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	<title>magzine &#187; Luca Barenghi</title>
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	<description>un progetto della Scuola di giornalismo dell&#039;Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano</description>
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		<title>Eroina Italia</title>
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		<pubDate>Sat, 05 Jun 2021 09:56:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Luca Barenghi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Milano]]></category>

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		<description><![CDATA[Sembrava scomparsa, ma solo in apparenza. Parliamo un fenomeno che si pensava superato negli anni ’80 ma che è riemerso nel dibattito pubblico recente grazie a Sanpa,la serie di Netflix ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1600" height="924" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2021/06/GettyImages-691949872-e1563459558583-1600x924.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="GettyImages-691949872-e1563459558583-1600x924" /></p><p>Sembrava scomparsa, ma solo in apparenza. Parliamo un fenomeno che si pensava superato negli anni ’80 ma che è riemerso nel dibattito pubblico recente grazie a Sanpa,<mark class='mark mark-yellow'>la serie di Netflix sulla comunità di San Patrignano che ha riportato all&#8217;attenzione nazionale l’eroina e le tossicodipendenze</mark>. Oggi le storie legate al fenomeno dell’eroina vengono sempre di più considerate fatti di cronaca.</p>
<p>In un anno interessato dalla pandemia, Francesca Manfredi 24enne originaria di Brescia, Maddalena Urbani 20enne originaria di Roma e Maria Chiara Previtali 18enne originaria di Amelia, in provincia di Terni, insieme a Mattia Laurenza, 22 anni, originario di Rufina, provincia di Firenze, sono morti da overdose di eroina e lo spazio dedicato a loro e a questo grave problema sociale ha occupato poche pagine sui media nazionali.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Questa è stata la nostra sfida, provare a rispondere con un talk show ad una domanda: esiste la dipendenza da eroina in Italia oggi?</mark></p>
<h2 style="text-align: center;">Guarda <a href="https://youtu.be/hI5DDWmE7EM">qui</a> il talk show sul nostro canale Youtube</h2>
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		<title>Flats &amp; Hits &#8211; Puntata 6:  The din of the Big Apple</title>
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		<pubDate>Mon, 22 Mar 2021 05:16:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Luca Barenghi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>

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		<description><![CDATA[Durante la lettura di The Din of the Big Apple è altamente consigliato l&#8217;ascolto della Playlist Spotify Flats &#38; Hits: oltre a contenere i brani presenti nell&#8217;articolo, questa manciata di canzoni creerà ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="996" height="715" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2021/03/Progetto-senza-titolo-8.png" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Progetto senza titolo-8" /></p><p><i>Durante la lettura di </i><b><i>The Din of the Big Apple</i></b><i> è altamente consigliato l&#8217;ascolto della Playlist Spotify </i><strong style="font-style: italic;">Flats &amp; Hits</strong><i>: oltre a contenere i brani presenti nell&#8217;articolo, questa manciata di canzoni creerà infatti la giusta immersione nelle atmosfere </i><em>raccontate.</em></p>
<p>Con l’arrivo degli anni ’70, il tramonto della <em>Summer of Love</em> e dei grandi festival musicali – <strong>Monterey</strong> (1967), <strong>Woodstock </strong>(1969) l’<strong>Isola di Wight</strong> (1970) – calò come una pietra tombale sul sogno <em>hippie</em> a base di “pace, amore libero e psichedelia”. <mark class='mark mark-yellow'>Le proteste nei licei, campus e ghetti neri di tutta America per la politica del Presidente <strong>Richard Nixon</strong></mark>, il costante spettro della <mark class='mark mark-yellow'><strong>Guerra del Vietnam</strong></mark><strong> </strong>e le morti eccellenti di musicisti come <strong>Jimi Hendrix</strong>, <strong>Janis Joplin</strong> e <strong>Jim Morrison</strong>(tutti morti a soli 27 anni) <mark class='mark mark-yellow'>svegliarono infatti milioni di ragazzi e ragazze dalla dolce storia degli anni ’60</mark>.</p>
<p>Una spirale discendente verso un terribile presente dal quale i Velvet Underground trassero ispirazione per i dischi successivi a <em>The Velvet Underground &amp; Nico</em>. Lavori pervasi sempre più da sentimenti come solitudine, depressione ed alienazione alla quale tantissimi giovani cercarono di “mettere una pezza” affondando le proprie frustrazioni nell’abuso di alcool e droghe. <mark class='mark mark-yellow'><strong><em>White Light/White Heat</em></strong> (1968), <strong><em>The Velvet Underground</em></strong> (1969) e <strong><em>Loaded</em></strong> (1970) restano tutt’ora la colonna sonora più cruda di quel confusionario periodo di transizione non solo per gli Stati Uniti</mark>.<a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2021/03/Puntata-05-Chelsea-Hotel-5.jpg"><img class="aligncenter wp-image-51083" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2021/03/Puntata-05-Chelsea-Hotel-5-300x196.jpg" alt="Puntata 05 - Chelsea Hotel 5" width="700" height="458" /></a>Inaugurati dal burrascoso scioglimento del suo gruppo, i primi anni Settanta furono un momento molto complicato per <strong>Lou Reed</strong>. Il cantante, reduce di un forte esaurimento nervoso, pubblicò infatti nell’aprile 1972 l’eponimo esordio solista <strong><em>Lou Reed</em></strong>. Dopo essere tornato nella casa dei suoi genitori a <strong>Long Island</strong> e sull’orlo di un nuovo crollo psicologico, venne soccorso da un collega d’eccezione. <mark class='mark mark-yellow'><em style="font-weight: bold;">Transformer</em></mark>, la sua opera seconda datata novembre ‘72, <mark class='mark mark-yellow'>venne infatti prodotta da <strong>David Bowie</strong></mark>, reduce dal successo del suo album-monumento <strong><em>The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars</em></strong> (1972). Questi chiamò a raccolta anche <strong>Mick Ronson</strong>, il chitarrista con il quale aveva inciso pochi mesi prima il suo quinto disco, a cui affidò l’intero arrangiamento di <em>Transformer</em>. Il risultato? Un album capace di rilanciare la carriera Lou Reed grazie ad un’armata di singoli di successo destinati a diventare delle vere e proprie pietre miliari.</p>
<p>Attingendo a piene mani dalle storie dei pittoreschi personaggi incontrati pochi anni prima al <strong>Factory</strong> di <strong>Andy Warhol</strong> e al <strong>Chelsea Hotel</strong>, il cantautore newyorkese<span class='quote quote-left header-font'>I primi anni &#8217;70 furono un periodo difficile per Lou Reed. Il cantautore newyorkese riuscì ad uscirne grazie al successo del suo secondo album solista <i>Transformer</i></span> fu capace di sfornare brani come <mark class='mark mark-yellow'><strong><em>Walk on the Wild </em>Side</strong>: una canzone che grazie ai suoi più o meno velati riferimenti a temi come transessualità, prostituzione maschile e abuso di sostanze stupefacenti divenne il manifesto del <em>lato selvaggio</em> della Grande Mela</mark>. Anche <mark class='mark mark-yellow'><strong><em>Perfect Day</em></strong>, altro pezzo forte del disco, è caratterizzato da una grande ambiguità</mark>. Entrata sin dalla sua pubblicazione nel pantheon delle più celebri <em>rock ballads</em> di sempre, la canzone, dietro al tenero resoconto delle emozioni e dei dubbi di un uomo che passa il pomeriggio in compagnia della sua fidanzata, nasconde una realtà ben diversa. Secondo alcune interpretazioni la traccia racconterebbe infatti la “relazione” del cantante newyorkese con le sostanze stupefacenti: <mark class='mark mark-yellow'>un’ode all’eroina, alla sua capacità di annientare chi ne fa uso e alla paura di una vita senza estasi in endovena</mark>.<a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2021/03/Puntata-05-Chelsea-Hotel-6.png"><img class="aligncenter wp-image-51084" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2021/03/Puntata-05-Chelsea-Hotel-6-300x193.png" alt="Puntata 05 - Chelsea Hotel 6" width="700" height="451" /></a>Un rilancio artistico, quello di Reed, incarnato anche da un drastico cambio di look. Niente più chioma di riccioli neri, camicie hipster e occhialoni scuri: <mark class='mark mark-yellow'>con l’arrivo di <em>Transformer</em> l’ex leader dei Velvet Underground iniziò a calcare i palchi di tutti gli Stati Uniti con capelli ossigenati, completi di pelle nera e occhiaie dipinte e nascoste dietro alle lenti a specchio dei suoi Ray-Ban Aviator</mark>. Una versione glam rock del <em>Frankenstein</em> di <strong>Boris Karloff</strong>, soprannominato dal pubblico e della critica musicale di quegli anni come <mark class='mark mark-yellow'><em>Dachau Panda</em></mark>. Un “angelo del male” partorito dal grembo caotico della New York degli anni ’70 e capace, come scrisse il celebre critico musicale <strong>Lester Bangs</strong>, di «dare dignità, poesia e Rock &#8216;N&#8217;Roll all&#8217;eroina, allo speed, all&#8217;omosessualità, al sadomasochismo, all&#8217;omicidio, alla misoginia, all&#8217;inettitudine e al suicidio».</p>
<p>Oltre all’epopea dei Velvet Underground e del loro leader, tra le stanze Chelsea nacque anche una delle <em>one night stand</em> più celebri nella storia del Rock: quella tra <mark class='mark mark-yellow'><strong>Leonard Cohen</strong> e <strong>Janis Joplin</strong></mark>. Dopo averla conosciuta in uno degli ascensori dell’albergo il cantautore canadese, stregato dallo spirito ribelle della collega, passò con lei una notte di sesso nella suite numero 411, la preferita dalla cantante texana. <mark class='mark mark-yellow'>Un’avventura di una sola notte raccontata da Cohen anni dopo nella struggente e passionale <strong><em>Chelsea Hotel #2</em></strong>, seconda traccia del suo quarto album in studio <strong><em>New Skin for the Old Ceremony</em></strong> (1974)</mark>.<a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2021/03/Puntata-05-Chelsea-Hotel-7.png"><img class="wp-image-51085 aligncenter" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2021/03/Puntata-05-Chelsea-Hotel-7-300x187.png" alt="Puntata 05 - Chelsea Hotel 7" width="700" height="438" /></a><mark class='mark mark-yellow'>Alcuni anni dopo l’albergo di Manhattan fece da sfondo ad un’altra tragica storia d’amore. Il 12 ottobre 1978 <strong>Nancy Spungen</strong></mark>, groupie e figura di spicco del movimento punk al di qua e al di là<span class='quote quote-left header-font'>Quella tra Janis Joplin e Leonard Cohen è ancora oggi una delle <i>one night stand</i> più celebre nella storia della musica</span> dell’Atlantico, <mark class='mark mark-yellow'>morì dissanguata nel bagno della room #100 del Chelsea a soli 20 anni</mark>. Dopo essersi svegliato e aver visto la ragazza riversa sotto il lavandino del bagno con un colpo mortale da taglio all&#8217;addome, <strong>John Simon Ritchie</strong> – in arte <mark class='mark mark-yellow'><strong>Sid Vicious</strong></mark> –, bassista dei <strong>Sex Pistols </strong>e fidanzato della Spungen, chiamò subito la polizia. Alle forze dell’ordine negò il proprio coinvolgimento nella morte della giovane, affermando di non ricordare nulla della sera prima, passata a bere e farsi di eroina. Tuttavia, torchiato dalle domande sempre più insistenti degli inquirenti, cedette alla pressione e ammise la propria colpevolezza: responsabilità mai completamente confermata e ancora oggi oggetto di discussione tra i fan e gli storici della musica.</p>
