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	<title>magzine &#187; Benedetta Minoliti</title>
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	<description>un progetto della Scuola di giornalismo dell&#039;Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano</description>
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		<title>The Guardian, come raccontare i &#8220;nuovi populismi&#8221;</title>
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		<pubDate>Fri, 07 Jun 2019 03:28:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Benedetta Minoliti]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>

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				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1050" height="700" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2019/06/ER2_8921.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="credit: Wired Italia" /></p><p>È difficile trovare una risposta univoca alla domanda “come nasce il populismo”. Ed è proprio partendo da questa domanda che è nata “The New Populism”, l’inchiesta coordinata per il <em>Guardian</em> dall’associate editor Paul Lewis. Il giornalista, noto per la sua premiata inchiesta sulla morte di Ian Tomlinson, il manifestante anti-G20 ucciso a Londra nel 2009, ha deciso di portare avanti il progetto, dedicato all’ascesa del populismo di destra in Europa, per tentare di comprendere a fondo il fenomeno, ripercorrendone la storia, le caratteristiche e i risultati delle elezioni. Lo abbiamo incontrato al Wired Next Fest in occasione del talk “The Guardian: inchiesta sul populismo connesso”.</p>
<p><strong>Paul, come nasce la sua inchiesta sul populismo? </strong></p>
<p>Ciò che ci ha spinto a iniziare l’inchiesta è stato l’aver notato come l’ascesa del populismo fosse diventata un fenomeno che non ha visto protagonista solo l’Europa, ma tutto il mondo. <mark class='mark mark-yellow'>Un tema, questo, su cui, stranamente, c’era anche poca informazione: non esisteva, infatti, una definizione esatta del termine, trattandosi di un concetto scivoloso da incasellare.</mark> E, in più, pochi disponevano degli strumenti giusti per individuare, almeno per sommi capi, quale parte politica tendesse più verso inclinazioni populiste e quale no. In virtù di questo, abbiamo sentito la necessità di aiutare la gente a capire cosa fosse il populismo e perché si stesse palesando proprio in quel determinato momento storico e abbiamo cercato di farlo attraverso la produzione di reportage, saggi, film, podcast, sfruttando la trans-medialità per sviscerare l’argomento e fugare tutti i dubbi dei lettori.</p>
<p><strong>Quale consiglio darebbe a chi si avvicina adesso alla professione giornalistica?</strong><strong> </strong></p>
<p>Penso che, per qualsiasi giornalista, sia fondamentale provare a lavorare su qualcosa di originale e di unico nel suo genere. Quando lavori per tanto tempo nel campo dell’informazione, ti viene spesso automatico muoverti dove ti spinge la corrente, imboccando la stessa direzione degli altri, ma c’è un grande merito nel trovare una strada, una direzione diversa. Al momento, la situazione è precaria nel mondo dei media: su tutto, ci sono davvero poche succursali all’estero dei quotidiani e pochi corrispondenti esteri. Quindi, <span class='quote quote-left header-font'>se fossi più giovane, senza dubbio, viaggerei molto, esplorerei posti del mondo che i giornalisti, in genere, non visitano, proverei a conoscere persone e luoghi ignorati.</span> se fossi più giovane, senza dubbio, viaggerei molto, esplorerei posti del mondo che i giornalisti, in genere, non visitano, proverei a conoscere persone e luoghi ignorati.</p>
<p><strong>Quali sono le differenze tra il populismo italiano e quello americano?</strong></p>
<p>Beh, sono molto diversi. In genere, quando la gente parla di populismo in ambito accademico, mette in evidenza come affondi le sue radici nell’America del tardo XIX secolo quando i contadini progressisti e di sinistra, simbolo di una società prettamente agraria, si ribellarono contro le élites dell’East Coast. Dunque, il populismo americano ha radici progressiste e legate alla sinistra. Ovviamente, con il tempo, la situazione è cambiata e ora abbiamo personaggi come Bernie Sanders a sinistra o Donald Trump a destra che, spesso, vengono etichettati come populisti. Il sistema politico a stelle e strisce è diverso rispetto a quello italiano ma ci sono delle somiglianze nel linguaggio adoperato dai leader, nei termini, nelle espressioni usate da Trump e da Salvini e, talvolta, anche da Di Maio. Nella sua massima espressione, <mark class='mark mark-yellow'>il populismo è un approccio strategico che consente ai politici di ridurre la politica a una battaglia tra persone comuni messe da parte (ignorate) e un’élite corrotta.</mark> Un tratto, questo, riconoscibile in America, in Italia, in tutto il mondo. Si tratta proprio di un metodo che presta il fianco al riduzionismo e alla semplificazione, fortemente divisiva nel suo creare un concetto di “noi contro loro”. Questo modo di far politica solo in bianco e nero richiama l’attenzione e, se riesce a richiamare l’attenzione, diventa effettivo. Tanto in Iowa quanto a Milano.</p>
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		<title>Vannetti, come ti comunico la maison Gucci ai tempi dei social</title>
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		<pubDate>Fri, 22 Mar 2019 13:57:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Benedetta Minoliti]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Milano]]></category>

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		<description><![CDATA[“Ho cominciato per sbaglio nella moda, non ci volevo neanche lavorare, se devo essere onesto”. A raccontarlo è Alessio Vannetti, direttore della comunicazione per Gucci, la maison fiorentina fondata da ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1600" height="812" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2019/03/DiaryHeroArticle_s63fs-gucci-ghost-qa_001_Default.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="DiaryHeroArticle_s63fs-gucci-ghost-qa_001_Default" /></p><p>“Ho cominciato per sbaglio nella moda, non ci volevo neanche lavorare, se devo essere onesto”. A raccontarlo è <strong>Alessio Vannetti</strong>, direttore della comunicazione per Gucci, la maison fiorentina fondata da <strong>Guccio Gucci</strong> nel 1921. Vannetti inizia la sua carriera come giornalista, nel settore musicale. Dopo pochi anni, però, <em>Musica</em>, l’inserto cartaceo de <em>La Repubblica </em>dove Vannetti lavora come redattore, chiude i battenti. È <strong>Caterina Pazzi</strong>, direttrice della comunicazione di <em>Costume National</em>, che per diversi anni lo aveva aiutato ottenere interviste con i musicisti internazionali, a chiamarlo, una mattina, spiegando di aver bisogno di un assistente. “Non so distinguere un lino da un cotone”, ribatte lui. Non importa, si impara: questa è la risposta della donna.<br />
