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	<title>magzine &#187; Oscar Toson</title>
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	<description>un progetto della Scuola di giornalismo dell&#039;Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano</description>
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		<title>“A Quintero si muore”: Felipe Vicencio giornalista-testimone in Cile</title>
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		<pubDate>Thu, 16 May 2019 08:05:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Oscar Toson]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[L&#8217;interno di un ospedale in pieno stato di confusione. Persone a terra su lettini di fortuna. Paramedici che tentano in ogni modo di aiutare tutti questi pazienti e una frase ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="2048" height="1365" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2019/05/felipe-vicencio.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="felipe vicencio" /></p><p><mark class='mark mark-yellow'>L&#8217;interno di un ospedale in pieno stato di confusione. Persone a terra su lettini di fortuna. Paramedici che tentano in ogni modo di aiutare tutti questi pazienti e una frase a scandire la scena: <em>“qui la gente sta morendo”</em>. </mark> Inizia così il documentario di <strong>Felipe Vicencio</strong> realizzato per la <em>Television National de Chil</em>e e venditore dell&#8217;edizione 2019 del premio Pesu, uno dei maggiori premi giornalistici riguardo il tema ambiente e sostenibilità.</p>
<p>Il reportage, della durata di 15 minuti, è incentrato sulla contaminazione chimica di alcune aree industriali non distanti dalla capitale Santiago, a <strong>Quintero</strong> precisamente. “Stiamo parlando di una delle più grandi aziende cilene, la zona è molto contaminata. <span class='quote quote-left header-font'> &#8220;I bambini si ammalano perché bevono acqua dal rubinetto o respirano semplicemente l’aria. La situazione è grave&#8221; </span>I bambini si ammalano perché bevono acqua dal rubinetto o respirano semplicemente l’aria. La situazione è grave&#8221;, spiega Felipe, ospite all&#8217;Università Cattolica insieme a <strong>Carolina Gutierrez</strong> di Entel. <mark class='mark mark-yellow'> “Le tematiche ambientali hanno sempre avuto poco rilievo </mark> – continua poi il giornalista di <em>Tvn</em> -, fino a pochi anni fa non ne parlava nessuno. Questo racconto invece prova a dare un taglio ben preciso ad una storia fatta di sofferenza e dolore”.</p>
<p>Oltre al racconto delle persone che vivono questa dimensione drammatica, Felipe sottolinea in particolare tre grandi punti fermi all&#8217;interno del suo lavoro. “Il primo riguarda l&#8217;ospedale, come si vede subito all&#8217;inizio del video. Le strutture ospedaliere non sono adeguate per un&#8217;emergenza di questo tipo e sono sovraffollate. Il secondo riguarda i vigili del fuoco, che non hanno le attrezzature per affrontare una contaminazione chimica. Ma soprattutto, quasi tutti sono volontari e non hanno più che un caschetto e una normale divisa antincendio. Per difendersi dall&#8217;inquinamento chimico non c&#8217;è nulla. <mark class='mark mark-yellow'>Infine, il punto fondamentale riguarda una macchina, l&#8217;unica presente in Cile, che serve a misurare il grado di contaminazione. È stata tenuta per due anni chiusa a chiave in qualche stanza nella capitale, senza mai essere usata. Poteva sicuramente servire”. </mark></p>
<p>Le persone coinvolte in questo disastro ambientale sono migliaia, ma lo Stato cileno chiude gli occhi su tutto ciò. Ad agosto 2018, quando Felipe si trovava a Quintero per il suo reportage, ha saputo che <mark class='mark mark-yellow'> in poco più di due ore si sono intossicate più di 600 persone, molte delle quali sono bambini. </mark> “Vomito, diarrea, mal di testa. Questi sono i sintomi principali – dice Felipe -. Qualcuno è morto per cancro. Ma devono ancora provare che fosse collegato all’intossicazione, anche perché quella macchina per la rilevazione non è mai stata utilizzata”.</p>
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		<title>Eni, quando Mattei scelse San Donato</title>
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		<pubDate>Wed, 08 May 2019 07:58:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Oscar Toson]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Milano]]></category>

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		<description><![CDATA[“Quello che oggi conosciamo come il quartiere di San Donato, allora fu scelto direttamente da Enrico Mattei, il fondatore dell&#8217;Eni”. A parlare è Paolo Fissi, membro dell&#8217;Associazione pioneri e veterani ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="717" height="356" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2019/05/Mattei-a-San-Donato.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Mattei a San Donato" /></p><p><mark class='mark mark-yellow'>“Quello che oggi conosciamo come il quartiere di San Donato, allora fu scelto direttamente da Enrico Mattei, il fondatore dell&#8217;Eni”. A parlare è <b>Paolo Fissi</b>, membro dell&#8217;Associazione pioneri e veterani della società che si occupa di idrocarburi e di energia.</mark> “<span class='quote quote-left header-font'>San Donato, fino alla seconda guerra mondiale circa, era solamente una palude. La posizione scelta da Mattei era strategica dal punto di vista logistico</span>”. Facendo un tratto di strada a piedi, dal capolinea della metro gialla fino all&#8217;ufficio veterani dove abbiamo appuntamento, un aereo è passato a bassa quota sopra le nostre teste. “L&#8217;aeroporto di Linate infatti si trova qui dietro, alle nostre spalle,- continua Fissi – e inoltre siamo appena fuori dalla città”. Uno snodo cruciale dunque, che ha permesso uno sviluppo notevole di tutta l&#8217;area. Si creavano posti di lavoro e si popolavano chilometri e chilometri di terreno nel corso degli anni.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>“La parte urbanistica ha iniziato a svilupparsi nel 1956, con la costruzione del primo palazzo Eni, la torre sulla via Emilia. Nel corso degli anni sono state poi costruite le case dei dipendenti, uffici e anche il cimitero e la Chiesa di Santa Barbara. Tutto quanto dentro quella che è stata rinominata col tempo Metanopoli”</mark>, spiega dietro la sua scrivania il veterano dell&#8217;Eni. E la crescita è stata tale che nel 1976 a San Donato è stato riconosciuto il titolo di città, con quasi 30mila abitanti.</p>
