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	<title>magzine &#187; Simone Cesati</title>
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	<description>un progetto della Scuola di giornalismo dell&#039;Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano</description>
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		<title>Milano, smart city in cammino: tra presente e futuro verso Cortina 2026</title>
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		<pubDate>Sat, 24 May 2025 19:18:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Simone Cesati]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Le smart city non sono più un’ipotesi futuribile, ma una risposta alle sfide di un mondo in evoluzione. Sono spazi urbani progettati per affrontare l’aumento demografico e i cambiamenti climatici, ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="800" height="418" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/05/milanogoogle.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Creative commons" /></p><p><span style="font-weight: 400;">Le </span><b>smart city</b><span style="font-weight: 400;"> non sono più un’ipotesi futuribile, ma una risposta alle sfide di un mondo in evoluzione. Sono spazi urbani progettati per affrontare l’aumento demografico e i cambiamenti climatici, dove la tecnologia – dall’IoT all’intelligenza artificiale, fino ai big data – rivoluziona la quotidianità: dalla gestione delle utenze ai servizi pubblici, dal traffico urbano alla sicurezza. «Una città è davvero “smart” quando crea un ambiente inclusivo, accessibile, dinamico, sostenibile e resiliente. L’innovazione tecnologica è centrale per raggiungere questi obiettivi, ma non può essere pensata al di fuori di questa prospettiva», afferma a </span><i><span style="font-weight: 400;">Magzine</span></i> <b>Matteo Risi</b><span style="font-weight: 400;">, direttore dell’</span><a href="https://www.osservatori.net/smart-city/"><span style="font-weight: 400;">Osservatorio Smart City</span></a><span style="font-weight: 400;"> e ricercatore dell’</span><a href="https://www.osservatori.net/innovative-payments/"><span style="font-weight: 400;">Osservatorio Innovative Payments</span></a><span style="font-weight: 400;"> del Politecnico di Milano.</span></p>
<p><strong>Tecnologie integrate e rischi</strong></p>
<p><span style="font-weight: 400;">La rivoluzione, iniziata nei primi anni Duemila, prende oggi forma attraverso l’integrazione di tecnologie diverse. </span><b>Sensori </b><span style="font-weight: 400;">e </span><b>AI </b><span style="font-weight: 400;">raccolgono e analizzano dati per monitorare la qualità di aria e acqua, ottimizzando i consumi energetici. La </span><b>mobilità urbana </b><span style="font-weight: 400;">è gestita in tempo reale con sensori che regolano i flussi veicolari, contribuendo a ridurre emissioni, consumi e incidenti, e migliorando la manutenzione delle infrastrutture. Un ulteriore acceleratore è il </span><b>5G</b><span style="font-weight: 400;">, che consente uno scambio dati in tempo reale, rendendo possibili interventi immediati e manutenzioni predittive. Un esempio sono le</span><b> reti idriche intelligenti</b><span style="font-weight: 400;">, capaci di individuare perdite prima ancora che si verifichino. Ma Risi mette in guardia: «Un’adozione acritica delle tecnologie digitali comporta rischi concreti: dalla dipendenza dagli automatismi alla sorveglianza di massa, dalla disinformazione algoritmica all’esclusione digitale, fino alla perdita di controllo democratico sulle decisioni urbane. Serve un approccio attento, inclusivo e trasparente».</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">La protezione della </span><b>privacy </b><span style="font-weight: 400;">e la </span><b>sicurezza </b><span style="font-weight: 400;">dei dati diventano temi centrali per le amministrazioni locali. «L’AI Act fornisce un quadro normativo utile, valorizzando il controllo umano, ma non basta. Sono indispensabili competenze interne e </span><i><span style="font-weight: 400;">task force </span></i><span style="font-weight: 400;">dedicate, formazione continua e soluzioni trasparenti, per garantire che l’intelligenza artificiale sia realmente al servizio del bene comune» precisa Risi. E sottolinea un pericolo crescente: «Le smart city, seppur portatrici di innovazione ed efficienza, possono amplificare le disuguaglianze esistenti». Il</span><b> divario digitale </b><span style="font-weight: 400;">è uno degli effetti più visibili: «Le tecnologie più avanzate si concentrano nei centri urbani più sviluppati, mentre periferie e quartieri svantaggiati restano ai margini, con un accesso limitato ai servizi digitali. Ne derivano esperienze urbane diseguali, che penalizzano chi ha minori competenze o risorse economiche». Anche la </span><b>partecipazione civica </b><span style="font-weight: 400;">rischia di diventare un privilegio: «Solo una minoranza digitalmente alfabetizzata riesce a influenzare i processi decisionali, mentre molti restano esclusi, privi degli strumenti per comprendere o controllare le nuove tecnologie. Si generano così nuove forme di esclusione sociale».</span></p>
<p><strong>La visione di Milano</strong></p>
<p>Nel 2014, in vista di Expo, <strong>Milano</strong> ha approvato il piano <strong><a href="https://economiaelavoro.comune.milano.it/progetti/linee-guida-milano-smart-city">Milano Smart City</a></strong>, delineando una visione ambiziosa: diventare una metropoli tecnologicamente avanzata, capace di coniugare innovazione, sostenibilità e partecipazione. Ma non solo: rafforzare il ruolo internazionale della città, promuovere la mobilità sostenibile, ridurre l’impatto ambientale, migliorare la qualità della vita e rendere la PA più accessibile. In questo contesto è nata la <strong><a href="https://milanosmartcity.it/">Milano Smart City Alliance</a></strong>, rete promossa dalla Fondazione Assolombarda che riunisce grandi attori del settore (A2A, ATM, Cisco, ecc.) e istituzioni.</p>
<p><span style="font-weight: 400;">Tra i progetti più innovativi spicca il </span><a href="https://www.comune.milano.it/aree-tematiche/pnrr-fondi-europei-e-nazionali/pn-metro-plus-2021-2027/le-priorita/smart-city-e-sviluppo-del-gemello-digitale-esteso#:~:text=Il%20sistema%20del%20Gemello%20Digitale,amministrative%20in%20ottica%20data%2Ddriven."><b>Gemello Digitale Esteso</b></a><span style="font-weight: 400;">, in linea col Piano Triennale per l’Informatica 2024-2026. «È un ecosistema digitale che raccoglie e valorizza i dati urbani, facilitando lo scambio tra </span><i><span style="font-weight: 400;">stakeholder </span></i><span style="font-weight: 400;">come municipalizzate e aziende dello sharing. Così il Comune può prendere decisioni più informate», spiega Risi. Seguendo l’esempio di </span><b>Barcellona</b><span style="font-weight: 400;">, Milano ha lanciato </span><a href="https://partecipazione.comune.milano.it/"><i><span style="font-weight: 400;">Milano Partecipa</span></i></a><span style="font-weight: 400;">, piattaforma che consente ai cittadini di esprimersi sulle decisioni pubbliche e proporre petizioni. Anche le piccole e medie imprese si ritagliano un ruolo importante perché «sono il motore dinamico dell’innovazione territoriale, capace di adattarsi rapidamente alle esigenze locali». Inoltre, è centrale l’apporto del mondo accademico: «Il Politecnico, insieme ad altri centri di ricerca, genera competenze e conoscenza, catalizzando l’innovazione applicata e la diffusione dell’informazione», sottolinea Risi.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Nasce un ecosistema virtuoso in cui università, imprese e istituzioni collaborano per una trasformazione urbana digitale e sostenibile. Milano si afferma come modello nazionale ed europeo di smart city. Secondo l’</span><a href="https://www.ey.com/it_it/newsroom/2025/05/ey-smart-city-index-2025"><b>EY Smart City Index 2025</b></a><span style="font-weight: 400;">, infatti, è la città più avanzata in Italia, davanti a Bologna e Roma. L’indagine premia il capoluogo lombardo per infrastrutture digitali, mobilità sostenibile, innovazione. Sul fronte dell’inclusione sociale, invece, Milano è tra le prime dieci per accesso ai servizi e coinvolgimento dei cittadini. «Ha costruito il suo primato sull’innovazione e sull’ascolto del territorio. Non a caso è stata tra le prime città a introdurre il fascicolo digitale del cittadino», osserva Risi.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">A consolidare questo primato contribuiscono anche dinamiche economiche e sociali che rendono la città attrattiva e dinamica. Nel programma </span><a href="https://smarteritaly.agid.gov.it/"><b>Smarter Italy</b></a><span style="font-weight: 400;">, promosso dal MIMIT nel 2019, Milano è stata selezionata come Living Lab per il paradigma </span><i><span style="font-weight: 400;">Mobility as a Service </span></i><span style="font-weight: 400;">(MaaS), una piattaforma che integra diversi servizi di trasporto – pubblico, bike sharing, car sharing, taxi – permettendo di pianificare e pagare l’intero viaggio da un’unica app.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">A livello europeo, Milano è tra le nove città italiane selezionate per la </span><a href="https://research-and-innovation.ec.europa.eu/funding/funding-opportunities/funding-programmes-and-open-calls/horizon-europe/eu-missions-horizon-europe/climate-neutral-and-smart-cities_en"><b>Missione UE “Climate Neutral and Smart Cities”</b></a><span style="font-weight: 400;">, che mira alla neutralità climatica entro il 2030. «L’impegno climatico è in continua crescita. Il Piano Aria Clima prevede già misure di adattamento. Il contratto include 150 azioni focalizzate su riqualificazione energetica, mobilità sostenibile ed economia circolare sostenute dai fondi del PNRR», riassume Risi. </span></p>
<p><strong>Il confronto europeo</strong></p>
<p>Il <strong><a href="https://www.assolombarda.it/centro-studi/booklet-smart-city-ndeg07-giugno-2024">Booklet Smart City 2024</a></strong>, redatto da EY, confronta Milano con altre cinque metropoli europee, <strong>Barcellona</strong>, <strong>Parigi</strong>, <strong>Amsterdam</strong>, <strong>Berlino</strong> e <strong>Monaco</strong>, sulla base di tre macro-aree: infrastrutture digitali, reti ambientali, servizi intelligenti. Il capoluogo lombardo eccelle per<strong> diffusione del Wi-Fi pubblico</strong> (prima per numero di hotspot per abitante), <strong>sensoristica urbana</strong>, raccolta differenziata (62,1%, tre volte Parigi), <strong>mobilità dolce</strong> (quasi 18.000 biciclette in sharing) e <strong>mobilità elettrica</strong>. «Il confronto diretto è complesso – chiarisce Risi – a causa delle differenze normative, urbanistiche e culturali. Più che competere, le città collaborano. Iniziative europee come “100 città per la neutralità climatica” definiscono obiettivi comuni per realtà diverse. In questo quadro, Milano sta costruendo un modello di smart governance fondato su innovazione, coinvolgimento degli stakeholder e partecipazione civica».</p>
