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	<title>magzine &#187; Pandemia</title>
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	<description>un progetto della Scuola di giornalismo dell&#039;Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano</description>
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		<title>Podcast in calo: una meteora dell&#8217;intrattenimento?</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Jan 2023 12:26:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Rachele Callegari]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[News Lab]]></category>
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		<category><![CDATA[Pandemia]]></category>
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		<description><![CDATA[Il numero di nuovi podcast lanciati sulle piattaforme è crollato dell’80% fra il 2020 e il 2022  e il fenomeno non sembra destinato ad arginarsi. Sono dati che emergono dal database ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1004" height="706" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2023/01/Immagine-newslab-testo.png" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Fonte: Niemanlab.org" /></p><p>Il numero di nuovi podcast lanciati sulle piattaforme è crollato dell’80% fra il 2020 e il 2022  e il fenomeno non sembra destinato ad arginarsi. Sono dati che emergono dal database <a href="https://www.listennotes.com/podcast-stats/" target="_blank"><em>Listen</em> <em>Notes</em></a>, secondo cui pubblicare un podcast oggi è molto più difficile rispetto a tre o quattro anni fa anche per le case di produzione, mentre per i creators indipendenti è quasi impossibile.</p>
<p>Vediamo il fenomeno in cifre: <mark class='mark mark-yellow'>nel <strong>2020</strong> sono stati lanciati sul mercato 1.109mila nuovi podcast. Nel <strong>2021</strong> la cifra è scesa a 729mila, per arrivare a 219mila nel <strong>2022</strong>.</mark> Il perché è in parte facilmente comprensibile: il tempo passato in casa durante il lockdown nel 2020 è stato in parte impiegato ascoltando podcast, mentre con la possibilità di tornare a fare attività fuori dalle mura di casa il tempo libero è diminuito.</p>
<p>Questo declino si vede ancora di più analizzando in dettaglio i dati del <strong>2022</strong>: nei primi tre mesi sono stati realizzati e pubblicati 67mila podcast, per arrivare ai 44mila degli ultimi tre mesi dell&#8217;anno. Stando a una stima provvisoria, la situazione del <strong>2023</strong> non sembra migliorare: per ora <em>Listen Notes</em> conta 7.026 nuovi podcast lanciati dall’inizio dell’anno. Di questo passo, a fine anno i podcast prodotti saranno meno di 30mila, cioè oltre il 50% in meno rispetto all’anno precedente. <mark class='mark mark-yellow'>Il 2022 è stato anche l’anno in cui, per la prima volta, la percentuale di cittadini americani che ha dichiarato di aver ascoltato almeno un podcast nel mese precedente è scesa dal 41 al 38%.</mark></p>
<p>Il fenomeno si limita soltanto ai nuovi podcast: i nuovi episodi di serie già esistenti hanno subito, infatti, una decrescita solo del 13%. <mark class='mark mark-yellow'>Quello che emerge è quindi la presenza di una fetta di utenti “fedelissimi”, abituati ad ascoltare i podcast ben prima del boom del 2020 e che probabilmente saranno gli unici, almeno per ora, che continueranno a farlo.</mark></p>
<p style="text-align: center;"><strong>Per saperne di più, continua a leggere su  <a href="https://www.niemanlab.org/2023/01/where-did-all-the-new-podcasts-go/" target="_blank">Niemanlab.org</a>.<br />
</strong></p>
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		<title>Tra dati ed esperienza sul campo: come il giornalismo combatte la disinformazione</title>
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		<pubDate>Tue, 22 Nov 2022 16:45:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Stella]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Milano]]></category>
		<category><![CDATA[data journalism]]></category>
		<category><![CDATA[disinformazione]]></category>
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		<description><![CDATA[In che modo la pandemia prima e la guerra in Ucraina poi hanno cambiato il modo di fare giornalismo? Quali sono gli elementi adatti a garantire una corretta informazione soprattutto ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1024" height="768" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2022/11/graduation-day.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="" /></p><p>In che modo la pandemia prima e la guerra in Ucraina poi hanno cambiato il modo di fare giornalismo? Quali sono gli elementi adatti a garantire una corretta informazione soprattutto sui media digitali? Come può il dato numerico contribuire a svolgere una comunicazione di qualità? <mark class='mark mark-yellow'>Sono stati questi gli interrogativi al centro della tavola rotonda “Sfide per il giornalismo digitale tra pandemia e guerra: come tenersi lontano dalla misinformation”. L’evento, organizzato da <a href="https://almed.unicatt.it/">Almed</a>, si è svolto all’interno del <strong>Graduation Day</strong> di sabato 17 novembre, nella Cripta Aula Magna dell’Università Cattolica.</mark> Al termine del panel, la consegna dei diplomi ai 30 studenti che hanno fatto parte del Master in Giornalismo nel biennio 2019/2021.</p>
<p>Alla presenza di vecchi e attuali studenti l’incontro è stato moderato da <strong>Laura Silvia Battaglia</strong> giornalista e direttrice delle testate del Master. Tra i relatori: il direttore della Scuola, <a href="https://docenti.unicatt.it/ppd2/it/docenti/02047/marco-lombardi/profilo">Marco Lombardi</a>, la vicedirettrice <a href="https://docenti.unicatt.it/ppd2/it/docenti/06037/nicoletta-vittadini/profilo">Nicoletta Vittadini</a> e i giornalisti <strong>Isaia Invernizzi</strong> e <strong>Marta Serafini</strong>. In apertura il professor Lombardi ha voluto porre l’attenzione su come «Negli ultimi tre anni il mondo della comunicazione abbia dovuto fare fronte a contesti di estrema emergenza. Ciò ha rappresentato una sfida ardua ma allo stesso utile e formativa». La professoressa Vittadini invece ha sottolineato come «I giornalisti, per fare fronte agli eventi eccezionali degli ultimi anni, abbiano dovuto mantenere sempre lo sguardo vigile e integrare nel loro lavoro la tecnologia e l’analisi dei dati. Tutti elementi ormai imprescindibili per evitare di fare disinformazione soprattutto sui media digitali».</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>E proprio sull’importanza del Data Journalism si è concentrata gran parte di questo dibattito. A partire dalla testimonianza di Isaia Invernizzi, attualmente giornalista de <strong>“Il Post”</strong>, ma cronista presso <strong>“L’Eco Di Bergamo”</strong> fino a novembre 2020. Proprio per quella testata Invernizzi ha realizzato una fondamentale <a href="https://www.ecodibergamo.it/stories/premium/bergamo-citta/coronavirus-il-numero-reale-dei-decessiin-bergamasca-4500-in-un-mese_1347415_11/">inchiesta</a> al fine di documentare e chiarire la vera portata della pandemia di Covid-19 sul territorio bergamasco.</mark> Nello specifico, il giornalista si è occupato di analizzare e scoprire il reale numero delle vittime nei comuni orobici. «Soprattutto nella prima fase della pandemia non si riusciva a capire l’impatto di questo virus. I medici e gli esperti non sapevano spiegare la rapida e violenta diffusione del contagio e si limitavano a indire conferenze stampe in cui davano una serie di dati», ha raccontato Invernizzi.<span class='quote quote-left header-font'>«Visto che durante la pandemia era difficile raccogliere informazioni sul campo a causa della gravità dell’emergenza, la possibilità di lavorare con i dati è stata fondamentale per garantire un’informazione veritiera», ha specificato il cronista Isaia Invernizzi.</span> «La nostra inchiesta è partita da una analisi dei numeri riguardanti i decessi per covid da marzo 2020: nel giro di un mese ci siamo resi conto che nella provincia di Bergamo i morti erano almeno 3000 in più rispetto al dato segnalato nei bollettini ufficiali. Il nostro lavoro ha fatto luce sulla situazione e ha spinto le istituzioni ad approfondire il tutto». Quindi se da un lato è vero che il mestiere del giornalista non può basarsi solo sullo studio a tavolino di dati e numeri ma deve dipendere da un costante lavoro sul territorio, dall’altro lato dal periodo pandemico in avanti il rapporto tra dati numerici e informazione è diventato molto più stretto.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Il Data Journalism (se basato su un’attenta verifica dei numeri utilizzati) è sicuramente uno strumento utile per raccontare eventi con determinati contesti. Tuttavia, per altre situazioni, come nel caso delle guerre, conta maggiormente l’esperienza diretta che si fa sul posto.</mark> «Fare l’inviata di guerra è un onore ma allo stesso tempo è un compito difficile che si può svolgere solo in determinati modi. È possibile raccontare il conflitto sotto vari aspetti: o focalizzandosi sulla zona del fronte, o occupandosi di narrare le storie dei civili coinvolti in queste tragedie, ma in entrambi i casi è necessario vedere coi propri occhi la situazione per poter verificare le fonti personalmente», ha spiegato la giornalista del “Corriere della Sera” Marta Serafini, cronista di guerra che negli ultimi mesi ha viaggiato spesso in Ucraina, sede del principale conflitto armato di questo periodo. <span class='quote quote-left header-font'>«Sicuramente i dati possono aiutare ad approfondire meglio il contesto generale, ma per un’informazione più concreta e sensibile è preferibile andare sul campo», ha detto Marta Serafini, giornalista e inviata di guerra.</span> Per quanto riguarda invece lo sviluppo del lavoro giornalistico sui media digitali Serafini ha sottolineato l’importanza del declinare il singolo prodotto su più piattaforme e sui più mezzi di informazione. Tutti i membri della tavola rotonda hanno poi dato un consiglio per prevenire la disinformazione soprattutto sui social: <mark class='mark mark-yellow'>«I giornalisti sono responsabili non solo dei contenuti propri che veicolano con vari mezzi, ma anche della ri-condivisione di tutte quelle notizie che partono da altri soggetti».</mark></p>
<p>Nella parte conclusiva il panel ha toccato brevemente anche l’ormai annoso problema della crisi del mondo dell’editoria: «Questa crisi può essere in parte mitigata dalla responsabilità del singolo lettore», ha specificato Invernizzi. <mark class='mark mark-yellow'>«Ogni cittadino dovrebbe crearsi una propria dieta informativa e sostenere in modo concreto una o più testate che ritiene svolgano un buon lavoro. Ognuno deve fare la sua parte, non solo i giornalisti».</mark></p>
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		<title>Covid, politiche a confronto: l&#8217;analisi di Antonella Viola</title>
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		<pubDate>Fri, 20 May 2022 07:30:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Ludovica Rossi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[#Covid]]></category>
		<category><![CDATA[Antonella Viola]]></category>
		<category><![CDATA[giornalismo]]></category>
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		<description><![CDATA[Strade deserte, merci bloccate, viveri mancanti, persone rinchiuse nelle proprie case e ormai sull’orlo della disperazione. Non è la descrizione di una qualche città ucraina infestata dalla guerra, ma Shanghai, ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="900" height="529" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2022/05/shanghai-.jpeg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Fonte: Ansa" /></p><p style="font-weight: 400;">Strade deserte, merci bloccate, viveri mancanti, persone rinchiuse nelle proprie case e ormai sull’orlo della disperazione. Non è la descrizione di una qualche città ucraina infestata dalla guerra, ma<strong> Shanghai</strong>, infestata dal Covid. Proprio nel momento in cui in Europa le restrizioni sembrano scomparire, nella metropoli cinese si sperimenta un rigido lockdown. Per comprendere la reale legittimità di queste misure è necessario uno sguardo ampio, che consideri i dati e li metta a confronto. Per <strong>Antonella Viola</strong>, immunologa e divulgatrice scientifica dell’Università di Padova, si tratta di due politiche sanitarie a confronto, di fatto incompatibili.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>La Cina ha scelto una politica zero-Covid e adesso Shanghai è chiusa da quasi sei settimane. “Misura insostenibile” ha commentato l’Oms: concorda?</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Nelle fasi iniziali di una pandemia, quando non ci sono informazioni né farmaci la strada migliore è quella delle restrizioni. E funziona. Poi, però, quando arrivano i vaccini le cose devono cambiare, perché diventa possibile convivere con il virus, mantenere l’economia, le libertà e la socialità. <mark class='mark mark-yellow'>La Cina è stata, come molti Paesi asiatici, molto brava nelle prime fasi della pandemia, perché ha chiuso e isolato il Paese e questo ha permesso di contenere i casi. Lo ha fatto addirittura meglio di noi, perché la mancanza di democrazia facilita l’ingresso nelle vite dei cittadini e la limitazione della loro libertà. Ma rende anche più complesso conquistarsi la loro fiducia: in Paesi con governi così autoritari e poco trasparenti poche persone si sono fidate dei vaccini e questo ha creato delle fasce scoperte, sia a livello geografico che d’età.</mark>Da noi, invece, la popolazione si è fidata e c’è stata un’ampia adesione alla campagna vaccinale. E poi i vaccini cinesi sono meno efficaci: sono necessarie tre dosi per raggiungere una protezione paragonabile a quella che noi otteniamo con due.</p>
<p style="font-weight: 400;"><span class='quote quote-left header-font'>L&#8217;immunologa Antonella Viola: &#8220;Sul lungo periodo è stata la strategia occidentale della convivenza a risultare vincente&#8221;.</span> Tutto questo ha creato una situazione per cui oggi loro sono più fragili; sul lungo periodo è stata la nostra strategia della convivenza a risultare vincente.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>E adesso poco alla volta le restrizioni stanno infatti scomparendo. Ma, a fronte dei dati che riscontriamo ogni giorno, la pandemia si può davvero considerare conclusa?</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">In questo momento la situazione appare piuttosto stabile: le variazioni quotidiane significano poco e sull’arco della settimana si vede che c’è una lieve diminuzione, ma non così rapida e importante. In Europa sembra esserci una fase di contenimento, a differenza di altri Paesi, come gli Stati Uniti, che stanno adesso sperimentando una nuova ondata di contagi e decessi. Da noi il virus circola, è molto trasmissibile, e questo spiega il grande numero di casi. Però, grazie alla vaccinazione che, almeno in questa parte del mondo, è pressoché totale, l’impatto sul sistema sanitario è limitato. <mark class='mark mark-yellow'>Anche se 150 morti al giorno è ancora un numero altissimo: vuol dire che non siamo ancora fuori dal problema Covid. E non lo saremo per molto tempo. Il suggerimento che mi sento di dare è di essere prudenti, fare ancora il sacrificio di tenere la mascherina nei luoghi chiusi, soprattutto quando si sta in mezzo a molte persone e a casa si hanno famigliari fragili.</mark></p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Proprio sul tema mascherine c’è stata una certa confusione: obbligatorie per il privato, solo raccomandate per il pubblico. Ma se la salute è un diritto di tutti, non dovremmo tenere comportamenti coerenti?</strong></p>
<p style="font-weight: 400;"><mark class='mark mark-yellow'>Si è trattato di una decisione politica, non scientifica. Il governo ha eliminato l’obbligatorietà e raccomandato l’uso, dopo di che gli accordi tra i sindacati e le varie forze economiche hanno portato a questa contraddizione. Non è stata però la scienza a porsi in maniera ambigua: il Ministero della Salute ha fatto affidamento sul senso di responsabilità dei cittadini, raccomandandone l’utilizzo.</mark> Sarebbe stato più coerente mantenere l’obbligo nei luoghi chiusi ancora fino alla metà di giugno. Non è stato così ma quello che è successo dopo è frutto di accordi politici e non di diversi punti di vista scientifici, ovviamente.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Per quanto riguarda invece la gestione comunicativa della pandemia, gli esperti scientifici sembrano scomparsi dai canali di informazione e sono sostituiti da quelli bellici. Emergenza guerra vince su emergenza sanitaria?</strong></p>
<p style="font-weight: 400;"><span class='quote quote-left header-font'>&#8220;È importante saper distinguere tra consenso e corsa all’audience, che divora e distrugge la qualità dell’informazione. E invece puntare su ciò che essa davvero dovrebbe fare: raccontare quello che accade.&#8221;</span> <mark class='mark mark-yellow'>Questo è tipico del giornalismo, almeno di quello italiano: essere monotematico. Come, durante i due anni di pandemia si è parlato troppo e solo di Covid, allo stesso modo adesso l’attenzione è stata polarizzata da un’altra emergenza. In Italia si tende a seguire una sola grande notizia per volta, dimenticando l’approfondimento del resto.</mark> Detto questo, i dati, se si vuole, si trovano: sul sito dell’Istituto superiore di sanità, della fondazione GIMBE e tanti altri. È ovvio che l’aver smesso di colpo di parlare di Covid ha come conseguenza il fatto che la popolazione non si stia vaccinando con la quarta dose: è stata trasmessa l’idea che il Covid non è più un’emergenza. Questo è sbagliato: si sarebbe dovuto trovare un equilibrio. <mark class='mark mark-yellow'>L’informazione deve essere puntuale, senza diventare un tormentone. Altrimenti suscita l’effetto contrario e rende le persone insofferenti. È importante saper distinguere tra consenso e corsa all’audience, che divora e distrugge la qualità dell’informazione. E invece puntare su ciò che essa davvero dovrebbe fare: raccontare quello che accade.</mark></p>
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		<title>OFF THE RADAR &#8211; DIECI PEZZI DA NON PERDERE #55</title>
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		<pubDate>Sun, 08 May 2022 16:09:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Aurora Ricciarelli]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Torna Off the Radar, la rubrica di Magzine dedicata ai migliori longform e reportage internazionali. Ogni settimana, un viaggio diverso intorno al mondo: stavolta andiamo nel &#8220;pericoloso&#8221; Messico con la ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2022/05/Copertina-Off-the-Radar-Pixabay.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Fonte: Pixabay" /></p><p>Torna <strong>Off the Radar</strong>, la rubrica di Magzine dedicata ai migliori <strong>longform</strong> e <strong>reportage</strong> internazionali. Ogni settimana, un viaggio diverso intorno al mondo: stavolta andiamo nel &#8220;pericoloso&#8221; Messico con la questione dei crimini rimasti impuniti ai danni di numerosi giornalisti, per poi passare in Irlanda con la vittoria del partito indipendentista Sinn Fein. Ci soffermeremo inoltre sulla guerra: tra Russia e Ucraina, ma anche tra Cina e Taiwan. Parleremo poi di pandemia, raggiungeremo gli Emirati Arabi Uniti per Expo 2020 e faremo infine tappa a Los Angeles, dove i &#8220;puma&#8221; di Santa Monica sono oggi diventati una delle specie a rischio estinzione. Non resta dunque che augurarvi buona lettura.</p>
<p>In <strong>Messico</strong>, il Paese più pericoloso del mondo, i <strong>giornalisti</strong> cercano di sopravvivere. Dal Duemila ad oggi sono stati uccisi 153 giornalisti e l&#8217;85% di questi crimini resta ancora senza soluzione. (<a href="https://www.internazionale.it/reportage/marina-forti/2022/05/05/messico-giornalisti" target="_blank">Internazionale</a>)</p>
<p>Le elezioni in <strong>Irlanda del Nord</strong> hanno decretato la vittoria del <strong>Sinn Fein</strong>: l&#8217;ala politica dell&#8217;esercito repubblicano irlandese che, per la prima volta, avrà la possibilità di esprimere il primo ministro. Cosa potrebbe comportare l&#8217;ascesa al potere del partito indipendentista? (<a href="https://www.theatlantic.com/international/archive/2022/05/sinn-fein-win-northern-ireland-election/629787/" target="_blank">The Atlantic</a>)</p>
<p>&#8220;L&#8217;impressione diffusa è che la <strong>storia nera</strong> sia solo <strong>storia americana</strong>, come se 12 milioni di africani avessero attraversato l&#8217;Atlantico soltanto per il piacere di esporre le contraddizioni nella Dichiarazione d&#8217;Indipendenza&#8221;. Il segreto della grandezza degli Stati Uniti sta forse in quell&#8217;indefessa capacità di autocritica e nel continuo ripensamento della propria storia. Ma non tutta la storia degli americani è storia americana. La storia dei neri giunti in America ha infatti un <strong>percorso autonomo</strong> che non sempre si è sovrapposto a quello degli Usa. (<a href="https://www.newyorker.com/culture/cultural-comment/a-visionary-show-moves-black-history-beyond-borders" target="_blank">New Yorker</a>)</p>
<p>La Cina è vicina, a tal punto che gli abitanti di Taipei &#8220;drizzano le antenne&#8221; perché temono un&#8217;invasione da Pechino simile a quella avvenuta in Ucraina da parte dei russi. Le situazioni geopolitiche che legano <strong>Taiwan</strong> alla <strong>Cina</strong> e l&#8217;Ucraina alla Russia sono infatti spaventosamente simili e tracciarne un parallelo non è soltanto un riflesso condizionato. La paura della guerra è un &#8220;contagio&#8221; che colpisce un chirurgo mente impara a suturare ferite, ma anche i leader nazionalisti allarmati e le nuove generazioni pronte ad imbracciare le armi per difendersi. (<a href="https://www.theatlantic.com/international/archive/2022/05/defend-taiwan-democracy-china-threat/629782/%20" target="_blank">The Atlantic</a>)</p>
<p><strong>Arte.TV</strong> ci permette di entrare nelle <strong>case degli ucraini</strong> in guerra, raccontandoci le loro storie. Attraverso alcuni episodi, approfondisce così il lavoro del giornalista in tempo di guerra. (<a href="https://www.arte.tv/it/videos/RC-022260/ucraina-la-guerra-vista-dall-interno/%20" target="_blank">Arte.TV</a>)</p>
<p>Il <strong>disturbo da stress post-traumatico</strong> è uno dei problemi più importanti che un giornalista di guerra, rientrato dal fronte, deve affrontare: <strong>Fergal Keane</strong>, giornalista della BBC al fronte in Ucraina, spiega come ha gestito il problema e come ha cercato di uscirne. (<a href="https://www.bbc.com/news/world-61350174" target="_blank">BBC</a>)</p>
<p>Scene di <strong>maternità</strong> durante il lockdown da Covid-19. Fotografie di donne e madri stanche, stressate. Una narrazione insolita che racconta la <strong>vita vera</strong>: fatta di amore e gioia, ma anche di stress. (<a href="https://www.nationalgeographic.com/culture/article/stress-love-joy-what-mothers-photographed-during-the-pandemic" target="_blank">National Geographic</a>)</p>
<p>A causa della <strong>pandemia</strong>, il tasso di adolescenti con <strong>tendenze suicide</strong> è ulteriormente aumentato. In America, gli ospedali psichiatrici sono a corto di fondi e i ragazzi costretti ad aspettare le cure nelle Emergency Rooms. (<a href="https://www.nytimes.com/2022/05/08/health/emergency-rooms-teen-mental-health.html%20" target="_blank">The New York Times</a>)</p>
<p><strong>Expo 2020</strong>, posticipato di un anno per via del Covid-19, ha permesso agli <strong>Emirati Arabi Uniti</strong> di ostentare tutta la loro ricchezza e tecnologia. Mentre però i milionari del mondo stipulano i loro affari, i <strong>lavoratori immigrati</strong> sono invece sottopagati e senza diritti. (<a href="https://www.ilreportage.eu/2022/05/dubai-la-citta-baraccone-dai-due-volti-quello-dei-turisti-e-quello-degli-schiavi-testo-e-foto-di-filippo-venturi/" target="_blank">Il Reportage</a>)</p>
<p>A <strong>Los Angeles</strong>, tra i monti di Santa Monica, vivono una dozzina di <strong>leoni di montagna</strong> a rischio estinzione. Negli ultimi anni questi grandi felini, a causa della <strong>frammentazione dell&#8217;habitat</strong> dovuta alla costruzione di strade e autostrade, stanno infatti perdendo tutta la loro diversità genetica. Senza i cosiddetti &#8220;corridoi della fauna selvatica&#8221; è probabile che i &#8220;puma&#8221; di Los Angeles, nei prossimi decenni, si estingueranno localmente. Cosa possiamo fare? (<a href="https://www.nationalgeographic.com/animals/article/los-angeles-mountain-lions-becoming-inbred" target="_blank">National Geographic</a>)</p>
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		<title>Covidiaries, istantanee di due anni di pandemia</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Feb 2022 11:49:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Niccolo Longo]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Milano]]></category>
		<category><![CDATA[#Covid]]></category>
		<category><![CDATA[Coronavirus]]></category>
		<category><![CDATA[fotografia]]></category>
		<category><![CDATA[milano]]></category>
		<category><![CDATA[Pandemia]]></category>

