, ci sono anni di sentimenti xenofobi</a></strong> &#8211; di Alice Rimoldi</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Nascosti nelle tenebre: la tragedia della miniera di Stilfontein</title>
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		<pubDate>Fri, 31 Jan 2025 14:24:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Luca Baldini]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>

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		<description><![CDATA[A caccia di oro per non morire di fame. È uno dei tanti paradossi con cui bisogna convivere in Sudafrica, un Paese tanto ricco di risorse quanto piegato dalla criminalità, ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1000" height="541" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/01/minatori-stilfontein1.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Minatori a Stilfontein - Fonte: www.africarivista.it" /></p><p><span style="font-weight: 400;">A caccia di oro per non morire di fame. È uno dei tanti paradossi con cui bisogna convivere in </span><b>Sudafrica</b><span style="font-weight: 400;">, un Paese tanto ricco di risorse quanto piegato dalla criminalità, dalla corruzione, da quella disperazione che spingerebbe chiunque a fare qualsiasi cosa pur di sopravvivere. Perfino calarsi per più di due chilometri e mezzo sotto terra in una </span><b>miniera dismessa</b><span style="font-weight: 400;">. È quello che è accaduto a </span><b>Stilfontein</b><span style="font-weight: 400;">, a meno di un paio d’ore di macchina dal polo economico di Johannesburg. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Stilfontein è solo una delle tante </span><i><span style="font-weight: 400;">cittadine minerarie</span></i><span style="font-weight: 400;"> del Paese, se non fosse che il suo sito aurifero è stato chiuso ormai dieci anni fa, con un’ordinanza del governo del 2014. Questo non ha impedito ai </span><b>minatori illegali</b><span style="font-weight: 400;"> di varcare gli ingressi della miniera e riprendere le proprie attività senza alcun tipo di autorizzazione. «Si crede che l’estrazione mineraria illegale a Stilfontein vada avanti da anni», spiega </span><b>Gerald Imray</b><span style="font-weight: 400;">, corrispondente dal Sudafrica per </span><i><span style="font-weight: 400;">Associated Press</span></i><span style="font-weight: 400;">. Dallo scorso luglio, però, l’attività nel sottosuolo si è intensificata, attirando l’attenzione delle autorità e costringendo il governo ad intervenire: «Secondo la polizia, </span><b>più di 1900 minatori stavano lavorando illegalmente nella miniera.</b><span style="font-weight: 400;"> Ad agosto è iniziato lo sgombero del sito fa parte delle forze dell’ordine. Molti di loro sono usciti autonomamente, prima che le operazioni di recupero iniziassero». </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Molti, ma non tutti. Perché c’è chi ha preferito rimanere </span><i><span style="font-weight: 400;">nascosto nell’ombra</span></i><span style="font-weight: 400;">, senza via d’uscita, in attesa di un finale già scritto: chiunque, lì sotto, sapeva che ad attenderli in superficie c’erano un paio di manette e, nella maggior parte dei casi, un viaggio di sola andata fuori dal Paese. «I gruppi di minatori illegali in Sudafrica, nella maggior parte dei casi, sono composti da </span><b>immigrati clandestini</b><span style="font-weight: 400;">, senza documenti, provenienti dagli Stati vicini. A Stilfontein, più di mille di loro venivano dal </span><b>Mozambico</b><span style="font-weight: 400;">, oltre quattrocento dallo </span><b>Zimbabwe</b><span style="font-weight: 400;"> e circa duecento dal </span><b>Lesotho</b><span style="font-weight: 400;">. La polizia ha aggiunto che solo 26 tra i sopravvissuti &#8211; o fra quelli che sono riusciti ad uscire dalla miniera da agosto &#8211; erano sudafricani».</span></p>
<div id="attachment_77429" style="width: 655px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/01/stilfontein-dallalto.jpg"><img class="wp-image-77429" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/01/stilfontein-dallalto.jpg" alt="stilfontein dall'alto" width="655" height="491" /></a><p class="wp-caption-text">Approvvigionamento dei minatori &#8211; Fonte: SAPS/Supplied</p></div>