Così comincia la carriera di Vannetti nella moda, dove <mark class='mark mark-yellow'>entra con il classico snobismo di chi pensa che sia tutta lustrini e paillettes.</mark> “La moda per me si poteva riassumere nel film <em>Il diavolo veste Prada</em>”.</p>
<p>Vannetti scopre un mondo fatto non solo di tessuti e tacchi a spillo, ma anche di arte e cultura: <strong>Francesca Alfano Miglietti</strong>, all’epoca Art director di <em>Costume National</em>, oggi gallerista, lo introduce alla body artist <strong>ORLAN</strong>, interprete di performance artistiche ancora più estreme della celeberrima Marina Abramovic.<br />
Gli anni in cui Vanetti inizia a lavorare in questo settore sono anni roboanti, rivoluzionari. <mark class='mark mark-yellow'>L’aria di cambiamento si respira in ogni angolo, ed è <strong>Franca Sozzani</strong>, compianta direttrice di Vogue Italia, a iniziare questa rivoluzione.</mark></p>
<p><img class="alignleft wp-image-38609 " src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2019/03/8-2-768x509-300x198.jpg" alt="Alessio Vannetti" width="373" height="246" /></p>
<p>All’epoca, per esempio, le aziende prontiste, che oggi definiremmo di <em>fast fashion</em>, “non avevano dignità” nell’olimpo delle grandi <em>maison</em>. “In 3 settimane usciva in queste catene la collezione sulla quale i marchi di alta moda avevano lavorato per 6 mesi”. Un brand si distingue dagli altri: <strong>Patrizia Pepe</strong>. E Sozzani, come racconta Vannetti, decide di aprirle, pubblicitariamente parlando, Vogue Italia. Una scelta contestata, quella della Sozzani, che risulterà, negli anni a venire, assolutamente geniale. Le pubblicità dei brand prontisti sono collocate da pagina 150 in poi: per <em>Vogue</em> è un introito, per le aziende è il sogno di entrare tra i grandi. “Franca aveva capito la necessità di far convivere alto e basso in un unico mezzo: io l’ho capito solo qualche anno dopo”. Ma non c’è solo la pubblicità nella rivoluzione firmata Sozzani. La storica editor comincia a sperimentare, insieme a Maisel e Steven Kline, la commistione tra politica e moda. “Ci sono servizi fotografici di Franca – racconta Vannetti – che sono leggenda: come quello sulla chirurgia estetica e quello sull’abuso di potere”.</p>
<p>La moda ha una missione, che va al di là di vestiti e accessori: comunicare con chiunque, dovunque. Come nel caso di <mark class='mark mark-yellow'>Gucci, che ogni giorno è in contatto con oltre 600 milioni di persone nel mondo.</mark> Oggi, più che mai, la comunicazione di un valore è fondamentale oltre la <em>brand identity</em>. Prima dell’avvento di internet e dei social, i consumatori potevano essere “confusi” dalle aziende attraverso uno <em>story telling</em> ben congegnato, ma inventato. Oggi il consumatore sa ciò che vuole e dove trovarlo e, anche nel mondo della moda, il <em>fact checking</em> è immediato.</p>
<p>Oggi sono anche i <em>social netwok</em>, che “hanno dato voce a tutti”, e che sono al centro della campagna di qualsiasi azienda. Non solo perché le case di moda “sono state, in parte, costrette a diventare editori”. Il flusso di lavoro, oggi, nasce dalla collezione ma, come spiega Vannetti, Gucci vive della creatività di<strong> Alessandro Michele</strong>, direttore creativo di Gucci dal 2015, a 360 gradi. Uno degli esempi è l’utilizzo di <em>Snapchat</em>, scelto per presentare la collaborazione con il falsario<strong> Gucci Ghost</strong>: il giovane artista vive a Brooklyn, dove il ritiro della spazzatura avviene una volta al mese:  per abbellire i bidoni, utilizza il classico monogramma di Gucci. “Se fai vedere una cosa del genere a un legale, o a me, la ritengo un’offesa, mentre Alessandro ha visto il bello in quello che faceva”.</p>
<p>La creatività è il pane del <mark class='mark mark-yellow'>“cultural leader” Alessandro Michele</mark>, che dal 2015 a oggi ha raddoppiato il fatturato dell’azienda, passando da 3 a 8 miliardi di dollari.<br />
Non si può parlare di social senza parlare di influencer, ma dare una definizione oggettiva è molto difficile. Per il Communication manager di Gucci gli influencer sono persone che producono qualcosa, e sono, in linea di massima, illustratori e performer. È influencer chi usa i social per promuovere l’arte e la creatività. I blogger sono altro. “Anche nel vestire, e negli atteggiamenti, può esistere un atto creativo, ma gli influencer fini a sé stessi non hanno alcun senso”.<br />
La “creatività” però, si sa, ha un prezzo, soprattutto quando si parla dell’iconico mocassino firmato Gucci, che, come fa notare Vannetti, non tutti possono permettersi. “Se riuscissimo a guardare la moda come un catalizzatore cultura, e non solo di business, però, non sarebbe così, perché alcune delle iniziative che abbiamo prodotto nel tempo sono aperte ai pubblici più disparati”. <span class='quote quote-left header-font'>&#8220;Dovremmo guardare la moda come un catalizzatore di cultura&#8221;</span>Si fa riferimento, tra le altre, a <em>Club to Club</em>, l’evento che porta in ogni angolo del mondo alcuni tra i migliori deejay del panorama mondiale. “Per vivere questo tipo di esperienza non chiediamo a nessuno di comprare scarpe o borse, ma semplicemente di registrarsi e venire all’evento, in modo totalmente gratuito”.</p>
<p><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2019/03/90.jpg"><img class="alignright wp-image-38608 " src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2019/03/90-300x168.jpg" alt="Maglione &quot;black-face&quot;" width="393" height="220" /></a></p>
<p>“Un certo tipo di esclusività del prezzo – racconta Vannetti – dà ad Alessandro Michele la possibilità di sfogare tutta la sua creatività. <mark class='mark mark-yellow'>Però non credo che il discorso su esclusività o inclusività debba soffermarsi esclusivamente sui prezzi delle nostre collezioni.</mark> Io, per il momento, vedo un buon bilanciamento tra le due cose”. Social network significa anche esplosione di boom mediatici e Gucci, dal canto suo, non è esonerata dagli “scandali”. A causare quello più recente, è stata la vendita di un maglione con una bocca rossa, subito collegata alla <em>black-face</em>, simbolo del razzismo contro gli afroamericani. “Venti anni fa,  ci sarebbero volute settimane per diffondere quanto accaduto. Invece, dal primo tweet al culmine della crisi di comunicazione, sono passate solo 6 ore”. Trasparenza e onestà sono le uniche armi in mano alle maison, in casi come questo. E Vannetti sostiene che la maison fiorentina ne ha da vendere.</p>