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		<description><![CDATA[Uno scatto, un’istantanea, un ricordo da fissare per sempre. È questa la difficile missione inseguita e portata a compimento con successo dall’agenzia fotogiornalistica Parallelozero, che ha allestito una mostra fotografica ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="952" height="634" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2022/02/anziana.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="anziana" /></p><p>Uno scatto, un’istantanea, un ricordo da fissare per sempre. <mark class='mark mark-yellow'>È questa la difficile missione inseguita e portata a compimento con successo dall’agenzia fotogiornalistica <a href="https://parallelozero.com/" target="_blank">Parallelozero</a>, che ha allestito una mostra fotografica dal titolo “Covidiaries”, che racconta i due anni di pandemia.</mark>,  all’interno della  Fabbrica del Vapore in via Procaccini a Milano. Non è solo una mostra fotografica ma è molto di più: è un percorso guidato che, fotogramma per fotogramma, ci accompagna per mano nel passato per avere più consapevolezza nel futuro.</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>Il fotografo Alessandro Gandolfi di &#8220;Parallelo Zero&#8221;: &#8220;Abbiamo allestito una “scatola dei ricordi” dove ognuno di noi può pescare immagini, ricordi e sensazioni&#8221;.</span></p>
<p>Nell’esprimere l’essenza di Covidiaries, il sorriso stampato sul volto di <mark class='mark mark-yellow'>Alessandro Gandolfi, co-founder di Parallelozero e fotogiornalista “in prima linea”</mark>, lascia intendere tutta la soddisfazione e l’orgoglio di chi sa di aver raccontato qualcosa di unico e indelebile. Un progetto che è fatto di foto, istanti, sguardi, ma anche di tappe e difficoltà che hanno toccato ogni angolo della nostra vita.</p>
<p>Quella di Alessandro e di Parallelozero è un’idea di ampio respiro, che nasce dall’esigenza di raccogliere una serie di fotografie che, una volta acquistate e pubblicate da testate nazionali e internazionali, rischiavano di finire nel dimenticatoio. La mostra non racconta solo i primi mesi di pandemia, che tutti ricordiamo perché inediti, ma c’è molto di più: dalle riapertura all’inizio della campagna vaccinale, dall’impatto economico su varie classi sociali alla situazione dei giovani, spesso costretti a stare in casa, immersi nella solitudine.</p>
<p>Covidiaries fornisce una lettura trasversale della pandemia, grazie anche alla creazione di un <a href="https://www.covidiaries.it/" target="_blank">portale dedicato</a> che alterna istantanee e video, ma anche infografiche dinamiche e interattive. Una via alternativa per discostarsi dal caos mediatico di tv e social e per tornare alla radice del tema. <mark class='mark mark-yellow'>Storie di donne e di uomini figli del Covid che prendono il sopravvento su polemiche, urla e litigi da talk show.</mark></p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>&#8220;Il segnale che volevamo dare era che, soprattutto nei primi mesi di lockdown in cui si è parlato tanto di morte, la vita andava avanti comunque&#8221;.</span></p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Alessandro rivela che il tema della maternità è stato quello più emozionante e significativo.</mark> Attraverso la sua macchina fotografica, ha potuto avvicinarsi ad alcune donne partorienti in piena emergenza pandemica. Segni di vita autentici e carichi di speranza, in attesa di fotografare un futuro migliore.</p>
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		<title>L&#8217;ABC del giornalista freelance nel 2022</title>
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		<pubDate>Wed, 26 Jan 2022 19:00:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Aurora Ricciarelli]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[News Lab]]></category>
		<category><![CDATA[freelance]]></category>
		<category><![CDATA[giornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[Pandemia]]></category>