<p>Oggi molte strutture, come possono essere per esempio ambulatori o centri sportivi, sono stati costruiti dall&#8217;azienda, che aveva creato una sorta di grande ambiente familiare. “In sostanza, il comune di San Donato non ha mai speso una lira per il centro sportivo del paese, perché c&#8217;era quello dell&#8217;Eni. L&#8217;Eni ha avuto una influenza enorme sul comune di San Donato. Quasi si confondevano le due cose, oggi invece non più”, dice quasi amareggiato l&#8217;ex dipendente dell&#8217;Eni. Per molti anni, infatti, l&#8217;Eni è stata il simbolo unico e immediatamente riconoscibile di tutta quest&#8217;area. Ma nel 1992 l&#8217;Eni decise di quotarsi in borsa e “diventare una società come tutte le altre. Con la storia che &#8216;gli azionisti non pagano mica le abitazioni ai dipendenti&#8217;, i palazzi e le case aziendali sono stati venduti a una importante società finanziaria. Qui oggi non c&#8217;è più nulla di proprietà dell&#8217;Eni ”.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>San Donato, però, non è solo Eni. Mattei fondò anche <em>Il Giorno</em>, quotidiano di Milano.</mark> “La sede del giornale è in centro a Milano, ma le rotative fino a poco tempo fa stavano qua, sempre sulla via Emilia – spiega Fissi-. Lo compravo già nel 1959 perché ci scriveva Gianni Brera e mi piaceva. Era un po&#8217; il nostro giornale aziendale, ma aveva tiratura nazionale. Era uno di quei segni distintivi che ci faceva sentire tutti della stessa banda”.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Oggi l&#8217;Eni però ha cambiato le sue direttive rispetto ad una volta. Vertici e strategie aziendali sono differenti.</mark> Così abbiamo chiesto direttamente al presidente dei veterani dell&#8217;Eni, <b>Giovanni Paccaloni</b>, perché esiste questa associazione oggi. “Ci occupiamo di portare avanti il nome dell&#8217;Eni e di Mattei, in particolare i suoi valori. Siamo quasi 3mila persone in tutta Italia, tutti ex dipendenti che hanno lavorato almeno per 25 anni nell&#8217;azienda &#8211; racconta con orgoglio Paccaloni -. Enrico Mattei è stato un grande dell&#8217;Italia ed è stato tra i protagonisti del miracolo economico portando l&#8217;energia in Italia. Molte attività che svolgiamo sono organizzate con le scuole. Questo ci da una soddisfazione enorme, perché i ragazzi scoprono valori importanti. Abbiamo venti sezioni in tutta Italia e San Donato è la più grande, siamo circa in 600”.</p>
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		<title>La seconda vita degli aerei</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Apr 2019 17:29:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Oscar Toson]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[aerei]]></category>
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		<description><![CDATA[Nel mezzo di un lago nello Yukon, territorio del Canada a nord-ovest del Paese e a ridosso dell’Alaska, c’è un vecchio Douglas C-47 della flotta americana adagiato a filo d’acqua. ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="720" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2019/04/maxresdefault.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="maxresdefault" /></p><p>Nel mezzo di un lago nello Yukon, territorio del Canada a nord-ovest del Paese e a ridosso dell’Alaska, c’è un vecchio Douglas C-47 della flotta americana adagiato a filo d’acqua. Era molto diffuso durante la seconda guerra mondiale come aereo da trasporto tattico, ma poi utilizzato nel dopoguerra anche per impieghi civili. Quello nello Yukon è caduto nel febbraio del 1950 e da allora si trova lì, ormai facente parte del paesaggio. Un bombardiere quadrimotore invece, modello B-24 Liberator, sta nel bel mezzo di una foresta in Papua Nuova Guinea dal febbraio del 1943, fagocitato interamente dalla vegetazione circostante. Ce ne sono molti altri in giro per il mondo, tra Australia, deserto del Sahara e Islanda. Un bimotore americano invece si trova addirittura in mezzo ad una spiaggia in Messico. Questi sono solo alcuni degli <strong>aerei abbandonati</strong> in giro per il mondo, ormai non più recuperabili. Dal 1994 però, esiste un’azienda inglese che si occupa di recuperare o rottamare vecchi aerei di linea, che sono caduti o semplicemente in disuso.</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>In Inghilterra, precisamente nel Gloucestershire a nord di Bristol, nel piccolo aeroporto di Cotswold, c’è la sede di Air Salvage International, una delle due aziende presenti in Europa che si occupano di smantellare e riciclare aerei</span>L’altra si trova in Francia. Tra le varie attività, ASI si occupa di manutenzione dei motori, riparare componenti e ricostruzione delle cabine aeree. “ASI è nata nel 1994 – ci racconta <strong>James Cobbold,</strong> Global Sales manager dell’azienda &#8211; da un’idea di Mark Gregory, ingegnere per una vecchia compagnia aerea fallita proprio in quegli anni. Lui ama ripetere sempre che fino al 1990 gli aerei erano giovani e non davano problemi, ora invece ce ne portano anche 4 o 5 alla settimana”.</p>
<p>Vicino alla sede dell’azienda, racconta Cobbold, c’è un cimitero di vecchi aerei e relitti smantellati. <mark class='mark mark-yellow'>“Fare a pezzi un aereo è un processo lungo e richiede tempo. Gli aerei poi hanno un valore altissimo, si parla di milioni di euro. Ecco perché smantellarne uno è l’ultima spiaggia, anche per noi come azienda. Oggi nei cieli volano circa 23mila aerei al giorno, un numero decisamente alto: sono anche di più di quanti ne richieda realmente il mercato”</mark>.</p>
<p>Ecco perché va molto forte il <strong>mercato dei pezzi usati</strong>, gestito direttamente dalla società inglese: “Invece di dare via l’intero aereo per una cifra irrisoria, &#8211; spiega il manager dell’azienda &#8211; molte aziende preferiscono vendere i pezzi singoli. Dai sedili, agli schermi, fino alle luci e alle parti elettroniche. Di un aereo <strong>Airbus 320</strong> per esempio, si riesce a recuperare fino al 95% dei pezzi. I Boeing 747 invece non sono competitivi sul mercato e se ne recupera poco più del 50%. E’ un tipo di aereo diffuso e prodotto in serie in tutto il mondo, la domanda per l’usato quindi è minore rispetto ad altri modelli”.</p>
<p>C&#8217;è chi invece degli aerei in disuso ne ha fatto ben altro. Nel 2000 infatti fu inaugurato il ristorante Michelangelo da Vinci a Villamarzana, in provincia di Rovigo. La grande peculiarità riguardava la <strong>struttura, composta da due aerei interi e una cabina di controllo.</strong> Sin dalla sua apertura però, il comune contestò un enorme abuso edilizio da parte di Gigi Stecca, il proprietario. I due aerei di linea, oggi ancora lì nonostante la chiusura qualche anno fa del ristorante, sono ben visibili dalla strada Transpolesana che collega Verona e Rovigo, oltre che ovviamente da <a href="https://www.google.com/maps/search/ristorante+michelangelo+da+vinci/@45.020692,11.6602944,533m/data=!3m1!1e3">Google Maps</a>. Hanno avuto una seconda vita per qualche anno, ma oggi non si sa cosa farsene di questi due velivoli, se non qualche foto ricordo da parte di chi si ferma ad ammirare.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Molti altri aerei possono finire dentro a qualche museo dell&#8217;aria o della scienza. A Milano c&#8217;è il museo della scienza e della tecnologia intitolato a Leonardo da Vinci, dove è possibile rivivere, tra le altre cose, la storia del volo. </mark>Sono presenti per lo più vecchi modelli di alianti e qualche bimotore ad elica. Ma sono molti i motori che hanno viaggiato per davvero. Principalmente nei musei comunque, si trovano aerei più compatti, usati in guerra per esempio, e non i classici di linea, come quelli che recupera l&#8217;ASI.</p>
<p>Capita in certi casi che i vecchi aerei abbandonati a terra, possano veder nascere intorno a loro un nuovo mondo. Sono molti i fotografi professionisti che scattano queste vecchie carcasse con le ali, creando foto suggestive. Si chiamano <strong><em>“spotter”</em></strong> e hanno un bel seguito di fan. Esistono vari gruppi social e altrettanti blog a riguardo. Infine, c&#8217;è anche chi invece si diverte a compilare liste di velivoli abbandonati, tracciandoli sulla mappa e indicandone anno e modello. Diego Meozzi, giornalista e fotografo, ha organizzato con dei punti su Maps <a href="https://www.google.com/maps/d/viewer?mid=1RckOZIvC1gcYimg9wGGh9KL_Pa4&amp;msa=0&amp;ll=8.210729676570384%2C-42.84415899999999&amp;z=1">tutti gli aerei dismessi da Alitalia</a>. Sono 32 in tutto il mondo, con altri 5 o 6 invece di cui la posizione non è certa. Di questi, ben 10 si trovano in Italia, sparsi tra Veneto, Lombardia e Lazio.</p>