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		<title>Fact-check: quanti migranti ha rimpatriato Salvini?</title>
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		<pubDate>Wed, 13 Mar 2019 17:11:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Benedetta Minoliti]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Inchieste]]></category>
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		<description><![CDATA[FALSE / Matteo Salvini: &#8220;Espelleremo 100mila migranti l&#8217;anno&#8221; La promessa elettorale di Salvini Il tema dell’immigrazione è stato uno dei cavalli di battaglia della campagna elettorale di Matteo Salvini. Secondo ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="840" height="557" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2019/03/evidenza.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="evidenza" /></p><h2><span style="color: #000080;"><em>FALSE / Matteo Salvini: &#8220;Espelleremo 100mila migranti l&#8217;anno&#8221;</em></span></h2>
<h3><span style="color: #000080;"><strong>La promessa elettorale di Salvini</strong></span></h3>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Il tema dell’<strong>immigrazione</strong> è stato uno dei cavalli di battaglia della campagna elettorale di Matteo Salvini.</mark> Secondo l’attuale vicepremier, infatti, azzerare gli sbarchi e aumentare il numero dei rimpatri è la <strong>priorità</strong> da perseguire per il benessere del Paese.</p>
<p>Prima di diventare ministro dell’Interno, Salvini aveva già individuato una serie di condizioni necessarie per raggiungere questi obiettivi. Tra queste, l’aumento del numero dei Centri di identificazione ed espulsione (<strong>Cie</strong>), una maggiore trasparenza nella gestione dei centri di accoglienza (e la possibilità di realizzarne altri sotto la protezione dell’Onu nei Paesi sicuri vicino alla Libia), la chiusura di accordi bilaterali per i rimpatri nei Paesi di origine, il divieto di sbarco per le Ong e la modifica della procedura per il riconoscimento o la revoca di <em>status</em> di rifugiato.</p>
<h3><span style="color: #000080;">Come le promesse di Salvini sono cambiate nel tempo</span></h3>
<p>Matteo Salvini ha più volte promesso di rimpatriare <strong>100mila</strong> immigrati l’anno, una cifra che ha poi dovuto rivedere al ribasso già durante i primi mesi del suo mandato. In una dichiarazione del 26 novembre 2017, l’attuale ministro dell’Interno affermava che “l’impegno serio e concreto del centrodestra deve essere quello di fare 100mila espulsioni l’anno, mezzo milione di clandestini riportati al loro paese in cinque anni”. Meno di un mese dopo, l’11 dicembre 2017, Salvini ribadiva il concetto, affermando che nel patto di governo della coalizione di centrodestra sarebbe stato contenuto l’impegno a espellere almeno 100mila irregolari l’anno.</p>
<p>A distanza di meno di un anno, il 28 settembre 2018, Salvini ritratta però le sue precedenti affermazioni, affermando che sarebbe stato facile arrivare almeno a <strong>4mila</strong> espulsioni l’anno. I rimpatri forzati, secondo i dati forniti dal Ministero, dall’1 gennaio al 31 maggio 2018 sono stati 2833, mentre dall’1 giugno al 9 dicembre dello stesso anno (nel periodo successivo all&#8217;insediamento del governo Conte) sono stati 3626, per un totale di <strong>6459</strong>.<br />
<mark class='mark mark-yellow'>La cifra supera di gran lunga la soglia di 4mila promessa a settembre 2018, ma rimane ben al di sotto dei 10mila rimpatri l’anno previsti inizialmente.</mark></p>
<div id="attachment_38444" style="width: 477px" class="wp-caption alignnone"><img class="wp-image-38444" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2019/03/evidenza1-300x198.jpg" alt="evidenza" width="477" height="315" /><p class="wp-caption-text">Infografiche a cura di Beatrice Beretti, Federico Capella, Mariangela Masiello, Nicolò Casali, Matteo Chiesa, Andrea Ferrario, Stefano Francescato, Matteo Serra</p></div>
<h3><span style="color: #000080;">Salvini vs Minniti</span></h3>
<p>Non si sono fatti attendere i paragoni con l’ex ministro dell’Interno <strong>Marco Minniti</strong> e il suo operato. Nel decreto immigrazione firmato nel 2017 venne aumentato il numero dei centri di accoglienza. Si passò infatti, da quattro Cie a venti nuovi Cpr (Centri permanenti per il rimpatrio), uno per ogni regione, per una capienza totale di 1600 posti e un costo di 19 milioni di euro. Con il cambio di governo, il nuovo esecutivo fece seguito una nuova legislazione, il decreto Salvini. La nuova legislazione prolunga il periodo di permanenza massimo all’interno dei Cpr <strong>da 90 a 180 giorni</strong>. Inoltre stabilisce che, qualora non ci sia disponibilità all’interno dei centri, gli immigrati possano essere trattenuti anche negli uffici di frontiera. Il decreto del 2018 prevede anche un incremento dei fondi destinati ai rimpatri, da andare ad aggiungere ai <strong>3,5 milioni di euro</strong> stanziati dal governo precedente per il triennio 2018-2020. Totalmente differente, però, è l’utilizzo che viene fatto di questi fondi: sotto il governo Gentiloni il fine era l&#8217;avvio di un Piano nazionale per la realizzazione di interventi di rimpatrio volontario assistito, comprensivi di misure di reintegrazione e di reinserimento dei rimpatriati nel Paese di origine; il governo attuale, invece, potrà utilizzare questi stessi fondi per qualsiasi forma di rimpatrio.</p>
<p><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2019/03/salvini-minniti.jpg"><img class="alignnone wp-image-38446 " src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2019/03/salvini-minniti-300x185.jpg" alt="salvini minniti" width="483" height="298" /></a></p>
<h3><span style="color: #000080;">Perché è difficile rimpatriare</span></h3>
<p>Il rimpatrio si divide in due tipologie: volontario e forzato. Nel primo caso è l’Unchr che promuove e facilita la logistica, attraverso strumenti come il <em>geo-and-see, </em>brevi soggiorni nel Paese d’origine del rifugiato per valutarne le condizioni di sicurezza. La soluzione del rimpatrio volontario è stata la prima attuata nel 2015 a livello mondiale, ma rimane un espediente a cui molti migranti sono stati costretti a rinunciare a causa dei conflitti interni nei loro Paesi d’origine, con conseguenti rischi e pericoli in caso di ritorno nella madrepatria.</p>