<p><span style="font-weight: 400;">Una città non diventa “intelligente” solo accumulando dati, sensori o algoritmi. Lo diventa quando trasforma l’innovazione in un processo sociale, culturale, ambientale. È quello che Milano, pur tra contraddizioni e tensioni, sta cercando di fare: «Una città intelligente non è una città perfetta nei dati, ma una città che usa i dati per affrontare con maggiore consapevolezza la propria imperfezione», afferma a </span><i><span style="font-weight: 400;">Magzine </span></i><b>Giuliano Dall’Ò</b><span style="font-weight: 400;">, docente del Politecnico di Milano e tra i massimi esperti italiani di sostenibilità urbana. La sua è una voce che invita a uno sguardo profondo, oltre le vetrine hi-tech. Eppure, le vetrine contano. Milano oggi è la città più smart d’Italia grazie a una rete digitale capillare, a politiche avanzate sulla mobilità e all’adozione di modelli predittivi nella gestione urbana.</span></p>
<p><strong>Il fattore Olimpiadi</strong></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Ma al di là dei ranking, il banco di prova è imminente: le</span><a href="https://milanocortina2026.olympics.com/it"> <b>Olimpiadi Invernali Milano-Cortina 2026</b></a><span style="font-weight: 400;">. Un evento globale che, come fu Expo nel 2015, può segnare una svolta nella trasformazione della città. Dall’Ò non ha dubbi: «Le Olimpiadi rappresentano un’opportunità straordinaria per consolidare e accelerare questo percorso. Non solo un evento sportivo, ma un potente motore di rigenerazione urbana e di innovazione sociale e ambientale». Progetti come l’</span><a href="https://www.google.com/search?q=Arena+Santa+Giulia&amp;sca_esv=642680827a50424a&amp;rlz=1C1YTUH_itIT1086IT1086&amp;ei=LncwaKbzHpPh7_UP6MuOwAw&amp;ved=0ahUKEwimwsW02LmNAxWT8LsIHeilA8gQ4dUDCBA&amp;uact=5&amp;oq=Arena+Santa+Giulia&amp;gs_lp=Egxnd3Mtd2l6LXNlcnAaAhgBIhJBcmVuYSBTYW50YSBHaXVsaWEyDRAAGIAEGLEDGEMYigUyChAAGIAEGEMYigUyBRAAGIAEMgoQABiABBhDGIoFMgUQABiABDINEAAYgAQYQxiKBRiLAzIUEC4YgAQYpgMYxwEYqAMYiwMYrwEyChAAGIAEGEMYigUyBRAAGIAEMgYQABgHGB5IyQNQZViPAnABeAGQAQCYAYEBoAHzAaoBAzAuMrgBA8gBAPgBAZgCA6AClgLCAgoQABiwAxjWBBhHwgIHEAAYgAQYDcICCBAAGAcYCBgewgIGEAAYDRgewgIIEAAYgAQYogSYAwCIBgGQBgiSBwMxLjKgB9wRsgcDMC4yuAeLAsIHBTItMS4yyAce&amp;sclient=gws-wiz-serp"><b>Arena Santa Giulia</b></a> <span style="font-weight: 400;">e il</span><a href="https://www.salonemilano.it/it/articoli/milano-cortina-2026-come-sara-il-progetto-del-villaggio-olimpico"> <b>Villaggio Olimpico</b></a><span style="font-weight: 400;"> all’ex Scalo di Porta Romana sono emblematici. Costruiti secondo criteri di sostenibilità – materiali ecocompatibili, edifici NZEB, sistemi di recupero delle acque – saranno convertiti in spazi permanenti per la città: un’arena multifunzionale e un grande studentato.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Ma il vero salto non è solo tecnologico. È nella visione. Milano, spiega Dall’Ò, sta adottando un </span><b>modello urbano policentrico</b><span style="font-weight: 400;">: ogni quartiere come un ecosistema autosufficiente, con spazi pubblici, servizi, mobilità leggera e cultura di prossimità. Milano-Cortina 2026 può fare da acceleratore. «L’obiettivo – dice – non è realizzare opere, ma alimentare una transizione culturale e tecnica che porti Milano a essere un modello europeo di città verde, policentrica e socialmente coesa».</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Sotto la superficie, però, si gioca un’altra partita: quella della </span><b>giustizia urbana</b><span style="font-weight: 400;">. Il rischio è che si creino città a due velocità. Da un lato </span><b>quartieri intelligenti</b><span style="font-weight: 400;">, ben connessi e sostenibili; dall’altro </span><b>periferie escluse</b><span style="font-weight: 400;">, dove il divario digitale e sociale si amplia. La pressione immobiliare sarebbe differente. Se da una parte la città investe in inclusione, dall’altra rischia di perdere residenti: giovani, famiglie, lavoratori precari, esclusi dal mercato della casa. La smart city non può essere solo una questione di performance e competizione. Deve restare “umana”. «Il vero pericolo non è la tecnologia in sé, ma l’approccio riduzionista», sostiene Dall’Ò. I modelli digitali devono essere in funzione dei cambiamenti sociali. Imperfetta, stratificata, viva. E se l’innovazione non la considera, finisce per costruire solo “simulacri urbani”, come afferma il professore: città lisce, ma incapaci di accogliere l’imprevisto.</span></p>
<p><strong><span style="font-weight: 400;">Eppure, Milano ci prova. È città pilota del programma europeo</span><a href="https://sharingcities.eu/"> <span style="font-weight: 400;">Sharing Cities</span></a><span style="font-weight: 400;">, in rete con Londra e Lisbona. Partecipa attivamente a reti come</span><a href="https://www.c40.org/"> <b>C40 Cities</b></a><span style="font-weight: 400;"> e </span><a href="https://citiesfordigitalrights.org/"><b>Cities Coalition for Digital Rights</b></a><span style="font-weight: 400;">, pianta alberi con </span><a href="https://www.google.com/search?q=Forestami&amp;rlz=1C1YTUH_itIT1086IT1086&amp;oq=Forestami&amp;gs_lcrp=EgZjaHJvbWUyCQgAEEUYORiABDIHCAEQABiABDIHCAIQABiABDIHCAMQABiABDIHCAQQABiABDIHCAUQABiABDIHCAYQABiABDIHCAcQABiABDIHCAgQABiABDIHCAkQABiABNIBBzkzNWowajSoAgGwAgHxBTqFKG5HYXC2&amp;sourceid=chrome&amp;ie=UTF-8"><b>Forestami</b></a><span style="font-weight: 400;"> e progetta comunità energetiche. Soprattutto, mette in relazione università, imprese e pubblica amministrazione in un ecosistema di innovazione distribuita. «Milano è una città che sperimenta, misura, apprende e riprogetta», sintetizza Dall’Ò. E aggiunge: «La direzione è chiara: mettere al centro l’uomo come attore consapevole del cambiamento». L’innovazione è il nuovo sistema nervoso della città. Il modello milanese, secondo Dall’Ò, non è esportabile in blocco – «le città non si esportano» –, ma può diventare fonte di pratiche condivise: sistemi di monitoraggio, progettazione partecipata, ibridazione tra ambienti fisici e digitali. «Non si tratta di essere i migliori – conclude – ma di condividere conoscenza, esperienze, risultati. Per costruire insieme un futuro più giusto e umano per tutte le città, nel rispetto delle diversità sociali, economiche e culturali dei loro cittadini».</span></strong></p>
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		<title>OFF THE RADAR #95</title>
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		<pubDate>Sun, 18 May 2025 09:47:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Simone Cesati]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[News Lab]]></category>
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		<category><![CDATA[giornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[innovazione]]></category>
		<category><![CDATA[Tech]]></category>

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		<description><![CDATA[Torna Off The Radar, la rubrica settimanale di Magzine dedicata alle migliori notizie dal mondo su AI, giornalismo, tech e innovazione. E non solo. Ecco le dieci notizie imperdibili di ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1600" height="897" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/05/niemanlab_A_crowded_1950s_newspaper_newsroom_cluttered_with_pap_8654327e-4b9d-463b-956d-a754dbd2a086.png" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Fonte: The Nieman Journalism Lab" /></p><p>Torna <em><strong>Off The Radar</strong></em>, la rubrica settimanale di <em>Magzine</em> dedicata alle migliori notizie dal mondo su AI, giornalismo, tech e innovazione. E non solo.</p>
<p>Ecco le dieci notizie imperdibili di questa settimana:</p>
<p>LegoGPT è un modello di intelligenza artificiale sviluppato dalla Carnegie Mellon University per generare istruzioni per costruire oggetti con mattoncini Lego a partire da descrizioni testuali. Interpreta richieste come “un divano vintage” o “una chitarra elettrica” e suggerisce forme, colori e disposizioni. Con un database di oltre 47mila strutture Lego, LegoGPT è disponibile in <em>open source</em> su Github, offrendo un nuovo strumento per esplorare il mondo delle costruzioni digitali. <a href="https://www.wired.it/article/legogpt-ai-costruzioni-lego/">Wired</a></p>
<p>Dalla morte di papa Francesco al termine del conclave con l’elezione di Leone XIV, il Vaticano è stato l’epicentro di un racconto globale. Vaticanisti storici, cronisti alle prime armi, <em>creator</em> con cavalletto hanno abitato uno spazio sospeso tra liturgia e algoritmo, dove le code per gli accrediti si mescolavano a tweet virali, indiscrezioni e dirette notturne. In quei giorni, il giornalismo vaticano ha mostrato le mutazioni. <a href="https://www.rivistastudio.com/conclave-vaticanisti-papa-leone-xiv/">Rivista Studio</a></p>
<p data-start="623" data-end="1305">L’intelligenza artificiale generativa sta trasformando profondamente il mondo del giornalismo, sebbene in modi molto diversi da una redazione all’altra. Un’indagine condotta dal <em data-start="829" data-end="857">Columbia Journalism Review</em> insieme all’Università della California del Sud ha raccolto le voci di giornalisti, editori e dirigenti per esplorare come, concretamente, l’AI venga integrata o fronteggiata nel lavoro quotidiano. <a href="https://www.cjr.org/feature-2/how-were-using-ai-tech-gina-chua-nicholas-thompson-emilia-david-zach-seward-millie-tran.php">Columbia Journalism Review</a></p>
<p data-start="623" data-end="1305">La criptovaluta $TRUMP solleva preoccupazioni sulla trasparenza delle transazioni e sul possibile accesso diretto al presidente degli Stati Uniti da parte di investitori, anche stranieri. Questo ha creato un intreccio tra politica, finanza e nuove tecnologie. Gli interrogativi riguardo ai potenziali conflitti di interesse e all’influenza straniera sono emersi dopo la cena esclusiva tra i 220 migliori acquirenti della moneta digitale e Donald Trump. <a href="https://www.theguardian.com/us-news/2025/may/12/top-buyers-trump-cryptocurrency-dinner">The Guardian</a></p>