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		<title>Perché gli anziani giapponesi preferiscono il carcere</title>
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		<pubDate>Tue, 26 Mar 2019 16:26:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Oscar Toson]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il Giappone è il Paese con la più alta percentuale di anziani al mondo, ben il 28,4%. La più vecchia si chiama Kane Tanaka. Nata nel 1903, ha compiuto da ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="678" height="452" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2019/03/giappone-toshio-takata-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="giappone-toshio-takata-1" /></p><p>Il <strong>Giappone</strong> è il Paese con la più alta percentuale di anziani al mondo, ben il 28,4%. La più vecchia si chiama Kane Tanaka. Nata nel 1903, ha compiuto da un mese 116 anni ed è la persona più anziana al mondo. Una condizione non nuova per il Giappone: delle 100 persone più anziane di tutti i tempi, 25 sono giapponesi.</p>
<p>L&#8217;elevato numero di over 70-80enni nel Paese ha portato il Giappone a tenere formalmente in grande considerazione il ruolo degli anziani, addirittura istituendo una festa nazionale, la Giornata del Rispetto per gli Anziani, che cade il terzo lunedì di settembre. <mark class='mark mark-yellow'> Ma la vita quotidiana dei pensionati nel Paese spesso è tutt&#8217;altro che semplice. </mark> Non sempre avere più di 65 anni in Giappone, significa godere di una serena vecchiaia. Non tutti ricevono una pensione e chi la riceve, riesce a stento a mantenersi. La vita degli anziani giapponesi è sempre di più una battaglia contro povertà, malattia e soprattutto solitudine. <strong>Al punto che molti preferiscono rinunciare alla libertà e farsi arrestare.</strong></p>
<p>Li chiamano i <em>crimini d&#8217;argento</em>. Sono piccoli reati, in genere di cibo, commessi dagli anziani per essere arrestati. Il furto di un sandwich da 200 yen per esempio, che equivale circa a un dollaro e 40, può portare fino a una multa da 8,4 milioni di yen (cioè 58&#8217;000 dollari), convertibile in due anni di carcere. <span class='quote quote-left header-font'> Il furto di un sandwich da 200 yen per esempio, che equivale circa a un dollaro e 40, può portare fino a una multa da 8,4 milioni di yen (cioè 58&#8217;000 dollari), convertibile in due anni di carcere </span> Il taccheggio è il reato più diffuso tra gli over 65, per un valore in media di venti dollari a furto. Gli arresti che coinvolgono gli anziani in Giappone avvengono a tassi superiori a quelli di qualsiasi altro gruppo demografico. Le condanne inoltre, secondo gli ultimi dati della polizia, sono raddoppiate negli ultimi dieci anni passando da una media di 80 ogni 100 mila residenti tra il 1995 e il 2005 a 162 ogni 100 mila residenti tra il 2005 e il 2015. <em>“Credo che ci sia un problema di fondo che riguarda la solitudine che vive la gran parte dei pensionati</em> – dice <b>Marco Zappa</b>, <strong>ricercatore e professore di storia giapponese all&#8217;Università Ca&#8217; Foscari di Venezia</strong> -. <em>Questo discorso vale maggiormente per gli uomini, che usciti dal mondo del lavoro si ritrovano senza una rete sociale. Nel caso siano divorziati o rimasti vedovi, si ritrovano totalmente isolati. <mark class='mark mark-yellow'> Questi anziani dunque, cercano il carcere anche per avere una nuova rete sociale intorno a loro. </mark> La severità del sistema legale e penale giapponese prevede due anni di carcere anche per chi ha rubato solo un pezzo di pane. Questo è sicuramente un fattore”.</em></p>
<div id="attachment_38758" style="width: 704px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2019/03/in-trasferimento.jpg"><img class="wp-image-38758 size-full" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2019/03/in-trasferimento.jpg" alt="Anziani giapponesi in carcere in fila per tornare in cella, scortati dalla polizia" width="704" height="469" /></a><p class="wp-caption-text">Anziani giapponesi in carcere in fila per tornare in cella, scortati dalla polizia</p></div>
<p><strong>Il carcere offre la sicurezza di un pasto quotidiano, un letto, cure mediche e compagnia.</strong> Molti anziani per questo, sono disposti ad accettare il compromesso di stare dietro alle sbarre. Molte sono donne, le più vulnerabili all&#8217;interno della società giapponese, tradizionalmente fortemente maschilista. Ad oggi, <strong>una donna su cinque detenuta nelle carceri giapponesi ha 65 anni o più</strong>, mentre nove su dieci sono state condannate almeno una volta per il reato di taccheggio. <em>“Secondo le statistiche inoltre,</em> &#8211; continua poi Zappa &#8211; <em>il 70% delle donne con figli abbandona il proprio lavoro per dedicarsi alla famiglia. Uscendo però dal mercato del lavoro, dovrebbero fare affidamento sulla pensione del coniuge, che però non è sufficiente. <mark class='mark mark-yellow'> Le pensioni pubbliche sono estremamente ridotte rispetto ai nostri standard italiani. </mark> Succede quindi che le donne si reimpiegano in lavori part-time, anche dopo una certa età e ci sono dei rientri nel mondo del lavoro anche sui 50 anni. Altre situazioni invece come il divorzio, vedono spesso la donna ottenere l&#8217;affido dei figli, ma senza l&#8217;aiuto dell&#8217;ex marito. Vedo in questo caso una mancanza di politiche di sostegno e aiuto nei confronti delle donne”.</em></p>
<p>Nel 2016 il Parlamento giapponese ha approvato una legge con l&#8217;obiettivo di garantire agli anziani un sostegno garantito dai sistemi di assistenza sociale del paese. <strong>Ma i problemi che portano queste persone a cercare nella prigione un conforto superano il sistema e sarebbero necessari interventi sociali molto più ampi.</strong> <em>“Qualche mese fa</em> – ha aggiunto Zappa &#8211; <em>il governo ha presentato inoltre il budget per l’anno fiscale 2019, dove si sono toccati i 102mila miliardi di yen, che in euro sono circa 10 miliardi, una cifra record. Sono soldi allocati per rispondere al welfare nazionale e al sistema pensionistico in particolare. Ad oggi, manca per esempio l&#8217;assistenza diurna per i bambini quando le mamme lavorano, o iniziative anche da parte delle stesse grandi aziende giapponesi per favorire l&#8217;alternanza lavoro-maternità. Dal mio punto di vista questo si è ripercosso poi sul tasso delle nascite e sull’invecchiamento consistente della popolazione”.</em></p>
<div id="attachment_38760" style="width: 699px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2019/03/PHOTOGRAPHER-SHIHO-FUKADA-1.jpg"><img class="wp-image-38760 " src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2019/03/PHOTOGRAPHER-SHIHO-FUKADA-1-1024x682.jpg" alt="Anziana giapponese in cella" width="699" height="466" /></a><p class="wp-caption-text">Una cella tipica</p></div>
<p>Nel frattempo comunque, <mark class='mark mark-yellow'> le carceri hanno dovuto adattarsi a questa nuova popolazione di detenuti, ad esempio installando nuovi corrimano per le scale, ringhiere di protezione, rampe per le carrozzine e bagni appositi. </mark> Senza contare le cure mediche e il personale specializzato. Per tutto questo, i costi per il governo lievitano ogni anno. Inoltre, per gli anziani giapponesi a piede libero, c&#8217;è da considerare la difficoltà nel reperire una <strong>badante</strong>. Questa figura non rientra nella cultura sociale del Paese. Ci sono alcune testimonianze che riguardano alcune assistenti licenziate dopo appena qualche giorno. <strong>Un esempio?</strong> Un&#8217;assistente veniva considerata un’ospite da un&#8217;anziana novantaduenne, che quindi, invece di farsi curare, cucinava, puliva, e stirava per due.</p>