<p>Oltre all’UNHCR esistono delle onlus che si impegnano a rimpatriare migranti, con possibilità di reintegro nel Paese d’origine. Ciò che queste organizzazioni garantiscono è un biglietto aereo, il finanziamento di un’attività commerciale con un budget massimo di duemila euro e un contributo per familiari a carico. In Italia ne esistono diverse. RVA (Ritorno Volontario Assistito) è un progetto che prevede il ritorno assistito di 270 cittadini provenienti da Colombia, Ecuador, Perù, Marocco, Nigeria, Ghana e Senegal. Nel 2017 il CIES (Centro informazione ed educazione allo sviluppo) il CIR, (Centro Italiano Rifugiati) e il GUS (Gruppo Umano Solidarietà), attraverso tre progetti differenti finanziati da <a href="http://www.integrazionemigranti.gov.it/Attualita/Notizie/Pagine/Rimpatrio-volontario-assistito-e-reintegrazione-per-i-cittadini-di-Paesi-terzi.aspx">Fondo Asilo Migrazione e Integrazione dell’Unione Europea e del Ministero dell’Interno</a>, hanno permesso a quasi 300 immigrati di diverse nazionalità nordafricane il ritorno nel proprio Paese.</p>
<p>Per quanto riguarda i rimpatri forzati, diverse leggi e decreti che hanno tentato di disciplinare questa complessa procedura: il decreto Minniti sull’immigrazione, l’estensione della rete dei centri di detenzione per i migranti irregolari fino all’introduzione del lavoro volontario per i migranti. Sia rimpatri volontari che forzati condividono un unico grande problema: i <strong>costi insostenibili</strong>. Voli charter e misure di sicurezza rendono le espulsioni impraticabili per la maggioranza degli irregolari: i costi variano dai 3 ai 5mila euro per ogni rimpatrio. Un caso eclatante fu il rimpatrio di 29 tunisini nel 2006, che venne a costare 115mila euro<strong>.</strong> Per il 2019, il ministero dell’Interno ha stanziato 1,5 milioni di euro, una cifra che basterebbe a coprire solo 500 rimpatri. Oltre al denaro, anche il tempo è una risorsa di cui tenere conto. Matteo Salvini ha calcolato che nel caso della migrazione tunisina ci metteremmo quasi 80 anni a rimpatriare i 4mila sbarcati in Italia irregolarmente. <mark class='mark mark-yellow'>È forse un’ammissione di come questo sistema di rimpatri sia difficilmente sostenibile sia in termini economici che temporali?</mark></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Green new deal, il manifesto ambientalista dei nuovi dem</title>
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		<pubDate>Mon, 18 Feb 2019 16:12:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Benedetta Minoliti]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Emigrazione dalle regioni più colpite, aumento degli incendi boschivi, intensificazione degli eventi atmosferici estremi (alluvioni e uragani) e frequenti ondate di calore. Sono alcuni degli effetti che il cambiamento climatico ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="304" height="166" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2019/02/download.jpeg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="download" /></p><div id="attachment_37945" style="width: 240px" class="wp-caption alignright"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2019/02/Alexandria_Ocasio-Cortez_Official_Portrait.jpg"><img class="wp-image-37945 size-medium" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2019/02/Alexandria_Ocasio-Cortez_Official_Portrait-240x300.jpg" alt="Alexandria_Ocasio-Cortez_Official_Portrait" width="240" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Alexandria Ocasio-Cortez</p></div>
<p style="text-align: justify;"><mark class='mark mark-yellow'>Emigrazione dalle regioni più colpite, aumento degli incendi boschivi, intensificazione degli eventi atmosferici estremi (alluvioni e uragani) e frequenti ondate di calore.</mark> Sono alcuni degli effetti che il <strong>cambiamento climatico</strong> potrebbe avere negli Stati Uniti se gli obiettivi fissati dall’Ipcc (Intergovernmental panel on climate change) nel rapporto dello scorso novembre non saranno rispettati. Per questo la rappresentante <strong>Alexandria Ocasio-Cortez</strong> e il senatore <strong>Ed Markey</strong> hanno presentato al Congresso di Washington una risoluzione di 14 pagine per impegnare il governo di <strong>Donald Trump</strong> a traghettare gli Usa verso un modello energetico 100% rinnovabile, a zero emissioni. Non solo: la strada tracciata da Cortez e Markey comprende investimenti in auto elettriche e linee ferroviarie ad alta velocità, nonché l’aumento del cosiddetto “costo sociale” del carbone. Il documento cita gli obiettivi da raggiungere per scongiurare lo scenario descritto dall’Ipcc: abbattimento delle emissioni attuali dal 40 al 60% entro il 2030, per arrivare a un rapporto emissioni/assorbimenti pari a zero entro il 2050.<mark class='mark mark-yellow'>Un piano ambizioso, che non fornisce cifre per la propria realizzazione, ma dal valore stimato di oltre mille miliardi di dollari.</mark> L’hanno ribattezzato “<strong>Green new deal</strong>”, come il celebre nuovo corso economico inaugurato nel 1933 da Franklin Roosevelt, ed è diventato la bandiera della sinistra del partito Democratico. Un’area politica in rapida ascesa dopo le elezioni di mid-term, che hanno portato a Washington una nuova generazione di deputati espressione dell’anima più progressista del Paese, tra cui, appunto, la Ocasio-Cortez, diventata un simbolo dell’America giovane e multirazziale. La loro agenda ha al centro, insieme, le tematiche ambientali e quelle legate alla disuguaglianza, e punta a coinvolgere anche le correnti più moderate e restie del partito. Molto dipenderà proprio dalla credibilità che le proposte del Green new deal sapranno conquistare.</p>
<p style="text-align: justify;">Accanto alla previsione che le nuove strategie ambientali avranno come effetto la creazione di nuovi posti di lavoro, il piano prevede anche un vero e proprio nuovo contratto sociale per il Paese: assistenza sanitaria universale, salario minimo più elevato e di sopravvivenza, lotta ai monopoli e alle loro conseguenze deleterie sul lavoro e la società. <span class='quote quote-left header-font'>Sponsorizzato da Alexandria Ocasio-Cortez, il piano punta a ridurre a zero le emissioni nette entro il 2050</span> I promotori puntano a reperire i fondi necessari da una maggior tassazione dei redditi più elevati, con un’<strong>aliquota massima al 70%</strong> (il doppio di quella attuale). La diseguaglianza e la concentrazione della ricchezza, quindi, vengono trattate da proponenti del Green New Deal come una vera emergenza nazionale, da affrontare con rimedi drastici: esattamente quella che per Donald Trump è l’immigrazione dal Messico. Ocasio-Cortez e soci, quindi, sfoderano una versione di populismo di sinistra da offrire all’elettorato in alternativa a quelle che vengono condannate come le false promesse del tycoon.</p>