<p>Oltre la metà delle aziende italiane è vulnerabile a minacce informatiche legate all’intelligenza artificiale. Prevede interruzioni delle attività nei prossimi 12-24 mesi per la mancanza di competenze specifiche sui software AI e sulle nuove minacce dei criminali informatici. Ma l’AI è anche fondamentale nella protezione delle società. <a href="https://www.ansa.it/canale_tecnologia/notizie/cybersecurity/2025/05/12/ansa-ia-e-hacker-a-rischio-il-51-delle-aziende-italiane_678ab97c-7765-4ab9-b42a-1f1b7ef20340.html">ANSA</a></p>
<p>Un nuovo strumento di intelligenza artificiale chiamato FaceAge è in grado di stimare l’età biologica di una persona analizzando il volto. Più che l’età anagrafica, il modello predice lo stato di salute e la longevità, con implicazioni importanti per la medicina preventiva. I ricercatori vedono potenziali applicazioni in ospedali, assicurazioni e trial clinici. <a href="https://www.washingtonpost.com/science/2025/05/12/ai-tool-biological-age-faceage/">The Washington Post</a></p>
<p>Un nuovo strumento di intelligenza artificiale chiamato <em>Consult </em>è stato testato per analizzare le opinioni pubbliche su botox e filler in una consultazione del governo scozzese. Il sistema ha prodotto risultati quasi identici a quelli ottenuti dagli analisti umani, suggerendo un potenziale risparmio di 20 milioni di sterline per i contribuenti. <a href="https://www.bbc.com/news/articles/cpd4nxvw9lyo">BBC</a></p>
<p>Lanciato da ESA, il satellite Biomass osserva le foreste tropicali con un radar in grado di penetrare la vegetazione e misurare la biomassa. Lo strumento aiuterà a quantificare la CO2 immagazzinata negli alberi, migliorando le politiche climatiche globali. È la prima missione satellitare interamente dedicata a questo scopo. <a href="https://www.wired.it/article/biomass-satellite-esa-monitoraggio-foreste-clima/">Wired</a></p>
<p>Entro dieci anni, la maggior parte degli audiolibri sarà letta da voci artificiali, secondo le stime dell’industria editoriale. Le AI vocali stanno diventando sempre più naturali e personalizzabili, suscitando dubbi etici e sindacali. Alcuni autori iniziano a firmare direttamente con piattaforme automatizzate, saltando gli studi di registrazione. <a href="https://elpais.com/tecnologia/2025-05-12/los-audiolibros-se-entregan-a-la-ia-en-menos-de-una-decada-casi-todas-las-voces-seran-sinteticas.html">El Pais</a></p>
<p>Google sta sperimentando una homepage con un motore di ricerca &#8220;AI-first&#8221;, che integra direttamente risposte generate dall’intelligenza artificiale. L’interfaccia ricorda ChatGPT e punta a ridurre i clic, offrendo sintesi e azioni rapide. Il test potrebbe rivoluzionare l’esperienza dell’utente e ridefinire il ruolo del motore di ricerca tradizionale. <a href="https://www.cnbc.com/2025/05/13/google-ai-mode-search-home-page.html">CNBC</a></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Il Leone di Francesco, un papa nell&#8217;era dell&#8217;AI</title>
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		<pubDate>Wed, 14 May 2025 15:35:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Simone Cesati]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Cosa c’è in un nome? A volte, tutto. Il nuovo Papa ha scelto di chiamarsi Leone XIV. Non è un caso, né un vezzo. È un gesto carico di storia ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1024" height="683" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/05/cover-1746791996021-Papa.jpeg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="cover-1746791996021-Papa" /></p><p>Cosa c’è in un nome? A volte, tutto.<br />
Il nuovo Papa ha scelto di chiamarsi Leone XIV. Non è un caso, né un vezzo. È un gesto carico di storia e direzione. Il riferimento è netto: Leone XIII, il “papa dei lavoratori”, ponte tra Chiesa antica e mondo moderno.</p>
<p>Sul soglio tra il 1878 e il 1903, Leone XIII fu autore della <em>Rerum Novarum</em>, enciclica che difese il salario dignitoso, i diritti dei lavoratori e la legittimità delle organizzazioni sindacali. Parlò al cuore dell’epoca industriale, riconoscendo – senza paura – che anche il capitalismo andava riformato. Un Papa conservatore, sì, ma capace di transizione. Un moderato che riuscì ad aprire la Chiesa alla questione sociale. Leone XIV guarda un altro fronte: l’intelligenza artificiale, l’automazione, la nuova questione sociale che si muove tra algoritmi e disoccupazione invisibile.</p>
<p>La scelta del nome non è nostalgia, ma programma. Come allora, la Chiesa si presenta non come spettatrice del cambiamento, ma come interlocutrice. Se la <em>Rerum Novarum</em> difendeva il lavoratore davanti al capitale industriale, la nuova enciclica si muoverà – si dice – sul terreno scivoloso dei diritti digitali, della dignità umana nell’era dell’intelligenza artificiale, della responsabilità degli sviluppatori e delle disuguaglianze generate dalla tecnologia. È un terreno nuovo, privo di mappe condivise, dove l’etica rischia di essere l’ultima voce ascoltata. E lì Leone XIV vuole mettere radici, parole, presenza.</p>
<p>Nel suo primo discorso, Leone XIV ha anche parlato di una Chiesa globale, aperta. Alcuni vi leggono un messaggio contro il nazionalismo che monta ovunque. Ha concluso recitando l’Ave Maria: gesto semplice, ma denso. Come a dire che la preghiera è ancora, e forse sempre, la bussola.</p>
<p>E poi c’è un’ultima suggestione. Leone non è solo il nome di un papa del passato. È anche quello di frate Leone, il compagno più fedele di san Francesco d’Assisi. Il suo confessore, il suo custode, il testimone silenzioso delle sue notti e delle sue piaghe.</p>
<p>Robert Francis Prevost, collaboratore stretto di papa Francesco, non poteva ignorarlo. Forse ha voluto dire questo: dopo Francesco, non un rivale ma un discepolo. Non un nuovo corso, ma una continuità profonda. Non un altro cammino, ma lo stesso passo.</p>
<p>Il leone non come dominatore, ma come custode. Un “Leone di Francesco”.</p>
<p>Per saperne di più: <a href="https://www.nytimes.com/2025/05/08/world/europe/name-leo-xiv-history.html">https://www.nytimes.com/2025/05/08/world/europe/name-leo-xiv-history.html</a></p>
<p><a href="https://www.washingtonpost.com/religion/2025/05/08/pope-name-conclave-meaning/">https://www.washingtonpost.com/religion/2025/05/08/pope-name-conclave-meaning/</a></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>L&#8217;Agedo denuncia: &#8220;Chi subisce violenza di genere non trova sostegno&#8221;</title>
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		<pubDate>Thu, 27 Mar 2025 15:43:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Simone Cesati]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>

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		<description><![CDATA[Aveva raccontato la sua transizione sui social, esponendosi con il proprio volto, la propria voce, il proprio corpo. Aveva scelto di farlo in un Paese in cui l’identità di genere ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="800" height="534" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/03/1_ZOVEE3j9zUIV0lpTrEfT6w.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="1_ZOVEE3j9zUIV0lpTrEfT6w" /></p><p>Aveva raccontato la sua transizione sui social, esponendosi con il proprio volto, la propria voce, il proprio corpo. Aveva scelto di farlo in un Paese in cui l’identità di genere è ancora un tabù e chi prova a parlarne si scontra con un’ondata di insulti, spesso impuniti. Alla fine, si è tolta la vita.</p>
<div id="attachment_79469" style="width: 300px" class="wp-caption alignright"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/03/8735215_24145303_tiktoker.jpg"><img class="wp-image-79469 size-medium" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/03/8735215_24145303_tiktoker-300x164.jpg" alt="8735215_24145303_tiktoker" width="300" height="164" /></a><p class="wp-caption-text">Alexandra Garufi</p></div>
<p>La storia della giovane tiktoker suicida Alexandra Garufi è balzata agli onori della cronaca, ma per chi conosce il mondo delle persone transgender non è un caso isolato. «Ne conosciamo tanti di casi così, anche più giovani, anche più nascosti», racconta <strong>Anna Maria Fisichella, vicepresidente nazionale di Agedo, l’associazione di genitori, parenti e amici di persone LGBT</strong>. «Questo fatto è diventato pubblico perché era una tiktoker».</p>
<p>Per chi è transgender, i social possono essere un’arma a doppio taglio. Da un lato offrono uno spazio per raccontarsi, per trovare altre persone con esperienze simili, per sentirsi meno soli. Dall’altro, si possono esporre a una violenza costante, che non sempre riceve una risposta adeguata dalle piattaforme.</p>
<p>«Tutto questo deriva dalla propaganda antitrans &#8211; afferma Fisichella -. Non abbiamo una legge contro l’odio transfobico, né online né offline. Le piattaforme social non hanno nessuna responsabilità su questo. Perché allora chi scrive parole d’odio così violente non viene fermato? Perché queste persone vengono lasciate libere di insultare chicchessia?».</p>
<p>Dietro l’odio, secondo Fisichella, c’è la paura: «Se fosse solo sottovalutata la questione, sarebbe ignorata. Questo provoca l’odio che poi troviamo sui social, perché le persone si sentono legittimate a parlare e ad agire». Ciò che manca, secondo la vicepresidente di Agedo, è la conoscenza. «Tutti noi tendiamo ad avere paura delle cose che non conosciamo», spiega. «Quando ci troviamo di fronte a qualcosa di nuovo, abbiamo tre possibili reazioni: la ignoriamo; ci informiamo con umiltà e cerchiamo di capire; oppure la rifiutiamo e la respingiamo con disgusto. Quest’ultimo atteggiamento alimenta l’odio».</p>
<div id="attachment_79468" style="width: 166px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/03/images.jpg"><img class="wp-image-79468 " src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/03/images.jpg" alt="Anna Maria Fisichella, vicepresidente Agedo" width="166" height="206" /></a><p class="wp-caption-text">Anna Maria Fisichella, vicepresidente Agedo</p></div>
<p>Chi subisce la violenza – verbale o fisica – spesso non trova il supporto necessario. Nemmeno in famiglia. «Quando un figlio fa coming out, molti genitori si sentono persi», spiega Fisichella. «Noi di Agedo ci siamo proprio per questo: per accompagnarli, per aiutarli a capire. Creiamo un percorso. Organizziamo gruppi di accoglienza e ascolto tra i genitori, e le coppie che sono molto più avanti nel percorso raccontano la propria esperienza». L’obiettivo è ricreare uno spazio sicuro in cui le famiglie possano confrontarsi ed ascoltare, trovando anche delle informazioni pratiche. Agedo diventa così un punto di riferimento per i genitori nella strada dell&#8217;accettazione e della consapevolezza.</p>