<p>Il <strong>governo</strong>, per cercare di ovviare al problema, ha deciso anche di investire sui robot e l&#8217;intelligenza artificiale a sostegno degli anziani, che si stanno trasformando in un vero e proprio business. Per esempio, nelle ultime edizioni della <strong>Ceatec Japan</strong>, una fiera annuale che riguarda la tecnologia, c&#8217;erano moltissimi robot destinati all&#8217;assistenza per gli over 65. Tra i tanti, c&#8217;era anche <strong>GrowMu</strong>, il robot badante che può essere utilizzato in centri per anziani e strutture sanitarie, figlio di un progetto dell’Unione Europea. Ideato per quelle persone non più giovani e con problemi cognitivi, GrowMu serve ad esempio per ricordare quando prendere le medicine o segnalare un allarme, nel caso sia necessario.</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'> Ed è vero che dal 1980 ad oggi il numero di anziani che vive da solo è aumentato di sei volte. Ma bisogna inoltre considerare che l&#8217;aspettativa di vita in Giappone è la più alta del mondo: 86,8 anni per le donne e 80,5 per gli uomini </span> Ed è vero che dal 1980 ad oggi il numero di anziani che vive da solo è aumentato di sei volte. Ma bisogna inoltre considerare che l&#8217;aspettativa di vita in Giappone è la più alta del mondo: 86,8 anni per le donne e 80,5 per gli uomini. Come se non bastasse, secondo le proiezioni dell&#8217;Istituto per la Popolazione di Tokyo, solo negli ultimi 8 anni e 8 mesi di vita i giapponesi, in media, hanno bisogno di assistenza e cure. L&#8217;età elevata e la buona salute, hanno fatto sorgere anche il <strong>problema dell&#8217;età pensionabile</strong>, attualmente tra i 60 e i 65 anni. Molti hanno chiesto di portarla fino a 75 o addirittura 85, ma sono proposte rimaste tali.</p>
<p>Qualche pensionato intanto, nell&#8217;attesa di un miglioramento, è arrivato a definire il carcere un paradiso, rispetto alla vita in libertà.</p>
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		<title>Hollywood, la storia è (s)corretta</title>
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		<pubDate>Tue, 19 Feb 2019 11:36:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Oscar Toson]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Inghilterra, 1580 d.C.. Ci sono Maria Stuarda, che sta in Scozia e ne è la regina, ed Elisabetta I, che invece regna in Inghilterra. Maria vorrebbe rivendicare la successione al ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="850" height="568" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2019/02/artcont_1544058866.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="artcont_1544058866" /></p><p><strong>Inghilterra, 1580 d.C.</strong>. Ci sono Maria Stuarda, che sta in Scozia e ne è la regina, ed Elisabetta I, che invece regna in Inghilterra. Maria vorrebbe rivendicare la successione al trono e ovviamente Elisabetta percepisce Maria come un pericolo. Ma ad un certo punto, <strong>la storia prende una piega inaspettata</strong>: appare prima un lord inglese nero, poi un cavaliere afroamericano, mentre le serve della regina si scoprono essere asiatiche. <mark class='mark mark-yellow'> Il film in questione è <em>“Maria regina di Scozia”</em>, appena uscito nelle sale cinematografiche europee, se qualcuno volesse darsi una <strong>bella rispolverata di politically correct applicata al cinema</strong>. </mark></p>
<p>La corte britannica di fine Cinquecento dunque diventa magicamente <strong>multietnica</strong>, con il compositore italiano Davide Rizzio trasformato in un portoricano mulatto e la nobildonna britannica Bress di Hardwick con fattezze orientali. La storia della disputa tra le due aspiranti al trono d&#8217;Inghilterra, così facendo, perde ogni significato, <strong>svuotata di sé stessa</strong>. È come andare al cinema a vedere un film su Napoleone, e trovarci Morgan Freeman nei panni dell’eroe di Francia. Oppure come se si scegliesse di far interpretare a Tom Hanks Martin Luther King. <span class='quote quote-left header-font'> È come andare al cinema a vedere un film su Napoleone, e trovarci Morgan Freeman nei panni dell’eroe di Francia. Oppure come se si scegliesse di far interpretare a Tom Hanks Martin Luther King </span></p>
<p>Il politically correct si sta riversando in dosi massicce all&#8217;interno delle pellicole, andando a stravolgere la storia stessa. <em>“Di certo c&#8217;è che la narrazione del film è cambiata, subendo modifiche importanti nel corso degli anni”</em> – commenta <strong>Andrea Chimento</strong>, docente di Istituzioni di storia del cinema alla Cattolica di Milano e critico recensore per ilSole24ore -. <em>“Oggi politically correct significa avere un atteggiamento di rispetto nei riguardi dei diritti delle minoranze e dei gruppi socialmente più deboli. Una delle conseguenze più gravi, però, sarebbe quella di <strong>limitare la libertà di espressione</strong>, dichiarando scorretta qualsiasi citazione specifica che andasse contro questi gruppi”.</em></p>
<p>Queste trasposizioni cinematografiche vogliono essere adattamenti contemporanei di cose accadute cinquecento anni fa, come nel caso della pellicola appena citata. Ma lo stesso discorso vale anche per film ambientati ai giorni nostri. <em>“<strong>Le tematiche politiche sono importanti per l&#8217;attualità</strong></em> – continua poi Chimento &#8211; <em>come per l&#8217;appunto quelle che riguardano il razzismo e le donne. Ci sono tanti film fondamentali su questi argomenti, bisogna però sempre stare attenti a non perdere credibilità rispetto a ciò che viene raccontato. Questo si nota soprattutto nei prodotti hollywoodiani medi, in cui il politically correct diventa un po&#8217; forzato, ed è proprio quanto accade in Maria regina di Scozia&#8221;.</em></p>
<div id="attachment_37975" style="width: 800px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2019/02/tn74j8nf0i9jovyhio0m.jpg"><img class="wp-image-37975 size-full" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2019/02/tn74j8nf0i9jovyhio0m.jpg" alt="Le facce delle attrici di Ocean's 8 applicate alla vecchia locandina del film con George Clooney e Brad Pitt" width="800" height="450" /></a><p class="wp-caption-text">Le facce delle attrici di Ocean&#8217;s 8 applicate alla vecchia locandina del film con George Clooney</p></div>
<p>Recenti sono i <strong>remake</strong>, di cui non si sentiva assolutamente il bisogno, come <em>Ghostbusters </em>del 2016 e <em>Ocean&#8217;s 8, </em>tutti al femminile. Questo, oltre al fatto che le case di produzione debbano cercare sempre un nuovo pubblico per vendere, significa anche aver finito le idee per nuove trasposizioni. <strong>Fare dei film sull&#8217;emancipazione femminile è giusto</strong>, ci sono sempre e comunque delle storie da raccontare. <mark class='mark mark-yellow'> Questi esempi, però, sono caricature estremamente forzate, figlie soprattutto del marketing. </mark> Stesso discorso vale anche per i rifacimenti in stile <strong>Ben-Hur</strong>: dal super classico del &#8217;59 a quello del 2016, che ha fatto perdere quasi 100 milioni di dollari alla Metro-Goldwin Mayer, tanto e tale è stato il disastro.</p>