<p style="text-align: justify;"><mark class='mark mark-yellow'>E i sondaggi sembrano premiare questo approccio:</mark> una progressività fiscale più aggressiva per le fasce alte, che raggiunga, appunto, anche il 70% per i redditi oltre i dieci milioni di dollari, è sostenuta da circa la metà della popolazione. Da una forte maggioranza di elettori democratici &#8211; il 73% &#8211; ma anche dal 47% degli indipendenti e persino dal 39% dei repubblicani. E anche la rivista <em>The Economist</em> ha preso atto di questa tendenza, dedicando la sua ultima copertina alla rinnovata popolarità di idee “socialiste” anzitutto tra i millennials.<br />
I target fissati dal Green new deal, però, per adesso sembrano molto lontani. L’energia proveniente da fonti rinnovabili negli Usa è solo un quinto del totale, alle spalle di gas naturale (32%), carbone (ancora il 31%) e nucleare (20%). Entro il 2050, stando agli attuali trend, le rinnovabili cresceranno ancora ma copriranno solo il 31% del fabbisogno complessivo.<span class='quote quote-left header-font'>Il costo? Mille miliardi di dollari. Da reperire tassando i ricchi fino al 70%</span> La nascita di una nuova <strong>smart grid</strong>, una rete elettrica efficiente, senza sprechi e accessibile che rimpiazzi sistemi di trasmissione obsoleti è un disegno che esiste da tempo ma non è mai stato finanziato adeguatamente dal Congresso. Al momento il governo investe circa 36 miliardi l’anno per aggiornare queste infrastrutture, senza alcuna ambizione di arrivare a una vera nuova rete nazionale entro il 2030. Le stime già esistenti dei finanziamenti necessari per reinventare la distribuzione di elettricità secondo criteri moderni e innovativi richiedono centinaia di miliardi di dollari nei prossimi vent’anni. E rivoluzionare i trasporti e le loro infrastrutture per portarli a emissioni zero è un progetto almeno altrettanto ambizioso. Il sogno di una nuova ferrovia ad alta velocità in California, tra San Francisco e Los Angeles, è stato appena ridimensionato dal neo-governatore progressista dello stato, <strong>Gavin Newsom</strong>, a causa di costi considerati proibitivi.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><em><strong>Il paese più inquinante al mondo? La Cina. Usa solo secondi</strong></em></span></h3>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2019/02/download-1.jpeg"><img class="alignleft wp-image-37949" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2019/02/download-1.jpeg" alt="download (1)" width="275" height="212" /></a><mark class='mark mark-yellow'>Nonostante gli sforzi messi in atto a livello globale, le emissioni di CO2 non accennano a diminuire.</mark> Attraverso i primi dati nazionali presentati nell’ambito della nuova direttiva Nec, l’<strong>Agenzia europea dell’ambiente (Aea)</strong> ha rivelato che spetta alla Cina il primato di Paese più inquinante al mondo. Con il 29.5% di emissioni di gas serra, infatti, la Cina produce circa un terzo dell’inquinamento globale. Al secondo posto c’è l’altra super potenza mondiale, gli Stati Uniti, responsabile del 14.3% delle emissioni totali. Il Vecchio continente, però, non è da meno: l’Unione europea infatti inquina per il 9.6%. Staccati troviamo  l’India (6.8%), la Russia (4.9%) e il Giappone (3.5%). In Europa, nel 2015, <strong>11 Paesi</strong> hanno sforato i tetti nazionali per l’inquinamento atmosferico da agricoltura e trasporti. Secondo le tabelle pubblicate dall’Aea, 18 stati membri Ue rischiano di non centrare gli impegni di riduzione fissati per il 2020, numero che aumenta a 22 se si considerano gli impegni del 2030.</p>
<p style="text-align: justify;">Tornando agli Usa, la maggior parte dei suoi Stati ha un’economia basata sulla produzione, e diverse industrie in tutto il Paese producono utilities che contribuiscono notevolmente agli scambi economici e forniscono occupazione a molti cittadini. Queste industrie, però, sono anche una grande fonte di inquinamento, a causa dei prodotti di scarto &#8211; come rifiuti chimici e fumi tossici &#8211; che vengono rilasciati nell’ambiente. Anche le centrali elettriche svolgono un ruolo importante nell’inquinamento industriale. Infatti, insieme alle industrie pesanti, producono quasi l’80% di tutte le emissioni di gas serra. Un’analisi del <strong>Center for Disease Control and Prevention</strong> ci dice che alcuni stati Usa inquinano più di altri. L’Indiana è considerato uno dei super inquinanti della nazione. Le sue centrali a carbone producono oltre 40 milioni di tonnellate di inquinamento tossico nell’aria. Lo stato dell’Ohio ha diversi stabilimenti produttivi ed è uno degli stati il cui settore di produzione elettrica è decisamente importante. Inoltre, l’Ohio ospita anche una centrale a carbone che contribuisce all’immissione di notevoli quantità di gas serra nell’ambiente.</p>
<p style="text-align: justify;"><mark class='mark mark-yellow'>Sicuramente, però, la situazione più preoccupante è quella del continente asiatico.</mark> In uno studio portato avanti dall’Asia Developement Bank è stato dimostrato che alla fine di questo secolo la temperatura aumenterà di ben 6 gradi centigradi. In certe aree, come Afghanistan, Pakistan e alcune regioni della Cina, l’aumento potrebbe arrivare a toccare gli <strong>8 gradi</strong>. Proprio la Cina, come già detto, è il paese più inquinante al mondo. Il processo di industrializzazione cinese, iniziato negli anni ’70, ha portato sia al miglioramento delle condizioni di vita di centinaia di milioni di persone, ma allo stesso tempo, ha causato lo sfruttamento intensivo delle risorse naturali e all’innalzamento del livello d’inquinamento. Un altro paese fortemente inquinante è l’India, che nel 2016 ha aumentato le sue emissioni di carbonio del 5% invece di ridurle. New Delhi, la capitale, detiene il primato come città più inquinata del pianeta.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><em>David Doniger: &#8220;Proposta coraggiosa, aiuterà il dibattito&#8221;</em></h3>