<p>Arrestato per omicidio di secondo grado Ritchie venne scarcerato su cauzione, completamente pagata dalla <strong>EMI</strong>, l’etichetta discografica dei Sex Pistols. Dopo il rilascio, avvenuto pochi giorni dopo il funerale della sua fidanzata, il musicista entrò in una ripida <em>downward spiral</em> durante la quale prima tentò di suicidarsi con un rasoio da barba poi, qualche sera dopo, ruppe un bicchiere in testa a un ragazzo di nome <strong>Todd</strong>, fratello di <strong>Patti Smith</strong>. La discesa verso gli inferi del rocker culminò con la sua morte avvenuta il <mark class='mark mark-yellow'><strong>12 ottobre 1979</strong></mark>. Quella sera <mark class='mark mark-yellow'>Vicious, durante la festa per la sua scarcerazione, andò in overdose a causa di una massiccia dose di eroina fornitagli da sua madre. Venne salvato dall’intervento di Michelle Robinson, una sua coetanea presente al party. Nonostante il pericolo scampato, il bassista decise di farsi altre due volte, morendo nel sonno poco dopo</mark>. Come il grande amore della sua vita aveva solo 20 anni: l’ultimo atto di un riadattamento in chiave <em>Sesso, Dorga e Rock ‘N’ Roll</em> di <strong>Romeo &amp; Giulietta</strong>.<a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2021/03/Puntata-05-Chelsea-Hotel-8.png"><img class="alignnone wp-image-51086" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2021/03/Puntata-05-Chelsea-Hotel-8-300x128.png" alt="Puntata 05 - Chelsea Hotel 8" width="700" height="300" /></a>Più di 50 anni dopo le pareti del Chelsea sono ancora oggi intrise di quelle storie, aneddoti e voci capaci di renderlo un’icona della cultura moderna. <span class='quote quote-left header-font'>La morte di Sid Vicious e Nancy Spungen fu l&#8217;inevitabile ultimo atto di un adattamento in chiave &#8220;sesso, droga e rock &#8216;n&#8217; roll&#8221; dell&#8217;opera shakespeariana <i>Romeo e Giulietta</i></span>Dalla vita bohémien degli scrittori della beat generation al sogno infranto della filosofia hippie degli anni ’50 e ‘60 fino l’edonismo punk tra i ’70 e gli ’80: <mark class='mark mark-yellow'>il rosso hotel di Manhattan è il palazzo reale della controcultura americana del XX secolo. Un luogo leggendario e bizzarro tanto quanto <strong>Stanley Bard</strong>, il suo storico manager, il cui nome è conosciuto a New York tanto quanto l’albergo da lui gestito</mark>. Un uomo divenuto un mecenate per decine di artisti provenienti da tutto il mondo, attratti dalle promesse della città che non dorme mai.</p>
<p>Nel corso degli anni, barattando opere d’arte barattate in cambio di affitti mai pagati, ha reso la lobby del suo hotel un atelier pittoresco tanto quanto quello di Andy Warhol. Una moltitudine di colori, stili e forme che ben riflettono la varietà di persone passate tra le stanze e i corridoi del Chelsea senza mai essere giudicate in alcun modo da Bard. Leonard Cohen disse infatti in merito al boss dell’hotel «Potevi arrivare di fronte alla reception con tre donne nude, un orso e un nano: Stanley non alzava neppure un sopracciglio. Ti consegnava la chiave della camera e ti diceva &#8216;Buonanotte, signore!&#8217;».<a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2021/03/Puntata-05-Chelsea-Hotel-9.jpg"><img class="aligncenter wp-image-51087" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2021/03/Puntata-05-Chelsea-Hotel-9-300x225.jpg" alt="Puntata 05 - Chelsea Hotel 9" width="700" height="525" /></a></p>
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<p><iframe width="300" height="380" allowtransparency="true" frameborder="0" allow="encrypted-media" title="Spotify Embed: Flats &amp; Hits" src="https://open.spotify.com/embed/playlist/2Bixa5NileCycVrwiMWtMg?si=gEoHEk3tSe-UqMkCHOGzxQ"></iframe></p>
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		<title>Flats &amp; Hits &#8211; Puntata 5: Il lato oscuro di New York</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Mar 2021 05:02:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Luca Barenghi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>

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		<description><![CDATA[Durante la lettura de Il lato oscuro di New York è altamente consigliato l&#8217;ascolto della Playlist Spotify Flats &#38; Hits: oltre a contenere i brani presenti nell&#8217;articolo, questa manciata di canzoni ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1000" height="813" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2021/02/Puntata-05-Chelsea-Hotel.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Puntata 05 - Chelsea Hotel" /></p><p><em>Durante la lettura de <b>Il lato oscuro di New York</b> è altamente consigliato l&#8217;ascolto della Playlist Spotify <strong>Flats &amp; Hits</strong>: oltre a contenere i brani presenti nell&#8217;articolo, questa manciata di canzoni creerà infatti la giusta immersione nelle atmosfere </em><em>raccontate.</em></p>
<p>Tra la <strong>Seven</strong> e la <strong>Eight Avenue</strong> di <strong>Chelsea</strong>, quartiere simbolo di <strong>Manhattan</strong>, sorge un vecchio albergo fatto di mattoni rossi, raffinati balconi in ferro battuto e bovindi incastonati nella sua facciata come gemme preziose sulla corona di un re. <mark class='mark mark-yellow'>Progettato dall&#8217;architetto Philip Hubert e costruito tra il 1883 e il 1885 il <a href="https://www.google.com/maps/place/Chelsea+Hotel/@40.743968,-73.9982767,625m/data=!3m2!1e3!4b1!4m8!3m7!1s0x89c259bb3d32079b:0xadcc411fd60be9aa!5m2!4m1!1i2!8m2!3d40.7440973!4d-73.9960482"><strong><em>Chelsea Hotel</em></strong></a>, svettando con i suoi 55 metri sulla trafficatissima <strong>23rd Street</strong>, fu per un breve lasso di tempo l’edificio più alto di <strong>New York</strong></mark> (titolo strappatogli nel 1889 e per un solo piano dalla storica sede del <a href="https://www.google.com/maps/place/41+Park+Row,+New+York,+NY+10038,+Stati+Uniti/@40.7116066,-74.0087467,626m/data=!3m2!1e3!4b1!4m5!3m4!1s0x89c25a227fba1943:0xd9d4299d1a6dc6a2!8m2!3d40.7116066!4d-74.006558"><strong><em>New York Times</em></strong> </a>al <strong>civico 41 di Park Row</strong>). Questo edificio, anonimo e vistoso allo stesso tempo, sin dai primi anni del Novecento divenne uno dei cuori pulsanti dell’<em>American culture</em>.</p>
<p>Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del secolo successivo fece parte di un esperimento ideato dalla <strong>Hubert, Pirrson &amp; Company</strong>, l’impresa edile che lo aveva costruito. I due architetti crearono infatti la <strong>Hubert Home Club </strong>una filiera di abitazioni low-cost, utilizzata come alloggio da moltissimi artisti squattrinati e basata sulla condivisione di beni e servizi: un modello di convivenza ripreso dalle teorie del socialismo utopista di Charles Forier. Sorto nel cuore del vecchio <strong>Theatre Distric </strong>della <em>Big Apple</em>, l’esperimento di <strong>Philip Hubert</strong> e <strong>James Pirsson</strong> si concluse nei primi anni del Novecento a causa di croniche difficoltà economiche aggravate dall’apertura di un altro quartiere, <strong>Upper Manhattan</strong>, che con la sua abbondante offerta di case, teatri e sale concerto nuovi di zecca fece naufragare l’esperimento socialista dei due architetti.<a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2021/02/Puntata-05-Chelsea-Hotel-1.jpg"><img class="aligncenter wp-image-50723" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2021/02/Puntata-05-Chelsea-Hotel-1-300x196.jpg" alt="Puntata 05 - Chelsea Hotel 1" width="600" height="393" /></a><mark class='mark mark-yellow'>Nel 1905 il Chelsea venne convertito alla funzione per la quale è famoso tutt’ora, quella di hotel. Con il passare degli anni, diventò uno dei simboli della metà marcia della Grande Mela</mark>, quella popolata da reietti e figli bastardi di quella società perbenista statunitense incapace di aspettare chi non si adegua ai suoi ritmi. Il lato nascosto di una città tanto bella quanto dannata che,<span class='quote quote-left header-font'>Costruito nel 1885 dagli architetti Philip Hubert e James Pirsson, il Chelsea Hotel fu per un breve lasso di tempo l&#8217;edificio più alto di New York</span> con il suo fascino perverso, ha attirato a sé tantissimi giovani. Migliaia di ragazzi e ragazze sedotti e illusi dall’assoluta assenza di inibizioni sociali e sessuali da sempre presente nel <strong>West Side</strong> di Manhattan. <mark class='mark mark-yellow'>Da <strong>Frida Kahlo</strong> a <strong>Willem de Kooning</strong>, da <strong>Arthur C. Clarke</strong> a <strong>Jack Kerouac</strong></mark> (che tra le mura dell’albergo scrissero rispettivamente la sceneggiatura di <strong><em>2001: Odissea nello Spazio</em></strong> e il romanzo <strong><em>Sulla Strada</em></strong>) <mark class='mark mark-yellow'>da <strong>Stanley Kubrick</strong> a <strong>Miloš Forman</strong>, da <strong>Bob Dylan</strong> a <strong>Jimi Hendrix</strong>: la lista di pittori, scrittori, registi e musicisti passati nelle camere di questo straordinario hotel è davvero impressionante</mark>.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>L’artista che riuscì a legare maggiormente il proprio nome ai rossi muri del Chelsea fu però <strong>Andy Warhol</strong></mark>. Giunto nella <em>Big Apple</em> dopo essersi laureato al <strong>Carnegie Institute of Technology</strong> di <strong>Pittsburgh</strong>, sua città natale, il futuro padrino della <strong>Pop art </strong>cominciò a costruire la propria fama lavorando come designer di moda e collaborando con riviste leader del settore come<i> Vogue</i> e <i>Glamour</i>. A partire dal ’62 Warhol decise di mettersi in proprio e creare uno studio tutto suo dove poter sperimentare e far crescere il proprio talento creativo. Fu questo l’atto di fondazione di uno dei luoghi più influenti dell’arte del XX Secolo. <mark class='mark mark-yellow'>Costruito al quinto piano del palazzo al <strong>civico 231</strong> della <strong>East 47th Street</strong>, <a href="https://www.google.com/maps/place/231+E+47th+St,+New+York,+NY+10017,+Stati+Uniti/@40.7534145,-73.9729212,625m/data=!3m2!1e3!4b1!4m5!3m4!1s0x89c258e2a9c8d631:0x60308f6477599e0b!8m2!3d40.7534145!4d-73.9707325"><strong><em>The Facotry </em></strong></a>fu il luogo dove l’artista di Pittsburgh teneva le macchine serigrafiche dalle quali uscirono i suoi lavori più celebri come le serie di stampe <strong><em>Campbell&#8217;s Soup Cans</em></strong> e <strong><em>Marylin Monroe</em></strong></mark>.</p>
<p>Situati ai lati opposti di <strong>Lower Manhattan</strong> il Chelsea Hotel e l’atelier di Warhol furono i due ambienti newyorkesi tra i quali i personaggi più importanti della controcultura mondiale fecero da spola per buona parte degli anni ’60. I due edifici, ancora oggi intrisi di tutto il genio e la sregolatezza da essi ospitati, divennero due <em>melting pot</em> incredibilmente stimolanti per arte, letteratura, cinema e musica. Tutto questo condito da una circolazione spropositata di sostanze stupefacenti, utilizzate molto spesso dai frequentatori del Chelsea e del Factory come <em>boost</em> creativo.<a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2021/02/Puntata-05-Chelsea-Hotel-2.jpg"><img class="aligncenter wp-image-50724" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2021/02/Puntata-05-Chelsea-Hotel-2-300x202.jpg" alt="Factory Panorama with Andy" width="600" height="405" /></a><mark class='mark mark-yellow'>Uno dei sodalizi più celebri nati, cresciuti e tramontati sul lato sporco delle strade newyorkesi è quello tra Andy Warhol e quattro ragazzi che in quegli anni stavano suonando in piccoli locali e refettori di scuole superiori tra il Greenwich Village e il New Jersey. Il loro nome era <strong>Velvet Underground</strong></mark>. È la sera del 15 dicembre 1965 e la band – composta da <strong>Maureen “Moe” Tucker</strong> (batteria), <strong>Sterling Morrison </strong>(basso), <strong>John Cale </strong>(pianoforte e violino) e dal leader <strong>Lewis Allan “Lou” Reed </strong>(voce e chitarra) – riesce ad esibirsi per la prima volta come <em>headliner</em> al <a href="https://www.google.com/maps/place/106+W+3rd+St,+New+York,+NY+10012,+Stati+Uniti/@40.7300526,-74.0018816,626m/data=!3m2!1e3!4b1!4m5!3m4!1s0x89c259919c60ca09:0x8e046fbeaa31df28!8m2!3d40.7300526!4d-73.9996929"><em><strong>Café Bizarre</strong></em></a>, storico locale a nord di <strong>Soho</strong> e punto di ritrovo<span class='quote quote-left header-font'>Insieme al Chelsea Hotel, il <i>Factory</i> di Andy Warhol fu, tra la fine degli anni &#8217;60 e l&#8217;inizio dei &#8217;70, il centro pulsante della controcultura statunitense</span> per eccellenza della comunità <em>beatnik </em>degli anni ’50. Al concerto è presente <strong>Paul Morrissey</strong> regista, amico di Andy Warhol e assiduo frequentatore del suo atelier. Estasiato dal sound e dai testi portati in scena della band – al limite dell’osceno per quegli anni – consiglia al padrone del Factory di ingaggiare <em>Reed &amp; Co.