<p>Il cinema è una rappresentazione della realtà, ed è quindi giusto e plausibile che ci siano degli adattamenti all&#8217;interno di un film. <strong>Massimo Decimo Meridio</strong> ne <em>“Il gladiatore”</em> di Ridley Scott del 2000, è un personaggio che storicamente non è mai esistito, ma la narrazione e la credibilità del film non vengono mai meno nonostante questo. Le pellicole, soprattutto negli Stati Uniti, hanno sempre avuto una forte valenza sociale, ed è anche per questo che molte volte agli Oscar sono state premiate delle pellicole proprio per quanto significavano, invece che per gli aspetti tecnici. L&#8217;ultimo esempio lampante riguarda <strong>Black Panther</strong>, cinecomic dell&#8217;universo Marvel. Un normalissimo film d&#8217;intrattenimento, facilmente dimenticabile, che è stato preso come simbolo per la comunità afroamericana: prima è arrivato ai Golden Globe, per poi approdare a Hollywood con ben sette candidature agli Oscar, tra cui anche la più importante come <strong>miglior film</strong>.</p>
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		<title>Claudio Locatelli, come ho combattuto contro l&#8217;Isis in Siria</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Mar 2018 08:39:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Oscar Toson]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[“Per me restare a guardare non era più possibile. Non mi bastava più solo documentare. Era importante anche arrivare ad una coerenza tra quello di cui io informavo, e il ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="593" height="443" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2018/03/9179856-khqH-U433801059594726YiD-1224x916@Corriere-Web-Bergamo-593x443.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="9179856-khqh-u433801059594726yid-1224x916corriere-web-bergamo-593x443" /></p><p style="text-align: left;"><mark class='mark mark-yellow'> “Per me restare a guardare non era più possibile. Non mi bastava più solo documentare.</mark> Era importante anche arrivare ad una coerenza tra quello di cui io informavo, e il progredire di una oppressione forte come quella di Isis e quel modo di pensare terroristico”. Potrebbe riassumersi in queste poche righe la decisione che <strong>Claudio Locatelli</strong>, 31enne nato a Bergamo e residente a Padova, ha preso verso la fine del 2016, andando nel nord Siria a combattere l&#8217;Isis sul fronte curdo con lo <strong>YPG</strong>, l&#8217;unità di protezione popolare curda e forza armata del Rojava.</p>
<p style="text-align: left;"><span class='quote quote-left header-font'>&#8220;Il Rojava è qualcosa di straordinario, non solo per il Medio Oriente, ma per tutto il mondo&#8221;, spiega Claudio</span> “Il <strong>Rojava</strong> è qualcosa di straordinario, non solo per il Medio Oriente, ma per tutto il mondo &#8211; ci spiega Claudio. È una realtà che cerca di portare democrazia popolare, libertà e uguaglianza di genere. Cinque anni fa, negli stessi posti le donne portavano il burqa e non avevano voce nella società e nella quotidianità. Ora è diverso”. A fianco dello YPG infatti, come ci spiega Claudio, combatte anche lo <strong>YPJ</strong>, il battaglione femminile che nasce con lo scopo di riequilibrare il mondo medio-orientale. <mark class='mark mark-yellow'> “Creare una unità solamente femminile, che comunque combatte insieme a quella maschile, permette di dare spazio ad un mondo che deve ancora avere il suo spazio”. </mark> Ormai dal suo rientro dal fronte curdo sono passati oltre quattro mesi. Da febbraio fino all&#8217;ottobre del 2017 dunque, Claudio si è armato di <strong>kalashnikov</strong> cercando di contrastare l&#8217;Isis. “Paradossalmente, imbracciare un fucile in quel contesto, è normale. Non è una cosa bella, ma è piuttosto un estremo e disperato tentativo. Io, in ogni caso, mi auguro sempre di non doverlo più fare”.</p>
<p style="text-align: left;">“Per entrare a fare parte dello YPG, – afferma – si deve passare per la loro <strong>accademia internazionale</strong> e la formazione dura circa un mese. Metà del tempo lo si impiega su come impugnare un fucile ed evitare di spararsi sui piedi, oltre che ad imparare alcune tattiche militari. <mark class='mark mark-yellow'> Nel tempo restante si studiano le usanze del luogo, la questione femminile, cosa si sta cambiando e perché lo si sta cambiando. </mark> Si studiano i motivi della resistenza ed è questa la cosa più rivoluzionaria. Non si va lì a combattere perché è divertente combattere. <strong>Si va lì a combattere perché è importante farlo</strong>”.</p>
<div id="attachment_34856" style="width: 960px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2018/03/Claudio-Locatelli.jpg"><img class="wp-image-34856 size-full" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2018/03/Claudio-Locatelli.jpg" alt="claudio-locatelli" width="960" height="720" /></a><p class="wp-caption-text">Claudio Locatelli e alcune combattenti YPJ in Siria</p></div>
<p style="text-align: left;">Nella sua prima campagna con il battaglione curdo, in cui si sono arruolati anche dei volontari internazionali, la città di <strong>Tabqa</strong> è stata liberata, verso metà maggio, dall&#8217;oppressione dell&#8217;Isis. “In Siria non mi potevo permettere di avere paura &#8211; rivela -. Ho avuto un paio di momenti di difficoltà, ma <span class='quote quote-left header-font'> &#8220;Questa esperienza mi ha lasciato la <strong>consapevolezza</strong> che se serve combattere fino a rischiare la propria vita, io ci sono e lo farò&#8221;</span>questa esperienza mi ha lasciato la <strong>consapevolezza</strong> che se serve combattere fino a rischiare la propria vita, io ci sono e lo farò. <strong>Una vita degna di essere vissuta è quella in cui sei riuscito ad essere al servizio del mondo.</strong> Significa che quello che hai fatto e che stai facendo è servito a qualcosa, ha cambiato qualcosa. Ma allo stesso tempo hai potuto vivere intensi momenti che hanno segnato il tuo percorso e ti hanno, di fatto, reso una persona migliore”. Il ricordo va quasi subito a quei volti pieni di gioia delle persone liberate. <mark class='mark mark-yellow'> “Mi ricordo ancora di questo signore, – facendo uso della memoria &#8211; uscito da una casa con il narghilè, la tipica pipa di vetro araba. Sotto l&#8217;Isis era vietata e si veniva picchiati con delle fruste. </mark> Vedere gli adulti che ci abbracciavano così intensamente e i bambini in strada che ci facevano il <strong>segno della vittoria</strong>: questo è sicuramente il ricordo più bello”.</p>
<p style="text-align: left;">E’ evidente che Claudio Locatelli non sia un personaggio ordinario: <strong>parla quattro lingue</strong>, tra cui il russo e curdo, e la sua determinazione e la voglia di “mettersi al servizio del mondo”, come afferma lui stesso, sembrano fuori dal comune. Claudio ha il fuoco dentro, quasi una vocazione la sua, per le cause che ritiene giuste. <mark class='mark mark-yellow'> “L&#8217;educazione è il pane dell&#8217;anima, affermava Mazzini. Nel momento in cui tu sei informato, – dice Locatelli &#8211; la qualità delle tue decisioni migliora. </mark> Se sai cosa sta accadendo, puoi decidere di agire in un modo piuttosto che in un altro, e nel momento in cui decidi, influenzi il mondo”. Da piccolo ci racconta che voleva essere un <strong>rivoluzionario</strong>. Ha sempre avuto chiaro nella mente quello che avrebbe voluto fare e diventare. Claudio si definisce un “media-attivista”, ma altre persone gli hanno cucito addosso il titolo di giornalista-combattente, come appare poi inoltre sulla sua pagina Facebook. “Non sono un giornalista &#8211; ci tiene a precisare -. Faccio qualcosa di molto simile però. <span class='quote quote-left header-font'>&#8220;Vivo come un <strong>media-attivista</strong>, ovvero cerco di influenzare il mondo verso le tematiche che il mondo stesso molte volte ignora, e provo quindi a renderlo migliore&#8221; </span>Vivo come un <strong>media-attivista</strong>, ovvero cerco di influenzare il mondo verso le tematiche che il mondo stesso molte volte ignora, e provo quindi a renderlo migliore”.</p>