<p style="text-align: justify;"><em> <a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2019/02/davedoniger_dc_450-2_vl.jpg"><img class="alignright wp-image-37951" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2019/02/davedoniger_dc_450-2_vl-300x300.jpg" alt="davedoniger_dc_450-2_vl" width="250" height="250" /></a>David Doniger si batte contro l’inquinamento dell’aria e il cambiamento climatico globale sin dal 1978, quando si è unito alla Nrdc, il Consiglio di difesa delle risorse naturali. Ha contribuito alla formulazione del Protocollo di Montreal, un accordo internazionale sviluppato per fermare la riduzione dello strato d’ozono della Terra, e a molti importanti emendamenti al Clean Air Act. Nel 1993 Doniger ha lasciato la Nrdc per fornire le proprie competenze al Consiglio della Casa Bianca sulla qualità dell’ambiente e all’agenzia americana di protezione ambientale. In seguito, nel 2001, è tornato alla Nrdc e da allora ha difeso il Clean Air Act dagli attacchi del Congresso.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Qual è l’obbiettivo che i democratici si prefiggono con il Green New Deal?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;È una proposta molto coraggiosa che ha l’obbiettivo di de-carbonizzare totalmente il fabbisogno energetico e di investire nelle energie rinnovabili. I democratici promettono questa transizione in pochi anni. È un cambiamento epocale che dovrà coinvolgere soprattutto le realtà locali.&#8221;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Perché è necessario attuare questi provvedimenti al più presto?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;La valutazione nazionale sul clima è parsa a tutti un allarme inequivocabile. Questa dimostra chiaramente che l’inquinamento da carbonio sta causando pericolosi cambiamenti al nostro clima e che il nostro futuro dipende dal ridurre o meno questo inquinamento. Le prove sono molte e molto chiare, è ormai accertato che le attività umane, specialmente le emissioni di gas a effetto serra, sono la causa principale di questo riscaldamento globale di cui si hanno evidenze fin dalla metà del ventesimo secolo.&#8221;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Concretamente, quali sono i dati che testimoniano il surriscaldamento globale?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Ce ne sono tanti. Ne sottolineo alcuni: il livello medio del mare in tutto il mondo è salito di circa 7/8 pollici, ossia 17/20 cm dal 1900; e la metà di questo aumento si è avuta dal 1993. Il peggio però è che i livelli del mare continueranno a salire. Ci si aspetta un innalzamento netto nei prossimi quindici anni e addirittura di 1/4 piedi (dai 30 ai 120 cm) entro il 2100. Ma tutti i dati sono in aumento: quello delle piogge abbondanti, quello delle ondate di calore, quello degli incendi nei boschi.&#8221;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Questi valori dunque variano velocemente e sembrano anche peggiorare. È così?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">“<mark class='mark mark-yellow'>Il punto è che il clima sta cambiando, è cambiato ed è sempre stato così nella storia.</mark> L’uomo, volente o nolente, contribuisce in grande parte a tali modifiche. Di certo si tratta di analizzare bene, misurare con esatta precisione questi cambiamenti, cosa che ritengo sia estremamente interessante e accattivante. Si tratta però di dati di fatto che non possiamo ignorare e di cui dobbiamo parlare e spingere gli altri a parlarne. E credo che il Green New Deal sia un ottimo modo per incoraggiare e spronare ad aprire un serio dialogo su questo argomento così importante.&#8221;</p>
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		<title>Russia-Usa-Cina: tensione nucleare, corsa allo spazio</title>
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		<pubDate>Mon, 11 Feb 2019 16:59:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Benedetta Minoliti]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il primo febbraio, l’amministrazione Trump ha annunciato il ritiro degli Stati Uniti dal trattato sulle Forze nucleari intermedie (Inf), sottoscritto nel 1987 tra Usa e Unione Sovietica. Il patto, che ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="940" height="580" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2019/02/jifEh9eZxcdoQ8rza49HWg4HqAujl0AA.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="jifEh9eZxcdoQ8rza49HWg4HqAujl0AA" /></p><p><mark class='mark mark-yellow'>Il primo febbraio, l’amministrazione Trump ha annunciato il ritiro degli Stati Uniti dal trattato sulle <strong>Forze nucleari intermedie (Inf)</strong>, sottoscritto nel 1987 tra Usa e Unione Sovietica.</mark> Il patto, che impone la distruzione in entrambi i Paesi di tutti i missili a medio e corto raggio, segnò ai tempi l’inizio della fine della Guerra fredda tra le due potenze. Entro sei mesi, ora, Trump dovrà dare seguito al proprio annuncio: e se così fosse, lo scenario internazionale potrebbe precipitare verso una nuova corsa agli armamenti. Il presidente russo Vladimir Putin, infatti, ha già fatto sapere di non voler stare a guardare: una volta che gli Stati Uniti escono dall’accordo, <strong>i patti saltano</strong>.</p>
<div id="attachment_37658" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2019/02/Gorbachev_and_Reagan_1986-2.jpg"><img class="wp-image-37658 size-medium" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2019/02/Gorbachev_and_Reagan_1986-2-300x200.jpg" alt="Incontro da Ronald Reagan e Mikhail Gorbaciov, 1986" width="300" height="200" /></a><p class="wp-caption-text">Incontro tra Ronald Reagan e Mikhail Gorbaciov, 1986</p></div>
<p><mark class='mark mark-yellow'>La proliferazione di missili a raggio intermedio è stata una delle principali fonti di instabilità in Europa nei primi anni ‘80,</mark> quando gli armamenti posizionati nella parte orientale dell’Unione Sovietica avrebbero potuto colpire obiettivi in Europa occidentale. Così gli Stati Uniti reagirono dispiegando nei Paesi Nato i propri missili. Fino a quando, l&#8217;<strong>8 dicembre 1987</strong>, il presidente americano Ronald Reagan e quello russo Mikhail Gorbaciov si accordarono per la distruzione degli armamenti durante un vertice a Washington. <mark class='mark mark-yellow'>A seguito del patto furono smantellati 2.692 missili, 846 americani e 1.846 russi.</mark> Se il trattato Inf cesserà di esistere, l&#8217;unico accordo tra le due superpotenze sulle armi nucleari resterà il <strong>New strategic arms reduction treaty (New start)</strong> firmato l’8 aprile del 2010, che fissa, per entrambe le parti, il limite di 1.550 tra testate e bombe nucleari. La sua scadenza, tuttavia, è fissata per il 2021, e nessuno sembra intenzionato a volerla prolungare.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>L’annullamento del trattato Inf eliminerebbe anche il sistema di <strong>verifica espansiva</strong> sviluppato dai due Paesi sin dagli anni ‘70.