<p><span style="font-weight: 400;">La risposta delle autorità alla resistenza dei minatori illegali è stata la più dura possibile. “</span><b><i>Smoke them out</i></b><span style="font-weight: 400;">”: se non escono da soli con le buone, lo faranno con le cattive. Per mesi il governo ha </span><b>bloccato l’invio di cibo, acqua e aiuti </b><span style="font-weight: 400;">a coloro che erano rimasti barricati nel sottosuolo. «Una decisione dovuta al fatto che, per la polizia, era molto pericoloso calarsi all’interno della miniera, anche a causa delle sue condizioni precarie. Non a caso era stata dismessa», prosegue Imray. «Le forze dell’ordine hanno deciso di tagliar loro ogni forma di sostentamento per convincerli ad uscire allo scoperto. Una tattica che però non ha portato i risultati sperati: dopo qualche settimana, il tribunale ha decretato che le autorità dovevano riprendere l’invio di scorte all’interno di Stilfontein». </span><span style="font-weight: 400;">Nel frattempo, però, molte persone hanno perso la vita. Altre sono diventate troppo deboli per riuscire a risalire in superficie. Il bilancio finale è di <strong>87</strong></span><b> morti e 246 sopravvissuti</b><span style="font-weight: 400;">, estratti vivi a più di cinque mesi di distanza dall’inizio delle operazioni.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Le autorità sono finite nell’occhio del ciclone per l’intera gestione della vicenda, da molti considerata estrema ed ingiustificata. «Sicuramente ci sarà qualche tipo di investigazione per capire se le tattiche adottate dalla polizia sono state errate e hanno causato la morte di qualcuno. Questo porterà anche ad una rinnovata attenzione all’estrazione illegale di oro e di altri minerali in Sudafrica, che ormai da molti anni causa grossi problemi alla polizia e alle comunità locali». Abbiamo provato a contattare <strong>i parenti di alcune delle vittime</strong> della tragedia di Stilfontein, ma in questo momento hanno preferito non rilasciare dichiarazioni. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Per capire la portata del problema restano fondamentali le parole di Imray, stabilmente in Africa ormai da più di dieci anni: «Quella dell’estrazione illegale dei minerali è un grande questione in Sudafrica, dove ci sono almeno </span><b>6mila miniere abbandonate</b><span style="font-weight: 400;"> o dismesse. È difficile fare una stima, ma si pensa che i </span><b>minatori illegali </b><span style="font-weight: 400;">operanti nel Paese siano circa </span><b>30mila</b><span style="font-weight: 400;">». I numeri sono impressionanti, ma, forse, non rendono l’idea della dimensione del fenomeno e di quanto sia complesso.</span></p>
<div id="attachment_77431" style="width: 700px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/01/estratto-da-stilfontein.jpg"><img class="wp-image-77431" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/01/estratto-da-stilfontein-1024x512.jpg" alt="APTOPIX South Africa Miners Dead" width="700" height="350" /></a><p class="wp-caption-text">Sopravvissuto portato via dai soccorritori &#8211; Fonte: AP Photo/Themba Hadebe</p></div>
<p><span style="font-weight: 400;">La necessità di guadagnarsi da vivere e di non morire di fame spinge queste persone, spesso unica fonte di reddito per le loro famiglie, a rischiare la vita immergendosi nelle profondità della Terra: «La ragione principale che li motiva è l’</span><b>estrema povertà</b><span style="font-weight: 400;">, sia in Sudafrica che nelle nazioni vicine. Tanti cercano disperatamente di sopravvivere e, quando le miniere chiudono, le comunità che le circondano si ritrovano private di ciò da cui dipendevano. Anche per questo c&#8217;è chi decide di tornare giù, perché, per anni, è stato l’unico luogo a lui familiare». Un dramma che accomuna migliaia di persone e che appare di difficile soluzione: da qualche anno ormai lo Stato africano non è più il </span><i><span style="font-weight: 400;">leader </span></i><span style="font-weight: 400;">mondiale della produzione dell’</span><b>oro</b><span style="font-weight: 400;">. Le riserve auree stanno iniziando ad esaurirsi e ciò comporta rilevanti perdite di posti di lavoro. La situazione appena descritta ha aggravato ancora di più le condizioni di vita dei minatori, che rischiano quotidianamente di morire pur di trovare qualche grammo di metallo prezioso a cui aggrapparsi per guadagnare qualcosa.</span></p>