<p style="text-align: left;">Entrando nel suo appartamento, vicino al centro di Padova, si percepisce all&#8217;istante l&#8217;essenzialità. Pochi arredi, ma sulle pareti campeggiano le mappe della Siria, alcune foto con i bambini di Raqqa, bandiere curde appese. C&#8217;è pure una stampa integrale di un discorso di <strong>Nelson Mandela</strong>. Sulla scrivania del suo studio c&#8217;è un libro che parla di Siria, ma anche un piccolo tascabile di Shakespeare, oltre a un gadget dei Kiss. Sulla parete opposta, quasi come dei trofei, sono appesi vari media pass, come quello del funerale di Mandela che ci mostra con orgoglio.</p>
<p style="text-align: left;">Le città di Tabqa prima e Raqqa poi, sono state liberate dal terrore dell&#8217;Isis. <mark class='mark mark-yellow'> “Non ho partecipato alla manifestazione di <strong>Raqqa</strong> liberata e in festa, perché sono tornato in Italia solo qualche giorno prima. Ma comunque il mio contributo resta e ne vado fiero. Ora sono qui, credo di essere più utile qui in questo momento” </mark>, ci spiega, mentre mostra sul suo telefono un&#8217;applicazione che geolocalizza gli spostamenti quotidiani delle brigate al fronte e gli stazionamenti lungo la linea del fuoco.“Faccio da cassa di risonanza e connessione per i nostri combattenti che stanno là. In questo momento, vicino al confine, ci sono quattro italiani: tre ragazzi e una ragazza. Con il cuore dico però, che una volta che si è combattuto sul campo di battaglia, pensare di non poter ancora difendere chi sta ad <strong>Afrin</strong>, fa molto male&#8221;. Bisogna però essere realistici e capire dove si è più utili”.</p>
<p style="text-align: left;">Guardando le <strong>bollette</strong> poggiate sul mobile d’ingresso, Claudio rivela ironico di non avere il tempo di pagarle. “Sono sempre impegnato tra interviste e aggiornamenti che arrivano dal fronte”. Quanto al futuro, non esclude nemmeno un ritorno agli studi. “Ho studiato psicologia qui a Padova &#8211; afferma -, che ha una delle migliori università d&#8217;Italia. Mi ha sempre affascinato la mente umana. Ho mollato al secondo anno però, anche se potrei pensare di riprendere gli studi in un prossimo futuro. <strong>Chissà</strong>”.</p>
<p><strong>LA VIDEO INTERVISTA REALIZZATA A PADOVA:</strong></p>
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		<title>Quanto è facile procurarsi un&#8217;arma e fare una strage?</title>
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		<pubDate>Thu, 08 Mar 2018 11:39:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Oscar Toson]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[In evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Inchieste]]></category>

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		<description><![CDATA[La più recente è la sparatoria accidentale in una scuola  superiore a Birmingham, in Alabama, negli Stati Uniti, dove è morta una ragazza e altre due persone sono rimaste ferite. ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="4000" height="3000" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2018/03/Revoca-Porto-dArmi-in-caso-di-Denuncia-Penale-2.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="revoca-porto-darmi-in-caso-di-denuncia-penale-2" /></p><p>La più recente è la sparatoria accidentale in una scuola  superiore a Birmingham, in Alabama, negli Stati Uniti, dove è morta una ragazza e altre due persone sono rimaste ferite. <mark class='mark mark-yellow'>L’episodio è accaduto appena due settimane dopo il massacro in Florida, dove il teenager Nikolas Cruz ha compiuto una strage con un fucile d&#8217;assalto nella sua ex scuola, la Marjory Stoneman Douglas High School, provocando 17 morti e 15 feriti. </mark>Il massacro di Parkland ha suscitato un acceso dibattito negli Stati Uniti, proteste pubbliche, l’audizione al Senato americano della portavoce della <i>National Rifle Association</i> e la proposta di una soluzione al problema dei <i>mass shootings </i>nelle scuole americane, avanzata dallo stesso presidente Donald Trump: armare gli insegnanti. La proposta ha intensificato ulteriormente il dibattito nazionale, tra Democratici e Repubblicani, con una partecipazione ampia della società civile e, in particolare, degli studenti. Sta di fatto che, questo problema negli Stati Uniti non è recente e nemmeno superiore rispetto al passato. Da uno studio della University of California, <a href="https://www.annualreviews.org/doi/pdf/10.1146/annurev-publhealth-031914-122535">“The epidemiology of Firearm Violence in the 21<sup>st</sup> century United States”</a>, di Garen J. Wintemute, emerge  infatti che il tasso di violenza legato all’uso delle armi da fuoco dal 2003 al 2012 negli Stati Uniti è rimasto invariato.</p>
<p>In USA è noto che è possibile, almeno per un maggiorenne, ottenere con facilità un’arma da fuoco, entrando in un’armeria. <mark class='mark mark-yellow'>In Italia, invece, non è possibile acquistare un’arma da fuoco come se fosse un altro articolo commerciale ma ottenerla su richiesta (uso personale e/o sportivo) è un procedimento, complessivamente, fattibile</mark>: ci si reca dai Carabinieri o dalla Polizia; si compila un modulo; si fa la visita di routine; si segue un corso al poligono (se necessario); infine, si riconsegna il tutto alla caserma. Poi si attende che la burocrazia faccia il suo corso.</p>
<p>La questione della facilità con cui è possibile ottenere un’arma è emersa come dibattito anche in Italia, dal febbraio scorso, quando <mark class='mark mark-yellow'>Luca Traini, un maceratese militante nella Lega Nord, ha sparato con una pistola contro 11 passanti di colore che camminavano in città, ferendone 6, con l’obiettivo, enfatizzato dall’accusa e ritrattato dalla difesa, di vendicare la morte di Pamela Mastropietro, la diciottenne romana tossicodipendente trovata cadavere, in pezzi, deposti dentro due trolley</mark>. Il sospettato dell&#8217;omicidio è Innocent Oseghale, un pusher nigeriano irregolare di 29 anni che, in base alla ricostruzione degli inquirenti, avrebbe avuto un ruolo materiale sia nell’omicidio che, soprattutto, nel dissezionamento e occultamento del cadavere della giovane. Traini aveva un porto d’armi per uso sportivo ed era in possesso di una Glock calibro 9, l’arma con cui ha sparato.</p>