<p>Il caso della tiktoker suicida riapre, tuttavia, il dibattito sulla tutela delle persone transgender in Italia. Un dibattito che spesso si trasforma in uno scontro ideologico, senza che si arrivi a soluzioni concrete. «Qui in Italia non abbiamo nemmeno un pronome neutro, figuriamoci il resto &#8211; sottolinea Fisichella -. I tentativi di usare la schwa o l’asterisco vengono boicottati in tutti i modi».</p>
<p>In un Paese in cui le battaglie per i diritti civili fanno ancora fatica ad affermarsi, il rischio è che storie come questa continuino a ripetersi. Nonostante tutto, Anna Maria Fisichella guarda avanti e sogna «un mondo in cui non ci sia più bisogno di Agedo. Un mondo senza discriminazioni, pregiudizi, tabù».</p>
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		<title>Nasce “Onde&#8221;, il podcast targato Magzine &amp; Mondo e Missione sui giovani che cambiano il mondo</title>
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		<pubDate>Thu, 20 Mar 2025 06:43:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Simone Cesati]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Donne vita libertà]]></category>
		<category><![CDATA[giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[Iran]]></category>
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		<category><![CDATA[Maysoon Majidi]]></category>

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		<description><![CDATA[È online la prima puntata di Onde. Giovani che cambiano il mondo, un podcast a cura di Mondo e Missione e Magzine, testata della Scuola di Giornalismo dell’Università Cattolica di ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1080" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/03/Progetto-senza-titolo1.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Progetto senza titolo(1)" /></p><p>È online la prima puntata di <em><strong>Onde. Giovani che cambiano il mondo</strong></em>, <a href="https://www.spreaker.com/podcast/onde-giovani-che-cambiano-il-mondo--6565501">un podcast a cura di<em> Mondo e Missione</em> e <em>Magzine</em></a>, testata della Scuola di Giornalismo dell’Università Cattolica di Milano. In <em>Onde</em> raccontiamo chi sono i giovani protagonisti della società civile mondiale: attivisti, scienziati, filosofi, imprenditori, meditori di pace. Tutti questi giovani credono e lottano per un futuro migliore. Con molti ideali ma, soprattutto, con l&#8217;ottimismo della volontà.</p>
<p>La protagonista della prima puntata è <strong>Maysoon Majidi, regista e attivista curdo-iraniana </strong>di 29 anni. Come il vento che sferza la superficie del mare e alimenta la tempesta, così Maysoon e i giovani della sua generazione hanno preso parte al <strong>movimento di protesta</strong> che, a ondate, negli ultimi anni ha <strong>destabilizzato l&#8217;Iran</strong>. Incarcerata nel suo Paese per aver difeso i propri diritti, è stata costretta a fuggire in cerca di una terra sicura. Nonostante la distanza, però, Maysoon non ha mai smesso di combattere per il suo popolo. E non avrebbe mai potuto immaginare cosa le sarebbe accaduto una volta sbarcata qui in Italia.</p>
<h3 style="text-align: center;"><a href="https://www.spreaker.com/episode/maysoon-majidi-dall-iran-all-italia-il-mio-sogno-di-liberta-di-simone-cesati-e-mirea-d-alessandro--64982657">Potete ascoltare la prima puntata e scoprire la sua storia su Spotify e sui canali Spreaker di Mondo e Missione e di Magzine.</a></h3>
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		<title>Nell&#8217;America di Trump non c&#8217;è posto per i palestinesi</title>
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		<pubDate>Mon, 17 Mar 2025 05:04:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Simone Cesati]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>

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		<description><![CDATA[«A tutti gli stranieri residenti che si sono uniti alle proteste pro-jihadiste, vi avvisiamo: nel 2025 vi troveremo e vi deporteremo». Per quanto possa assomigliare a una celebre battuta di ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="686" height="341" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/03/hq720o.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="hq720o" /></p><p><span style="font-weight: 400;">«A tutti gli stranieri residenti che si sono uniti alle proteste pro-jihadiste, vi avvisiamo: nel 2025 vi troveremo e vi deporteremo». Per quanto possa assomigliare a una celebre battuta di Liam Neeson, questa frase si può trovare sul sito ufficiale della Casa Bianca per descrivere uno dei tanti ordini esecutivi sottoscritti in questi primi mesi di mandato da Donald Trump. L’obiettivo dell’atto viene espresso nel titolo, che, tradotto, recita “Misure aggiuntive per combattere l’antisemitismo”. Oltre alle premesse, un piccolo paragrafo dell’ordine è degno di essere citato: «Il Dipartimento di Giustizia adotterà misure immediate per proteggere la legge e l’ordine, reprimere gli atti vandalici e le intimidazioni pro-Hamas e indagare e punire il razzismo antiebraico nei college e nelle università di sinistra antiamericane. L’ordinanza esige l’espulsione degli stranieri residenti che violano le nostre leggi». Di conseguenza, è stata creata una task force composta non solo dal Dipartimento di Giustizia, ma anche dal Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani, il Dipartimento dell’Istruzione e l’Amministrazione dei Servizi Generali per monitorare situazioni di violenza antiebraiche, in particolare nei campus universitari.</span></p>
<div id="attachment_79221" style="width: 1024px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/03/Columbia_reinstated_Gaza_Solidarity_Encampment_Palestinian_flags-1-1200x675.jpg"><img class="wp-image-79221 size-large" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/03/Columbia_reinstated_Gaza_Solidarity_Encampment_Palestinian_flags-1-1200x675-1024x576.jpg" alt="Columbia_reinstated_Gaza_Solidarity_Encampment_Palestinian_flags-1-1200x675" width="1024" height="576" /></a><p class="wp-caption-text">Gaza Solidarity Encampment alla Columbia University di New York</p></div>
<p><span style="font-weight: 400;">Proprio nel giorno in cui Civicus Monitor – un&#8217;organizzazione internazionale non governativa che valuta il grado di tolleranza della libertà di espressione, associazione e assemblea pacifica in vari Paesi del mondo – evidenzia gravi preoccupazione nell’esercizio delle libertà civili negli Stati Uniti, il Dipartimento per la Sicurezza dei Confini e dell&#8217;Immigrazione ha arrestato Mahmoud Khalil, di origine siro-palestinese e neo-laureato alla Columbia University di New York, uno dei principali promotori del “Gaza Solidarity Encampment” nell’aprile dello scorso anno. Attraverso la portavoce Tricia McLaughlin, le autorità federali hanno confermato l’incarcerazione, descrivendolo come «un atto a sostegno degli ordini esecutivi del Presidente Trump che proibiscono l’antisemitismo». Nonostante la moglie Noor Abdalla abbia mostrato agli agenti i documenti che dimostrano che Khalil era titolare di green card, oggi l’attivista palestinese rischia l&#8217;espulsione per aver «guidato attività allineate all’organizzazione terroristica di Hamas».</span></p>
<div id="attachment_79219" style="width: 720px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/03/Schermata-2025-03-13-alle-18.04.29-720x460.png"><img class="wp-image-79219 size-full" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/03/Schermata-2025-03-13-alle-18.04.29-720x460.png" alt="Noor Abdalla, moglie di Khalil" width="720" height="460" /></a><p class="wp-caption-text">Noor Abdalla, moglie di Mahmoud Khalil</p></div>
<p><span style="font-weight: 400;">Sarebbe tragico se fosse vero, ancor di più se non lo fosse. E la situazione di Khalil va oltre la tragedia e mostra quanto il sistema democratico americano sia in crisi: una detenzione arbitraria, basata su accuse vaghe e senza prove concrete, minacciando i principi fondamentali della giustizia e dei diritti civili. L’attivismo filopalestinese promosso nelle università era pacifico e rispettoso dei limiti costituzionali. All’epoca, intervistato dalla CNN, Khalil aveva dichiarato: «Il nostro movimento è per la giustizia sociale, la libertà e l’uguaglianza di tutti. Credo che la liberazione del popolo palestinese e del popolo ebraico siano interconnesse e vadano di pari passo. Non si può ottenere l’una senza l’altra». Frasi che dovrebbero dissipare ogni accusa di “antiebraismo” o “antisionismo”. A fronte delle crescenti morti dei cittadini di Gaza, le proteste reclamavano la cessazione del conflitto e l’accesso di aiuti umanitari senza ostacoli nella Striscia e un dialogo costruttivo per una pace duratura per entrambi i popoli.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Ma proprio per l’attivismo politico, lo scorso 8 marzo l’ex studente della Columbia è stato strappato dalla moglie incinta di otto mesi nel cuore della notte e portato segretamente al LaStalle Detention Facility di Jena, in Louisiana. Khalil si è trovato, senza che nessuno lo sapesse, a venti ore di macchina, oppure cinque ore d’aereo, dalla sua università di New York e dall’appartamento dove è stato ammanettato. Ora l’avvocato Amy Greer, che aveva presentato una petizione per il rilascio immediato, esprimendo perplessità per l’atto «illegittimo, in violazione del Primo Emendamento», è preoccupato nel vedere che il proprio assistito è stato trasferito a chilometri e chilometri di distanza. «Adesso sua moglie non potrà fargli visita, i suoi avvocati avranno difficoltà a fargli visita e il suo avvocato di lunga data per l’immigrazione non potrà rappresentarlo in quella giurisdizione», ha dichiarato Greer, accusando l’ICE (United States Immigration and Customs Enforcement) di aver utilizzato il trasferimento come un modo per interrompere intenzionalmente i procedimenti giudiziari a New York. Inoltre, il tribunale della Louisiana è noto per prendere frequentemente decisioni favorevoli al governo nelle cause riguardanti l’immigrazione. Durante la precedente amministrazione, Trump utilizzava la corte di giustizia per l’immigrazione della struttura di LaStalle come sede per accelerare le espulsioni: ora sembra intenzionato a riprendere quella strategia.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Lunedì, infatti, lo stesso presidente Donald Trump ha rivendicato con orgoglio, attraverso un post su Truth Social, l’ordine esecutivo e l’arresto di Khalil, dipinto come «studente radicale straniero pro-Hamas». E ha promesso ritorsioni contro chiunque non si allinei alla politica estera americana: «Questo è il primo arresto di molti a venire. Sappiamo che ci sono altri studenti alla Columbia e in altre università in tutto il Paese che hanno preso parte ad attività pro-terrorismo, antisemite e anti-americane, e l&#8217;amministrazione Trump non lo tollererà. Molti non sono studenti, sono agitatori pagati. Troveremo, arresteremo ed espelleremo questi simpatizzanti terroristi dal nostro Paese, per non farli mai più tornare». Sebbene i toni di Trump siano oltremodo intimidatori e minacciosi, durante la settimana la Columbia University è stata teatro di proteste a favore di Khalil. La portavoce del Presidente, Karoline Leavitt, ha risposto in modo ancora più intransigente del tycoon: «Questa amministrazione non tollererà che individui che hanno il privilegio di studiare nel nostro Paese si schierino poi con organizzazioni filo-terroristiche che hanno ucciso americani». Anche il Segretario di Stato Marco Rubio, in questi giorni protagonista delle cronache nelle trattative con Mosca per la fine della guerra, ha pubblicato su “X” una foto di Khalil accompagnato dalla promessa di revocare «i visti e/o le green card dei sostenitori di Hamas in America in modo che possano essere estromessi».</span></p>