</em> come possibile <em>resident band</em> per il suo studio.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>L’incontro con il genio della Pop art cambiò drasticamente il destino del gruppo</mark>. La sua reputazione artistica aiutò non poco i quattro musicisti nel farsi un nome negli ambienti underground della Grande Mela, facendoli passare in un battito di ciglia dai marciapiedi dei bassifondi newyorkesi agli ambienti stimolanti di atelier artistici e le stanze del Chelsea Hotel. <mark class='mark mark-yellow'>Dopo esserne divenuto il manager Warhol consigliò alla band di ingaggiare come membro ausiliario l’attrice e modella tedesca <strong><em>Nico</em></strong>, una delle sue muse ispiratrici</mark>. La ragazza era giunta pochi mesi prima negli Stati Uniti al seguito di <strong>Brian Jones</strong>, chitarrista dei <strong>Rolling Stones</strong> e suo fidanzato.<a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2021/02/Puntata-05-Chelsea-Hotel-3.png"><img class="wp-image-50726 aligncenter" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2021/02/Puntata-05-Chelsea-Hotel-3-300x196.png" alt="Puntata 05 - Chelsea Hotel 3" width="600" height="393" /></a>Con questa formazione ibrida <mark class='mark mark-yellow'>il quintetto fu il protagonista di uno dei progetti più bizzarri e visionari di tutti gli anni ’60: l’<em style="font-weight: bold;">Exploding Plastic Inevitable</em></mark>. Andato in scena in alcuni locali tra Los Angeles e New York durante il 1966, lo show era una versione moderna dei quadri più visionari del pittore fiammingo <strong>Hieronymus Bosch</strong>. Durante lo spettacolo proiezioni non-stop di diapositive, luci stroboscopiche e cortometraggi prodotti dalla Factory si intervallavano a danze lascive di ballerini spremuti dentro costumi sadomaso e armati di frustino. <span class='quote quote-left header-font'>L&#8217;incontro tra Andy Warhol e i Velvet Underground diede vita ad uno dei sodalizi artistici più straordinari nella storia della musica non solo rock</span>Tutto questo mentre in un angolo della stanza i Velvet Underground creavano un sottofondo musicale intessendo lunghe jam sature di distorsioni e suoni sporchi come i barboni agli angoli delle strade di Manhattan. L’evento, vera e propria pietra miliare della cultura <em>made in the Sixties</em>, fu interrotto più volte dalle forze dell’ordine per «disturbo della quiete, spaccio e consumo di sostanze stupefacenti».</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Dopo l’avventura avanguardistica dell’Exploding Plastic Inevitable, Warhol decise di consolidare ulteriormente il rapporto con la band affidandogli la colonna sonora di <strong><em>Chelsea Girls</em></strong>, il suo primo successo commerciale cinematografico</mark> giunto dopo una lunga serie di cortometraggi sperimentali e d’avanguardia. Il film narra la vita di tutti i giorni di alcune donne che in quel periodo vivevano al Chelsea Hotel tra le quali compare anche la &#8220;venere tedesca&#8221;<em> </em>Nico la quale nel 1967 avrebbe pubblicato il suo album d’esordio, con lo stesso titolo della pellicola diretta da Warhol.<img class="wp-image-50727 size-full aligncenter" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2021/02/Puntata-05-Chelsea-Hotel-4.jpg" alt="Puntata 05 - Chelsea Hotel 4" width="600" height="400" />Galvanizzato dalla buona riuscita del suo film il padrino della Pop Art decise che era ormai giunto il momento per Reed &amp; soci di registrare un disco. Nell’aprile del 1966, dopo due giorni di lavori non-stop nei malridotti Scepter Studios sulla <strong>54th Street</strong>, la band riuscì a realizzare uno dei 33 giri più influenti nella storia della musica. <mark class='mark mark-yellow'>Pubblicato il <strong>12 marzo </strong>del<strong> 1967</strong></mark> dalla piccola etichetta indipendente <strong>Verve Records</strong>, <mark class='mark mark-yellow'><strong><em>The Velvet Underground &amp; Nico</em></strong> fu un lavoro capace di gettare le basi per infiniti generi e sottogeneri del rock: dal punk alla new wave passando per l’alternative e l’indie</mark>.</p>
<p>Al sound grezzo e minimalista presente nelle sue undici tracce fanno da contraltare testi morbosi, in grado di narrare come mai prima le perversioni, il degrado ma soprattutto l’alienazione della vita metropolitana. Dall’attesa per lo spacciatore di fiducia<span class='quote quote-left header-font'><i>The Velvet Underground &amp; Nico</i>, l&#8217;album di debutto dei Velvet Underground, è stato un disco capace di gettare le basi per generi come il punk, la new wave e l&#8217;alternative rock</span> di <strong><em>I’m Waiting for the Man</em></strong> ai travestiti eroinomani di <strong><em>Run Run Run</em></strong> fino alla vera e propria odissea sensoriale sgorgata da un ago nella vena di <strong><em>Heroin,</em></strong> <mark class='mark mark-yellow'>il debutto nel mondo discografico dei Velvet Underground offre il crudo ritratto di una New York simile ad una moderna Sodoma</mark>. Un’eredità artistica, quella incarnata da <em>The Velvet Underground &amp; Nico</em>, sintetizzata da <strong>Brian Eno</strong> durante un’intervista rilasciata a <strong>Kristine McKenna</strong> per il magazine Musician: «L&#8217;altro giorno stavo parlando con Lou Reed, e mi ha detto che il primo album dei Velvet Underground ha venduto solo 30.000 copie nei primi 5 anni. È stata un&#8217;incisione talmente importante per così tante persone: sono convinto che ciascuno di quei 30.000 che l’hanno comprato ha fondato una band».</p>
<p><iframe width="300" height="380" allowtransparency="true" frameborder="0" allow="encrypted-media" title="Spotify Embed: Flats &amp; Hits" src="https://open.spotify.com/embed/playlist/2Bixa5NileCycVrwiMWtMg?si=A9Cqu5fvRCCu13bZUMVYlg"></iframe></p>
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		<title>Le cronache del divano Sanremo&#8230; On the sofa! (Parte 2)</title>
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		<pubDate>Thu, 04 Mar 2021 17:25:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Luca Barenghi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Milano]]></category>

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		<description><![CDATA[La seconda serata del festival di Sanremo, Nuove Proposte a parte, ha visto un netto peggioramento della qualità delle canzoni presentate dagli altri 13 Campioni in gara. La seconda parte ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1074" height="720" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2021/03/Progetto-senza-titolo-7.png" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Progetto senza titolo-7" /></p><p>La seconda serata del festival di<strong> Sanremo</strong>, <strong>Nuove Proposte</strong> a parte, ha visto un netto peggioramento della qualità delle canzoni presentate dagli altri 13 <strong>Campioni</strong> in gara. <mark class='mark mark-yellow'> La seconda parte della manifestazione canora più amata dagli italiani è stata un lazzaretto di canzoni, decisamente meno forti e fresche rispetto a quelle presentate martedì scorso</mark>.</p>
<p>Anche l&#8217;ormai famigerata coppia <i style="font-weight: bold;">Amarello</i> è sembrata arrancare rispetto al debutto: sarà colpa dell&#8217;assenza di <strong>Zlatan Ibrahimović</strong>? <mark class='mark mark-yellow'> La vera stella della serata è stata l&#8217;ospite principale <strong>Elodie</strong></mark>. La cantante romana, armata di una lunghissima coda di cavallo e spacchi da capogiro, ha portato sul palco dell&#8217;<strong>Ariston</strong> un infuocato medley/mashup in compagnia del corpo (mozzafiato) di ballo di Sanremo. Meno forte il monologo sulle sue origini nella periferia della Capitale. È l&#8217;emozione, ci sta. Bellissima, radiosa e, tutto sommato, brillante, ha strappato una cascata di applausi a scena aperta (anche se pre-registrati).</p>
<p><strong><em>ORIETTA BERTI – QUANDO TI SEI INNAMORATO</em></strong></p>
<p>Luca: 55 anni di carriera e sentirli tutti. La canzone suona datata, troppo datata: avrebbe potuto tranquillamente partecipare alla prima edizione del Festival vinta da Nilla Pizzi nel ’51 e nessuno avrebbe battuto ciglio. VOTO: 5</p>
<p>Emiliano: Simpaticissima. Mi fermo qui. VOTO: 4,5</p>
<p><strong><em>BUGO – E INVECE SÌ</em></strong></p>
<p>L: Il grande pezzo del riscatto post-<em>dov’è Bugo?</em> si rivela forse la più grande delusione dell’intera serata. Prendete uno scimmiottamento a metà strada tra Battisti e Vasco e condite il tutto con uno stile di canto indigesto a molti… E avrete ottenuto una bella frittata! VOTO: 4,5</p>
<p>E: È stonato, senza Morgan non lo avrebbe considerato nessuno. Che figo Morgan. Peccato però che stasera sul palco dell&#8217;Ariston ci sia Bugo lo sfigato e che la canzone più bella e &#8220;sincera&#8221; della serata sia la sua. Qui ci senti Battisti, Vasco, Jannacci e Celentano. Qui ci senti il ritornello più riuscito del Festival. E tutta la poesia di Cristian Bugatti (&#8220;Voglio immaginarmi che anche un dittatore, s&#8217;innamora, vomita e poi si commuove&#8221;). VOTO: 8</p>
<p><strong><em>GAIA – CUORE AMARO</em></strong></p>
<p>L: La &#8220;commercialata&#8221; di quest’anno. Sarà per l’abito, sarà per il balletto sarà per il sound latineggiante ma mi ricorda molto un brano presentato al Festival di un anno fa da una rampolla di un noto marchio di supercar. In tre parole: copia e incolla. Voto: 4,5</p>
<p>E: L&#8217;interprete è sensuale ed elegante. Certo, non ha un briciolo dell&#8217;ironia e della strafottenza di una Elettra Lamborghini, per dire. E la musica qui davvero scompare: me guasta el corazón. VOTO: 4,5</p>
<p><strong><em>LO STATO SOCIALE – COMBAT POP</em></strong></p>
<p>L: Sicuramente uno dei pezzi con il ritornello più <em>catchy</em> presentati quest’anno. Ti entra in testa e non si schioda. Avrei evitato il teatrino di contorno, un po’ “Arturo Brachetti”, un po’ “David Copperfield” (le virgolette in questo caso sono d’obbligo). D’altronde questo è il loro stile. VOTO: 6,5</p>
<p>E: Non li ho mai amati. Ma stavolta rinunciano al tormentone furbetto, citano i Clash e si divertono sul serio. Tra il punk, l&#8217;indie e il demenziale, nel senso migliore del termine. VOTO: 7</p>
<p><strong><em>LA RAPPRESENTANTE DI LISTA – AMARE</em></strong></p>
<p>L: L’arrangiamento di Dardust (che come sempre non ne sbaglia mezza manco a pagare) si incastra come la tessera di un puzzle con la voce di Veronica, la cantante del gruppo. Lei è un vero animale da palcoscenico e si vede. VOTO: 7,5</p>
<p>E: La delusione della serata. Molto teatrali, ma la canzone fatica ad arrivare e a incidere. Tra tutte le novità di quest&#8217;anno, mi sembrano quelli più fuori posto. VOTO: 5,5</p>
<p><strong><em>MALIKA AYANE – TI PIACI COSÌ</em></strong></p>
<p>L: Un brano che ha come forza trainante una buona miscela di pop tradizionale e timidi echi di disco music ed elettronica. Malika si sovrappone bene con la sua voce e strappa un ritornello che centra il bersaglio. VOTO: 6,5</p>
<p>E: Altra delusione. Canzone troppo, troppo debole per una voce così potente ed espressiva. Che spreco. VOTO: 5</p>
<p><strong><em>ERMAL META – UN MILIONE DI COSE DA DIRTI</em></strong></p>
<p>L: Brano fatto bene, cantato ancora meglio ma un po’ banale. Non c’è niente di sbagliato e niente che faccia dire “Wow!”. Rispetto a <em>Non mi avete fatto niente </em>il divario è veramente enorme. Liscio ed inodore come una patata. VOTO: 6</p>
<p>E: Canzone d&#8217;amore ben scritta e priva di colpi di scena. Efficace e prevedibile. Senza infamia e senza lode. VOTO: 6</p>
<p><strong><em>EXTRALISCIO FEAT. DAVIDE TOFFOLO – BIANCA LUCE NERA</em></strong></p>
<p>L: Un po’ balera, un po’ Vinicio Capossela, un po’ luce bianca e un po’ luce nera. I supereroi della musica da balera nostrana, in compagnia del leader dei <em>Tre allegri ragazzi morti</em>, sfornano una canzone con echi gitani sorprendentemente ballabile. VOTO: 7</p>
<p>E: Qui invece c&#8217;è la stravaganza del suono global che incontra la balera, la poesia di Toffolo che incrocia il sapore della Romagna e della malinconia. Originali, coltissimi. VOTO: 7,5</p>
<p><strong><em>RANDOM – TORNO A TE</em></strong></p>
<p>L: Simpatico eh. Però la canzone sembra fatta da urla provenienti da una sala parto. Lamento dovuto alle tipiche pene d’amore adolescenziali. Non vedi l’ora che il travaglio finisca. VOTO: 3,5</p>