</mark> Ciò significa che gli Stati Uniti perderebbero l’accesso a preziose informazioni su ciò che la Russia sta facendo in casa propria, senza possibilità di obiezioni. Perché, dunque, questa scelta? <em>The Donald </em>ha accusato la Russia di aver violato i patti, sviluppando e iniziando a dispiegare il missile da crociera <strong>Novator 9M729</strong>, ritenuto da Putin, invece, tra gli armamenti ammessi dal trattato. Secondo i russi, lo sviluppo non sarebbe altro che una risposta allo scudo antimissile schierato dagli Usa in Polonia e Romania, dotato di radar e missili avanzatissimi. Sorge spontanea, però, la domanda se dietro questo scambio di accuse non si nascondano in realtà motivazioni diverse. <span class='quote quote-left header-font'>Dietro le schermaglie nucleari potrebbe nascondersi una partita diversa: la &#8220;guerra stellare&#8221; per il predominio nello spazio</span><mark class='mark mark-yellow'>Ad esempio la nuova corsa agli armamenti per la <strong>conquista dello spazio</strong>:</mark> la cosiddetta “guerra stellare” di Donald Trump. Il presidente americano vuole il predominio Usa nello spazio, e non ha nessuna intenzione di perdere la sfida con Russia e Cina in quello che considera il campo di battaglia del futuro. Tanto da star già lavorando sul progetto “<strong>Space Force</strong>”, una vera e propria armata spaziale, che diventerà la sesta branca delle forze armate statunitensi, accanto all’esercito (Army), alla marina militare (Navy), all’aeronautica (Air Force), al corpo dei Marine e alla Guardia costiera. Un ambito, quello spaziale, in cui già Mosca e Pechino stanno facendo passi da gigante, e su cui il Pentagono si trova costretto a rincorrere. Trump ha annunciato una forza spaziale pronta per il 2020, che comprenderà uno “Space Command” che avrà risorse dedicate e guidato da un generale a quattro stelle. In questa prospettiva, il trattato Inf risulterebbe uno scomodo ostacolo. Ma a far saltare il patto sarebbe anche l’entrata in scena di una nuova super potenza, la <strong>Cina</strong>. Che di certo negli ultimi anni non è stata con le mani in mano. Ecco perché un patto bilaterale oggi ha poco senso: limita, per quanto riguarda il nucleare, solo due grandi potenze su tre, creando squilibri internazionali. Motivo per cui l&#8217;annullamento dell&#8217;accordo ha trovato il consenso anche dell’Europa e della Nasa. <mark class='mark mark-yellow'>In conclusione, dunque, non possiamo che chiederci: siamo davanti all’esordio di un nuovo ordine mondiale?</mark></p>
<h3><em><strong>La grande armata cinese</strong></em></h3>
<p>Le fonti dirette da Pechino scarseggiano, quindi, per comprendere la questione, si può solo affidarsi a un report americano uscito nelle prime settimane del 2019: <em>“China military power, modernizing a force to fight and win”</em>, pubblicato dalla <strong>Dia</strong>, l’agenzia militare d’intelligence americana, che analizza gli obiettivi, la strategia, i piani, l’organizzazione e la struttura della forza militare che spaventa gli Usa. L’esercito cinese dispone di oltre <strong>mille missili nucleari</strong> di medio raggio, una serie di missili balistici antinave e da crociera, che renderebbero vulnerabili le portaerei americane, e di alcuni dei più moderni sistemi militari del mondo, che coprono aria, mare e spazio.</p>
<div id="attachment_37668" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2019/02/aySvTLPp1LLsGIeAmAhWS6XPqlog1ewC.jpg"><img class="wp-image-37668 size-medium" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2019/02/aySvTLPp1LLsGIeAmAhWS6XPqlog1ewC-300x185.jpg" alt="aySvTLPp1LLsGIeAmAhWS6XPqlog1ewC" width="300" height="185" /></a><p class="wp-caption-text">Xi Jinping e Vladimir Putin</p></div>
<p>Insieme alla Russia, la Cina ha investito pesantemente in armi che superano in astuzia quelle americane, come le armi ipersoniche e l’intelligenza artificiale. Non solo: entro il 2035 potrebbe dotarsi di una flotta di sei portaerei da guerra, aggiungendo alle due già esistenti quattro vascelli a propulsione, anche se <mark class='mark mark-yellow'>il timore maggiore per Trump è che Pechino riveda la strategia di lungo corso del &#8220;<strong>no first use</strong>&#8220;, che prevede l’impiego di armi nucleari solamente a fini difensivi.</mark> L’espansione cinese è però un obiettivo a più ampia portata. Il presidente <strong>Xi Jinping</strong> sta riorientando la sua politica estera in direzione espansionistica e offensiva sul piano economico, in funzione anti-americana. Dopo aver conquistato il <strong>Tibet</strong>, Macao, <strong>Hong Kong</strong> e dopo essere riuscita a isolare diplomaticamente <strong>Taiwan</strong>, la sua priorità principale adesso è quella di conseguire l’egemonia sul continente asiatico. Ma gli obiettivi espansionistici della Cina non si limitano all’Asia. Nel XIX Congresso del Partito Comunista del 2017, Xi ha determinato fino al 2050 le varie fasi delle trasformazioni da compiere al fine di elevare la Cina al <mark class='mark mark-yellow'>“primo rango del mondo in termini di potere globale e influenza internazionale”.</mark> La prima mossa è stata il progetto “<strong>New Silk Road</strong>” o “<strong>Belt and Road</strong>”, lanciato nel 2013, che prevede lo sviluppo di due importanti rotte commerciali, una terrestre e una ferroviaria che attraversa l’Asia e l’Europa, l’altra marittima attraverso i porti dell’Asia meridionale, il Medio Oriente, l’Africa e Europa. <mark class='mark mark-yellow'>L’intento è ridisegnare l’ordine internazionale del XXI secolo.</mark> I primi risultati si vedono: in alcuni settori la Cina sta già primeggiando, basti vedere l’intenzione del governo di effettuare entro quest’anno almeno 30 lanci, inviando in orbita oltre 50 satelliti, e il lancio della sonda <strong>Chang’e-4</strong> sulla faccia nascosta della Luna. Un grande risultato se si pensa che, mentre la parte visibile della Luna è stata esplorata in più occasioni, nessuno finora aveva tentato lo sbarco sul lato opposto. Ma non è solo il governo che partecipa alla corsa allo spazio. Sono emersi infatti numerosi <strong>privati</strong>, da OneSpace a iSpace, che promettono di effettuare lanci orbitali già a metà del 2019, riducendo di netto le spese. <mark class='mark mark-yellow'>La nuova corsa agli armamenti è dunque ufficialmente iniziata, e lo spazio sarà la prossima frontiera.</mark></p>
<h3><em><strong>Parsi: &#8220;Trump gioca da businessman, ma è una mossa rischiosa&#8221;</strong></em></h3>
<p><em>Vittorio Emanuele Parsi, 58 anni, è ordinario di Relazioni internazionali all&#8217;università Cattolica di Milano e direttore dell&#8217;Aseri, l&#8217;Alta scuola di economia e relazioni internazionali dell&#8217;ateneo</em></p>