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		<description><![CDATA[La pandemia ha colpito duramente la categoria dei freelance. Con tagli al budget, divieti di viaggio, la cancellazione di numerosi progetti e una crisi generale in tutto il settore, i ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2022/01/Pezzo-2-Foto.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Fonte: Pixabay" /></p><p>La <a href="https://www.journalism.co.uk/news/the-fate-of-freelancing-in-a-post-covid-world/s2/a791039/" target="_blank">pandemia</a> ha colpito duramente la categoria dei freelance. Con tagli al budget, divieti di viaggio, la cancellazione di numerosi progetti e una crisi generale in tutto il settore, i giornalisti si sono ritrovati con lavoro e reddito ridotti. La speranza che quest’anno le cose migliorino è alta, ma sviluppare alcune precise competenze può aiutare a cogliere le opportunità.</p>
<p><strong>Emma Wilkinson</strong>, co-conduttrice del podcast <em>Freelancing for Journalists</em>, sostiene che i freelance abbiano bisogno di un <strong>ottimo fiuto</strong> e di essere in grado di proporre molte <strong>buone idee</strong>. <mark class='mark mark-yellow'>Tra gli strumenti fondamentali per la professione suggerisce i canali social, da utilizzare in maniera coerente, un sito web e un portfolio personale,</mark> &#8220;così da poter essere rintracciati facilmente da editori in cerca di giornalisti a cui affidare un incarico&#8221;.</p>
<p>Secondo il giornalista freelance<strong> David Nicholson</strong> <mark class='mark mark-yellow'>&#8220;ogni giornalista dovrebbe diventare anche un bravo venditore&#8221;</mark>, in grado di relazionarsi con gli editori e di riuscire a negoziare sulle tariffe. Questa abilità consente, tra l&#8217;altro, di gestire con maggiore consapevolezza progetti individuali come una newsletter, un canale YouTube e un podcast.</p>
<p>Un bravo giornalista è anche colui che ha il coraggio di sperimentare cose nuove, come il copywriting, il SEO, la fotografia o i podcast. <strong>Jackie Barrie</strong>, freelance e copywriter da oltre vent’anni, ritiene che proprio il mondo del copywriting potrebbe rivelarsi utile e redditizio per un giornalista indipendente: <mark class='mark mark-yellow'>«I copywriter hanno più potere dei giornalisti nello stabilire il prezzo di vendita dei loro lavori»</mark>, afferma.</p>
<p>Per resistere ed emergere in questo periodo storico occorre, insomma, &#8220;essere resilienti, pazienti, tenaci e sviluppare un eccellente senso della notizia&#8221;, conclude il giornalista John Crowley.</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Per saperne di più, continua a leggere su <a href="https://www.journalism.co.uk/news/what-skills-do-freelance-journalists-need-in-2022-/s2/a895812/" target="_blank">Journalism.co.uk</a>.<br />
</strong></p>
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		<title>Covid-19: un anno dopo il pericolo sono le varianti</title>
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		<pubDate>Sat, 20 Feb 2021 09:36:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Mattia Giangaspero]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
		<category><![CDATA[#Covid]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Pandemia]]></category>
		<category><![CDATA[Puglia]]></category>
		<category><![CDATA[virus]]></category>