<p>E: Qui invece è davvero tutto sbagliato. Testo, interpretazione, arrangiamento: tutto abbondantemente sotto il livello minimo di decenza. VOTO: 3</p>
<p><strong><em>FULMINACCI – SANTA MARINELLA</em></strong></p>
<p>L: Fulminacci, come gli orsi del parco di Yosemite, fruga negli avanzi dell’indie di ormai quasi dieci anni fa e tira fuori una canzone manierista e lagnosa. VOTO: 4</p>
<p>E: La degenerazione dell&#8217;indie romanesco. Un pezzo davvero inconsistente. VOTO: 4</p>
<p><strong><em>WILLIE PEYOTE – MAI DIRE MAI (LA LOCURA)</em></strong></p>
<p>L: Quota rap della seconda serata il signor Bruno sforna l’unico brano, assieme a quello della coppia Colapesce e Dimartino, focalizzato sui duri postumi che la pandemia ha lasciato nelle vite di tutti noi. Forse non lo fa con troppa incisività – “Riapriamo gli stadi ma non teatri né live” – ma il ritornello è forte. VOTO: 7</p>
<p>E: Il rapper intellettuale di Torino convince ma non entusiasma. L&#8217;unico pezzo polemico e politico di quest&#8217;anno. Ma non va mai al di là di un generico spirito filo-grillino. Insieme a Bugo, però, è il ritornello più divertente. VOTO 6,5</p>
<p><strong><em>GIO EVAN – ARNICA</em></strong></p>
<p>L: Una brutta canzone, scritta male e interpretata peggio. Se questa roba è poesia siamo messi veramente male. VOTO: 3</p>
<p>E: Qualche intuizione nel testo, arrangiamento accettabile. Ma mancano il mordente e il carattere, la voglia e la consapevolezza reale di essere sul palco dell&#8217;Ariston. VOTO: 5</p>
<p><strong><em>IRAMA – LA GENESI DEL TUO COLORE</em></strong></p>
<p>L: La tristezza di non vederlo esibirsi in diretta è l’ennesima bega che questo fottuto virus ha voluto regalare al Festival di Sanremo. Un vero peccato perché la canzone, oltre ad essere la più eclettica e moderna della serata, centra appieno il suo obbiettivo: far ballare le persone. VOTO: 7,5</p>
<p>E: Il grande assente. Ed è un peccato. Perché in questo pezzo sembra una vera popstar anni ‘90 adattata ai giorni nostri e ai gusti di oggi. Grintoso e danzereccio. VOTO: 7</p>
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		<title>Le cronache del divano Sanremo&#8230; On the sofa! (Parte 1)</title>
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		<pubDate>Wed, 03 Mar 2021 13:57:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Luca Barenghi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Milano]]></category>

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		<description><![CDATA[Metti che una sera, in un teatro vuoto immerso nelle luci di un palco simile all&#8217;astronave di Incontri ravvicinati del terzo tipo Zlatan Ibrahimović, bacchettando Amadeus di stare dritto con la schiena, ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1104" height="719" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2021/03/Progetto-senza-titolo-5.png" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Progetto senza titolo-5" /></p><p>Metti che una sera, in un teatro vuoto immerso nelle luci di un palco simile all&#8217;astronave di <i>Incontri ravvicinati del terzo tipo</i> <strong>Zlatan Ibrahimović</strong>, bacchettando <strong>Amadeus</strong> di stare dritto con la schiena, presenti una ragazzina di 19 anni che fa la sua prima apparizione alla manifestazione canora più importante d&#8217;Italia. Questa è soltanto una delle molte cose capitate durante la prima puntata del <strong>Festival di Sanremo 2021</strong>, primo nella storia senza pubblico. <mark class='mark mark-yellow'>Gli applausi e le risate pre-registrate &#8211; spesso riprodotti in netto ritardo rispetto alle gag proposte dalla coppia  formata da Amadeus e <strong>Fiorello</strong> &#8211; sono state una nota dolente</mark> almeno tanto quanto il colpo d&#8217;occhio dell&#8217;<strong>Ariston</strong> completamente vuoto. Desolazione riassunta magnificamente da un&#8217;amara battuta lanciata dal comico siciliano ad inizio serata: «Nessuno ride. Nessuno applaude davvero. Non si sa se piace o no». A farla da padrone è stata la musica: alle esibizioni di alto profilo messe in scena da <strong>Diodato</strong> e <strong>Loredana Bertè</strong> (a dir poco inossidabile), le 13 canzoni proposte dai campioni in gara hanno saputo difendersi magnificamente: dimostrazione di quanto il Festival della canzone italiana sia sempre più attento alle novità proposte dal panorama musicale nostrano.</p>
<p><strong><em>ARISA – POTEVI FARE DI PIÙ</em></strong></p>
<p>Luca: Qualcuno ha una scatola di kleenex? Tristezza a palate e grandi, grandissimi pianti. Pezzo tipico sanremese su un amore che finisce. “Torno a casa e fa festa solamente il mio cane” entra di diritto nella top 10 dei versi più tristi mai presentati al Festival. La canzone è comunque bella e lei, nonostante l’onere di aprire le danze, la interpreta molto bene. VOTO: 7</p>
<p>Emiliano: Forse il pezzo più dolente cantato da Arisa, e il più drammatico ascoltato ieri sera. La scrittura melo di Gigi D&#8217;Alessio è subito riconoscibile. La si ami o la si odi, ha stile, contenuto, carisma. E voce. VOTO: 7,5</p>
<p><strong><em>COLAPESCE E DIMARTINO – MUSICA LEGGERISSIMA</em></strong></p>
<p>L: Il duo siciliano porta in scena una canzone che trasuda anni ’70 dal primo all’ultimo secondo, nostalgica come un vecchio juke-box di una bancarella del mercatino dell’usato. Un pezzo sul grande potere curativo della musica e sulla sua capacità di alleviare ed esorcizzare qualsiasi tipo di sofferenza umana. Un messaggio migliore per il Festival di Sanremo 2021 non poteva esserci. VOTO: 8,5</p>
<p>E: Retro-vintage efficacissimo, profondo e leggero allo stesso tempo. Li accuseranno di piacere soprattutto ai radical-chic. Ma è il testo più intelligente e uno dei più colti, musicalmente tra Battisti e la Dance anni &#8217;70 e ‘80. VOTO: 7,5</p>
<p><strong><em>AIELLO – ORA</em></strong></p>
<p>L: Si passa da strofe dove sembra che il suono esca da una radio col segnale disturbato che va e viene alle urla tarzaniche del ritornello. Per quasi quattro minuti non si capisce nulla. Anche se, leggendo il testo, non si è perso granché. Sesso e ibuprofene? Per questa volta passo. VOTO: 4</p>
<p>E: Testo scadente, musicalità prevedibile e riciclata. Un frullato pop del tutto insapore. VOTO: 4</p>
<p><strong><em>FEDEZ E FRANCESCA MICHIELIN – CHIAMAMI PER NOME</em></strong></p>
<p>L: Fresca, moderna e fortissima. Un pezzo che presto sentiremo in heavy rotation nelle radio, come da tradizione per qualsiasi canzone firmata dal dinamico duo Michielin &amp; Fedez. Un vero peccato la performance ingessatissima di quest&#8217;ultimo: anche dal televisore si è visto tutto il suo nervosismo da “prima volta” all’Ariston. A condurre le danze ci pensa Francesca (davvero brava) mentre il suo compagno arranca. La canzone che necessita maggiormente di essere riascoltata. VOTO: 7</p>
<p>E: Pezzaccio impossibile da scrollarsi di dosso. Michielin in stato di grazia, Fedez la insegue con un po&#8217; di difficoltà, ma il risultato complessivo è decisamente vincente. Un duetto che lascerà strascichi emotivi. VOTO: 7,5</p>
<p><strong><em>MAX GAZZÈ E LA TRIFLUOPERANZINA MONSTERY BAND – IL FARMACISTA</em></strong></p>
<p>L: Max sei bravo, intelligente e mai banale sui testi. Gli arrangiamenti sono fatti bene. La chicca del “si può fare!” tratta da <em>Frankenstein Junior</em> è pure carina. Ma ti prego basta fare l’alternativo per forza. <em>Il farmacista</em> è la dimostrazione di quanto l&#8217;originalità rischia di diventare il suo esatto opposto se viene reiterata troppe volte. VOTO: 5,5</p>
<p>E: Caro Max, ti vogliamo bene, lo sai. Ma questa canzone l&#8217;avevamo già ascoltata vent&#8217;anni fa. Ci piace, la canticchiamo anche ma, davvero Max, passiamo oltre. VOTO: 5,5</p>
<p><strong><em>NOEMI – GLICINE</em></strong></p>
<p>L: Dopo lo stordimento iniziale dovuto alla sua metamorfosi in una vera e propria vamp, Noemi ci riprova a Sanremo con un pezzo con cui sfoggia per l’ennesima volta tutta la sua grinta e il suo timbro inconfondibile. Entrambi arrivano forte e chiaro. VOTO: 7</p>
<p>E: Voce favolosa, look impeccabile. Una leonessa. Ma il pezzo può e deve crescere ancora. VOTO: 6,5</p>
<p><strong><em>MADAME – VOCE</em></strong></p>
<p>L: Madame gioca con le parole, le insegue, le plasma e le adatta all’arrangiamento più bello del festival, ovviamente ad opera di un professionista come Dardust. L’emozione provata da una ragazza di soli 19 anni sul palco più importante d’Italia non intacca la performance più fresca dell’intera serata. Brava Francesca. VOTO: 8,5</p>
<p>E: Destabilizzante, sorprendente, la performance più moderna della serata. Il suono più contemporaneo. E un testo che dilania l&#8217;anima. Madame è magnetica, già matura, priva di sovrastrutture. E canta un pezzo che percorre strade sconosciute e laceranti. VOTO: 8,5</p>
<p><em><strong>MANESKIN – ZITTI E BUONI</strong></em></p>
<p>L: Quota rock della serata. Con un groove trascinante e un testo intriso di cliché tipici del “ giovane e dannato”, il gruppo romano cerca di fare un massaggio cardiaco ad un genere che specialmente in Italia è dato per morto ormai da anni. Almeno loro ci provano. VOTO: 6,5</p>
<p>E: Oddio, il riff di chitarra c&#8217;è, la produzione è eccellente. Ma sotto c&#8217;è il vuoto cosmico. L&#8217;idea di un bigino del rock scritto da chi il rock non l&#8217;ha mai vissuto, ma lo ha confezionato per le pose di Instagram. VOTO: 5</p>
<p><strong><em>GHEMON – MOMENTO PERFETTO</em></strong></p>
<p>L: La versione più allegra e gigiona di <em>Rose Viola</em>, il brano presentato al Festival di due anni fa. Il pezzo, solare scarica di positività R&amp;B, passa inosservato come un’utilitaria in via Monte Napoleone a Milano: è il rischio di rimanere nella propria comfort zone. VOTO: 5,5</p>
<p>E: La piccola delusione della prima sera. Troppo sottotono, interpretazione schiacciata dall&#8217;arrangiamento orchestrale. Speriamo che cresca, dovrebbe farlo. VOTO: 6</p>
<p><strong><em>COMA_COSE – FIAMME NEGLI OCCHI</em></strong></p>
<p>L: Almeno una volta nella vita qualsiasi uomo e donna merita di essere contemplato/a con gli stessi sguardi che Francesca e Fausto si sono scambiati sul palco dell’Ariston ieri sera. Tenera e scanzonata allo stesso tempo, <em>Fiamme negli occhi</em> si libra tra le poltroncine vuote del teatro sanremese leggera come una piuma. VOTO: 8,5</p>
<p>E: Inspiegabilmente bassi in classifica, Fausto e Francesca portano la loro poetica spigolosa e romantica sul palco dell&#8217;Ariston, le loro melodie tra il tossico e il sentimentale. E firmano forse il loro capolavoro di una carriera ancora tutta da scrivere. VOTO: 8</p>
<p><strong><em>ANNALISA – DIECI</em></strong></p>
<p>L: La voce c’è. Annalisa sa cantare e questo lo sappiamo tutti. Purtroppo, la performance davvero ottima non riesce ad evitare il senso di monotonia e di già sentito presente nella canzone. VOTO: 6</p>
<p>E: Annalisa è bellissima, ed è arrivata a una maturità notevole. Per il controllo della voce, per la capacità di saper cambiare forma. Questo è un pezzo discreto, che lei riesce a nobilitare con la sola interpretazione. VOTO: 7</p>
<p><strong><em>FRANCESCO RENGA – QUANDO TROVO TE</em></strong></p>
<p>L: Ormai Francesco è entrato nel novero di quei cantanti che, come il salmone a Natale, escono solo ed esclusivamente per salire sul palco dell’Ariston. Sempre con la stessa minestra riscaldata. Che palle. VOTO: 4,5</p>
<p>E: La voce che con i Timoria ha scritto pagine di storia del rock italiano sembra sempre più bollita. Il brano è assolutamente innocuo. VOTO: 5</p>
<p><strong><em>FASMA – PARLAMI</em></strong></p>
<p>L: Non c’è evoluzione rispetto a quanto visto e sentito l’anno scorso. Cambia solo la categoria: da Nuove Proposte a Campioni in solo un anno. Stesse frasI create a tavolino per far piangere ragazzini e ragazzine alle prese con le prime cotte e delusioni adolescenziali. Smemoranda stiamo arrivando! VOTO: 5</p>
<p>E: Massì, niente di che, però si ascolta che è un piacere. Il riferimento è il punk-pop di Blink 182 e Sum 41. Autotune e rabbia adolescenziale, qualche sana ingenuità. Ci sta eccome. VOTO: 6,5</p>
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		<title>Il rap, la credibilità e un pizzico di nostalgia: intervista a Paola Zukar</title>
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		<pubDate>Fri, 26 Feb 2021 05:20:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Luca Barenghi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Milano]]></category>