<div id="attachment_79216" style="width: 1024px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/03/2025-03-10T202335Z_2077115266_RC2KADA9KIV7_RTRMADP_3_USA-TRUMP-COLUMBIA-1024x683.jpg"><img class="wp-image-79216 size-full" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/03/2025-03-10T202335Z_2077115266_RC2KADA9KIV7_RTRMADP_3_USA-TRUMP-COLUMBIA-1024x683.jpg" alt="Proteste per Khalil" width="1024" height="683" /></a><p class="wp-caption-text">Proteste per Mahmoud Khalil a New York</p></div>
<p><span style="font-weight: 400;">Tra contestazioni, minacce e arresti, ha fatto molto discutere il silenzio dell’università. Molti sostengono che la Columbia sia talmente piegata dagli attacchi e dai ricatti della nuova amministrazione, che ha mantenuto la politica del silenzio anche quando, giovedì, le autorità per l’immigrazione hanno annunciato il trattenimento di una seconda attivista filo-palestinese, Leqaa Kordia, che lo scorso aprile aveva partecipato alle proteste. Ora, il viceprocuratore generale del dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, Todd Blanche, ha affermato che le autorità federali stanno cercando prove sul fatto che l’università «ospitasse o nascondesse immigrati clandestini nel campus» e se «la gestione dei precedenti incidenti da parte della Columbia abbia violato le leggi sui diritti civili e abbia incluso reati di terrorismo». Una vera e propria caccia alle streghe in cui il clima di paura e di sospetto ha portato a una repressione crescente delle voci dissidenti e a un irrigidimento delle politiche migratorie, nel complice silenzio dell’istituzione universitaria che in nessuna occasione ha voluto schierarsi apertamente dalla parte degli studenti. In realtà, la Columbia ha fatto ben di peggio: in un’e-mail di venerdì ha emesso espulsioni, revoche temporanee di titoli di studio e sospensione pluriennali per gli studenti coinvolti nell’occupazione dell’Hamilton Hall nell’aprile 2024. Il giorno prima il governo statunitense aveva inviato una lettera alla presidente ad interim dell’università, la Dr. Katrina Armstrong, promettendo finanziamenti federali in cambio di numerose richieste, tra cui indagini sugli studenti, politiche di repressione nei confronti delle proteste e la messa sotto “receivership” (amministrazione controllata) del dipartimento di studi sul Medio Oriente, l’Asia Meridionale e l’Africa, con un piano quinquennale di riforma. In molti sospettano che, se venissero adottate queste misure, l’autonomia stessa dell’università sarebbe messa in seria discussione. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Ormai, tra messaggi e dichiarazioni incendiarie, l’amministrazione Trump ha creato un clima di intolleranza nei confronti delle comunità palestinese, sotto il pretesto di combattere l’antisemitismo e non alimentare le simpatie per il terrorismo di Hamas. Se è vero il motto </span><i><span style="font-weight: 400;">divide et impera</span></i><span style="font-weight: 400;">, attraverso la sua propaganda il presidente degli Stati Uniti sta riuscendo a polarizzare il dibattito pubblico, provocando una profonda divisione tra chi sostiene politiche anti-musulmane, anti-palestinesi e anti-arabe – senza fare troppe distinzioni – e chi invece promuove l’inclusione e la tolleranza. In questo calderone xenofobo la società civile reagisce, talvolta con violenza. E tra le pagine di cronaca dei giornali emergono inquietanti casi di crimini d’odio che dovrebbero far riflettere: il 27 novembre 2023, tre studenti palestinesi sono stati feriti a colpi d’arma da fuoco nel Vermont; il 17 febbraio 2025, un uomo ha preso di mira e ha aperto il fuoco contro due persone che riteneva fossero palestinesi, invece erano israeliani; il 28 febbraio 2025 è stata confermata la condanna a un uomo, Joseph Czuba, per aver ucciso un bambino di sei anni, figlio dei suoi vicini di origine palestinese. E si potrebbe andare ancora avanti ad elencare situazioni di violenza simili a queste. Come si può notare nel grafico qui sotto, gli atti di islamofobia negli Stati Uniti sono aumentati sensibilmente dopo il 7 ottobre: nel 2023 si è registrato un aumento del 56 per cento rispetto al 2022. Quasi la metà dei casi denunciati sono stati registrati nell&#8217;ultimo trimestre dell&#8217;anno, ossia dopo l&#8217;inizio del conflitto a Gaza. Il trend si è confermato nel 2024, con un ulteriore incremento.</span></p>
<div class="flourish-embed flourish-chart" data-src="visualisation/22139631"><script src="https://public.flourish.studio/resources/embed.js"></script><noscript><img src="http://magzine.it/wp-content/uploads/2025/03/%filename%" width="100%" alt="chart visualization" /></noscript></div>
<p><span style="font-weight: 400;">Secondo l’ultimo censimento del 2020, negli Stati Uniti vivono oltre 170mila palestinesi. Elias Rischmawi è uno di loro. Già dal suo nome ispanico traspare un’identità piuttosto complessa: nato a Miami 32 anni fa, Elias è originario del Cile, il Paese con la più grande comunità palestinese al di fuori del Medio Oriente. I suoi nonni erano originari di Beit Sahour, un villaggio tradizionalmente a maggioranza cristiana a Est di Betlemme, in Cisgiordania. Si trasferirono in Cile durante la Seconda guerra mondiale e lì rimasero con la nascita dello Stato d’Israele e la conseguente </span><i><span style="font-weight: 400;">nakba</span></i><span style="font-weight: 400;">. Lo stesso Elias ha trascorso l’infanzia tra la Florida e il Sudamerica, per poi stabilirsi definitivamente negli Stati Uniti all’età di 11 anni.</span></p>
<div id="attachment_79195" style="width: 217px" class="wp-caption alignright"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/03/WhatsApp-Image-2025-03-16-at-10.37.39.jpeg"><img class="wp-image-79195 " src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/03/WhatsApp-Image-2025-03-16-at-10.37.39-263x300.jpeg" alt="Elias Rischmawi" width="217" height="248" /></a><p class="wp-caption-text">Elias Rischmawi</p></div>
<p><span style="font-weight: 400;">Sono i primi anni 2000. L’America non si è ancora ripresa dal trauma dell’11 settembre ed è impegnata in Afghanistan contro il regime fondamentalista dei talebani. Sono anni in cui in tutto l’Occidente l’Islam è visto con sospetto e non di rado con odio. Gli Stati Uniti non fanno eccezione. «Fin da quando, undicenne, sono tornato a vivere qui &#8211; racconta Elias &#8211; the ho spesso subito episodi di discriminazione e commenti ignoranti. A scuola, per esempio, i compagni mi chiamavano terrorista per il solo fatto di essere palestinese». Per il cittadino medio dell’America post 11 settembre, del resto, arabo equivale sempre a musulmano, che a sua volta non può che essere un terrorista. Poco importa che la famiglia Rischmawi sia cristiana.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Elias oggi vive a Miami, la sua città natale, ma per un periodo si è trasferito a New York. Proprio nella Grande mela, racconta, si è avvicinato all’attivismo: «Lì ho conosciuto un gruppo di arabi attivi in sigle come JVP (</span><i><span style="font-weight: 400;">Jewish for Peace</span></i><span style="font-weight: 400;">), SJP (</span><i><span style="font-weight: 400;">Students for Justice in Palestine</span></i><span style="font-weight: 400;">), USPCR (</span><i><span style="font-weight: 400;">US Campaign for Palestinian Rights</span></i><span style="font-weight: 400;">). Così ho iniziato in prima persona a partecipare e organizzare eventi a sostegno della Palestina». Tra le iniziative di cui è promotore c’è </span><i><span style="font-weight: 400;">Palestinian Azoomeh</span></i><span style="font-weight: 400;">, che Elias descrive come «delle cene pop-up per far conoscere le nostre tradizioni culinarie, promuovere la sovranità alimentare e sensibilizzare sull’appropriazione dei nostri piatti». Molti palestinesi lamentano infatti da tempo l’abitudine tutta israeliana di presentare come tipici della tradizione ebraica cibi di origine araba come i falafel o l’hummus. In queste cene, continua Elias, «raccogliamo anche donazioni che poi, attraverso i miei familiari rimasti in Palestina, vengono inviate a Gaza sotto forma di aiuti».</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Nonostante il suo impegno, Elias non vuole essere chiamato attivista: «Mi considero piuttosto un artista e credo di avere, in quanto tale, la responsabilità di riflettere sugli eventi e sulla società, specialmente in questo momento storico».  Tra le altre cose, Elias oggi è anche insegnante d’arte in una scuola di Miami. Anche qui, di recente, ha vissuto un pesante episodio di discriminazione: «I genitori di alcuni miei studenti hanno protestato chiedendo che mi venisse tolta la cattedra. Non accettano il fatto che i loro figli abbiano un professore palestinese».</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Episodi come questo mostrano come il 7 ottobre abbia effettivamente peggiorato la percezione che molti americani hanno dei palestinesi: «terroristi e antisemiti», per usare due epiteti che, racconta Elias, un ragazzo gli ha rivolto l’estate scorsa durante un evento a New York. «Nell’ultimo anno e mezzo &#8211;  continua &#8211; molti negli Stati Uniti hanno iniziato a solidarizzare con la nostra causa. Ma ci sono anche tante persone ignoranti che, mosse dall’odio, hanno iniziato a prendere di mira i palestinesi. Lo stesso governo e le università mandano l’esercito e la polizia ad attaccarci durante le manifestazioni.  Molti hanno perso il lavoro e il permesso di soggiorno. L’esempio di questi giorni è Mahmoud Khalil: lo stesso presidente Trump ha detto che sarà solo uno dei molti che verranno espulsi per il loro attivismo». Il rischio è che, di questo passo, per migliaia di palestinesi come Elias Rischmawi il sogno americano si trasformi in un incubo. </span></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Scuola, dopo il Covid è questione di feeling</title>