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		<description><![CDATA[Fino al 12 febbraio, in Italia un caso di Coronavirus su cinque apparteneva alla cosiddetta “variante inglese”. A distanza di qualche giorno, probabilmente, molti di più. Come un certo numero di ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="960" height="640" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2021/02/Schermata-2020-12-29-alle-12.47.52.png" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Schermata-2020-12-29-alle-12.47.52" /></p><p>Fino al 12 febbraio, in Italia un caso di Coronavirus su cinque apparteneva alla cosiddetta “variante inglese”. A distanza di qualche giorno, probabilmente, molti di più.<mark class='mark mark-yellow'> Come un certo numero di scienziati prevedeva, a un anno di distanza dall’esplosione della pandemia da Covid-19, il percolo con cui ci si deve confrontare è la mutazione del virus</mark> . Il dato che riguarda quella inglese è stato riportato da uno studio condotto dalle Regioni su richiesta dell’Istituto Superiore della Sanità e dal Ministero della Salute. L’indagine è stata condotta tra il 3 e il 4 febbraio, e riguarda 3.600 test positivi che sono stati analizzati per capire quanti di questi derivassero dalla mutazione inglese.</p>
<p>Come ogni virus, anche il Sars-Cov-2 è soggetto a variazioni che ne alterano il patrimonio genetico, modificandone la struttura semplicemente per sopravvivere ai diversi ambienti.<mark class='mark mark-yellow'> Secondo gli scienziati, la variante VOC 202012/01 (è così che scientificamente si chiama quella inglese) è presente in Italia almeno dalla fine del mese di novembre 2020, ma pare essersi scatenata in tutta la sua violenza solo da qualche settimana</mark> . Inizialmente si è diffusa soprattutto nelle Regioni centrali, arrivando poi a espandersi lungo tutta la penisola: oggi sembra essere presente sull’88% del territorio nazionale, ma questo è un dato destinato ad aumentare.</p>
<p>Infatti,<mark class='mark mark-yellow'> come riporta lo studio, si tratta di una mutazione più pericolosa della versione originale del Coronavirus non perché più letale ma perché molto più contagiosa</mark> . “Considerata la maggior trasmissibilità della variante studiata – si legge -, e considerato l’andamento in altri Paesi interessati precocemente dalla diffusione della VOC 202012/0, è prevedibile che questa nelle prossime settimane diventi dominante nello scenario italiano ed europeo. Nel contesto italiano in cui la vaccinazione delle categorie di popolazione più fragile sta procedendo rapidamente ma non ha ancora raggiunto coperture sufficienti, la diffusione di varianti a maggiore trasmissibilità può avere un impatto rilevante se non vengono adottate misure di mitigazione adeguate”.</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>La variante &#8220;inglese&#8221; del Covid dà filo da torcere a infettivologi, medici, governi. E, mentre si calcola la sua velocità di propogazione, le Regioni italiane più colpite, tra cui la Puglia, tentano faticosamente di correre ai ripari</span></p>
<p>Nelle scorse ore, lo studio è stato ripreso anche da <strong>Massimo Galli, direttore del reparto di malattie infettive dell’Ospedale Sacco di Milano</strong>, ormai da molti mesi volto noto nel racconto della pandemia.<mark class='mark mark-yellow'> Secondo Galli, la Lombardia, la Regione italiana che per prima ha dovuto fare i conti col Covid-19, presenta un’incidenza della variante inglese tra il “30 e il 35%”. A suo dire, se il processo di vaccinazione non venisse accelerato, la mutazione “ci metterà poco a diventare dominante”</mark> . E i numeri sembrano dargli ragione.  A qualche giorno dall’uscita dello studio, alcune regioni italiane stanno presentando dei numeri importanti.<mark class='mark mark-yellow'> Il 14 febbraio, in Abruzzo, nella sola Pescara, il 65% dei positivi era di variante inglese; in Campania il 25%. Al 16 febbraio, in Puglia, il 56% dei positivi appartiene a questa mutazione, presente in ogni provincia della Regione, con un picco nelle province di Brindisi (55,8%) e di Taranto (45,8%)</mark> .</p>
<p>Per provare a capirne di più ne abbiamo parlato con il <strong>Alberto Arboritanza, dottore di medicina generale di Bari.</strong></p>
<p><strong>Una delle regioni più colpite dalla variante inglese è la Puglia. Secondo lei perché e cosa non ha funzionato nei controlli? </strong></p>
<p>Purtroppo è impossibile controllare la circolazione del virus se tutti cittadini continuano ad essere liberi di muoversi nelle grandi città. Dovremmo adottare il lockdown in tutta Italia per almeno un mese, non solo per abbassare il livello di contagiosità, ma anche per istruire nuovamente il sistema sanitario sul tracciamento delle varianti del Covid-19.<mark class='mark mark-yellow'>In particolare la Regione Puglia, a mio parere, non ha attivato una sorveglianza sanitaria completa e la politica amministrativa è quella di fare pochi tamponi di massa</mark> . Questo porta ad un mancato controllo del virus, e quando questo accade &#8211; ormai la pandemia ce l’ha insegnato &#8211; dobbiamo ripartire da zero<strong>. </strong></p>
<p><strong>Per fermare la circolazione di questa variante del virus in Puglia, la Regione ed il governo centrale quali provvedimenti dovrebbero prendere in considerazione?</strong></p>
<p>La linea da adottare è semplice e lo è stata sin dai primi mesi di pandemia.<mark class='mark mark-yellow'> Fondamentale resta l’attività di tracciamento del sistema sanitario pugliese e dobbiamo capire che, se non viene rafforzata a dovere, visto che ci troviamo in un momento d’emergenza, il risultato sarà sempre negativo</mark> . Infine, come detto precedentemente, il numero di tamponi da fare ogni giorno deve più che raddoppiare per risultare efficace.</p>
<p><strong>Ha notizie da suoi pazienti o pazienti di colleghi del ‘’fenomeno’’ di chi non vorrebbe essere registrato come positivo (asintomatico) dopo il tampone fatto per continuare ad andare a lavoro?</strong></p>
<p>Vorrei essere sincero.<mark class='mark mark-yellow'> I controlli qui in regione Puglia non esistono. Qui ognuno fa come vuol. Il dipartimento è notevolmente in affanno ed in molti casi totalmente assente</mark>. Non vorrei dirlo ma si salvi chi può.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Sanzioni, Covid e pochi soldi: l’orribile 2020 degli iraniani in Italia</title>
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		<pubDate>Wed, 20 Jan 2021 07:12:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Viviana Astazi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
		<category><![CDATA[#Covid]]></category>
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		<description><![CDATA[«Gli studenti che arrivano in Italia dall’Iran sanno di doversi impegnare molto, se vogliono mantenersi. Spesso dopo sei mesi riescono a ottenere una borsa di studio con cui sostenersi: se ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="574" height="345" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2021/01/Ita-Iran_Flag.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Ita-Iran_Flag" /></p><p><mark class='mark mark-yellow'>«Gli studenti che arrivano in Italia dall’Iran sanno di doversi impegnare molto, se vogliono mantenersi. Spesso dopo sei mesi riescono a ottenere una borsa di studio con cui sostenersi: se non avessero questa possibilità, non riuscirebbero a vivere tranquillamente a lungo termine. Quando però la copertura della borsa termina, incontrano molte difficoltà economiche».</mark></p>
<p>Quella descritta dal <strong>signor S.A.M.</strong>, in Italia dal 1981, è la situazione che decine di ragazzi di origine iraniana affrontano nel momento in cui decidono di venire a studiare nel nostro Paese. Spesso si tratta di giovani impegnati in campo tecnico-scientifico: in molti studiano ingegneria e architettura in università prestigiose come il Politecnico di Milano o quello di Torino. Non mancano nemmeno gli amanti delle materie umanistiche, che privilegiano la storia dell’arte, la fotografia e la musica.</p>
<p><strong>Per questi ragazzi il 2020 è stato un <em>annus horribilis</em> non solo dal punto di vista sanitario, ma anche da quello finanziario</strong>. Esattamente dodici mesi fa in questi giorni si parlava dell’attentato al generale Soleimani, della possibilità di una guerra che sarebbe potuta diventare mondiale e delle reazioni della popolazione alla morte del leader delle forze <em>Qods</em> dei <em>Pasdaran</em>. <a href="https://www.magzine.it/studenti-a-milano-con-la-testa-in-iran/"><em>Magzine</em> aveva raccolto la testimonianza di due studenti iraniani ormai da tempo a Milano</a>, illustrando il sentimento montante nel loro Paese d’origine e spiegando come la propaganda mirasse a mostrare solo una parte di ciò che stava avvenendo davvero a Teheran. Nulla, in quelle prime due settimane di gennaio, lasciava intuire che di lì a poco sarebbe intervenuta una pandemia a scompigliare ulteriormente le carte sul tavolo e a complicare ancora di più la situazione vissuta non solo da chi risiede in Iran, ma anche dai ragazzi che, trasferitisi momentaneamente all’estero, si vedevano del tutto sbarrata la possibilità di ricevere denaro con cui sostenersi.</p>
<p><strong>I trasferimenti bancari da e verso l’Iran sono bloccati da tempo a causa dell’embargo americano</strong>, che sotto l’amministrazione del presidente Donald Trump è stato alimentato da sanzioni su sanzioni. <strong>Gli studenti che decidono di trascorrere un periodo di studio all’estero, quindi, sono costretti a portare delle somme con cui pagare vitto e alloggio negli Stati di destinazione</strong>. <mark class='mark mark-yellow'>Come ci spiega il signor S.A.M., di solito i ragazzi viaggiano con una quantità di denaro che si aggira tra quattro-cinquemila Euro.</mark> Se dovessero sforare il tetto dei diecimila, «sarebbero obbligati a denunciare alla dogana i motivi per cui viaggiano con questi soldi». Tutto questo avviene come misura di sicurezza «per evitare che una grande somma di denaro venga poi spesa per l’acquisto di armi a uso terroristico, per esempio. È un modo che Paesi come gli Stati Uniti o anche l’Italia hanno per salvaguardare i propri cittadini».</p>
<p><strong>Non che raccogliere cifre di questo tipo sia semplice: in Iran la povertà stava dilagando già prima del Covid a causa delle sanzioni</strong> americane che di fatto impediscono l’esportazione di petrolio, con conseguente crollo del suo prezzo; la pandemia ha solo contribuito a peggiorare la situazione. Questi due fattori hanno inciso anche sul valore della moneta iraniana: al momento del cambio, <mark class='mark mark-yellow'>«un Euro costa 30mila <em>toman</em> – specifica il signor S.A.M. –. Ciò vuol dire che se uno studente vuole partire con mille Euro, il costo è pari a 30milioni di <em>toman</em>. Chi possiede una cifra del genere?».</mark></p>
<p><strong>Prima del Covid i ragazzi cercavano di aggirare l’ostacolo posto dall’embargo facendosi arrivare altro denaro da conoscenti e amici fidati che partivano appositamente dall’Iran oppure erano loro stessi a rientrare momentaneamente in patria per rifornirsi</strong>. <strong>Il blocco dei trasporti internazionali per motivi sanitari ha però messo fine a entrambe le soluzioni</strong>, lasciando gli studenti all’estero in balia degli eventi e costringendoli a moderare ancora di più le spese. <mark class='mark mark-yellow'>«Un mio parente, che ha studiato per tre anni a Torino e poi si è trasferito a Milano per un master, ha vissuto dei mesi complessi dal punto di vista finanziario quando non è stato più coperto dalla borsa di studio che aveva vinto – racconta il signor S.A.M. –. La sua è stata una vicenda complicata, perché non solo stava finendo i soldi, ma a un certo punto non ha più avuto neppure un tetto sulla testa</mark>: a Torino era ospite della casa degli studenti convenzionata con l’università, ma quando ha finito gli studi è stato costretto a lasciare la struttura, senza sapere dove poter andare. Allora si è spostato a Milano per un master e dopo due mesi vissuti limitando al massimo le spese, riuscendo ad affittare una stanza a buon mercato, ha vinto un’altra borsa con cui mantenersi: sono 4.500 Euro l’anno».</p>
<p><strong><mark class='mark mark-yellow'>In casi come questo, gli studenti stranieri cercano di aiutarsi gli uni con gli altri facendo rete</strong>,</mark> <mark class='mark mark-yellow'>ma, afferma ancora il signor S.A.M., «sono molto importanti anche i contatti con persone che vivono già in Italia e che dunque possono fungere da ulteriore supporto, oltre che da punto di riferimento. Io stesso ho dato dei soldi a chi ne aveva bisogno».</mark> Questa testimonianza conferma quanto la catena migratoria sia fondamentale per gli stranieri che arrivano nel nostro Paese, soprattutto in un periodo di totale instabilità come quella provocata dal Covid-19. «Conosco un ragazzo e una ragazza che mi sono stati presentati da alcuni amici – aggiunge il signor S.A.M. –. Ogni tanto li sento per sapere come stanno, se sono o meno in difficoltà. Frequentano entrambi dei corsi magistrali a Milano e nei mesi passati non hanno affrontato particolari problemi perché ricevono la borsa di studio. Se non fossero stati coperti, per loro sarebbe stato impossibile sopravvivere qui».</p>
<p><strong>Ma i giovani neolaureati che smettono di ricevere il sussidio di merito previsto dal Ministero degli Esteri ed erogato dalle università non potrebbero trovare un lavoro</strong>? <mark class='mark mark-yellow'>«È arduo, invece – il signor S.A.M. scuote la testa – sia perché non è semplice ottenere un posto sia perché, terminato il periodo da studenti, è come essere clandestini».</mark> Le procedure per il rinnovo del permesso di soggiorno o il cambio dallo status di studenti a quello di lavoratori possono risultare complesse e avere lunghi tempi burocratici: due fattori che, in tempo di pandemia, incidono pesantemente sulla qualità della vita dei giovani stranieri fuorisede.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>«L’ultimissima chance di questi ragazzi è tenere sempre da parte abbastanza soldi per poter comprare il biglietto aereo con cui tornare in Iran</mark> – conclude il signor S.A.M. –. Una volta rientrati, le possibilità sono due: o restano a casa oppure ripartono per l’Italia con altro denaro per continuare a studiare per circa altri quattro-sei mesi. Nel secondo caso, appena tornano restituiscono i soldi a chi li aveva prestati loro in precedenza».</p>
<p><strong>Embargo americano e pandemia non hanno destabilizzato soltanto la vita degli studenti iraniani in Italia. Anche l’importazione di prodotti tipici da Teheran ha subito una netta contrazione</strong>: lo confermano i dati raccolti dall’ISTAT e dall’Istituto nazionale per il commercio estero (ICE), poi <a href="https://www.infomercatiesteri.it/scambi_commerciali.php?id_paesi=104">pubblicati sul sito del Ministero degli Esteri</a>. Questa tendenza al ribasso ha toccato un -13,1% nel 2018 rispetto all’anno precedente, ma il Covid ha abbattuto ancora di più gli scambi commerciali tra Iran e Italia: se si paragonano le cifre del periodo gennaio-settembre 2019 con quelle dello stesso arco di tempo nel 2020, la contrazione è pari al -35,4%. <strong>Il valore totale delle merci importate è passato da 119,31 milioni di Euro a 77,13</strong>. <mark class='mark mark-yellow'>È una crisi generale che il signor S.A.M. ha vissuto in prima persona, essendo un negoziante. Nel 1991 ha aperto un’attività dedicata esclusivamente all’importazione di tappeti persiani e in trent’anni di lavoro ha visto da vicino il modo in cui è cambiato il commercio tra Italia e Iran.</mark></p>