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				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1024" height="683" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2021/02/Paola7-1024x683.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Paola7-1024x683" /></p><p>Il mondo della musica è sempre stato popolato da personaggi in grado di cambiare per sempre le regole del gioco senza suonare o cantare una singola nota. Da <strong>Peter Grant</strong> a <strong>Jerry Heller</strong>, storici manager di gruppi del calibro di <strong>Led Zeppelin</strong> e <strong>N.W.A.</strong>, sono molti gli artisti e le band ad avere avuto come alleati uomini e donne divenuti nel corso degli anni parte integrante del loro successo. <mark class='mark mark-yellow'>Professionisti in grado di districarsi in quella giungla chiamata industria discografica e di liberare i propri clienti dagli aspetti economici, burocratici e logistici legati alla loro professione</mark> (organizzazione di tournée, vendite del merchandising, relazioni con la stampa e le etichette, ecc.), permettendogli di concentrarsi solo ed esclusivamente sul lato artistico e dare libero sfogo alla loro creatività.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>In Italia <strong>Paola Zukar</strong> è stata ed è tutt’ora una delle persone in grado di vestire meglio i panni di una professione così delicata e piena di responsabilità</mark>. Dopo il suo primo incontro con il rap avvenuto nella prima metà degli anni ’80, inizia a muovere i primi passi nella scena urban nostrana nel 1995, anno in cui inizia a collaborare con <strong>Alleanza Latina</strong> – conosciuto poi con il nome <strong>Aelle</strong> n.d.r. –, il magazine di riferimento della cultura hip hop in Italia.<a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2021/02/Schermata-2021-02-25-alle-12.03.57.png"><img class="aligncenter wp-image-50627" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2021/02/Schermata-2021-02-25-alle-12.03.57-300x167.png" alt="Schermata 2021-02-25 alle 12.03.57" width="600" height="335" /></a>Dopo la chiusura della testata nel 2001 passa al mondo della discografia entrando a far parte della sede italiana di Universal Music Group, una delle più importanti major del mondo. Qui inizia la promozione della musica rap nel nostro Paese, facendo firmare nel 2006 un contratto a <strong>Fabri Fibra</strong> (tra i primi rapper in Italia a pubblicare un disco con un’etichetta principale assieme a <strong>Club Dogo</strong> e <strong>Mondo Marcio</strong>) e giocando un ruolo fondamentale nel passaggio della musica rap da movimento musicale underground a vero e proprio fenomeno mainstream.</p>
<p>Nel 2010 fonda <a href="https://www.instagram.com/bigpicturemgmt/?hl=it"><strong>Big Picture</strong></a>, la sua agenzia di management, con la quale segue e si occupa degli interessi di nomi importantissimi del panorama hip hop nazionale come il già citato Fabri Fibra ma anche <strong>Marracash</strong> e <strong>Clementino</strong>. In tempi più recenti ha lanciato <a href="https://www.trxradio.it"><strong>Trx Radio</strong></a> la prima radio su app che dal 2018 trasmette solo ed esclusivamente musica urban italiana e internazionale. <mark class='mark mark-yellow'>Dopo vent’anni di militanza all’interno del panorama hip hop nazionale Paola è ormai conosciuta anche fuori dal circuito strettamente musicale come la <em>madrina del rap in Italia</em></mark>.</p>
<p><strong>Quali sono i tuoi primi ricordi legati alla scena hip hop italiana e qual è stato il disco che ti ha aperto le porte verso quel mondo?</strong></p>
<p>Dopo essermi avvicinata al rap grazie agli artisti americani, il mio primo ricordo legato all’hip hop in Italia più che alla musica si rifà al mondo cinematografico. <mark class='mark mark-yellow'>Nel 1984 andai in un cinema di Genova, la città dove sona nata, a vedere assieme ad un mio carissimo amico <em>Breakin’</em> un film adolescenziale sulla break dance con una colonna sonora molto bella dove dentro c’era uno dei primi pezzi di una leggenda del rap mondiale come Ice-T</mark>. Io e questo mio amico fummo così colpiti dalla pellicola che iniziammo a ballare, o meglio, a cercare di ballare la break dance nei garage di Genova proprio come i ragazzi e le ragazze del film. I dischi che mi hanno fatto avvicinare al rap italiano invece sono due. Il primo è un singolo che si chiama <mark class='mark mark-yellow'><em>Fight da faida</em> di <em>Frankie hi-nrg</em></mark>: una canzone bellissima sulla situazione della mafia in Italia, scritta con un linguaggio direttissimo e uno stile molto simile ai Public Enemy. Un bellissimo ritratto su quelli che erano i problemi dell&#8217;Italia di allora che a dir la verità non sono molto diversi da quelli di adesso: quelli di oggi sono soltanto un po’ più “pettinati”. L’album invece con il quale ho davvero capito che si poteva fare Rap in italiano ad altissimi livelli è sicuramente <mark class='mark mark-yellow'><em>SxM</em>, il primo ed unico album in studio dei <em>Sangue misto</em></mark>.</p>
<p><strong>Quanto è stato importante, per capire la cultura <em>urban</em>, il tempo passato in America all’inizio della tua carriera?</strong></p>
<p>Il tempo che ho trascorso negli Stati Uniti è stato per me tanto fondamentale quanto radicale per capire davvero il rap. Ho avuto la fortuna di andare per la prima volta come turista nell’86. Poi, sia nell’87 che nell’88, sono andata a trovare un ragazzo afroamericano conosciuto a Genova, possiamo dire un fidanzatino dell&#8217;epoca, che abitava a Washington D.C. e aveva un fratello un po’ più giovane di lui. In quel periodo tutti e tre ascoltavamo tantissimo rap. Per me era un enorme scoperta anche se già conoscevo il rap e mi piaceva molto Prince: sempre stata molto attratta dalla musica <em>black</em>. <mark class='mark mark-yellow'>Durante quei due mesi di convivenza con loro ho avuto la fortuna di conoscere tutta la scena di Washington dell&#8217;epoca. Alla fine degli anni ’80 uscirono infatti dischi davvero meravigliosi, fondamentali per la storia dell’hip hop</mark>. Per di più questi due fratelli conoscevano artisti anche abbastanza sconosciuti dei quali, se fossi rimasta in Italia, probabilmente non ne avrei mai sentito parlare. Gruppi come i <em>Poor Righteous Teachers</em>: un trio fantastico che nel nostro Paese nessuno conosceva. Ovviamente all&#8217;epoca non c&#8217;era certo internet e da oltreoceano giungevano poche, rarefatte e confuse informazioni. A Genova poi arrivavano pochissimi dischi. Andando invece a Milano, dove già in quegli anni le importazioni di LP, soprattutto di genere hip hop, erano molte di più rispetto al resto d’Italia, ho scoperto un mondo che non mi avrebbe più abbandonato.</p>
<p><strong>Quali sono secondo te gli aspetti che il rap moderno ha perso e ha guadagnato grazie al suo passaggio da movimento musicale underground a fenomeno mainstream capace di svettare nelle classifiche di vendita italiane?</strong></p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Ha perso tante di quelle caratteristiche che fanno parte dei movimenti underground. Prime su tutte la spontaneità e la voglia di buttarsi perché non si ha niente da perdere. Entrando a far parte di un’industria discografica più strutturata le cose sono più studiate e pensate rispetto a prima: una cosa che va bene per il pop ma forse va meno bene per il rap</mark>. Ovviamente c’è stato un notevole guadagno del budget a disposizione per realizzare molto meglio i progetti. Probabilmente la spontaneità e i pochi soldi degli inizi rendevano il genere molto simile al punk. Credo che l’attuale commistione così forte di immagine e di marketing nella musica, causata soprattutto dai social, sia forse la cosa che mi fa apprezzare meno l’hip hop contemporaneo. Oggi si comunica decisamente di più tramite storie, storielle, foto, fotine e ammiccamenti: tutte cose che non appartengono a quello con cui sono nata e cresciuta. Nonostante tutto alcune cose mi piacciono. Sono contenta di ricevere informazioni più complete. Cosa che tanto anni fa mancava e dovevi affidarti di più alla tua immaginazione. Una volta compravi un disco di un artista e quello era. Dovevi sfogliare il booklet del CD o guardare i testi sul vinile. C&#8217;erano poche testate musicali e poco approfondite perché cercavano di parlare un po&#8217; di tutto. Bisognerebbe trovare un equilibrio tra quello che si è perso e quello che si ha acquisito. Anche se non credo succederà mai.<a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2021/02/Immagine-1430-586x413.png"><img class="aligncenter wp-image-50628" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2021/02/Immagine-1430-586x413-300x211.png" alt="Immagine-1430-586x413" width="600" height="423" /></a><strong>Ci sono cose di quei primi anni “underground” che ti mancano?</strong></p>
<p>Assolutamente sì. Mi manca soprattutto l’entusiasmo e l’inconsapevolezza generale dei primi anni. In quel periodo era ammesso fare dei tentativi che potevano anche finire malamente ma che non costavano così tanto da far pensare di aver sbagliato strada. <mark class='mark mark-yellow'>Oggi credo che ragazzi così tanto esposti sui social siano anche un po&#8217; spaventati dal buttarsi perché vieni subito giudicato. Questa cosa sicuramente frena la creatività e la spontaneità</mark>. Ai miei tempi queste cose erano preponderanti. Era permesso sbagliare senza avere tutti gli occhi addosso.</p>
<p><strong>Con l’avvento dei social e del fenomeno della trap, aspetti fondamentali della cultura hip hop come l’ostentazione o il <em>dissing</em>, si sono trasferiti nel mondo morbido e modaiolo dei post e delle storie di Instagram. Questo passaggio non ha un po’ guastato la <em>street credibility </em>degli artisti rap?</strong></p>
<p>Più che <em>street credibility </em>sarebbe più giusto parlare semplicemente di <em>credibility</em>. Non per forza “rap” significa “strada”, con tutto quello che ne consegue. Per essere credibile deve essere, appunto, reale. <em>Chuck D</em> dei <em>Public Enemy</em> veniva da un ambiente universitario e, nonostante ciò, era fortemente credibile agli occhi dei suoi colleghi e fan. <mark class='mark mark-yellow'>Oggi la questione della credibilità è un aspetto che non si limita solo all’hip hop. Ormai la gente è più portata a credere a quello che vuol credere e spera sempre di trovare delle conferme alle proprie certezze più che affidarsi a degli esperti certificati dall&#8217;esperienza. Nella musica ovviamente questa cosa è ancora di più forte</mark>. Si vedono rapper che costruiscono i propri set cinematografici per i propri video e i social sono lì per farti credere delle cose. C’è molto poco realismo nei social media, i quali non sono di certo stati creati per comunicare delle informazioni. Sono stati messi per un confronto con il prossimo, per un gradimento dato dai <em>like</em>. Tutto questo crea degli scompensi. Tuttavia, credo però che chi guarda ormai queste cose le sappia e non penso che siano più delle verità rivelate. Oggi il pubblico è molto più consapevole ed è capace, quando guarda certe cose, di dargli il giusto peso.</p>
<p><strong>Nelle scorse settimane un big del <em>rap game</em> come Salmo ha accusato il mondo dell’hip hop in Italia di </strong><strong>«non avere un’identità</strong><strong>». Secondo te questa cosa è vera?</strong></p>
<p>Sono piuttosto d’accordo con quello che ha detto Salmo. Credo che in particolare il sound più che i testi del rap italiano non abbia saputo localizzarsi. Trovare un’identità musicale è una cosa molto difficile da fare. I testi hanno subito nei primi anni una traduzione di quello che veniva detto in America poi, nel corso del tempo, è stata compiuta un’identificazione di temi, di linguaggio e soprattutto di slang molto ben caratterizzata. Sotto il profilo musicale il compito è stato ben più problematico. <mark class='mark mark-yellow'>Unendo due generi tradizionalmente così distanti tra loro come la musica italiana e l’hip hop si rischia di creare una cosa che non ha assolutamente niente a che fare con quest’ultimo</mark>. C’è una difficoltà oggettiva nel trovare un compromesso tra due forme d’arte così diverse. Tuttavia, in Inghilterra esistono delle sottocategorie del rap con forti influenze nazionali come il garage e la drill. Anche i nigeriani sono riusciti a crearsi una propria identità con generi locali come l’afrobeat e la afro-trap. Nel nostro Paese la proverbiale distanza tra la musica pop-tradizionale e il rap americano non è mai stata colmata. Questo è il motivo principale che impedisce al hip hop italiano di sfondare davvero all&#8217;estero. Il panorama musicale nostrano è senz&#8217;altro molto ampio ed interessante ma più per noi italiani che per gli stranieri.<a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2021/02/Schermata-2021-02-25-alle-12.09.32.png"><img class="aligncenter wp-image-50629" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2021/02/Schermata-2021-02-25-alle-12.09.32-300x167.png" alt="Schermata 2021-02-25 alle 12.09.32" width="600" height="335" /></a><strong>Qual è la lezione che gli artisti di oggi possono imparare dai musicisti che, quasi vent’anni fa, hanno gettato le basi per il fenomeno che è oggi il rap in Italia?</strong></p>