<div id="attachment_77436" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/01/mantashe.png"><img class="size-medium wp-image-77436" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/01/mantashe-300x224.png" alt="Gwede Mantashe - Fonte: www.businesslive.co.za" width="300" height="224" /></a><p class="wp-caption-text">Gwede Mantashe &#8211; Fonte: www.businesslive.co.za</p></div>
<p><span style="font-weight: 400;">I danni arrecati al Paese sono ingenti: «Gwede Mantashe, a capo del </span><b>Ministero delle Risorse Minerarie e Petrolifere</b><span style="font-weight: 400;">, ha affermato che, solo l’anno scorso, l’estrazione illegale è costata al Sudafrica circa </span><a href="https://www.bbc.com/news/articles/c62qqg0zj6yo"><b>tre miliardi</b></a><span style="font-weight: 400;"> di dollari». Proprio per questo ci si aspetterebbe un intervento eccezionale da parte delle autorità, volto a cercare di contrastare questa pratica: «Per il governo è molto complicato trovare un modo per contenere questa piaga, specialmente in un Paese come il Sudafrica, che ha già tantissimi altri problemi legati alla </span><b>criminalità</b><span style="font-weight: 400;">. Si tratta di monitorare migliaia di miniere dismesse e questi minatori illegali sono ben organizzati, sanno come evitare la polizia. Sempre più spesso, infatti, non si tratta di individui che operano in autonomia, ma di lavoratori gestiti da vere e proprie organizzazioni criminali». </span><b>Bande </b><span style="font-weight: 400;">che sono riuscite a costruire un’industria estremamente lucrativa, ovviamente a discapito della manodopera costretta a lavorare per loro. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Anche nella tragedia di Stilfontein, tra i superstiti, è emerso il presunto </span><i><span style="font-weight: 400;">boss </span></i><span style="font-weight: 400;">a capo della spedizione intrapresa a luglio: un cittadino originario del Lesotho, noto come </span><b>Tiger</b><span style="font-weight: 400;">. Stando alle </span><a href="https://www.bbc.com/news/articles/ckg01910g8xo"><span style="font-weight: 400;">testimonianze</span></a><span style="font-weight: 400;"> di qualche sopravvissuto, si sarebbe reso responsabile di atroci </span><b>torture </b><span style="font-weight: 400;">e </span><b>omicidi </b><span style="font-weight: 400;">e avrebbe privato le persone intrappolate nella miniera dei generi alimentari che dovevano dare loro sollievo. Se ne sarebbe appropriato con l’uso della forza, rifiutandosi di condividerli. Un atteggiamento mostruoso che, però, non ha avuto nessuna conseguenza: una volta raggiunta l’uscita della cava, l’uomo sarebbe riuscito ad </span><b>evadere</b><span style="font-weight: 400;"> da una sorta di cella di detenzione e a far perdere le proprie tracce. Una fuga che getta altre ombre sull’operato della polizia e che non può che alimentare i sospetti di collusione tra i </span><b>poliziotti, </b><span style="font-weight: 400;">che dovevano tenerlo in custodia, e l’enorme mercato minerario illegale.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Proprio la possibile </span><b>connivenza </b><span style="font-weight: 400;">tra queste organizzazioni criminali e le forze dell’ordine è l’ennesima disgrazia che si aggiunge a quelle che già devastano il Sudafrica. Una terra ricchissima, ma che è allo stremo delle proprie forze: «Mi è difficile dire se i fatti di Stilfontein potranno rappresentare un </span><b>punto di svolta</b><span style="font-weight: 400;"> nella lotta al traffico e all’estrazione illegale di minerali».</span></p>
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		<title>DOSSIER &#124;Tutte le nostre prigioni</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Jan 2025 13:56:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Luca Baldini]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Inchieste]]></category>