<p>«La merce arriva un po’ di meno perché c’è l’embargo. Qui giunge quel poco che permettono entrambi i governi, sia quello italiano sia quello iraniano. Non è come prima, quando non c’era il Covid e mancavano anche le sanzioni internazionali – afferma con convinzione –. Quando la Lombardia è diventata zona rossa e poi anche tutta l’Italia si è isolata a causa della pandemia, è stato impossibile far entrare dei camion che portassero i tappeti. Spesso però preferisco farmi recapitare la merce tramite volo aereo, ma con il virus è stato bloccato anche questo modo di scambio».</p>
<p>La sua attività è di fatto ferma e il signor S.A.M. non sta importando nulla. <mark class='mark mark-yellow'>«Chiedo la merce in base agli ordini che ricevo in negozio, ma se nessuno fa domanda di tappeti chiaramente non ne compro altri che poi sarei costretto a tenere in magazzino.</mark> Costerebbe più tenere aperto che non chiuso, com’è adesso». <strong>L’altro problema che solleva riguarda i sostegni non sufficienti giunti agli imprenditori del settore del lusso, visto che i tappeti persiani sono prodotti artigianali di alta qualità</strong>: «Sono una tipologia di beni di cui non si parla mai. Se le persone hanno soldi da spendere, si possono permettere di acquistare un tappeto; ma se il denaro manca, la merce resterà invenduta. Magari chi è particolarmente benestante può pensare di acquistarne comunque uno o, se ne possiede già, può portarlo a lavare o a riparare, ma si tratta di casi rari».</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>LA STORIA DI M. E DEL PAESE MORSO DA UN SERPENTE </strong></p>
<p>«Potrei scrivere un libro sulla mia vita in Italia. Quanto tempo abbiamo?». <strong>M.B. è un 28enne iraniano, laureatosi all’università di Bologna</strong> e plurimasterizzato. Ha una voce suadente e di una calma rara, mentre – auricolari indossati – racconta alla guida della sua auto le ragioni che lo hanno condotto fino a qui.</p>
<p>“Qui” è la strada di ritorno verso casa che M. percorre di sera dopo aver lavorato in un&#8217;azienda appena distante dalla città di Lucio Dalla e di piazza Verdi, il capoluogo emiliano che lo ha accolto dieci anni fa, con una valigia piena di sogni e 5mila euro in contanti.</p>
<p><em>Riavvolgiamo il nastro. </em></p>
<p><a href="https://www.nytimes.com/2009/06/14/world/middleeast/14iran.html"><strong>Teheran, giugno 2009</strong></a><strong>.</strong> Il regime attribuisce la vittoria delle elezioni presidenziali al conservatore Mahmud Ahmadinejad. Il popolo insorge nelle piazze denunciando evidenti <a href="http://www-personal.umich.edu/~wmebane/note18jun2009.pdf">brogli</a>, sostenuti anche da diversi osservatori internazionali. Le proteste portano alla nascita della cosiddetta <strong><em>Onda verde</em></strong>, un movimento guidato dalla classe intellettuale e infine represso nel sangue. M. ha da poco compiuto 18 anni, vuole evitare il servizio militare e continuare a studiare, così – superato il test di ammissione – si iscrive alla facoltà di ingegneria chimica. «<strong>L’università di Teheran è da sempre il polo politico degli studenti in tutto l’Iran e quell’anno, con l’insorgere del movimento verde, aveva iniziato a rappresentare la massima espressione per gli attivisti</strong>. <strong>Io avevo pubblicato qualcosa su Facebook a proposito di questo movimento</strong>, ero giovane», dice M. quasi fosse un ricordo lontano. <mark class='mark mark-yellow'>«Un giorno sono arrivati quattro poliziotti, mi hanno fermato spingendomi contro il muro affinché cancellassi il mio post. Mi sono rifiuto. La situazione continuava a peggiorare e mio padre – amareggiato – mi ha proposto di ultimare gli studi in Italia».</mark></p>
<p><strong>Bologna, agosto 2010</strong>. M. arriva in Italia accompagnato dalla sua famiglia, dopo aver affrontato intricati cavilli burocratici. Ad aspettarli c’è anche lo zio, che da anni si è trasferito in Toscana. M. ha visitato la penisola come turista per tante estati, continuando a studiare l’italiano presso la Scuola Italiana di Teheran fino a raggiungere un livello A2.  <mark class='mark mark-yellow'>«Il primo problema che si è posto quando ho deciso di lasciare l’Iran è stata l’obbligatorietà del servizio militare. Tuttavia, essendo di origine curda ho potuto usufruire dell’esenzione, poiché era stato stabilito che i padri che avevano combattuto per la patria durante la guerra Iran-Iraq avrebbero risparmiato la leva ai figli.</mark> Così dopo aver ricevuto il passaporto la mattina stessa della scadenza dell’iscrizione all’università, mi sono recato all’ambasciata italiana di Teheran per ottenere il visto, poi sono finalmente partito».  Le difficoltà non sono ancora terminate perché M., una volta a Bologna, scopre un errore nei documenti universitari che attestano la sua iscrizione a Cologna Veneta, ma per fortuna, grazie all’aiuto dello zio riesce a immatricolarsi presso l’Alma Mater Studiorum.</p>
<p><strong>Via Emilia SS9, gennaio 2021</strong>. Mentre M. ripercorre gli ultimi dieci anni della sua vita e di tanti studenti iraniani, articolando le vicissitudini affrontate esprimendosi meglio di un italiano medio, <strong>sorge spontaneo domandargli se abbia intenzione di richiedere la cittadinanza italiana</strong>. <mark class='mark mark-yellow'>«Non lo posso ancora fare – risponde – perché sono riuscito a ottenere la residenza solo nel 2013, dunque dovrò aspettare ancora tre anni».</mark> In questo arco temporale molto è accaduto e, eccezion fatta per brevi periodi, le criticità per il popolo iraniano si sono acuite, andando a investire anche le vite di coloro che hanno deciso di emigrare all’estero. «Abbiamo avuto un po’ di respiro dopo la firma dell’accordo sul nucleare (<em><a href="https://www.europarl.europa.eu/cmsdata/122460/full-text-of-the-iran-nuclear-deal.pdf"><strong>JCPOA</strong></a></em>), conseguente all’elezione di Rouhani, un presidente investito di un apparente riformismo di sinistra. Sembrava ci fossero segni di speranza, tanto che cresceva nel popolo una certa fiducia verso una migliore condizione economica. Tuttavia nel 2018 la Casa Bianca si è ritirata unilateralmente dall&#8217;accordo nucleare infliggendo al nostro paese sanzioni davvero pesanti, che hanno provocato un crollo inarrestabile della valuta». M. prosegue offrendo confronti concreti.  «Quando io sono arrivato in Italia 1000 <em>toman</em> facevano un Euro. Oggi un Euro vale 30mila <em>toman</em>. Capisci? Parliamo di una perdita di valore di 30 volte nel corso di dieci anni. <mark class='mark mark-yellow'><strong>Le continue sanzioni inflitte dall’amministrazione Trump hanno finito per compromettere la stessa sopravvivenza giornaliera. Gente che in passato poteva vivere bene, adesso con la stessa cifra non riesce neanche a fare un piatto di carne a settimana</strong>.</mark> Faccio un esempio: mia sorella vive in Iran ed è un’avvocatessa, alla fine del mese i suoi risparmi ammontano a 300 euro. Una avvocatessa. In Iran. Conoscono tantissime persone che non arrivano a 100 euro al mese».</p>
<p>Il sistema finanziario iraniano è infatti pressoché al collasso essendo bloccati i trasferimenti bancari, cosa che ha inficiato non poco nella vita di M. Gli studenti iraniani sono infatti costretti a partire dal paese d’origine portando con sé denaro contante pari ad un massimo di 5mila euro, poiché le autorità tentano di limitare l’uscita di cash dalla nazione.  Per superare questo ostacolo, tornano quando possibile a casa o invitano i loro genitori per brevi soggiorni in Italia per ricevere nuove somme. Tutte operazioni che, oltre a essere dispendiose, comportano il superamento di pesanti iter burocratici. <mark class='mark mark-yellow'>«Essendo obbligati a versare denaro in contanti è molto facile ritrovarsi con banconote da 500 Euro. Queste tuttavia, quando vengono depositate nelle banche italiane, sono spesso segnalate alla Guardia di Finanza, finendo per innescare un infinito circolo vizioso».</mark> E se depositare i risparmi familiari comporta numerosi controlli, <strong>anche riuscire ad aprire – e a mantenere aperto – un conto bancario, per un iraniano in Italia è tutt’altro che scontato</strong>. «Appena arrivato qui mio zio, in un certo senso, mi ha fatto da garante e sono riuscito, grazie a lui, ad aprire un conto corrente. L’anno scorso tuttavia sono stati bloccati a molti di noi, me compreso. Mi restano tutt’ora 200 Euro presso la banca olandese ING, che non sono ancora riuscito a riscuotere. Nel frattempo ho spostato il conto presso un’altra banca e potrei raccontare le innumerevoli difficoltà per ottenere una carta di credito e alzarne il massimale».</p>
<p><strong>Il 2020 ha sconvolto l’ordinarietà del mondo intero, bloccando i confini fra gli stati ed impedendo viaggi all’estero. Questa per M. e ha significato rimanere distante dalla propria famiglia</strong>. «Sono riuscito a tornare a casa a febbraio dello scorso anno, poco prima che dilagasse la pandemia, per il matrimonio di mia cugina. Una settimana dopo il rientro in Italia, sono iniziati a comparire i primi riconosciuti casi di Covid-19.  Ma una mia amica – continua M. – si è sposata a Bologna questa estate senza la madre, poiché le hanno negato il visto causa Coronavirus». E <strong>mentre in Europa è iniziata la corsa alla campagna vaccinale, in Iran è stata stroncata dall’Ayatollah Khamenei</strong>. <mark class='mark mark-yellow'>«Il governo totalitario fornisce dati per niente affidabili sull’andamento dei contagi e purtroppo la nostra Guida Suprema – un dittatore islamico – ritiene che non si possano avere vaccini poiché di produzione occidentale».</mark></p>
<p>Sono trascorsi più di 30 minuti, M. è quasi a casa e non ha mai smesso di parlare. È lucido nel tratteggiare i contorni di un popolo giovane e colto, soffocato da un regime totalitario. «A livello politico non abbiamo mai visto un periodo tanto scuro: nessuno riesce a dire nulla liberamente. E nessuno riesce a fare attività politica, anche fuori dall’Iran.  I persiani non c’entrano niente con queste imposizioni: noi a casa siamo liberi, facciamo feste in piscina con ragazzi e ragazze, beviamo alcol. Da fuori è difficile concepire una simile contraddizione. Il governo dovrebbe in un certo senso riflettere la volontà popolare, ma in Iran accade il contrario. Se la polizia si rende conto che stai facendo festa con maschi e femmine può bussare alla porta e arrestarti.  I nostri governanti si professano tanto islamici e musulmani, ma alla fine tutti i loro figli sono all’estero, vivono in USA o in Inghilterra in modo tipicamente occidentale e ostentando lussi, mentre il popolo è affamato e vessato se il velo di una donna scivola indietro di due centimetri. Tutti pensavano che questo governo riformista e di sinistra avrebbe cambiato la situazione, ma così non è accaduto e la delusione è la peggior cosa». Ora in molti vogliono andare via dall’Iran, avendo perso le speranze di un futuro migliore.  Tuttavia, se la fiducia si è affievolita, il regime non è riuscito a piegare l’animo dei persiani. M. non sa se l’apertura mentale delle nuove generazioni sia dovuta alle rapide forme di comunicazione che ha portato Internet, all’educazione universitaria o alle esperienze all’estero che cercano di fare i ragazzi iraniani, ma è certo di una cosa: «Quando ti chiedono di entrare in una camera e di non toccare un pulsante, la prima cosa che vorresti fare è premerlo. Per noi è così. La gente ha voglia di uscire e fare esperienze. Vogliamo vivere».</p>
<p>E ancora continua spiegando che un amico di famiglia regista e attivista politico lo ha informato che «la quantità dei teatri notturni che si inscenano in Iran supera le aspettative, nonostante le restrizioni e i limiti del governo. Si alimentano l’arte e tutte le attività culturali, che mantengono aperte le nostre menti».</p>
<p>M. è figlio di una rivoluzione mancata, per alcuni sbagliata, per altri tradita, quella che tra il ’78 e il ’79 ha portato alla caduta dello scià Mohammad Reza Pahlavi e all’instaurazione di una Repubblica Islamica guidata da Khomeini. «I miei genitori si sono pentiti di quanto accaduto e se potessero tornare indietro agirebbero diversamente. Sono stati ingannati e non sono mai più riusciti a esprimersi». M. ci riflette per qualche istante, e aggiunge: «Forse siamo sempre rimasti in mezzo a due fuochi. Abbiamo avuto governi che non sono mai riusciti a garantirci una piena libertà e a fare il bene del nostro Paese; quando ci hanno provato sono stati eliminati (<em>Mohammad Mossadeq, </em>ndr). Il nostro popolo non si fida tanto, perché come dice una nostra saggezza popolare, “Chi è stato morso da un serpente anche una sola volta ha poi paura persino di una corda”».</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>CONTI CORRENTI BLOCCATI O CHIUSI: LE DIFFICOLT</strong><strong>À DI NASIM</strong></p>
<p>Il doppio dramma delle sanzioni internazionali e del Covid non ha pesato soltanto su studenti e commercianti. <strong>Luciana Borsatti</strong>,<strong> ex corrispondente ANSA dal Cairo e da Teheran</strong>, ci ha confermato lo stesso disagio già denunciato da A.: l’improvvisa cancellazione di conti correnti bancari degli stranieri che vivono e lavorano da tempo in Italia. È emblematica la testimonianza di <strong>Nasim, pseudonimo di una donna iraniana che ha risieduto e lavorato stabilmente a Roma per quindici anni</strong>. <mark class='mark mark-yellow'>Percependo un reddito, Nasim ha aperto un conto su cui transitava solo il suo stipendio e non denaro proveniente dall’estero. Rientrata in Iran per un breve periodo, è poi tornata in Italia nell’estate del 2019. A quel punto, in banca, le hanno detto che avrebbe dovuto chiudere il proprio conto, senza fornirle spiegazioni precise e appellandosi a una non meglio specificata “nuova policy aziendale”.</mark> Indignata e offesa per la richiesta, Nasim ha chiuso il suo rapporto con l’istituto bancario e ha trasferito i propri risparmi su un nuovo conto – tuttora esistente – presso Poste italiane. <strong>Ancora oggi ricorda come la banca abbia sottolineato che, in quanto azienda privata, avrebbe potuto eliminare il suo conto unilateralmente senza avvisarla</strong>.</p>
<p><strong>Le tre testimonianze raccolte raccontano di una situazione che va al di là del dramma</strong>. Si parla di famiglie che affidano i risparmi di una vita ai loro figli per provare a garantire loro un futuro migliore all’estero; si parla di persone che, seppur da anni in Italia, fanno fatica a trovare il sostegno del sistema burocratico e finanziario. Le sanzioni internazionali e il Covid hanno inasprito una realtà complicata, con ricadute pesanti sulla vita di quanti tentano soltanto di migliorare la propria condizione familiare attraverso lo studio e il lavoro. <strong>Nessuno sa o può ipotizzare come evolveranno le cose nel 2021, ma sono in molti a sperare e ad augurarsi che il peggio sia finalmente passato</strong>.</p>
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		<title>Look Down, il marmo che ricorda i dimenticati</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Nov 2020 07:04:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Viviana Astazi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[arte]]></category>
		<category><![CDATA[covid19]]></category>
		<category><![CDATA[jacopo cardillo]]></category>
		<category><![CDATA[jago]]></category>
		<category><![CDATA[Napoli]]></category>
		<category><![CDATA[Pandemia]]></category>
		<category><![CDATA[scultura]]></category>