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		<pubDate>Fri, 14 Feb 2025 15:47:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Simone Cesati]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Milano]]></category>

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				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1080" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/02/copertina_newsletter_10libri.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="copertina_newsletter_10libri" /></p><p>Nonostante la maggioranza delle persone se ne sia dimenticato, il lungo periodo di quarantena dovuto al Covid-19 ha lasciato un’impronta indelebile nel vissuto dei ragazzi. Quel momento ha messo in luce la crisi che ha investito i due pilastri su cui si deve strutturare una democrazia: l’istruzione e la sanità. Una volta terminate le restrizioni, la vita delle persone è ripresa come se nulla fosse successo. Ma la realtà ha presentato il suo conto, anche se in pochi si sono soffermati ad osservarla. Chi lo ha fatto, ha trovato inquietanti riscontri. Primo fra tutti, la mancanza di attenzione verso l’istruzione, sintomo di una società che non crede più che con lo studio si possano risolvere i problemi.</p>
<p>Questo progressivo disinteresse è dovuto, per lo più, a un grandissimo equivoco commesso dalle famiglie e dagli studenti nei confronti della funzione della scuola: «La scuola, quando funziona bene, dovrebbe cercare di dotare i ragazzi degli strumenti per potersi rendere conto di quel che accade. In termini pratici, apprendere quelle categorie interpretative che ti permettono di capire cosa sta succedendo. Questo dovrebbe essere lo scopo principale dell&#8217;istruzione superiore. Ora, questo non accade sempre perché in molti considerano la scuola oggettivamente come un <em>indottrinatoio</em>, un posto dove uno si deve limitare a trasmettere informazioni e nozioni, e verificarne l’apprendimento», sostiene Anna Del Viscovo, docente al Liceo Scientifico Statale di Milano “Albert Einstein”.</p>
<p>La conseguenza più diretta di questo fraintendimento è ridurre l’apprendimento al solo ottenimento del voto. Che, come il sole, splende spesso in modo abbagliante ed illusorio. Contrariamente a quanto si possa immaginare, le prime vittime di questa cecità sono i genitori, che riversano sulle spalle dei figli enormi aspettative, convinti che un giorno potranno coglierne i frutti, come giusto ritorno del loro “investimento”. Spesso assorbiti dalla valutazione, che diventa così la loro unica luce per giudicare il figlio in ambito scolastico, i genitori finiscono per perdere di vista il suo reale percorso di crescita. «C&#8217;è un piccolo testo che cito spesso di Natalia Ginzburg, &#8220;Le piccole virtù&#8221;, che dice che un genitore nel rapporto col figlio non deve investire, ma deve aspettare, deve mettersi in attesa e vedere che cosa ne viene fuori, deve prepararsi alla più alta ma anche alla più bassa delle sorti». Un atteggiamento, purtroppo, poco seguito: «Sono ormai pochissimi i genitori realmente interessati alla crescita del loro figlio, piuttosto che alle <em>performance</em>. Sono molto preoccupata da questa tendenza – continua la professoressa Del Viscovo –. La scuola dei figli è vissuta come una proiezione di loro stessi, per cui i genitori gettano addosso al figlio lo stigma del fallimento. Lo stesso fallimento che fanno fatica loro<em> per primi </em>ad accettare». Come racconta la docente, questo meccanismo si verifica soprattutto nei licei che, col tempo, sono diventati le scuole scelte da una particolare fetta dell’alta-media borghesia: queste tipologie di famiglie hanno ampie aspettative sui figli e pretendono, in una certa maniera, che siano all’altezza della famiglia stessa dalla quale provengono.</p>
<p>La fisica insegna che maggiore è la pressione, maggiore è la probabilità che un oggetto si pieghi. Lo stesso accade a molti ragazzi che sfogano il peso di quell’investimento in forme di disturbo legate all’alimentazione, con attacchi d’ansia e, nel peggiore dei casi, in episodi di autolesionismo. «Sono pochissime le famiglie che si rendono conto che il carico che buttano addosso ai ragazzi produce questo tipo di effetti. Molto spesso non riescono a riconoscere il talento dei figli perché vedono solamente ciò che vogliono vedere. Per cui alcuni ragazzi reggono di fronte a tutto questo, altri invece soccombono e trovano dei modi per sottrarsi a questa realtà», osservato la professoressa del liceo Einstein. Quando lo si fa notare, le famiglie si chiudono a riccio, sentendosi messe in discussione ed attaccate. Ma in questo tentativo di difesa, sembra quasi che il figlio scompaia dai loro pensieri, quando invece dovrebbe esserne il centro.</p>
<p>Nonostante oggi venga considerata da molti come trasmissione passiva di informazioni – da valutare -, l’obiettivo della scuola sarebbe di preparare i ragazzi al mondo. In mancanza di collegamenti stabili tra gli istituti e il mondo esterno, i ragazzi possono trovare nel confronto con i professori spunti di riflessione sull’attualità. Purtroppo, «questo dipende molto dal singolo docente. Quando si ha la fortuna di incontrarne uno che stimola il confronto e la comprensione delle dinamiche, ci si sente meno impotenti di fronte alla realtà, perché capire il funzionamento delle cose aiuta a riconoscere che non sono ineluttabili. Uno dei sentimenti più diffusi tra i giovani è proprio questa sensazione di ineluttabilità, l’idea che nulla possa cambiare. Per questo, le mie materie (letteratura, storia e latino<em> ndr.</em>) offrono spunti per riflettere sul mondo e su come incidere nel mondo, soprattutto collettivamente: è un aspetto sempre più trascurato. Per me è fondamentale insegnare a distinguere informazione e commento, sapersi orientare nel flusso delle notizie e ascoltare le opinioni altrui. Per questo, quando posso, organizzo dibattiti in classe: un esercizio prezioso per confrontarsi nel merito e argomentare senza pregiudizi», osserva Del Viscovo.</p>
<p>Per molti aspetti, il lungo periodo di lockdown ha suscitato sentimenti di sofferenza nell’animo dei ragazzi. Molti di loro si sono sentiti derubati e hanno covato rancore per aver perso un tassello importante della loro crescita. Altri ancora hanno avuto difficoltà a sviluppare quelle competenze di base, che sono la chiave nella comunicazione quotidiana. E il ritorno alla realtà è stato traumatico. Altri, invece, hanno colto il momento per scrollarsi dalle spalle aspettative e pressioni legate al voto, riuscendo a trovare stimoli interiori, quali la curiosità e la voglia di imparare, per continuare a studiare. «Il Covid è stato uno spartiacque in questo senso – conclude la professoressa –. Gli studenti che erano profondamente motivati hanno continuato a studiare e l’averlo fatto senza essere valutati con i ritmi della scuola li ha liberati e ha fatto loro dispiegare le ali. Tolto il totem del voto, alcuni hanno iniziato ad apprezzare ancora di più quello che stavano facendo. I ragazzi meno motivati, invece, hanno sofferto quel periodo, perdendo così un’occasione, se così si può chiamare, per capire bene che cosa veramente interessasse loro. Quindi, hanno trovato maggiori difficoltà al rientro nella &#8220;normalità&#8221;».</p>
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		<title>La libertà di stampa dietro le sbarre: il caso Ali Abunimah</title>
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		<pubDate>Sun, 02 Feb 2025 22:51:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Simone Cesati]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>

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		<description><![CDATA[Un giornalista straniero arrestato, chiuso in una cella per giorni senza alcuna accusa e infine espulso. Una storia che sembra arrivare da un Paese autoritario, magari dall’Iran, che solo poche ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1200" height="675" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/02/ali-abunimah-di-electronic-intifada-arrestato-in-svizzera-01-26-2025-1200x675.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="ali-abunimah-di-electronic-intifada-arrestato-in-svizzera-01-26-2025-1200x675" /></p><p><span style="font-weight: 400;"><strong>Un giornalista straniero arrestato, chiuso in una cella per giorni senza alcuna accusa e infine espulso.</strong> Una storia che sembra arrivare da un Paese autoritario, magari dall’Iran, che solo poche settimane fa ha riservato un trattamento simile all’italiana Cecilia Sala. Invece è successo nel cuore dell’Europa, nella civilissima Svizzera. Protagonista, suo malgrado, il <strong>giornalista palestinese-americano Ali Abunimah</strong>, fondatore e direttore del giornale online </span><strong><i>Electronic Intifada</i></strong><span style="font-weight: 400;">. Abunimah è stato arrestato dalla polizia cantonale lo scorso 25 gennaio. Era arrivato a <strong>Zurigo</strong> poche ore prima per partecipare come ospite a una conferenza sulla Palestina. Fermato e interrogato per un’ora al suo arrivo in aeroporto, il giornalista aveva ottenuto il via libera per entrare in Svizzera. Qualche ora dopo è stato però fermato una seconda volta da agenti in borghese e portato in carcere. Nel frattempo, secondo quanto ricostruito dalla </span><i><span style="font-weight: 400;">Neue Zürcher Zeitung</span></i><span style="font-weight: 400;">, la polizia aveva chiesto e ottenuto per lui il divieto di permanenza sul suolo svizzero.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Abunimah ha trascorso <strong>tre giorni in cella</strong> prima di essere liberato e scortato dalle autorità su un aereo diretto a Istanbul. Tre giorni durante i quali, secondo quanto raccontato dallo stesso giornalista, <strong>non gli è stato contestato in modo formale alcun reato</strong> ma è stato accusato di una non meglio specificata «violazione delle leggi svizzere». «Il mio crimine», <a href="https://x.com/aliabunimah/status/1883973368069906853?s=46&amp;mx=2">ha scritto Abunimah su X</a> dopo la liberazione, «è essere un giornalista che parla a voce alta a favore della Palestina e contro il genocidio di Israele». Il direttore di </span><i><span style="font-weight: 400;">Electronic Intifada </span></i><span style="font-weight: 400;">è infatti noto per le sue posizioni antisioniste e <a href="https://x.com/AliAbunimah/status/1717632294221975828">ha definito la guerra a Gaza <strong>«un nuovo Olocausto»</strong></a>. Per queste ragioni, all’indomani del suo arresto, il responsabile della Sicurezza del Canton Zurigo Mario Fehr <a href="https://www.nzz.ch/zuerich/radikaler-islamist-sollte-in-zuerich-in-der-zentralwaescherei-auftreten-kantonspolizei-hat-einreisesperre-fuer-ihn-beantragt-mario-fehr-spricht-von-einem-judenhasser-ld.1867964">aveva dichiarato</a> di non volere «<strong>un islamista odiatore degli ebrei</strong> che incita alla violenza in Svizzera».</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Ali Abunimah non è peraltro il primo giornalista a venire arrestato in Europa per le sue posizioni critiche nei confronti di Israele. Lo scorso agosto, il reporter siriano-britannico <strong>Richard Medhurst</strong> è stato arrestato all&#8217;aeroporto di Heathrow, a Londra, in base alla Sezione 12 del Terrorism Act del 2000, una legge che criminalizza il sostegno – reale o presunto – a organizzazioni terroristiche come Hamas o Hezbollah. Sempre a Londra, in ottobre, il giornalista <strong>Asa Winstanley</strong> ha denunciato l’irruzione di dieci agenti di polizia nella sua abitazione. A Winstanley, che scrive per </span><i><span style="font-weight: 400;">Electronic Intifada</span></i><span style="font-weight: 400;">, il giornale diretto da Ali Abunimah, sono stati sequestrati i dispositivi elettronici, senza che da ciò sia poi scaturito alcun arresto o accusa formale.</span></p>