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		<description><![CDATA[Prigionieri e ostaggi. Bunker e celle. I fatti internazionali e la cronaca italiana ci riportano a considerare storie e persone racchiuse dentro perimetri angusti e, da questi, alcune -fortunate &#8211; ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="2186" height="1456" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/01/Screenshot-2025-01-20-at-14.46.04.png" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Screenshot 2025-01-20 at 14.46.04" /></p><p>Prigionieri e ostaggi. Bunker e celle. I fatti internazionali e la cronaca italiana ci riportano a considerare storie e persone racchiuse dentro perimetri angusti e, da questi, alcune -fortunate &#8211; volte liberati.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>La vicenda di Cecilia Sala e degli altri detenuti politici in Iran, la prigionia degli ostaggi israeliani detenuti da Hamas dal 7 ottobre 2023 per ben 5 mesi, la detenzione amministrativa di migliaia di carcerati palestinesi, anche minorenni, per motivazioni &#8220;preventive&#8221; e, dopo il 7 ottobre, senza accesso ad avvocati e senza giusto processo: questi sono solo alcuni dei casi che la cronaca degli ultimi mesi ha portato alla ribalta</mark>.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Ma poi ci sono gli affari interni: le carceri italiane scoppiano</mark>, i detenuti muoiono o si suicidano, le condizioni di vita dentro le carceri sono al limite storico dell&#8217;accettazione per il nostro ordinamento penitenziario.</p>
<p>Infine, ma non ultime, <mark class='mark mark-yellow'>ci sono le condizioni detentive in centinaia di Paesi del mondo: disumane. Nonché favorite da ordinamenti giuridici che non tutelano le persone</mark> accusate di reati, soprattutto se politici.</p>
<p>Un caso a sé lo costituisce <mark class='mark mark-yellow'>Guantanamo, la prigione creata dagli Stati Uniti sull&#8217;isola di Cuba per contenere persone accusate di terrorismo dopo l&#8217;11 settembre 2001</mark>. Cittadini di altri Paesi, soprattutto asiatici e a maggioranza islamica, detenuti anche 14 anni senza un capo d&#8217;imputazione.</p>
<p>Vi raccontiamo tutto questo nel nostro dossier.</p>
<ul>
<li><a href="http://www.magzine.it/il-disagio-cronico-delle-carceri-italiane/"><strong>Il disagio cronico delle carceri italiane</strong></a> &#8211; di Pietro Piga e Maria Gomiero</li>
<li><a href="http://www.magzine.it/forme-detentive-e-penitenziari-quali-sono-le-peggiori-condizioni-nel-mondo/"><strong>Forme detentive e penitenziari: quali sono le peggiori condizioni nel mondo</strong></a> &#8211; di Mirea D&#8217;Alessandro</li>
<li><a href="http://www.magzine.it/guantanamo-una-sconfitta-per-tutti/"><strong>Guantanamo: una sconfitta per tutti</strong></a> &#8211; di Luca Baldini</li>
</ul>
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		<title>GUANTANAMO: UNA SCONFITTA PER TUTTI</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Jan 2025 13:51:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Luca Baldini]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>

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		<description><![CDATA[«La letteratura carceraria ormai è un vero e proprio genere. Gli scritti dal carcere hanno una potenza, un impatto e un&#8217;immaginazione non comparabile ad altri testi. E per i reclusi ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="548" height="331" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/01/detenuti-guantanamo.png" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Detenuti appena arrivati a Guantanamo - Fonte: Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti" /></p><p><mark class='mark mark-yellow'>«La <strong>letteratura carceraria</strong> ormai è un vero e proprio genere. Gli scritti dal <strong>carcere </strong>hanno una potenza, un impatto e un&#8217;immaginazione non comparabile ad altri testi. E per i reclusi a <strong>Guantanamo </strong>scrivere è stato ancora più liberatorio. Il motivo per cui mi interessai alla traduzione italiana di “<em>Poems from Guantanamo: The Detainees Speak</em>”, <em>cucito</em> e curato negli Stati Uniti, è perché sentivo che fosse giusto dare voce anche a loro, perché tutti si esprimevano riguardo a Guantanamo e ai suoi detenuti, salvo gli interessati».</mark>A parlare è <strong>Riccardo Noury</strong>, portavoce di <em>Amnesty International Italia</em>, di cui fa parte dal 1980, e autore di libri sulle violazioni dei diritti umani, in particolare sulla pena di morte e la tortura.</p>
<div id="attachment_77108" style="width: 231px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/01/disegno-guantanamo.jpg"><img class="size-medium wp-image-77108" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/01/disegno-guantanamo-231x300.jpg" alt="Disegno-denuncia di Abu Zubaydah, detenuto a Guantanamo. Fonte: https://www.theguardian.com/" width="231" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Disegno-denuncia di Abu Zubaydah, detenuto a Guantanamo &#8211; Fonte: www.theguardian.com</p></div>