<p>Sicuramente l&#8217;originalità. Il desiderio di non voler imitare nessuno era molto importante all&#8217;epoca. In caso contrario si andava contro dei dettami fondamentali. Negli Stati Uniti spesso si diceva “Don’t bite!” – non mordere n.d.r. – che tradotto in slang significa “Non copiare!”. <mark class='mark mark-yellow'>Oggi, purtroppo, si tende ad imitare con troppa naturalezza. Ci si sforza di essere uguale o simile a qualcun altro e nessuno si fa problemi perché così facendo si asseconda un gusto del mercato che c&#8217;è là fuori</mark>. Tutto questo è un po’ brutto perché si rischia di creare dei cloni senza personalità e che hanno vita breve: magari si ha più successo nell’immediato perché ci si confonde col pubblico di un altro artista ma a lungo andare, senza una fan base affezionata, il rischio è di andare nel dimenticatoio. Penso sia importante ripensare a quei tempi quando davvero si cercava di uscire dalla massa con roba originale e differente rispetto a tutto quello che era venuto prima.</p>
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		<title>Cineweek XVII: Biopic Music</title>
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		<pubDate>Sun, 07 Feb 2021 11:23:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Luca Barenghi]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="618" height="412" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2021/02/WhatsApp-Image-2021-02-05-at-16.02.45.jpeg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="WhatsApp Image 2021-02-05 at 16.02.45" /></p><p>La musica ha una magia unica: trasmette ogni genere di emozioni. Ma è anche sperimentazione, nuove frontiere melodiche che nascono da un accordo, un testo, un&#8217;immagine.<mark class='mark mark-yellow'>In realtà a rendere delle canzoni davvero memorabili sono le storie dietro agli artisti perché viaggiando nelle loro vite si scopre l&#8217;origine spesso travagliata dei successi della grande musica</mark>. Per il Cineweek di questa settimana vi proponiamo alcuni biopic per scoprire le storie nascoste del mondo della musica.</p>
<p><strong>MARIANNA MANCINI CONSIGLIA: LA VIE EN ROSE</strong></p>
<p>Dai sobborghi parigini al teatro dell’Olympia, la vita di Édith Piaf si è vestita di rosa solo nei capolavori da lei interpretati. Voce graffiante, corpo sfibrato, occhi sognanti, l’usignolo che conquista l’America con il suo talento e distrugge se stessa per soffocare un’esistenza spietata lascerà tutti senza fiato. La vie en rose racconta la storia di un’artista straziata dal dolore e innamorata dell’amore. Cantare significa vivere per Édith, che ammalia il pubblico e zittisce i suoi tormenti con dosi di morfina che la spegneranno a soli 48 anni. Dalla penombra al successo mondiale, le tende dell’appartamento della cantante parigina resteranno sempre tirate dopo la morte di Marcel Cerdan, il suo amore impossibile, salito a bordo di un aereo precipitato mentre volava da lei. All’improvviso, quando tutto sembra non avere più senso, arriva un compositore che ha inciso la sua vita. Édith ricomincia per l’ultima volta da zero, confessando che <em>Je Ne Regrette Rien</em>.</p>
<p><strong>Disponibile su Amazon Prime Video</strong></p>
<p><strong>ALESSANDRO DE CAPUA CONSIGLIA: LORDS OF CHAOS</strong></p>
<p>Lasciate ogni speranza voi ch’entrate nell’Inner Circle. Lords of Chaos racconta la controversa storia del black metal e dei suoi pionieri, in particolar modo Euronymous. È la storia di un gruppo di teenagers travolti dalla loro passione per la musica estrema e la trasgressione, incapaci, complici il successo e l’attenzione morbosa dei media, di tracciare un confine tra il loro gioco di ruolo e la realtà. Quella che è la storia maledetta per eccellenza dell’universo Metal viene raccontata da Åkerlund con ironia e un pizzico di cattiveria, mostrando le contraddizioni e le psicosi dei protagonisti, senza però negare loro il merito di aver creato qualcosa che ha cambiato la storia della musica underground.</p>
<p><strong>Disponibile su Amazon Prime Video, Dvd e Blu-Ray</strong></p>
<p><strong>EMILIANO DAL TOSO CONSIGLIA: WALK THE LINE</strong></p>
<p>Walk the Line è un film sui demoni. Di cui non riusciamo mai a liberarci. Ma è soprattutto un film sull&#8217;amore, che forse può salvarci la vita. Johnny Cash ama June Carter e la insegue per una vita intera. La musica è il corollario dell&#8217;esistenza di Cash, il suo solo e unico modo autentico e sincero per esprimersi. Ma non può impedirgli di autodistruggersi. Se Johnny sopravvive a un decennio di depressione, alcol e anfetamine lo deve a June. La musica, da sola, non basta. Walk the Line significa &#8220;riga dritto&#8221;, quello che il più grande cantante country di sempre non è mai riuscito a fare, nonostante le buone intenzioni, nonostante la ricerca di redenzione. Ma, sulla strada per l&#8217;inferno, è accaduto un miracolo: June Carter. Dove vogliamo andare, senz&#8217;amore? &lt;&lt;And you could have it all my empire of dirt, I will let you down, I will make you hurt&gt;&gt;.</p>
<p><strong>Disponibile su Apple Tv e Google Play</strong></p>
<p><strong>CLAUDIO ROSA CONSIGLIA: JUDY</strong></p>
<p>“Cosa vedi oltre quella porta?” Forse una stanza, un posto lontano, la strada o anche soltanto un palco su cui cantare. Se lo chiede Judy. Ha gli occhi di Renée Zellweger, che la interpreta in maniera eccezionale e che proprio per questo si è meritata il Golden Globe e una candidatura agli Oscar come miglior attrice protagonista. Ed in fondo il film gira tutto attorno a questa domanda, come se non ci fosse una risposta. La sua è una vita di magia, costantemente sulle montagne russe. Prima o poi bisogna però sempre svegliarsi, anche quando è impossibile farlo. Mente, fa finta di non guardare, consapevolmente ignara che quella porta la mette in realtà in trappola, costringendola a non poter guardare oltre. È la storia di una diva d’altri tempi, la cui fiamma è destinata a spegnersi in un inesorabile viale del tramonto.</p>
<p><strong>Disponibile su Youtube e Google Play</strong></p>
<p><strong>LUCA BARENGHI CONSIGLIA: THE DOORS</strong></p>
<p>Un film tanto geniale quanto sregolato in grado di raccontare, pur con qualche licenza poetica, l’epopea di quella Ship of Fools che erano Jim Morrison e i suoi Doors, una delle band più influenti nella storia del Rock. Oliver Stone, cineasta tra i più esperti del genere biopic, con la sua regia a metà strada tra lo schizofrenico e l’onirico, dipinge il lato nascosto della controcultura giovanile di fine anni ’60. Una generazione di ragazzi e ragazze libera, spregiudicata e ossessionata dall’apertura di quelle Doors of Perception tanto decantate da Aldous Huxley, in grado di purificare il mondo da tutti i suoi mali, anche con l’aiutino di LSD e allucinogeni. Vero e proprio catalizzatore e agnello sacrificale di questi ideali nichilisti, Jim Morrison – nel film interpretato da un Val Kilmer in massima forma (impressionante la somiglianza) –, “poeta maledetto del Rock” morto a soli 27 anni dopo una vita passata letteralmente al limite. Il film in poche parole? Sesso, Droga e Rock &amp; Roll.</p>
<p><strong>Disponibile su YouTube, Google Play, Chili e in DVD/Blu-Ray</strong></p>
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		<title>I nuovi fenomeni dell&#039;&#8221;alt-right&#8221;, tra Stati Uniti ed Europa</title>
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		<pubDate>Wed, 03 Feb 2021 07:48:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Luca Barenghi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>

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		<description><![CDATA[Dall&#8217;ormai stra-noto QAnon, ai Proud Boys fino a Boogaloo, l&#8217;alt-right avanza ma soprattutto si fa vedere . Dopo Capitol Hill i rappresentanti dei fenomeni dell&#8217;estrema destra americana non si nascondono più ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1160" height="776" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2021/02/download.jpeg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="download" /></p><p><mark class='mark mark-yellow'>Dall&#8217;ormai stra-noto QAnon, ai Proud Boys fino a Boogaloo, l&#8217;alt-right avanza ma soprattutto si fa vedere </mark>. Dopo Capitol Hill i rappresentanti dei fenomeni dell&#8217;estrema destra americana non si nascondono più sui social, nei gruppi, nelle chat o su piattaforme on line. E avanzano (e si mostrano) anche in Europa. <mark class='mark mark-yellow'>Noi abbiamo fatto un giro tra gli angoli del web e abbiamo anche verificato come le piattaforme di maggiori social sorvegliano sulla diffusione di queste ideologie, almeno quando diventano troppo estreme </mark>.</p>
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<li style="text-align: justify;"><a href="http://www.magzine.it/qanon-dove-ce-complotto-vanno-tutti-i-complottisti/"><b>QAnon, dove c&#8217;è complotto vanno tutti i complottisti</b></a></li>
<li style="text-align: justify;"><strong><a href="http://www.magzine.it/boogaloo-meme-o-milizia-al-servizio-dellalt-right/">Boogaloo, meme o milizia al servizio dell&#8217;alt-right?</a></strong></li>
<li style="text-align: justify;"><a href="http://www.magzine.it/proud-boys-il-movimento-duro-e-puro/"><strong>Proud boys, il movimento &#8220;duro e puro&#8221;</strong></a></li>
<li style="text-align: justify;"><a href="http://www.magzine.it/querdenken-711-teoria-del-complotto-nel-cuore-delleuropa/"><strong>Querdenken-711, teoria del complotto nel cuore dell’Europa</strong></a></li>
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		<title>QAnon: dove c&#8217;è complotto vanno tutti i complottisti</title>
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		<pubDate>Wed, 03 Feb 2021 07:35:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Luca Barenghi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>