<h3><b>Un caso che mette a nudo le contraddizioni dell’Occidente</b></h3>
<p><span style="font-weight: 400;">«Quanto accaduto in Svizzera è in perfetta continuità con l’atteggiamento che l’Occidente ha tenuto in quasi 80 anni di occupazione della Palestina. Ciò che più mi rattrista e che più mi fa arrabbiare è il fatto che proprio l’<strong>Europa</strong>, che per anni ha <strong>preteso di darci lezioni</strong> di diritti umani e di libertà di parola, ora si comporti in questo modo, abbandonando quegli stessi valori». Non usa mezzi termini <strong>Shuruq As’ad</strong> nel commentare l’arresto di Ali Abunimah. As’ad è una figura di rilievo nel giornalismo palestinese: nel 1994 è stata la prima donna assunta dalla tv di Stato PBC ed è stata portavoce del sindacato dei giornalisti palestinesi. In oltre trent&#8217;anni di carriera, <strong>le è capitato in più occasioni di subire violenze per il suo lavoro</strong>: «Una volta», racconta, «sono stata arrestata e picchiata mentre coprivo una notizia a Gerusalemme. In un’altra occasione sono stata aggredita da coloni israeliani in Cisgiordania. Dopo il 7 ottobre, invece, mi trovavo ad Ashkelon, al confine con la Striscia, e sono stata attaccata dai soldati israeliani per il solo fatto di parlare arabo. Si può dire che praticamente ogni giornalista palestinese abbia storie simili da raccontare».</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Nei giorni della prigionia di Ali Abunimah, l’<strong>Onu</strong> ha preso una posizione netta contro l’arresto del giornalista. <strong>Francesca Albanese</strong>, relatrice speciale sui territori palestinesi occupati, <a href="https://x.com/FranceskAlbs/status/1883470938014142823">ha denunciato </a>che «il clima che circonda la libertà di parola in Europa sta diventando sempre più tossico e dovremmo essere tutti preoccupati». La stessa attenzione alla vicenda non è stata però riservata dai principali media internazionali, che hanno sostanzialmente ignorato la notizia. Secondo As’ad, ciò «è un perfetto esempio di <strong>giornalismo non etico</strong>, una<strong> una precisa scelta di disinformazione</strong>. Nonostante il genocidio in corso sotto gli occhi di tutti, i media mainstream continuano a nascondere informazioni e a non dare lo stesso tempo agli israeliani e ai palestinesi».</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Ciò, continua As’ad, si può osservare ogni volta che avviene uno scambio di prigionieri tra Israele e Hamas: «tutta l’attenzione dei media internazionali va alle famiglie degli ostaggi, ma nessuno segue le famiglie palestinesi i cui figli sono stati liberati dalle carceri israeliane». Poi la stoccata: «Ho visto con i miei occhi come i media mainstream si sono trasformati in <strong>portavoce dell’esercito israeliano</strong>, riportando notizie false senza neanche verificarle. Credo che i giornalisti che si comportano in questo modo siano <strong>“occupati” da Israele</strong> più di quanto non lo sia io in quanto palestinese, tradendo la loro etica e la loro stessa libertà».</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Secondo As’ad, l’arresto di Ali Abunimah è indicativo di una generale <strong>regressione della libertà di stampa</strong> nel mondo: «Fatti come questo mi preoccupano non perché riguardano la Palestina ma perché minacciano la libertà di parola in sé. Di questo passo, le persone <strong>avranno timore a esporsi su qualsiasi cosa</strong>, anche sulle questioni interne ai loro Paesi. I giornalisti ci penseranno non due ma milioni di volte prima di scrivere le loro opinioni». As’ad ricorda poi gli <strong>oltre 210 giornalisti uccisi a Gaza</strong>: «anche questo dovrebbe essere visto come un attacco alla libertà di stampa, non solo riguardo alla Palestina ma in generale. Se rimaniamo in silenzio su questo, allora accettiamo che la stessa cosa possa avvenire nei nostri stessi Paesi».</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Se il conflitto a Gaza ha avuto ripercussioni sulla libertà di stampa anche in Europa, le cose non vanno certo meglio in <strong>Israele</strong>: qui, racconta As’ad, dopo il 7 ottobre «la situazione è peggiorata: i media mainstream non fanno altro che <strong>ripetere ciò che viene detto dall’esercito</strong>. Per loro i palestinesi non sono mai vittime ma tutti degli assassini. Chi osa prendere una posizione diversa è solo una piccolissima minoranza, gli altri preferiscono adeguarsi». Le cose non vanno meglio in <strong>Palestina</strong>: «Qui la guerra ha creato una spaccatura nella società tra <strong>Hamas</strong> e <strong>Fatah</strong> [il partito che governa la Cisgiordania, </span><i><span style="font-weight: 400;">ndr</span></i><span style="font-weight: 400;">]. Per Fatah è diventato fondamentale riaffermare la propria autorità, anche a scapito della libertà di stampa. Per questo il governo palestinese ha deciso di <strong>chiudere <em>Al Jazeera</em></strong> e la polizia ha persino arrestato alcuni dei miei colleghi. Il sindacato dei giornalisti palestinesi non ha preso una posizione abbastanza netta contro questi inaccettabili abusi e per questo ho deciso di dimettermi», spiega As’ad.</span></p>
<h3><b>Le pressioni verso il silenzio</b></h3>
<p><span style="font-weight: 400;">Dopo un iniziale sospiro di sollievo per il rilascio, l’inquietante vicenda che ha coinvolto il giornalista Ali Abunimah apre numerose riflessioni. Sebbene la detenzione forzata sia durata appena tre giorni, questo non deve sminuire la gravità del fatto. Soprattutto non deve distogliere l’attenzione dall&#8217;aspetto più sconcertante dell’intera vicenda: l’incarcerazione senza motivo è avvenuta in <strong>Svizzera</strong>, in un Paese occidentale la cui Costituzione dichiara che «ognuno ha diritto d’essere trattato <strong>senza arbitrio</strong> e secondo il principio della buona fede da parte degli organi dallo Stato».</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Alla luce di quanto è successo, la sensazione è che il <strong>conflitto israelo-palestinese</strong> abbia messo in moto una serie di <strong>pressioni</strong> che gravano sulle spalle di tutti. Anche di realtà insospettabili di certe azioni come la Confederazione Elvetica. «Per quello che sappiamo un consigliere federale molto attivo nell’associazionismo pro Israele ha indicato, al cantone, Ali Abunimah come un personaggio pericoloso», precisa <strong>Christian Elia</strong>, giornalista e reporter specializzato sui conflitti e sulle violazioni dei diritti umani in Medio Oriente. «A nessuno però è venuto in mente – continua – di indagare il personaggio indicato per sapere chi fosse, cosa avesse fatto e quale fosse la sua storia. Infatti, prima gli è stato concesso il visto d’ingresso, dopodiché è stato fermato ed espulso».</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Nella ricostruzione dei fatti una cosa rimane ancora poco chiara: Ali Abunimah prima di mettere piede nel territorio svizzero è stato per qualche giorno in <strong>Germania</strong>. Contrariamente a quanto si possa immaginare, sul suolo tedesco il giornalista non ha ricevuto pressioni di alcun genere. «Questa cosa ci fa capire come questa forma di <strong>pressione</strong> sia in realtà <strong>disarticolata</strong>, slegata da un concetto di norma». Solo iniziative di singoli Stati che rispondono in modo indipendente e come possono alle «pressioni»: senza uno schema preciso e senza un disegno organico.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Chi sia autore di queste pressioni non ci è dato saperlo, ma solo immaginarlo. <strong>È invece chiaro chi siano gli obiettivi: i giornalisti</strong>. In particolare, coloro che hanno fatto della Palestina il loro campo di studi e di racconti. Giova precisare che, quando si parla giornalisti, non si intendono solo i </span><i><span style="font-weight: 400;">freelance</span></i><span style="font-weight: 400;">, ma anche voci con redazioni importanti alle spalle, come <strong>Roberto Bongiorni</strong> del <em>Sole 24 Ore</em>, inviato storico in Cisgiordania, arrestato anche lui senza motivazioni e rilasciato dopo mezza giornata. «In questo momento c’è una reazione a tutte quelle voci che sono costanti nel raccontare la questione palestinese da un punto di vista dei diritti e non di una sorta di aprioristico appoggio ad Israele. Ed è complicato», riflette Elia. L’intera categoria è messa sotto attacco. <strong>Essere giornalista oggi «è complicato»</strong>: è </span><i><span style="font-weight: 400;">più </span></i><span style="font-weight: 400;">complicato perché «si sta sorpassando una oggettiva linea rossa. Certe dinamiche che sembrano locali, che si sottovalutano e si tendono a non raccontare», sfuggono di mano e certi atteggiamenti poi si allargano sempre nel silenzio. Col passare del tempo <strong>aumentano sempre di più le notizie di giornalisti rapiti ed arrestati</strong>, all’inizio del pezzo anche noi li abbiamo elencati: sono fatti «sconcertanti», come dice Elia, ma non più «sorprendenti». E forse la cosa peggiore è proprio questa: il rischio che smettiamo persino di sconcertarci, abituandoci a ciò che dovrebbe indignarci.