<p>Cerca di dare spazio anche a chi un posto nella società non ce l’ha; è dalla parte degli ultimi e in questa categoria si inseriscono perfettamente i prigionieri di Guantanamo, tutti <strong>musulmani</strong>. Proprio loro si sono serviti della poesia per cercare di evadere. Non fisicamente, ovviamente, ma almeno spiritualmente. Troppe le <strong>violenze</strong> subite, i traumi sia fisici che psicologici, le brutalità sistematiche che le guardie carcerarie riservano a chi ha la sfortuna di essere relegato in quel lembo di terra in mezzo ai Caraibi. Ed è in quei contesti, dove l’umanità scompare completamente, che la scrittura assume ancora più importanza e si tramuta in un atto creativo liberatorio.</p>
<p>La libertà, quella vera, alcuni di loro non l’hanno più vista:<mark class='mark mark-yellow'>«Da quando ha aperto, nel gennaio 2002, sono stati sei i <strong>suicidi</strong> accertati, a cui si aggiungono tre morti “per cause naturali” e resoconti di <strong>torture</strong> feroci». I numeri però sono molto incerti perché, sin da subito, il Dipartimento di Difesa americano smise di registrare i tentativi di togliersi la vita all’interno del centro detentivo, classificandoli come “comportamenti autolesionisti”.</mark>Tre anni dopo un militare americano rivelerà che, solo nel 2003, furono catalogati <a href="https://www.nytimes.com/2005/01/25/us/23-detainees-attempted-suicide-in-protest-at-base-military-says.html">350 atteggiamenti autolesivi</a>. Una <strong>carneficina</strong> che non ha risparmiato nessuno: «Fu come una <em>pesca a strascico</em>: un pescatore va a caccia di tonni e butta una rete. Non si preoccupa troppo di ciò che riesce a prendere: anfore, cocci, pneumatici e, forse, qualche pesce».</p>
<p>E così si comportò l’allora presidente degli Stati Uniti <strong>George W. Bush</strong> che, per giustificare la creazione di un sistema di deterrenza al <strong>terrorismo</strong>, approvò l’apertura di un campo di prigionia all’interno di una <strong>base navale</strong> statunitense: «Cavalcare il senso di rivalsa del popolo americano dopo lo scotto subito l’<strong>11 settembre 2001</strong>, con l’attentato alle <strong>Torri Gemelle</strong>, fu un’operazione mirata, che incontrò il consenso di grandi fette della popolazione», spiega <strong>Carlo Bonini</strong>, giornalista d’inchiesta e autore, tra gli altri, del libro “Guantanamo: <em>USA</em>, viaggio nella prigione del terrore”. Che prosegue:<mark class='mark mark-yellow'>«Guantanamo è il luogo, il simbolo della dimensione eccezionale in cui il governo americano decide di collocarsi nella lotta al terrorismo islamico. Un Paese sotto <em>shock</em>, violato per la prima volta all&#8217;interno dei propri confini, impegnato in un <strong><em>conflitto asimmetrico</em></strong>»<em>.</em> Una guerra con disparità di risorse militari o finanziarie, in cui il contendente militarmente ed economicamente più forte fatica ad individuare il nemico.</mark></p>
<div id="attachment_77113" style="width: 400px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/01/bush-twin-towers.jpg"><img class="size-full wp-image-77113" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/01/bush-twin-towers.jpg" alt="Bush davanti alle Torri Gemelle - Fonte: REUTERS" width="400" height="342" /></a><p class="wp-caption-text">Bush davanti alle Torri Gemelle &#8211; Fonte: REUTERS</p></div>
<p>Anche per questo si susseguirono centinaia di <strong>arresti</strong> totalmente arbitrari:<mark class='mark mark-yellow'>«Vennero completamente ignorate e superate le regole del gioco, intese come le garanzie del giusto processo in materia di <strong>diritti umani</strong>. &#8211; spiega Noury &#8211; Guantanamo è nata esattamente secondo quella strategia: uno spazio extraterritoriale, gestito dagli Stati Uniti, in cui potevano essere ignorate le garanzie previste a livello federale per via dell&#8217;isolamento del luogo e dei detenuti. Furono applicati quelli che chiamavano “<strong>metodi di interrogatorio rafforzato</strong>”, solo un eufemismo per definire le torture. E non si fermarono qui: crearono lo status di “<strong>combattenti nemici illegali</strong>”, privando in questo modo i prigionieri dei diritti previsti dalla legge per qualsiasi altro detenuto, compresi i diritti a difendersi in un&#8217;aula di giustizia ordinaria e ad essere assistiti da regolari avvocati».<mark class='mark mark-yellow'></mark></p>