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		<description><![CDATA[Una mattina di inizio novembre, Napoli si è svegliata ritrovando un neonato alle sue porte. Non un bambino qualsiasi: un piccolo gigante di marmo raccolto in posizione fetale e addormentato ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1600" height="1066" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/11/Look-Down_Jago.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Look Down_Jago" /></p><p>Una mattina di inizio novembre, Napoli si è svegliata ritrovando un neonato alle sue porte. Non un bambino qualsiasi: un piccolo gigante di marmo raccolto in posizione fetale e addormentato a piazza del Plebiscito, dove decine di persone si sono fermate a guardarlo a bocca aperta.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>La scultura, dall’emblematico nome <em>Look Down</em> – gioco di parole che strizza l’occhio al termine <em>lockdown</em> ormai entrato nel nostro linguaggio corrente – è opera dello scultore anagnino <strong>Jacopo Cardillo</strong>, <strong>conosciuto in tutto il mondo come Jago</strong>. Il messaggio sociale che lancia è semplice quanto innovativo nella forma che assume: non dimenticare mai il prossimo, soprattutto in tempi difficili come quello che stiamo vivendo.</mark> Un invito che è stato raccolto dai lavoratori della Whirlpool, che nelle proteste contro la chiusura della sede napoletana decretata dai vertici dell’azienda hanno fatto di quest’opera un loro simbolo, coprendola con delle magliette come per proteggerla dalle intemperie dell’autunno e dell’inverno incombente.</p>
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				<div class="aesop-image-component-image aesop-component-align-left aesop-image-component-caption-center" style="width:300px;max-width:100%;">
					