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Nel tempo, l’indignazione, la prima caratteristica del giornalista, sta diventando sempre più debole e soffocata. Quella che un tempo era considerato baluardo democratico e casta incrollabile, ora si trova in fin di vita: tra lotte istituzionali e crisi delle vendite, <strong>la voce dei giornalisti è andata sempre più ad affievolirsi</strong>, mostrando al mondo il fianco debole della professione. Oggi nei professionisti aleggia un sentimento di vulnerabilità, non solo per chi fa il reporter di guerra – ché, in quei contesti, è sempre stato così – ma anche per chi si trova in Paesi democratici. «C’è un <strong>deterioramento della garanzia del ruolo del giornalista</strong>. Questo deterioramento comincia oggettivamente post 11 settembre. Col tempo poi ha influito un ridimensionamento dell’impatto dei media: tra crollo delle vendite, <strong>crollo dell’immagine pubblica dei giornalisti</strong>. Tolte una serie di tutele, hanno indebolito la professione e l’immagine pubblica della professione. E questo sul campo da vari punti di vista porta a chi deve raccontare il mondo agli altri a una percezione davvero fisica di un cambiamento del contesto di sicurezza nel quale si muove», sostiene Elia. E, «quello che prima non c’era, ma oggi c’è, è un certo livello di <strong>conflitto istituzionale</strong>».</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;"><strong>Si sta oltrepassando una sottile «linea rossa»</strong>. La mancanza di conseguenze per abusi commessi contro la libertà di stampa non solo rischia di alimentare un clima di impunità, ma anche di <strong>delegittimare un diritto fondamentale della società</strong>, minacciando il pluralismo e la trasparenza su cui si fonda, e minando la credibilità delle istituzioni democratiche. «Sarà fondamentale il ruolo della società civile. Una delle sfide del nostro lavoro è far capire l’importanza del nostro ruolo, non solo crisi per crisi, ma anche con un approccio sistemico per recuperare un <strong>rapporto di fiducia</strong> con il pubblico che si è effettivamente deteriorato», conclude Elia. </span></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Il secondo mandato di Trump inizia dal &#8220;Golfo d&#8217;America&#8221;</title>
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		<pubDate>Tue, 21 Jan 2025 18:57:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Simone Cesati]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Trump ha sugellato l’inizio del suo secondo mandato prima con due discorsi, davanti a migliaia di sostenitori, in cui ha indicato le priorità del suo programma e poi con la ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1728" height="962" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/01/Screenshot-2025-01-21-at-19.47.38.png" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Screenshot 2025-01-21 at 19.47.38" /></p><p>Trump ha sugellato l’inizio del suo secondo mandato prima con due discorsi, davanti a migliaia di sostenitori, in cui ha indicato le priorità del suo programma e poi con la firma di numerosi ordini esecutivi che cancellano 78 provvedimenti dell’amministrazione Biden. E quindi: via gli Usa dall&#8217;Organizzazione Mondiale per la Sanità e dagli accordi di Parigi sul clima, poi grazia o scarcerazione per i rivoltosi del 6 gennaio 2021 che assaltarono il Campidoglio, il Golfo del Messico che diventa &#8216;Golfo d&#8217;America&#8217;, Cuba che torna nella lista degli Stati sponsor del terrorismo e revoca delle sanzioni ai coloni israeliani violenti in Cisgiordania. Il presidente ha inoltre firmato nello Studio Ovale ordini esecutivi che proclamano che il governo degli Stati Uniti riconoscerà solo due sessi.  Resta poi la minaccia dei dazi, anche se forse non scatteranno subito.</p>
<h2>Linea dura sull’immigrazione</h2>
<p>Sul fronte dell’immigrazione, suo cavallo di battaglia in campagna elettorale, il neo presidente ha firmato ordini esecutivi che dichiarano &#8216; emergenza nazionale&#8217; l&#8217;immigrazione illegale al confine tra Stati Uniti e Messico, designando i cartelli criminali come organizzazioni terroristiche. Trump ha firmato l’ordine esecutivo per mettere fine allo ius soli che garantiva il diritto di cittadinanza per nascita, stabilito dalla Costituzione americana. Un provvedimento che violerebbe il quattordicesimo emendamento e che rischia di essere subito oggetto di ricorsi legali.</p>
<h2>Rivoluzione nella pubblica amministrazione</h2>
<p>Trump mira anche a cambiare radicalmente l’organizzazione e il funzionamento della pubblica amministrazione, stabilendo che &#8220;per prendere subito il controllo della vasta burocrazia federale fuori controllo&#8221; applicherà &#8220;un immediato congelamento della regolamentazione&#8221;, annunciando poi una salva di licenziamenti nella pubblica amministrazione e un congelamento delle assunzioni &#8220;per garantire che reclutiamo solo persone competenti che sono fedeli agli americani&#8221;. Abolito inoltre lo smart working per tutti i dipendenti federali.</p>
<h2>Dialogo con Putin</h2>
<p>Infine, Trump ha detto che &#8220;parlerà molto presto&#8221; con il presidente russo Putin, ribadendo che la guerra in Ucraina &#8220;deve finire&#8221;. Sullo sfondo, le tensioni rinnovate con la Cina e gli altri Paesi del Nord Africa, tra cui Canada e Messico, sui movimenti commerciali e l&#8217;applicazione dei dazi, e le questioni strategiche su Groenlandia e Panama.</p>
<p>Per voi, abbiamo cercato di capire se quelle di Trump sono solo minacce. Di certo c&#8217;è che Panama ma, soprattutto, la Groenlandia sono molto appetibili. Strategicamente, ma non solo.</p>
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<li><a href="http://www.magzine.it/canada-groenlandia-e-panama-quanto-ce-di-reale-nelle-minacce-di-trump/"><strong>Canada, Groenlandia e Panama: quanto c&#8217;è di reale nelle minacce di Trump?</strong></a> &#8211; di Andrea Segalini</li>
<li><a href="http://www.magzine.it/trump-ci-riprenderemo-panama-sullo-sfondo-ce-il-confronto-con-pechino/"><strong>Trump: &#8220;Ci riprenderemo Panama&#8221;. Sullo sfondo c&#8217;è il confronto con Pechino</strong></a> &#8211; di Simone Cesati</li>
<li><a href="http://www.magzine.it/groenlandia-lisola-che-ce/"><strong>Groenlandia, l&#8217;isola che c&#8217;è</strong> </a>- di Ilenia Cavaliere</li>
<li><a href="http://www.magzine.it/groenlandia-storia-di-una-terra-fredda/"><strong>Groenlandia: storia di una terra fredda</strong></a> &#8211; di Matteo Bertolini</li>
<li><a href="http://www.magzine.it/la-groenlandia-non-vuole-essere-ne-americana-ne-danese/"><strong>La Groenlandia non vuole essere né americana né danese</strong></a> &#8211; di Luciano Simbolo</li>
<li><a href="http://www.magzine.it/la-groenlandia-e-la-nuova-isola-del-tesoro/"><strong>La Groenlandia è la nuova isola del tesoro</strong></a> &#8211; di Pietro Lupi</li>
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		<title>Trump: «Ci riprenderemo Panama». Sullo sfondo c&#8217;è il confronto con Pechino</title>
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		<pubDate>Tue, 21 Jan 2025 18:22:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Simone Cesati]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>

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		<description><![CDATA[Un piccolo lembo di terra che unisce due continenti, l’America del Nord e l’America del Sud, attraversato da uno dei canali più importanti dell’emisfero, in grado di unire l’oceano Atlantico ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="2048" height="1152" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/01/1-fa1d26b8.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="1-fa1d26b8" /></p><p>Un piccolo lembo di terra che unisce due continenti, l’America del Nord e l’America del Sud, attraversato da uno dei canali più importanti dell’emisfero, in grado di unire l’oceano Atlantico e il Pacifico. Si tratta di una vera e propria sfida, quella tra Stati Uniti e Cina, per riuscire ad imporre la propria egida su Panama e sul suo Canale.</p>
<p>Nel discorso del suo insediamento, Donald Trump ha nuovamente aperto il dibattito, con toni accesi ed intimidatori. Non certo da «pacificatore», come si è presentato parlando alla Rotonda del Campidoglio: «La promessa di Panama è stata spezzata. Lo scopo del nostro patto e lo spirito del trattato sono stati completamente violati. Le navi americane sono sottoposte a tariffe altissime e non sono trattate equamente. Soprattutto c’è la Cina a operare nel Canale di Panama. Ma noi non l’abbiamo dato alla Cina, l’abbiamo dato a Panama e ce lo riprenderemo».</p>
<p>Il Canale, costruito all’inizio del secolo scorso dagli Stati Uniti, è stato poi ceduto a Panama nel 1999 per effetto del trattato – cui faceva riferimento il magnate – firmato da Jimmy Carter. Secondo il neopresidente, gli accordi sono stati calpestati dalla Repubblica panamense, colpevole di aver agevolato i mercati cinesi. Il Presidente José Raùl Mulino ha respinto «nella loro interezza» le parole del tycoon: «Non vi è alcuna presenza di alcuna nazione al mondo – ha aggiunto – che interferisca con la nostra amministrazione».</p>
<p>In passato il Donald Trump ha più volte soffiato sul fuoco del conflitto. In ogni intervento non ha mai negato l’uso della forza per un’eventuale riconquista del Canale di Panama. «Non posso dare garanzie su nessuna delle questioni – aveva detto – ma posso dire questo: ne abbiamo bisogno per la sicurezza economica. Il Canale di Panama è stato costruito per i nostri militari. Potrebbe darsi che dovrò fare qualcosa». I cittadini panamensi, memori di queste dichiarazioni, hanno reagito all’insediamento con una manifestazione anti-Trump: durante le proteste una bandiera statunitense è stata bruciata.</p>
<p>Negli ultimi dieci anni l’influenza cinese in America latina è diventata sempre più minacciosa per gli Stati Uniti. In particolare su Panama, che dal 2017 ha stretto forti rapporti commerciali con il mondo asiatico. Talmente stretti da arrivare a disconoscere l’indipendenza di Taiwan. L’anno successivo un funzionario del dragone, Qui Yuangping, in visita a Panama ha dichiarato che «l’istituzione di relazioni diplomatiche con Panama è stato il più importante risultato diplomatico per la Cina» di quell’anno.</p>
<p>Nonostante numerosi rallentamenti dovuti ai cambi di presidenza – una buona notizia per gli Stati Uniti – si stima che a Panama operino circa 40 aziende di stampo cinese, in settori come la finanza, le telecomunicazioni e la logistica: una pessima notizia per Washington. Soprattutto se si considera che la Cina è anche il secondo maggiore utilizzare del Canale di Panama, rappresentando il 21,4% delle merci che transitano attraverso questa via marittima.</p>
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