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		<description><![CDATA[Tutto ebbe inizio un giorno d’ottobre del 2017. Su 4chan, il sito specializzato nella pubblicazione di immagini più famoso del mondo – assieme a Reddit – nonché vera e propria ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1136" height="757" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2021/02/qanon-futuri.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="qanon-futuri" /></p><p>Tutto ebbe inizio un giorno d’ottobre del 2017. Su <strong><em>4chan</em></strong>, il sito specializzato nella pubblicazione di immagini più famoso del mondo – assieme a <strong><em>Reddit</em></strong> – nonché vera e propria fucina dei <em><b>memes</b></em> più celebri apparsi su internet, un utente anonimo della piattaforma, che di lì a pochi giorni dirà di chiamarsi <strong><em>Q</em></strong>, pubblica il suo primo post. Questi, spacciandosi come un funzionario governativo di alto livello, dichiara di essere in possesso di moltissime informazioni classificate riguardanti l&#8217;amministrazione del presidente Donald Trump e dei suoi oppositori negli Stati Uniti: file che intende rendere pubblici dal proprio profilo.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'><em>Q</em>, la quindicesima lettera dell’alfabeto con la quale l’utente senza nome si fa chiamare, è un riferimento a <strong><em>Q-clearance</em></strong>: il presunto «massimo livello di accesso a fonti top-secret relative al governo americano»</mark>. In realtà tali credenziali non riguardano organi di intelligence come FBI o CIA ma vengono utilizzate solo ed esclusivamente presso lo <strong><em>United States Department of Energy</em></strong> (DOE), il dipartimento dell’energia americano. A partire da ottobre il “funzionario governativo” di 4chan inizia a rilasciare sul proprio profilo presunte informazioni relative a operazioni segrete volte a rovesciare il <em>Deep State</em>, il lato oscuro degli Stati Uniti d’America. Un vero e proprio “Stato nello Stato”, formato da reti nascoste, sette segrete e “uomini nell’ombra” che per decenni hanno condizionato le azioni, le decisioni e le opinioni del popolo americano. Da quattro anni ormai le immagini, i simboli e le congetture hanno raggiunto le più importanti piattaforme social.<a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2021/02/180813-qanon-trump-rally-wilkes-barre-njs-1027_a29496ea9831fdfae4c20d06540223aa.jpg"><img class="aligncenter wp-image-50023" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2021/02/180813-qanon-trump-rally-wilkes-barre-njs-1027_a29496ea9831fdfae4c20d06540223aa-300x187.jpg" alt="Image:  David Reinert holds a large &quot;Q&quot; sign while waiting to see Trump" width="600" height="375" /></a>Dopo aver travasato il bacino di utenza da 4chan a social di ampio respiro come <strong>Twitter</strong>, <strong>Instagram</strong> e soprattutto <strong>Facebook</strong> dagli inizi 2020 le teorie dei <strong><em>Q</em>-<em>Clearance-Anonynous</em></strong> (da qui il nome <em>QAnon</em>) sono cresciute e si sono diffuse in tutta America. Moltissime persone in tutti e 50 gli Stati – non è ancora chiara la quantità esatta di suoi seguaci – hanno deciso di credere fermamente a tali congetture, nonostante queste siano state smentite e screditate più volte. <mark class='mark mark-yellow'>Gli “adepti” del movimento credono nell&#8217;esistenza di una rete segreta di ebrei, pedofili cannibali e adoratori di Satana che, “dietro le quinte”, conduce un giro internazionale di traffico sessuale di bambini. Il tutto complottando contro l’ormai ex-presidente <strong>Donald Trump</strong>, ultimo baluardo della democrazia contro questa associazione a delinquere globale</mark>.</p>
<p>Secondo QAnon il Tycoon sta pianificando <mark class='mark mark-yellow'><strong><em>The Storm</em></strong>: una serie di arresti su scala mondiale organizzati dal governo statunitense a danno di centinaia, se non migliaia, di membri della “cabala pedofilo-esoterica”</mark>. Un circolo, quest’ultimo, del quale farebbero parte <b>attori liberali di Hollywood</b>, <strong>politici democratici</strong> e <strong>funzionari governativi</strong> di alto rango. Per fare in modo che questa “tempesta” si abbatta su di loro l’ex-presidente U.S.A. avrebbe inscenato il <strong><em>Russiagate</em></strong> – lo scandalo nato a seguito di sospette ingerenze da parte della Russia nella campagna elettorale per le elezioni presidenziali negli Stati Uniti d&#8217;America del 2016 – per “arruolare” l’ex direttore dell’FBI <strong>Robert Mueller</strong>. Il procuratore, fingendo di condurre le indagini su eventuali interferenze esterne nelle elezioni di Trump, lo avrebbe nel frattempo aiutato a rivelare il traffico sessuale di minorenni e prevenire allo stesso tempo un colpo di stato di <strong>Barack Obama</strong>,<b> Hillary Clinton</b> e <b>George Soros</b>.</p>
<p>Il rapporto redatto da Mueller, oltre a sconfessare tale teoria, portò all’imputazione di <strong>13 russi</strong> e <b>tre organizzazioni</b> che, secondo l’accusa, avrebbero giocato un ruolo-chiave nell’influenzare le elezioni del 2016. La sua pubblicazione venne accolta dai sostenitori di QAnon con giudizi molto negativi: molti di loro, infatti, continuano a sostenere che il vero report sia tenuto segreto da Trump. Le conclusioni del rapporto dell’ex-capo dell’FBI hanno <strong>Michael T. Flynn</strong> a rassegnare le dimissioni dalla carica di primo consigliere per la sicurezza nazionale di Trump proprio a causa del suo reale coinvolgimento nel Russiagate. Il fu tenente generale dell’esercito degli Stati Uniti, dopo essersi definito «vittima di una congiura», ha pubblicato video a sostegno di QAnon. Dopo la loro pubblicazione molti utenti inseriscono nell’username delle loro pagine social tre stelle gialle come sostegno a Flynn e ai suoi gradi militari.</p>
<p>Astri che molto spesso corredano una delle bandiere simbolo del movimento, <mark class='mark mark-yellow'>la <em><strong>Gadsen Flag</strong></em>, sulla quale campeggia un serpente attorcigliato su sé stesso con la scritta <em>Don’t tread on me</em> (“Non calpestarmi”) sopra uno sfondo giallo</mark>. Un vessillo, tra i primi utilizzati negli Stati Uniti, apparso per la prima volta dopo la Guerra di indipendenza divenuto l’emblema dell’area libertaria del Paese. Oltre alla Gadsen Flag i membri del movimento più attivi sui social media postano i propri contenuti multimediali usando l’hashtag <mark class='mark mark-yellow'><strong><em>#WWG1WGA</em></strong>, sigla del motto <strong><em>Where We Go One, We Go All</em></strong> (“Dove va uno, vanno tutti”)</mark>.<a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2021/02/il_570xN.2345953691_6gz8.jpg"><img class="wp-image-50021 size-full aligncenter" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2021/02/il_570xN.2345953691_6gz8.jpg" alt="il_570xN.2345953691_6gz8" width="570" height="395" /></a><mark class='mark mark-yellow'>A seguito del suo sempre maggior successo QAnon ha deciso di trasferire la propria home-page su <strong><em>8chan</em></strong> piattaforma di imageboard molto simile a quella in cui è nata nell’ottobre del 2017</mark>. Il sito, a seguito sia dei suoi legami con movimenti vicini al <strong>suprematismo bianco</strong>, <strong>neonazismo</strong>, <strong>razzismo</strong>, <strong>antisemitismo</strong> sia della diffusione al suo interno di <strong>materiale pedopornografico</strong>, è stato rimosso dalla rete il 5 agosto 2019 salvo poi apparire quattro mesi dopo con un nuovo nome: <mark class='mark mark-yellow'><strong><em>8kun</em></strong>. Attraverso un post pubblicato su quest’ultima piattaforma nel giugno 2020, <em>Q </em>ha esortato i propri seguaci a fare un «giuramento di soldati digitali»: in moltissimi hanno risposto alla “chiamata”, utilizzando l&#8217;hashtag, divenuto molto popolare su Twitter, <em><b>#TakeTheOath</b></em></mark>.</p>
<p>Secondo un’analisi condotta da <a href="https://www.mediamatters.org/twitter/fbi-calls-qanon-domestic-terror-threat-trump-has-amplified-qanon-supporters-twitter-more-20"><strong><em>Media Matters for America</em></strong></a>, a partire <mark class='mark mark-yellow'>da ottobre 2020 e proprio sul sito dell’uccellino azzurro, l’ex-presidente Donald Trump ha amplificato la messaggistica di QAnon</mark> almeno <strong>265 volte</strong>, condividendo post o citando <strong>152 account Twitter</strong> affiliati al movimento, anche più volte al giorno. Gli stessi <em>anons</em> spesso si riferiscono al Tycoon come <em><b>Q+</b></em>. Un’analisi interna compiuta da <mark class='mark mark-yellow'>Facebook</mark> lo scorso agosto ha rilevato milioni di utenti presenti in migliaia di gruppi e pagine associate alla teoria complottista. <mark class='mark mark-yellow'>La stessa piattaforma social, assieme ad altre come YouTube, Twitter e Reddit sta facendo piazza pulita di account e community legate a QAnon, relegando i suoi seguaci a social più di nicchia – come <strong><em>EndChan</em></strong> o<strong><em> Parler</em></strong> – e con un bacino di visibilità altamente ridotto</mark>. Da queste bacheche dedicate gli adepti del movimento hanno comunque cercato di condurre una guerra informativa per cercare di influenzare l’esito delle elezioni presidenziali del 2020.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>I <b>“testimoni” di <em>Q</em></b> hanno deciso di uscire dall’anonimato nell’agosto del 2018, apparendo sin dalle prime fasi della campagna di rielezione di Trump</mark>. Una presenza, la loro, divenuta sempre più numerosa nei due anni successivi. Dopo la sconfitta del Tycoon contro Joe Biden gli aggiornamenti di <em>Q </em>dalla sua pagina su 8kun sono drasticamente diminuiti. <mark class='mark mark-yellow'>La sua dottrina, assieme a quella impartita da altri movimenti dell’<i><b>alt-right</b></i> americana come <em><b>Boogaloo</b> </em>e<em> <b>Proud Boys</b></em> hanno fomentato la volontà da parte dei propri adepti di ribaltare i risultati elettorali anche con l’uso della forza</mark>. Agitazioni culminate con l’<b>assalto al Campidoglio di Washington D.C.</b> dello scorso <b>6 gennaio</b>: un’azione che oltre a portare un’ondata di sdegno nell’opinione pubblica di tutto il mondo ha costretto vari social a dare un ulteriore giro di vite sui contenuti relativi a movimenti come QAnon.<a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2021/02/56151145_101.jpg"><img class="aligncenter wp-image-50022" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2021/02/56151145_101-300x168.jpg" alt="56151145_101" width="600" height="338" /></a>Ultima di una grande “dinastia” di dottrine complottiste made in U.S.A. <mark class='mark mark-yellow'>la <em>Teoria di Q </em>è figlia di <strong><em>Pizzagate</em></strong>, ennesima teoria sistematicamente smascherata divenuta virale durante sempre durante le <strong>elezioni presidenziali degli Stati Uniti del 2016</strong></mark>. Basandosi su alcuni presunti messaggi di posta elettronica, il “complotto della pizza” vedrebbe coinvolte importanti <strong>personalità politiche statunitensi</strong> e <b>diversi ristornati</b> in un – sempre presunto – <strong>traffico di esseri umani</strong> e <strong>abusi su minori</strong>. Fulcro di tale organizzazione sarebbe stata la <strong><em>Comet Ping Pong</em></strong>, pizzeria di Washington D.C.</p>
<p>Facile vedere un nesso tra le due teorie. <mark class='mark mark-yellow'>A differenza del suo predecessore, QAnon è stata la prima dottrina complottista “marginale” ad essere valutata, in un rapporto pubblicato dall’FBI, come «Una potenziale fonte di terrorismo interno»</mark>. Preoccupazioni che, a fronte dell’assalto al Campidoglio di Washington D.C. dello scorso 6 gennaio, denotano quanto gruppi e milizie che veicolano dottrine simili a quella di QAnon rappresentino una reale minaccia <strong><em>Untouchable Democracy </em></strong>degli Stati Uniti d’America.</p>
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		<title>Boogaloo: meme o milizia al servizio dell&#8217;alt-right?</title>
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		<pubDate>Sat, 30 Jan 2021 14:09:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Luca Barenghi]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[«Essendo necessaria alla sicurezza di uno Stato libero una ben organizzata milizia, il diritto dei cittadini di detenere e portare armi non potrà essere infranto»: queste, oltre ad essere le ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1015" height="571" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2021/01/e6c8966c-ba87-43de-b1a3-d4fec9f3797d-large16x9_GettyImages1229133060.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="e6c8966c-ba87-43de-b1a3-d4fec9f3797d-large16x9_GettyImages1229133060" /></p><p>«Essendo necessaria alla sicurezza di uno Stato libero una ben organizzata milizia, il diritto dei cittadini di detenere e portare armi non potrà essere infranto»: queste, oltre ad essere le parole contenute nel secondo emendamento della Costituzione americana, è il fondamento del credo e della dottrina imbracciato da <em><strong>Boogaloo</strong></em>. Il movimento, i cui membri vengono talvolta chiamati <strong><i>Boys</i></strong> o <b><i>Bois</i></b>, diede i suoi primi vagiti nel 2012 su <strong><em>4chan</em></strong>, la più famosa pagina imageboard del mondo, all’interno della quale i propri utenti postano ogni giorno contenuti multimediali in forma completamente anonima. Il sito, fondato nel 2003 da <b>Christopher Poole</b>, allora quindicenne, è celebre per essere una vera e propria fucina di <em><b>memes</b></em>: immagini e video, a metà strada tra il comico e il satirico, entrati ormai nella fenomenologia della cultura contemporanea. Dopo alcuni anni, passati come mero fenomeno “underground” della sottocultura di internet, il movimento è salito agli onori della cronaca nel 2019, anno durante il quale il mondo è venuto a conoscenza dei suoi veri intenti.