						<a class="aesop-lightbox" href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/11/Look-Down_Jago-2.jpg" title="Look Down, il neonato incatenato a terra">
							<p class="aesop-img-enlarge"><i class="aesopicon aesopicon-search-plus"></i> Enlarge</p>
							<img src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/11/Look-Down_Jago-2.jpg" alt="Look-Down_Jago-2">
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							Look Down, il neonato incatenato a terra
						</figcaption>

					
					
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		</div>
		
<p>Jago ha rappresentato le categorie più fragili condensandole in un inerme neonato, ma <strong>a chi pensa per primo quando si parla di ultimi?</strong> «<mark class='mark mark-yellow'>Anche a me stesso, a dire la verità</mark> – sorride in collegamento su Skype –. La domanda è: primi rispetto a che cosa e ultimi rispetto a chi? Ci sarà sempre qualcuno che viene dopo. Ho fatto sicuramente esperienza degli ultimi, mi sembra di averne visti, ma anch’io sono dietro qualcun altro. Se ci rendiamo conto di questo, possiamo partecipare a un meccanismo collettivo che può essere rivoluzionario nel riuscire a posizionarci e a capire che siamo tutti profondamente collegati. E poi anche sapersi accontentare. Mi è capitato, nei giorni scorsi, di vedere un video di bambini in Messico che ricevevano in regalo matite, colori… un po’ ho rivisto me da piccolo. Per loro era qualcosa di inaspettato; bambini che non hanno nulla, eppure vedevi una gioia infinita con quello che può sembrare poco – ma poco non è – perché i colori si possono tradurre in capolavori, in opportunità, in creatività, e rivoluzionare un’esistenza. <mark class='mark mark-yellow'>Non so effettivamente chi è ultimo, ma mi rendo conto che ci sono delle persone che soffrono una condizione “naturale” o imposta e vedo anche altre persone a cui non manca nulla, ma che si lamentano più di chi non ha niente.</mark> Credo che l’unica cosa che vale la pena fare sia occuparsi di se stessi, perché se io ho amor proprio riesco anche a dedicarmi con amore agli altri. <mark class='mark mark-yellow'>Ognuno vede nell’opera ciò che vuole: apri gli occhi e guarda in basso, renditi conto di dove sei rispetto a chi puoi fare un intervento diretto. <strong>Ognuno a livello diverso può fare un intervento diretto</strong></mark>».</p>
<p><strong>Un dettaglio che cattura l’attenzione di chi osserva l’opera è il cordone ombelicale, rappresentato con una lunga catena di ferro</strong> che blocca a terra la statua. Jago ne spiega il significato: «<mark class='mark mark-yellow'>È un’immagine a cui ho pensato nel 2016, perché il cordone ombelicale è il primo elemento del nutrimento, che deriva dal benessere di chi, attraverso quel cordone, ti fornisce il sostentamento. Se la vita è malsana, chi ne subisce le conseguenze senza poter fare nulla? Il bambino che se ne sta lì inerme. Anche il popolo a volte si trova in questa condizione: può scalciare, lamentarsi e piangere, ma poi quel cordone, se non porta nutrimento, può diventare una catena da cui diventa difficilissimo staccarsi</mark>». <strong>C’è qualcosa che fa sentire anche lui prigioniero?</strong> Jago annuisce: «<mark class='mark mark-yellow'>La mancanza di cultura e il dover dipendere da altri.</mark> Questo mi può far sentire in catene e mi rende vorace di informazioni, perché voglio essere libero e, se hai consapevolezza culturale, sei tu che puoi aiutare gli altri. Ma se manchi di cultura, dipenderai dagli altri e crederai a ciò che ti dicono, diventerai un consumatore. Non parlo di nozionismo: tutti possono aprire un libro e imparare a memoria delle cose, ma la vera consapevolezza è padroneggiare un contenuto e metterlo in pratica nella vita di tutti i giorni».</p>
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				<div class="aesop-image-component-image aesop-component-align-left aesop-image-component-caption-center" style="width:300px;max-width:100%;">
					
						<a class="aesop-lightbox" href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/11/Donald_Jago-2.jpg" title="Donald, riferimento a Trump e al muro con il Messico">
							<p class="aesop-img-enlarge"><i class="aesopicon aesopicon-search-plus"></i> Enlarge</p>
							<img src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/11/Donald_Jago-2.jpg" alt="Donald_Jago-2">
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							Donald, riferimento a Trump e al muro con il Messico
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<p>Scegliere uno spazio aperto come casa per la statua significa raggiungere un pubblico più largo possibile, ma <strong>perché ha scelto proprio piazza del Plebiscito?</strong> «<mark class='mark mark-yellow'>La prima volta che ci sono stato, mi ha fatto la stessa impressione – forse anche maggiore – di piazza del Popolo a Roma. Sono due piazze che abbracciano grazie al colonnato, però a Roma è un abbraccio più chiuso, che ti stringe dentro, mentre quello di Napoli è aperto, come se si rivolgesse a chi viene dal mare, dicendo “Vieni, c’è spazio anche per te”,</mark> quindi mi interessava questa prospettiva. Quando posizioni un’opera, questa si colora dell’ambiente circostante. È un concetto molto importante per la scultura, perché manca di un elemento che nella pittura c’è ed è la cornice. La cornice rende tutto perfetto, perché ovunque metti il quadro vedono tutti la stessa cosa. Nella scultura, invece, ognuno – anche chi ti sta accanto – vede altro, perché il punto di vista è leggermente diverso. La cornice quindi è il contesto, così come le persone che sono lì, che la frequentano, che la sporcano».</p>
<p>Sono stati proprio i passanti in piazza del Plebiscito a dare risalto e importanza alla scultura lasciata da Jago, che ha poi colpito la sensibilità di migliaia di persone in Italia attraverso il passaparola sui social. Sembra quasi che questo grande pubblico si sia risvegliato dal torpore, segno che l’arte continua a essere uno strumento molto efficace per attirare l’attenzione e per scatenare la riflessione in chi osserva una certa opera. Eppure tra le attività chiuse a causa di questo secondo, parziale <em>lockdown</em> ci sono di nuovo anche i musei, che pure si erano adeguati già da maggio agli ingressi contingentati e alle altre misure di sicurezza. Tenerli aperti avrebbe avuto in qualche modo un impatto psicologico sulla popolazione? Per Jago, in realtà, il punto è un altro: «Quella che viviamo può diventare un’opportunità di inventare nuovi modi per fruire dell’arte. Se parliamo di turismo, con le riaperture i visitatori andranno con maggior desiderio ai musei per timore di non poter entrarci se chiuderanno un’altra volta».</p>
<p>E i giovani che si affacciano al mondo del lavoro? <strong>Jago afferma che anche per lui <mark class='mark mark-yellow'>questa è «un’opportunità gigantesca per imparare. Se la nostra generazione farà tesoro di questo momento, avrà una grande eredità da lasciare ai propri figli</strong>.</mark> Credo che questa situazione servirà anche a far aprire gli occhi alle persone, utilizzando la creatività per creare nuovi paradigmi per riuscire a vivere e magari a generare un’eredità che sia culturale o familiare che possa diventare un valore aggiunto per le future generazioni».</p>
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				<div class="aesop-image-component-image aesop-component-align-left aesop-image-component-caption-center" style="width:300px;max-width:100%;">
					