<p>Il decreto legge del 28 aprile 1998, emanato dal Ministero dell’Interno, stabilisce infatti i termini psico-fisici necessari per fare richiesta per il porto d&#8217;armi per difesa personale o per uso sportivo, in aggiunta al dlgs 121/13 che modifica <a href="http://www.prefettura.it/FILES/AllegatiPag/1160/NORM%20A%20-%20R.D.%2018-06-1931%20N.%20773%20-%20TULPS.pdf">il vecchio regio decreto del 1931 n. 773</a>. Ciò vuol dire che, se il maggiorenne è giudicato in uno stato psico-fisico di normalità, tendenzialmente verrà reso idoneo al porto d’armi per uso personale o per caccia/uso sportivo. Quest’ultima è però più facile da ottenere e consente di detenere fino a un massimo di 6 pistole o fucili da poligono fino a tre armi comuni, e rispetto al porto d’armi per difesa personale, ha una durata più estesa (6 anni invece che 3).</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>Negli ultimi anni, si è passati a una crescita consistente delle licenze di porto d&#8217;armi concesse per la caccia e uso sportivo: 775mila e 470mila</span>Negli ultimi anni, a fronte di una riduzione del numero di licenze per difesa personale (sul totale di 1 milione e 200 mila sono meno di 20mila) si è passati a una crescita consistente di quelle per la caccia e l’uso sportivo (775mila e 470 mila)[/quote]. E circa queste ultime, non tornano mettendole a confronto con il numero degli iscritti della Federazione italiana Tiro a Volo (circa 20mila) e l’Unione Italiana Tiro a Segno (circa 75mila). Di fatto, sembrerebbe che più persone scelgano di prendere questo tipo di licenza perché è più facile da ottenere e perché è sottoposta a minori controlli.</p>
<p>Certo è che, secondo le statistiche, gli episodi di incidenti o omicidi per mano armata, in Italia, sono comunque contenuti. <mark class='mark mark-yellow'>Secondo quanto riportato da <i>GunPolicy.org</i>, il numero di omicidi connessi all’uso di armi da fuoco in Italia è anche in calo: dai 548 del 1996, si è arrivati ai 219 del 2012. E anche le percentuali di omicidi per arma da fuoco sono calate: si è passati dal 71,1% del 1998 al 45% del 2012, quasi il 30% in meno.</mark></p>
<p>Lo conferma <strong>Isabella Merzago, presidente della Società Italiana di criminologia</strong>: “Il numero di omicidi in Italia sta calando. Del resto, c’è un uso delle armi da fuoco decisamente inferiore rispetto ad un Paese come gli Stati Uniti. Anche in Europa siamo messi abbastanza bene”. La Merzago fornisce l’esempio della Svizzera, Paese nel quale è ancora in vigore la leva obbligatoria, con la possibilità di portare a casa l’arma di ordinanza, ma dove stragi all’americana non sono mai accadute. Le armi sono usate solo per la formazione militare. Al contrario, negli Stati Uniti, saremmo di fronte a un fattore culturale: il secondo emendamento della Carta dei Diritti, entrato in vigore nel 1791, infatti, determina il diritto a possedere e portare con sé un’arma. “L&#8217;elemento psicologico ma soprattutto culturale interviene molto. L&#8217;ideologia machista, ad esempio, può spiegare una parte di questo fenomeno: colpire per coprire &#8211; forse &#8211; una debolezza caratteriale”,  precisa la dottoressa.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>In Italia, però, non è presente un vero e proprio test psicologico per determinare l’idoneità di un individuo ad ottenere il porto d’armi. “Servirebbe una batteria di test per ottenere un quadro generale del soggetto &#8211; precisa Merzago -. Il problema, però, è prettamente economico: serve un numero maggiore di esperti che devono essere pagati per il loro lavoro e si tratta di una spesa non da poco”.</mark> Questo tipo di controllo richiederebbe almeno due ore di tempo per ogni persona esaminata, senza essere comunque certi del risultato da raggiungere. I test dovrebbero poi essere differenti a seconda del tipo di porto d’armi richiesto (tiro sportivo, caccia, difesa personale). “La garanzia in assoluto che non succeda un disastro non c’è mai e non ci può essere”, spiega la dottoressa. Ma le motivazioni che spingono una persona a voler armarsi restano fondamentali: lo si fa perché ci si sente in pericolo o per un qualche complesso di inferiorità? Inoltre, i tutori della legge sono sottoposti ad addestramento prima di impugnare un’arma, ma un civile no.</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>Isabella Merzago, presidente Società Italiana Criminologia: “Chi vuole ammazzare la gente, l’arma se la procura lo stesso al mercato nero” </span>“Se una persona è malintenzionata, non aspetterà di avere il porto d&#8217;armi per agire. Chi vuole ammazzare la gente, l’arma se la procura lo stesso al mercato nero”precisa la Merzago. Senza contare che la detenzione di un’arma aumenta il rischio di esposizione al pericolo sia per il soggetto che per i suoi familiari. “Esiste comunque un rischio dal punto di vista suicidario e omicido-suicidario. La tipologia dell’arma influenza, infatti, il numero delle vittime in potenza, come succede nei <i>mass murder.</i> Inoltre, la percentuale di suicidi eseguiti con armi da fuoco è più alta”. Uno studio, infatti, ha dimostrato che, in tutti i casi in cui il suicida scelga l’arma di fuoco per compiere l’estremo gesto, la mortalità è 12 volte superiore a tutti gli altri tipi di episodi.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Turismo fai da te, dal camice alla toga</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Feb 2018 15:23:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Oscar Toson]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Inchieste]]></category>

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		<description><![CDATA[In Italia, 184mila persone l&#8217;anno scelgono l&#8217;estero per curarsi. Le prestazioni più richieste vanno da quelle odontoiatriche al trapianto di capelli. Il tutto, per una spesa complessiva di oltre 537 milioni ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1600" height="800" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2018/02/13_medical_245.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="13_medical_245" /></p><p><mark class='mark mark-yellow'>In Italia, 184mila persone l&#8217;anno scelgono l&#8217;estero per curarsi. Le prestazioni più richieste vanno da quelle odontoiatriche al trapianto di capelli. </mark>Il tutto, per una spesa complessiva di oltre 537 milioni di euro, suddivisi tra viaggio, soggiorno, terapie e interventi. Destinazioni più gettonate in Europa: Croazia, Ungheria, Romania. <mark class='mark mark-yellow'>Abbiamo cercato di capire chi lo fa, se può farlo legalmente e perché conviene. E abbiamo scoperto molte cose: compreso il fatto che, al &#8220;turismo medico&#8221;, se ne affianca un altro: quello, cosiddetto, &#8220;delle toghe&#8221;.</mark></p>
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<li><a class="row-title" title="Modifica “Paese che vai, medico che trovi”" href="http://www.magzine.it/paese-che-vai-medico-che-trovi/">Paese che vai, medico che trovi</a> &#8211; di Benedetta Minoliti</li>
<li><a class="row-title" title="Modifica “Turismo medico, molti vantaggi poche controindicazioni”" href="http://www.magzine.it/turismo-medico-molti-vantaggi-e-poche-controindicazioni/">Turismo medico, molti vantaggi poche controindicazioni</a>  &#8211; di Oscar Toson</li>
<li><a href="http://www.magzine.it/pazienti-in-gita-con-i-viaggi-del-dente/">Pazienti in gita con i &#8220;viaggi del dente&#8221;</a> &#8211; di Maria Francesca Moro</li>
<li><a href="http://www.magzine.it/dalla-spagna-alla-romania-e-di-moda-il-turismo-di-toga/">Dalla Spagna alla Romania, è di moda il turismo di toga </a>- di Simone Fant</li>
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		<title>Turismo medico, molti vantaggi e poche controindicazioni</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Feb 2018 15:22:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Oscar Toson]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>