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Pur variando all’interno dei vari gruppi che lo compongono, l’ideologia <em>made in Boogaloo</em> ha come trait d’union tre punti fondamentali: il diritto imprescindibile degli americani di possedere armi da fuoco, l’avversione verso l’attuale governo federale statunitense e l’incitazione ad una nuova ed imminente guerra civile americana (chiamata proprio «Boogaloo»)</mark>. Questi tre concetti vengono idealizzati da <strong>camicie hawaiane</strong>, <strong>divise militari</strong> – veri e propri capi d’abbigliamento distintivi dei <em>Boys</em> – e immagini di <b>igloo</b>. Quest’ultimo simbolo è entrato nell’immaginario del movimento dopo l’uso estensivo di termini ad esso assonanti come <em>Boog</em>, <em>Boojahideen</em>, <em>Big Igloo</em> e <em>Blue Igloo</em> su varie pagine social. Un escamotage utilizzato dagli utenti per evitare blocchi e censure automatizzati e imposti da varie piattaforme social per limitare o vietare i contenuti ad esso relativi. È dalla fusione di questi simboli totemici che è nato <mark class='mark mark-yellow'>il vessillo del movimento: una bandiera americana in bianco e nero, con una striscia centrale sostituita da un <em>tropical pattern</em> rosso e un igloo posto in alto a sinistra al posto delle 50 stelle</mark>.<a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2021/01/2560px-Boogaloo_flag.svg.png"><img class="aligncenter wp-image-49965" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2021/01/2560px-Boogaloo_flag.svg-300x157.png" alt="2560px-Boogaloo_flag.svg" width="650" height="342" /></a>L’origine del suo nome deriva da <strong><em>Breakin&#8217; 2: Electric Boogaloo</em></strong>, disastroso sequel dell’omonimo cult movie datato <b>1984</b>, entrato a pieno titolo nella cultura popolare come archetipo di “seguito – non solo cinematografico – fallimentare”. I primi post apparsi su <em>4chan</em> creati dai <em>Boys </em>della prima ora decisero infatti di chiamare l’imminente seconda guerra civile americana con un titolo degno dei migliori film d’azione hollywoodiani: <em><b>Civil War 2: Electric Boogaloo</b></em>. Stando alle dichiarazioni rilasciate dai sostenitori del movimento nei prossimi anni i “poteri forti della sinistra U.S.A.” progetteranno una confisca su scala nazionale delle armi da fuoco che creerà nel popolo americano un malcontento talmente intenso e diffuso da sfociare in un conflitto interno di proporzioni nazionali. <mark class='mark mark-yellow'>Alla guida di questa <em><b>Guerra di secessione, atto secondo</b></em> saranno</mark> proprio <mark class='mark mark-yellow'>i seguaci di Boogaloo, armati fino ai denti con mitra, pistole, giubbotti antiproiettile e camicie hawaiane</mark>.</p>
<p>Dal <b>2019</b>, anno dell’ascesa dei “guerrieri in bluse tropicali” e della loro sempre più massiccia presenza a manifestazioni e proteste in tutto il Paese, sono state moltissime le interpretazioni di media, ricercatori e agenzie volte a delineare le caratteristiche del movimento. Un’impresa ardua data la sua grande frammentazione interna. <mark class='mark mark-yellow'>Alcuni gruppi, talvolta additati come “milizie”, sono stati spesso descritti come rappresentanti dell’<em>alternative right</em> americana e promotori di ideologie ancora più conservatrici rispetto a quelle imbracciate anche dai repubblicani più radicali</mark>. Sulle pagine del <a href="https://www.theguardian.com/world/2020/jul/08/boogaloo-boys-movement-who-are-they-what-do-they-believe"><em><b>Guardian</b></em></a> <strong>Lois Beckett</strong>, giornalista esperta nei movimenti di estrema destra, ha definito gli adepti di Boogaloo come «Detrattori dell&#8217;attuale governo federale, da loro definito come “illegittimo”, pur rimanendo profondamente patriottici. Venerano la costituzione e si considerano i veri discendenti dei padri fondatori dell&#8217;America. A loro avviso, gli attuali legislatori statunitensi sono l&#8217;equivalente dell&#8217;occupazione delle forze britanniche durante la guerra rivoluzionaria».<a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2021/01/Schermata-2021-01-29-alle-16.26.52.png"><img class="aligncenter wp-image-49975" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2021/01/Schermata-2021-01-29-alle-16.26.52-300x167.png" alt="Schermata 2021-01-29 alle 16.26.52" width="650" height="362" /></a><mark class='mark mark-yellow'>L’idea su cui il gruppo appare maggiormente diviso è quella relativa alla <b>razza</b></mark>: da un lato esistono frange composte da <strong>suprematisti bianchi</strong>, <strong>neonazisti</strong> e <strong>segregazionisti</strong> fermamente convinti che i tanto agognati disordini sociali sfoceranno anche in una guerra razziale; dall’altra parte si possono trovare anche gruppi di Boogaloo Boys che, oltre a condannare il razzismo e la <em>white supremacy</em>, sono scesi nelle strade e nelle piazze di tutta America a fianco degli attivisti del <strong><em>Black Lives Matter</em> </strong>durante le proteste andate in scena durante tutto il <b>2020</b>. Tuttavia, questa presa di posizione compiuta dall’ala più integrazionista del movimento è stata accolta con diffidenza e scetticismo: molti giornalisti e ricercatori non sono infatti sicuri se tale linea di pensiero sia autentica o volta ad oscurare i veri obbiettivi del movimento, decisamente poco inclusivi nei confronti di persone di “razza diversa”. Secondo <a href="https://www.hks.harvard.edu/faculty/joan-donovan"><b>Joan Donovan</b></a>, direttrice dello <strong><em>Shorenstein Center on Media, Politics and Public Policy</em></strong> presso la <strong>Harvard Kennedy School</strong> dietro queste prospettive di “apertura totale”, <mark class='mark mark-yellow'>l’idea alla base di Boogaloo è quella di «Smantellare il governo U.S.A. sia attraverso l’eliminazione delle tutele concesse nel corso degli anni ai cittadini neri, queer, disabili sia inasprendo la politica estera legata all&#8217;immigrazione. in gruppi come questi ci sono sempre sottotemi razzializzati ed eugenetici»</mark>.</p>
<p>Ben diverso è il parere di <a href="https://docs.house.gov/meetings/HM/HM05/20200716/110911/HMTG-116-HM05-Wstate-MacNabJ-20200716.pdf"><b>JJ McNab</b></a>, ricercatore e collaboratore della <strong><em>George Washington University</em></strong> specializzato nella ricerca su gruppi estremisti antigovernativi. Secondo McNab, infatti, «La maggior parte dei partecipanti è stata radicalizzata altrove […] Per questo motivo Boogaloo non dovrebbe essere considerato come una milizia [ma] un codice di abbigliamento, un modo di parlare, un gergo. Le persone che vi aderiscono provengono da altri gruppi estremisti, di solito presenti su piattaforme on-line come Facebook o Twitter. Qui sono venuti a sapere della sua esistenza e hanno deciso di indossare divise militari e camicie floreali come una specie di simbolo. È sbagliato trattarli come attivisti di un movimento separato. Il problema è che si continuano ad ignorare le aree sottostanti dalle quali queste persone provengono».</p>
<p>Nonostante alcuni partecipanti minimizzino l’effettiva pericolosità del movimento, liquidandolo ad innocue “barzellette online”, tanto le forze dell’ordine quanto giornali come <strong><a href="https://www.economist.com/united-states/2020/05/23/why-some-protesters-in-america-wear-hawaiian-shirts"><em>The Economist</em></a></strong> sostengono la complicità dei militanti di Boogaloo «[nella] diffusione di disinformazione e teorie del complotto, attacchi alle infrastrutture e terrorismo da lupo solitario». <mark class='mark mark-yellow'>A partire dal 2019 almeno <b>31 persone</b> legate a Boogaloo sono state arrestate</mark>. Su di loro pendono capi d’accusa come il <mark class='mark mark-yellow'><strong>tentato attacco a proprietà pubbliche</strong> e private con l’utilizzo di <strong>fuoco</strong> ed <strong>esplosivi</strong>, <strong>possesso di armi da fuoco non registrate</strong>, <strong>incitamento alla rivolta</strong> e <strong>persino omicidio</strong></mark>.<a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2021/01/Carillo.png"><img class="aligncenter wp-image-49973" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2021/01/Carillo.png" alt="Carillo" width="650" height="371" /></a>Tra i fatti più gravi a carico di presunti <em>Boys </em>ci sono gli <mark class='mark mark-yellow'>omicidi[/marl], avvenuti rispettivamente il <b>29 maggio</b> e <b>6 giugno 2020</b>, <mark class='mark mark-yellow'></mark>di <strong>David Patrick Underwood</strong> agente del <em>Federal Protective Service</em> di Oakland e <strong>Damon Gutzwiller</strong>, vicesceriffo di Santa Cruz. Entrambi i delitti sono stati compiuti da <strong>Steven Carillo</strong>, ex-sergente della <em>United States Air Force</em></mark> che secondo l’FBI ha utilizzato le proteste per George Floyd come copertura per attaccare le forze dell’ordine. Dopo l’assalto alla casa e l’arresto di Carillo – che ha provocato la morte di Gutzwiller – gli agenti hanno trovato il furgone bianco utilizzato dal killer per fuggire da Oakland dopo l’attentato e l’assassinio di Underwood. Al suo interno sono stati trovati un giubbotto antiproiettile con una toppa recante il simbolo di Boogaloo e due scritte, tracciate dall’uomo col proprio sangue sul cofano del veicolo: «Boog» e «I became unreasonable», entrambi meme molto popolari tra gli attivisti del movimento.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Un altro episodio che ha visto coinvolti membri del movimento è stato il <strong>tentativo di rapimento fallito della governatrice del Michigan Gretchen Whitmer</strong></mark>. La donna, tra i membri di spicco del <em>Democratic Party</em> americano, ha attirato a sé moltissime critiche a causa del suo modello di gestione della pandemia. In netta controtendenza rispetta al <em>laissez faire</em> di Trump e della Casa Bianca – lo stesso Tycoon ha twittato «Liberate Michigan» – <mark class='mark mark-yellow'>già nel mese di aprile la Whitmer ha deciso di imporre all’interno dei confini del proprio stato un <strong>severo lockdown</strong>, chiudendo la quasi totalità delle attività economiche</mark>. Culmine della protesta nei confronti di tale presa di posizione sono state le <mark class='mark mark-yellow'>proteste del <b>13</b> e <b>14 aprile 2020</b> durante le quali migliaia di persone si sono radunate fuori dall’edificio del palazzo del Campidoglio locale di Lasing, capitale amministrativa del Michigan</mark>. Tra la folla c’erano moltissimi <strong>estremisti di destra</strong>, con bandiere sudiste, drappi con svastiche e armati con fucili semiautomatici. All’interno di queste schiere probabilmente era nascosta la milizia che durante l’estate successiva si è esercitata con l’uso delle armi, simulando assalti e scontri a fuoco e, soprattutto, sorvegliando per due mesi la casa della Whitmer con lo scopo di rapirla, tenerla in ostaggio per mesi e “processarla” prima delle elezioni presidenziali di novembre. <mark class='mark mark-yellow'>I <b>13 uomini</b>, considerati dagli investigatori come le menti di tale piano, sono stati arrestati a seguito di una serie di indagini condotte dall’FBI</mark>. Ricerche successive, compiute soprattutto sui loro profili social, hanno dimostrato un chiaro legame tra i cospiratori e le ideologie promosse da Boogaloo.<a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2021/01/200805-gretchen-whitmer-ap-773.jpg"><img class="aligncenter wp-image-49972" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2021/01/200805-gretchen-whitmer-ap-773-300x199.jpg" alt="Detroit Schools-Literacy" width="650" height="433" /></a>Oltre a episodi come questi <mark class='mark mark-yellow'>quello che maggiormente preoccupa l’opinione pubblica americana riguardo all’universo Boogaloo è la presenza al suo interno sia di <strong>veterani</strong> che di <strong>soldati ancora in servizio presso l’esercito statunitense</strong></mark>. Sebbene il numero accertato di <em>Boys</em> legati al mondo militare sia piccolo rispetto alla dimensione complessiva del movimento <a href="https://www.vice.com/en/article/xg8g87/the-us-military-has-a-boogaloo-problem"><b>Kathleen Belew</b></a>, ricercatrice ed esperta di suprematismo bianco pressa l’<b>Università di Chicago</b>, ha dichiarato che «La loro partecipazione non è un problema che dovremmo prendere alla leggera. Tali elementi potrebbero infatti intensificare drasticamente l&#8217;impatto dell&#8217;attivismo marginale, trasmettere competenze in materia di esplosivi e di guerriglia urbana».</p>
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