<p>Lo <strong>Stato democratico</strong>, nel momento in cui vengono presi di mira i suoi cittadini e l’integrità stessa dell’istituzione, vacilla, tendendo ad assomigliare sempre di più al suo avversario: «Quando il nemico utilizza come strumento principale quello del terrore, arriva il momento in cui una democrazia deve compiere lo sforzo più difficile, che è quello di non snaturarsi e di rimanere simile a sé stessa», sottolinea Bonini. Ventitré anni fa il colosso americano non ci è riuscito e le parole di Domenico Quirico in un <a href="https://www.lastampa.it/esteri/2022/01/10/news/vent_anni_di_guantanamo_la_prova_del_fallimento_della_crociata_contro_il_terrorismo-2824747/">articolo</a> pubblicato su <em>la Stampa</em> riassumono perfettamente il concetto appena espresso: «<em>Il peccato originale di Guantanamo e della guerra al terrorismo è nel fatto che una democrazia non ha saputo trovare una forma di giustizia per punirli senza a sua volta commettere ingiustizie. Senza diventare come loro</em>».</mark></p>
<div id="attachment_77122" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/01/fionnula.jpg"><img class="size-medium wp-image-77122" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/01/fionnula-300x224.jpg" alt="Fionnuala Ní Aoláin - Fonte: https://www.rte.ie/" width="300" height="224" /></a><p class="wp-caption-text">Fionnuala Ní Aoláin &#8211; Fonte: www.rte.ie</p></div>
<p>Ingiustizie arbitrarie che, nel corso di questi ventitré anni, hanno segnato indistintamente i circa <strong>780 detenuti</strong> che hanno varcato le soglie di quell’<em>inferno</em>.<mark class='mark mark-yellow'>Un oblio caratterizzato da sevizie fisiche e psicologiche, interdetto da qualsiasi controllo fino al 2023 quando Fionnuala Ní Aoláin, relatrice speciale delle <strong>Nazioni Unite</strong> per i diritti umani e la lotta al terrorismo, ha potuto varcarne la soglia per realizzare un’ispezione indipendente.</mark>Il <a href="https://www.documentcloud.org/documents/23862470-2023-06-26-sr-terrorism-technical-visit-us-guantanamo-detention-facility/?responsive=1&amp;title=1">rapporto</a> redatto non lascia spazio ad interpretazioni e testimonia la situazione drammatica di Guantanamo e dei trenta detenuti che, fino a due anni fa, vivevano al suo interno.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Oggi i reclusi sono diminuiti ancora e hanno raggiunto le <strong>quindici</strong> unità: «Gli Stati Uniti cominciarono a negoziare con i Paesi d’origine la restituzione dei prigionieri e il loro <strong>processo</strong> per i crimini connessi alle attività terroristiche di cui erano accusati. Amministrazioni repubblicane e democratiche si sono alternate nella gestione del problema: Bush ne trasferì <a href="https://www.aljazeera.com/wp-content/uploads/2021/09/INTERACTIVE-Guantanamo-Bay-closing-prison.png?w=770&amp;resize=770%2C770&amp;quality=80">540</a> e sia <strong>Obama </strong>che <strong>Biden</strong> (che, ad oggi, ne ha rimpatriati una ventina) auspicarono la chiusura del penitenziario, senza riuscirci. Da un certo momento in poi, però, la struttura ha smesso di accogliere nuovi detenuti e la popolazione carceraria è andata man mano diminuendo».</mark> Ma se le <strong>denunce</strong> di ONG e organizzazioni internazionali non sono riuscite a smuovere le acque, qual è il motivo principale dietro il calo demografico del penitenziario? «Guantanamo è diventato oggettivamente un <strong>problema</strong> perché drena importanti <strong>risorse</strong> <strong>economiche</strong>», continua Bonini. Già cinque anni fa, il <a href="https://www.nytimes.com/2019/09/16/us/politics/guantanamo-bay-cost-prison.html"><em>New York Times</em></a> denunciò che ogni internato costava allo Stato americano circa <strong>13 milioni di dollari</strong>. È lecito ritenere che il rapporto costi-benefici, <em>se di benefici si può parlare</em>, sia diventato nel tempo praticamente insostenibile e si siano dovute prendere delle decisioni per limitare le perdite economiche.</p>