						<a class="aesop-lightbox" href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/11/Memoria-di-sé.jpg" title="Memoria di sé, il ricordo dell'io bambino dell'artista">
							<p class="aesop-img-enlarge"><i class="aesopicon aesopicon-search-plus"></i> Enlarge</p>
							<img src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/11/Memoria-di-sé.jpg" alt="Memoria-di-sé">
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							Memoria di sé, il ricordo dell'io bambino dell'artista
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<p>A proposito di future generazioni, <strong>se si studiano le opere di Jago ci si accorge subito di come i bambini siano soggetti ricorrenti, ritratti in momenti diversi dell’infanzia</strong>: dal neonato di <em>Look Down</em> al piccolo <em>Donald</em> intento a giocare con le costruzioni mentre siede su un seggiolone, passando per il <em>Figlio Velato</em> e la <em>Memoria di sé</em>. <strong>Jago ha nostalgia della propria infanzia o si sente ancora un bambino?</strong> «<mark class='mark mark-yellow'>Sì, assolutamente – annuisce con prontezza davanti alla seconda ipotesi –. Un bambino impara a camminare cadendo. Io continuo a cadere ogni giorno proprio perché mantengo dentro di me quella modalità operativa. Continuo e voglio continuare a essere bambino, perché ha due cose fondamentali che poi purtroppo si perdono entrando nei meccanismi dell’educazione, soprattutto scolastica: la curiosità e l’entusiasmo.</mark> Finiscono perché devi lavorare, perché hai i tuoi problemi… Esaurisci le uniche due fonti di energia che contano e che si traducono in creatività. È per questo che voglio continuare a essere un bambino».</p>
<p>Nella scultura di Jago, però, c’è spazio per molto altro. <strong>Il suo prossimo progetto, già avviato, è una rivisitazione della <em>Pietà</em> di Michelangelo dove, rovesciando i ruoli originari, metterà in evidenza la figura paterna che regge tra le braccia il corpo della figlia</strong>. Un modo, come ci spiega, per ribaltare la tradizionale rappresentazione dell’uomo «storicamente dipinto come il violento, lo stupratore, il malvagio. Ci sta, perché esistono anche queste tipologie di maschi, ma esiste anche l’amore paterno. <mark class='mark mark-yellow'>Esiste una tipologia di uomo che sa essere un padre, un genitore, un amante vero, un innamorato; che sa occuparsi di cose semplici, come accogliere e amare. Va sottolineato questo aspetto ed era un’immagine che avevo in mente. L’ho solo tradotta in una forma</mark>».</p>
<p>Jago per sé non ama parlare di ispirazione, che vede incarnata in tutto ciò che ci circonda. Allora <strong>cos’è che fa scattare in lui la scintilla creativa?</strong> «<mark class='mark mark-yellow'>Sono chiaramente mosso dall’intuizione</mark> – dice con un’alzata di spalle –, ma lo definirei più che altro equilibrio. È come quando cammini: non è che fai un passo giusto, è che il corpo anche quando si sta fermi continua ad avere dei micro assestamenti per mantenersi in equilibrio. L’intuizione funziona allo stesso modo. <mark class='mark mark-yellow'>Di fatto c’è il desiderio di riuscire ad avvicinarti a quella che è la tua idea, e allora lì ti muovi stando in equilibrio, un equilibrio sottile tra quello che vorresti fare e quello che poi effettivamente si manifesta</mark>».</p>
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				<div class="aesop-image-component-image aesop-component-align-left aesop-image-component-caption-center" style="width:300px;max-width:100%;">
					
						<a class="aesop-lightbox" href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/11/Figlio-Velato_Jago-2.jpg" title="Il figlio velato, ispirato al Cristo conservato a Napoli">
							<p class="aesop-img-enlarge"><i class="aesopicon aesopicon-search-plus"></i> Enlarge</p>
							<img src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/11/Figlio-Velato_Jago-2.jpg" alt="Figlio-Velato_Jago-2">
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							Il figlio velato, ispirato al Cristo conservato a Napoli
						</figcaption>

					
					
				</div>
			</figure>

			
		</div>
		
<p>Prima di salutarci, però, c’è un’ultima curiosità da spiegare: <strong>perché ha scelto proprio Napoli e il Rione Sanità come base per i suoi lavori italiani</strong>? «<mark class='mark mark-yellow'>Perché il luogo è il genio</mark> – afferma con un altro sorriso –. <mark class='mark mark-yellow'>Se vuoi darti una possibilità di crescita, devi andare nei luoghi che ti possono condizionare favorevolmente. Se hai qualcosa da dire o seminare, hai bisogno di un terreno fertile dove ci sia spazio per mettere i tuoi semi</mark>». Si ferma per un istante, poi continua, raccontando la sua esperienza anche in campo internazionale: «A New York tutti corrono e non c’è spazio per nessuno, perché ormai è satura. Cinquant’anni fa c’era posto per gli artisti; oggi se ci vai che sei realizzato forse troverai uno spazio, altrimenti devi andare dove si può seminare. L’esposizione del <em>Figlio Velato</em> qui a Napoli è un seme in un luogo in cui potrà germogliare. Quando Michelangelo lavorava a Roma la sua affermazione era “Questo è un posto di preti e puttane”: per lui era una palude, dove però si poteva seminare. Hanno iniziato a farlo e oggi Roma è quella che vediamo».</p>
<p><strong>© Massimiliano Ricci per la foto in primo piano, in alto. Napoli, 2020</strong></p>
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		<title>Il nuovo cinema della pandemia, parla Filippo Mazzarella</title>
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		<pubDate>Fri, 13 Nov 2020 08:20:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Emiliano Dal Toso]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Michael Bay]]></category>
		<category><![CDATA[Pandemia]]></category>
		<category><![CDATA[Songbird]]></category>

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		<description><![CDATA[La pandemia potrebbe modificare non soltanto il modo di realizzare il film, ma anche incidere sulle storie che verranno raccontate. Non è detto però che da adesso in poi saremo ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="700" height="400" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/11/Songbird.png" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Songbird" /></p><p><mark class='mark mark-yellow'>La pandemia potrebbe modificare non soltanto il modo di realizzare il film, ma anche incidere sulle storie che verranno raccontate. Non è detto però che da adesso in poi saremo costretti a trovarci di fronte soltanto a un “cinema delle mascherine” </mark>. Insieme a <strong>Filippo Mazzarella, critico cinematografico</strong> (<em>Corriere della Sera</em>, <em>Film Tv</em>, <em>Linus</em> e molto altro), abbiamo provato a riflettere su quali strade potrebbero essere percorse da autori, produttori e cineasti nel futuro più immediato.</p>
<p><strong>In che modo il cinema potrebbe raccontare il momento pandemico che stiamo vivendo? Quali sono gli scenari?</strong></p>
<p>Per continuare ad alimentare il tipo di immaginario a cui siamo abituati sarebbe conveniente che il cinema retrodatasse le sue storie oppure le post-ponesse, evitando il contemporaneo. <mark class='mark mark-yellow'>Su grande scala, il “cinema della pandemia” sarà invece una declinazione del genere catastrofico oppure un cinema che ci farà i conti a livello sociale ed economico, una specie di “neorealismo pandemico”, come è accaduto con i corti di<em> Homemade</em> su Netflix </mark>. Bisogna però trovare delle storie da raccontare all’interno della pandemia, non sarà possibile focalizzarsi soltanto sulle conseguenze dirette. La domanda che ci si porrà sarà se si vorrà vedere qualcosa che esorcizzi la pandemia oppure che alimenti il terrore. <mark class='mark mark-yellow'>Mi immagino che nel cinema d’autore verranno realizzati film che rappresenteranno il presente per quello che sta succedendo, mentre per quanto riguarda le produzioni con grossi budget si tenderà a minimizzare o ad azzerare, e in questo senso non solo la fantascienza, ma anche il cinema d’animazione digitale, il fantasy o il cinema dei supereroi ci faranno i conti in maniera totalmente diversa </mark>. Non può cominciare a esistere un cinema che faccia della pandemia il suo unico motore narrativo, è impensabile.</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>&#8220;Non può cominciare a esistere un cinema che faccia della pandemia il suo unico motore narrativo, è impensabile. Ci chiederemo, invece, se si vorrà vedere qualcosa che esorcizzi la pandemia oppure che alimenti il terrore&#8221;.</span></p>
<p><strong>Il trailer del film <em>Songbird</em>, che racconta di un mutamento devastante del virus, ha suscitato reazioni indignate sui social. Non sorprende però che il produttore sia Michael Bay. </strong></p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Michael Bay è un “terrorista dei generi”. Il suo è un cinema furioso e totalmente superficiale, dove nell’assenza di morale ha creato un immaginario ipercinetico, iperdinamico e personalissimo che riflette in maniera (in)cosciente sulla deriva pazzesca del concetto di spettacolarità</mark>. Nei film di <em>Transformers</em> porta questa teoria al suo gradino più alto, ma aveva già cominciato a lavorare su questo tema in blockbuster come <em>Armageddon</em> e <em>Pearl Harbor</em>. Lui fa un cinema di sole superfici, che poi collassano. In questa maniera, rende conto di una sorta di Apocalisse visiva del contemporaneo. Da un punto di vista puramente formale, non è un caso che sia un regista con uno stile riconoscibilissimo.</p>
<p><strong>Esiste un cinema della pandemia del passato?</strong></p>
<p>Non ci sono dei film che abbiano rappresentato, per esempio, la “spagnola” negli anni Venti. Probabilmente ci sono documentari che sono andati persi oppure non sono rintracciabili, ma a livello di fiction non credo.<mark class='mark mark-yellow'>Le grandi pandemie non sono state raccontate neppure a Hollywood, nel senso che magari sono state adombrate e poi risolte: penso a <em>Virus letale</em>, basato sull’ebola, che trasporta la dinamica di veicolazione del virus nella società americana e che si risolve però senza crisi internazionali e allarmi globali</mark>. <em>Contagion</em> di Steven Soderbergh non si focalizza sugli aspetti sanitari della pandemia, ma sulla gestione di essa da parte di un establishment che deve “piegarla” in relazione a quelle che sono le sue necessità.</p>
<p><strong>A proposito di <em>Virus letale</em> e <em>Contagion</em>, molti li hanno riguardati come se fornissero delle istruzioni da adottare in una situazione pandemica. Esistono casi di film che siano riusciti non solo a raccontare ma ad anticipare la realtà?</strong></p>
<p>Il cinema di genere ha sempre cercato di anticipare la realtà, fallendo. <em>2001: Odissea nello spazio</em> di Kubrick ne è un esempio lampante, così come <em>Blade Runner</em> di Ridley Scott. Nonostante siano due capolavori, non ne hanno azzeccata una. Certo, oggi ci sono le possibilità di fare le videochiamate ma poco altro, i replicanti non esistono. In molti hanno provato a presagire il futuro, ma nessuno ci è davvero riuscito.<mark class='mark mark-yellow'>La verità è che nessun film può dare le chiavi per affrontare quello che accadrà, seppur possa dare una configurazione più o meno plausibile</mark>. D’altronde, vorrei che non finissimo mai nel futuro di <em>Mad Max</em>. A tal proposito, mi auguro vivamente che <em>2022: i sopravvissuti</em> sia destinato a rimanere un titolo da riscoprire nella storia del cinema e non un titolo di giornale.</p>
<p><strong><em>Matrix</em> però come nient’altro ha anticipato l’idea di una connessione costante.</strong></p>
<p>Sì,<mark class='mark mark-yellow'><em>Matrix</em> è stato un film profetico sulla necessità di avere un device interiorizzato: il corpo come allungamento, o addirittura alloggiamento, di un device</mark>. Dopotutto, la nostra mano destra, o quella sinistra, è perennemente occupata da un cellulare o da un tablet, soprattutto nelle condizioni di oggi a cui siamo obbligati.</p>
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