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		<description><![CDATA[“In genere, il fattore di attrazione dei pazienti verso altri Paesi e per alcuni tipi di cure sono i costi più bassi. In particolare, attraggono le cure odontoiatriche verso la ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1400" height="600" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2018/02/turismo_medico.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="turismo_medico" /></p><p>“In genere, il fattore di attrazione dei pazienti verso altri Paesi e per alcuni tipi di cure sono i costi più bassi. In particolare, attraggono le cure odontoiatriche verso la ex Jugoslavia”. Esordisce così <strong>Franco Vimercati</strong>, radiologo e presidente della Fism, la <strong>Federazione delle Società medico-sanitarie italiane</strong>.</p>
<p>Questo fenomeno è legato anche alle economie degli stessi Paesi che ospitano i &#8220;pazienti-turisti”. <span class='quote quote-left header-font'>Gli Stati dell&#8217;Est Europa sono i più visitati dagli italiani: qui il costo della vita e delle cure sanitarie è inferiore rispetto all&#8217;Italia.</span> Sono principalmente gli Stati dell&#8217;Est Europa i più visitati dagli italiani: qui il costo della vita e della sanità è inferiore rispetto all&#8217;Italia. Importante, però, sottolineare che questo quadro riguarda il settore privato e non il pubblico.</p>
<p>“Le assicurazioni sanitarie mediche, però, in questo caso non danno rimborsi – sottolinea Vimercati –. Aiutano solo se c&#8217;è effettivamente bisogno di un intervento, non quindi in caso di &#8220;turismo medico&#8221;. Se una persona va all&#8217;estero, ad esempio negli Stati Uniti, le assicurazioni pagano l&#8217;intervento ma non il viaggio. Per il turismo medico, che è un turismo di massa, non si mobilitano e non offrono servizi dedicati”.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Se da un lato, dunque, si creano dei percorsi specifici e specializzati, con determinate strutture per richiamare le persone a curarsi, dall&#8217;altro a rimetterci può essere la sanità pubblica del Paese ospitante.</mark> Si crea, o si amplia, lo scompenso tra il settore privato e pubblico, con un flusso di denaro decisamente maggiore verso il primo, alimentato dalla grande domanda che viene da fuori.</p>
<p>“Il fenomeno del turismo medico riceve una spinta dalle agenzie di viaggio che, seguendo i loro interessi, organizzano spostamenti di gruppo, fornendo anche interpreti e traduttori. Ci sono aziende che fanno di questo fenomeno un business, offrendo un servizio completo&#8221;, continua il presidente della Fism. &#8220;Succede, però, che non ci siano tutte le garanzie del caso. Infatti, è utile sapere che, per il turismo medico all&#8217;estero, le regole e costi non sono uguali. I regimi autorizzativi sono diversi e non hanno tutti i vincoli che l&#8217;Italia impone, ad esempio, per l&#8217;utilizzo dei materiali sanitari. Qui si garantisce l&#8217;utilizzo dei materiali usati per un certo numero di anni, ma in altri Paesi questa garanzia invece non c&#8217;è”.</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>Il turismo medico non è, in ogni caso, un fenomeno unilaterale: molti stranieri vengono in Italia alla ricerca di cure specifiche, ma lo fanno per vera e propria necessità.</span>Il turismo medico non è, in ogni caso, un fenomeno unilaterale: molti stranieri vengono in Italia alla ricerca di cure specifiche, ma lo fanno per vera e propria necessità. È un tipo di convenienza puramente medica, perché è risaputo che ci si cura bene in determinati posti e quindi ci sposta per questo, non essenzialmente per risparmio economico. “In Veneto o a Pisa ad esempio, ci vanno i russi, alla ricerca di strutture di qualità &#8211; precisa Vimercati -. In Italia ci sono strutture sanitarie adeguate e migliori rispetto alla Russia, che richiamano ed attraggono i pazienti dall&#8217;estero. A Pavia, ad esempio, c&#8217;è il CNAU , dove si fa agroterapia (una terapia innovativa con carbonioni e protoni, <em>ndr</em>): è una struttura molto innovativa, e in tutta Europa ce ne sono solo tre o quattro simili. Pavia diventa così un centro di attrazione. Perché la sanità privata italiana funziona bene ed è rinomata all&#8217;estero”.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Un problema che emerge riguarda, invece, la diversa classificazione di certe patologie da un Paese all&#8217;altro.</mark> “Il linfedema ereditario, ad esempio, in Italia è ritenuto un fatto estetico, e non viene trattato nel nostro sistema sanitario nazionale. In Austria, invece, il linfedema è considerato una patologia vera e propria. L&#8217;Austria, quindi, attrae i cittadini italiani per la malattia e non per l&#8217;estetica. Il cittadino italiano con questa patologia potrà andare a curarsi in Austria, dove troverà assistenza, strutture, strumenti e materiali. In sostanza, si viene a creare una sorta di interscambio tra le nazioni. In questo caso non si può parlare di attrazione del cliente vera e propria: si tratta semplicemente di avere tutte le strutture adatte e a disposizione per il caso specifico e si cerca il luogo che fornisca la massima assistenza possibile”.</p>
<p>Ma qui siamo lontani dal turismo medico. Se proprio, però, ci si indirizzasse verso una gita in clinica alla ricerca di cure più economiche, Vimercati si raccomanda: &#8220;La cosa più importante riguarda la certezza dell&#8217;adozione di tutte le giuste misure di prevenzione e sicurezza da parte della struttura medica. Altrimenti si rischia parecchio, eccome”.</p>
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		<title>Giovanni e l&#8217;eredità della bisnonna</title>
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		<pubDate>Wed, 24 Jan 2018 15:24:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Oscar Toson]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>

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		<description><![CDATA[Nel mezzo del traffico milanese, tra la folla di turisti che si muove tra negozi e bar e il movimento continuo di mezzi in strada, si trova anche lo storico ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Nel mezzo del traffico milanese, tra la folla di turisti che si muove tra negozi e bar e il movimento continuo di mezzi in strada, si trova anche lo storico fioraio della zona oggi gestito da <b>Giovanni Borgonovo</b>. A soli pochi passi dal Duomo e di fianco alla Basilica di San Babila, questo piccolo angolo di verde gestito oggi da Giovanni Borgonovo serve da decenni i clienti che vogliono regalarsi colori e profumi.</p>
<p>“L&#8217;attività è stata avviata dalla mia bisnonna proprio qui, in San Babila”, spiega Giovanni mentre taglia alcuni gambi e li sistema con cura. “Mi sono diplomato, poi ho fatto il militare per via della leva obbligatoria e quando sono tornato ho pensato che continuare l&#8217;attività di famiglia fosse una buona soluzione per il mio futuro &#8211; continua il proprietario &#8211; . Ormai sono 25 anni che svolgo questo mestiere e credo di aver fatto la scelta giusta quella volta”.</p>
<p>“La nostra licenza commerciale penso sia tra le più antiche di Milano, ha circa 120 anni”, sottolinea con orgoglio. “Sempre a conduzione familiare, ma ci sono anche due o tre dipendenti ad aiutarci”. Trovandosi  in una zona centralissima, ma soprattutto vicino a molti negozi di moda e di abbigliamento, Giovanni ci racconta inoltre che molti dei suoi clienti chiedono mazzi e bouquet di fiori per le vetrine delle proprie attività commerciali. <i>“</i>E siamo ben lieti di poterlo fare”, conclude.</p>
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