<div id="attachment_77125" style="width: 650px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/01/guantanamo-bay.jpg"><img class="wp-image-77125" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/01/guantanamo-bay-1024x768.jpg" alt="Torre di guardia all'entrata di Guantanamo - Fonte: John Moore/Getty Images" width="650" height="488" /></a><p class="wp-caption-text">Torre di guardia all&#8217;entrata di Guantanamo &#8211; Fonte: John Moore/Getty Images</p></div>
<p>Il carcere, per ora, rimane aperto e il suo futuro è ancora tutto da scrivere. Il 20 gennaio si terrà la cerimonia di insediamento di <strong>Donald Trump</strong> quale nuovo presidente degli Stati Uniti e proprio il <em>Tycoon</em> potrebbe avere la possibilità di porre fine ad uno dei capitoli più bui della storia recente americana:<mark class='mark mark-yellow'>«Non credo che la chiusura di Guantanamo sia in cima alla sua agenda. &#8211; chiarisce Bonini &#8211; Quindi, se dovessi scommettere, non penso accadrà qualcosa in tal senso, anche se sarei felice di essere smentito. È un’amministrazione che ha promesso di esercitare il massimo della durezza e quella prigione ne è un simbolo. I problemi comunque persistono, quindi anche Trump, prima o poi, dovrà prendere una direzione chiara».</mark>Lo stesso Noury non è ottimista: «<em>The Donald </em>ha già avuto quattro anni di tempo per decidere delle sorti di Guantanamo, ma non l’ha fatto. Anche per questo dubito possa aver cambiato idea. Il centro detentivo potrebbe rimane lì come <strong>spauracchio</strong>, pronto per detenere persone qualora ci siano le condizioni adatte». In sostanza, meglio avere una struttura già pronta all’uso che ricominciare tutto da capo.</p>
<p>Proteste e denunce non sono bastate e le violenze sembrano destinate a continuare: quanto successo quasi ventiquattro anni fa, il brutale attacco terroristico al <em>World Trade Center</em>, ha accomunato gli Stati Uniti a quello che allora veniva definito l’<strong><em>aggressore</em></strong>. Due approcci alla vita e due culture completamente diversi, uniti dalla violenza e della ferocia mostrata gli uni verso gli altri.</p>
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		<title>Donald Trump: annunci aggressivi e politiche migratorie prima dell&#8217;insediamento</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Jan 2025 07:23:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Luca Baldini]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>

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		<description><![CDATA[In una conferenza stampa a reti unificate, il presidente eletto statunitense Donald Trump, prima ancora dell&#8217;insediamento ufficiale, ha detto che gli Stati Uniti riprenderanno il controllo del Canale di Panama, ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1140" height="664" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/01/Screenshot-2025-01-08-at-08.22.47.png" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Screenshot 2025-01-08 at 08.22.47" /></p><p>In una conferenza stampa a reti unificate, il presidente eletto statunitense Donald Trump, prima ancora dell&#8217;insediamento ufficiale, ha detto che gli Stati Uniti riprenderanno il controllo del Canale di Panama, acquisiranno la Groenlandia e si sbarazzeranno della &#8220;linea tracciata artificialmente&#8221; tra Stati Uniti e Canada. Per fare questo, non escludono azioni militari. Le reazioni, da Canada e Danimarca, non si sono fatte attendere. Ma c&#8217;è tensione anche sulla annunciata politica sui dazi applicata sempre a Canada, Messico e Cina. In questo caso, le affermazioni diplomaticamente non concilianti sono sostenute dal neo-presidente sulla base di assunti anti-migratori. Noi abbiamo dato uno sguardo a queste nuove traiettorie del primo mese di presidenza Trump e alle sue contraddizioni.</p>
<ul>
<li><a href="http://www.magzine.it/usa-dazi-amari/"><strong>USA: dazi amari</strong> </a>- di Luca Baldini</li>
<li><a href="http://www.magzine.it/trump-stringe-sullimmigrazione-ma-conquista-i-latinos/"><strong>Trump stringe sull&#8217;immigrazione ma conquista i latinos</strong></a> &#8211; di Pietro Lupi</li>
<li><a href="http://www.magzine.it/un-muro-di-dubbi-chi-costruisce-il-trump-wall/"><strong>Un muro di dubbi: chi costruisce il Trump wall</strong></a> &#8211; di Fabio Balenieri</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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