<p><strong>Professor Parsi, cos’è il trattato Inf e che ruolo ha svolto al tempo in cui fu firmato?</strong></p>
<p>Il trattato risale al periodo più tosto della Guerra fredda, dopo l’invasione dell’Afghanistan da parte di Mosca. Erano gli anni in cui i russi erano veramente convinti che gli Usa stessero facendo le “prove generali” di un’invasione. Nel 1987, durante la presidenza Reagan, lo stesso presidente che aveva evocato l’“impero del male”, costruisce una relazione con Gorbaciov, si fida di lui, e a Reykjavik firmano il trattato Inf. Patto che segnò, per molti punti di vista, la fine della Guerra fredda, prima ancora che cadesse il muro. Segnò l’inversione di tendenza, la fiducia nei confronti della Perestrojka e il sostegno centrale a Gorbaciov.</p>
<div id="attachment_37670" style="width: 213px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2019/02/Vittorio_Emanuele_Parsi_-_Festival_Economia_2013.jpg"><img class="wp-image-37670 size-medium" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2019/02/Vittorio_Emanuele_Parsi_-_Festival_Economia_2013-213x300.jpg" alt="Vittorio Emanuele Parsi" width="213" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Vittorio Emanuele Parsi</p></div>
<p><strong>A distanza di 30 anni Trump dice che la Russia non ha rispettato il patto. </strong></p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Quello che afferma Trump è vero nella sostanza.</mark> I russi hanno posizionato alcune testate nucleari a Kaliningrad. Le hanno messe sostenendo che noi avremmo collocato delle postazioni di intercettazione e di scoperta di eventuali bersagli delle testate nucleari in Polonia, Romania e in altri Paesi dell’Europa orientale. I trattati nucleari si basano sulla fiducia. È un po’ come il <strong>“dilemma del prigioniero”</strong>. L’unico modo per uscirne è che tu puoi controllare cosa fa l’altro e l’altro può controllare cosa fai tu. E quindi il criterio è: <strong>ispezioni senza preavviso</strong> a qualunque sito nucleare.</p>
<p><strong>Qual è la strategia politica del presidente Usa? </strong></p>
<p>Trump deve dimostrare che i russi non sono effettivamente in grado di condizionare la sua presidenza, perché nel frattempo è venuta a galla l’indagine del procuratore speciale <strong>Robert Mueller</strong> che sostiene che Trump abbia ottenuto grandi aiuti da parte dei russi; soprattutto, i filoni più recenti si concentrano sul suo staff, che in qualche modo avrebbe preso accordi con i Mosca. Lui, quindi, in qualche modo deve dimostrare il suo pugno duro nei confronti della Russia. Dall’altra parte, c’è la sua strategia negoziale. Come ha fatto con la <strong>Corea del Nord</strong>, minaccia per ottenere qualcosa. <mark class='mark mark-yellow'>La sua è una strategia da businessman, certamente rischiosa fuori dal modello del business.</mark> C’è un altro elemento fondamentale: il trattato Infr è stato stretto tra Russia (allora Urss) e Stati Uniti, ma la Cina? Il Pakistan? L’India? E parliamo solo delle potenze nucleari conclamate. È questo il motivo per cui i russi hanno chiesto di firmare un nuovo trattato, coinvolgendo Cina, Pakistan e India. Il problema è che la gran parte dei missili della forza nucleare cinese sono missili “di teatro”, quindi rientrerebbero dentro l’Inf. Se la Cina dovesse firmare questo trattato si troverebbe con qualche decina, forse, di testate, che sono le testate balistiche “vere” che hanno, ma le restanti testate hanno un raggio al di sotto dei 2000 km.</p>
<p><strong>Nel suo ultimo libro lei parla del declino dell’ordine internazionale nato dopo la Seconda guerra mondiale, dovuto soprattutto all’indebolimento della leadership statunitense. Questa mossa è un tentativo di ristabilire i rapporti di forza?</strong></p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Se è questo lo scopo, è la mossa sbagliata.</mark> Negli ultimi anni gli Usa hanno continuato a perdere terreno sul palcoscenico internazionale, a favore della Russia e, soprattutto, della Cina. E queste potenze non crescono solo dal punto di vista economico, ma soprattutto da quello militare. Ciò ha indebolito la capacità di guida degli Usa che non possono non tener conto dell&#8217;influenza delle nuove potenze emergenti, com&#8217;è ben visibile nella differente modalità di gestitone di due situazioni simili, legate al nucleare, come quelle iraniana e quella nordcoreana. In questo senso, “provocare” la Russia proprio ora mi sembra una mossa avventata.</p>
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		<title>Non è tutto colore, quel che luccica nelle foto di McCurry</title>
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		<pubDate>Fri, 21 Dec 2018 16:46:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Benedetta Minoliti]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>

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		<description><![CDATA[In un’epoca nella quale il fotoritocco è a portata di smartphone, grazie ad applicazioni come VSCO e Photoshop, la ricerca del vero nella fotografia dei grandi professionisti è tutto. Il ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="630" height="473" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2018/12/dims.jpeg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Coste dell&#039;Arabia Saudita, 1991" /></p><p>In un’epoca nella quale il fotoritocco è a portata di smartphone, grazie ad applicazioni come VSCO e Photoshop, la ricerca del vero nella fotografia dei grandi professionisti è tutto. Il desiderio di perfezione nelle immagini è costante. Dalle foto delle influencer a quelle delle pagine patinate delle riviste, il fotoritocco sembra entrato, di fatto, nella nostra quotidianità. Inoltre, siamo costantemente bombardati da fake news e speriamo che almeno le immagini ci riportino la realtà “nuda e cruda”, senza fronzoli e distorsioni.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Ma cosa succede quando a fare un uso eccessivo di Photoshop è uno dei fotoreporter più acclamati e osannati della storia della fotografia?</mark> Forse è il caso di fermarsi a riflettere. A Milano, dallo scorso lunedì 16 dicembre, è stata aperta al pubblico la mostra “<strong>Animals</strong>” di <strong>Steve McCurry</strong>, in cui sono esposte fotografie di animali scattate dagli anni ’80 a oggi, dall’India all’Africa. Camminando tra le sale, i commenti delle persone presenti all’inaugurazione della mostra, creata ad hoc per il <strong>Mudec</strong>, sono soprattutto positivi. C’è tanto stupore. Per la bellezza delle fotografie, ma anche per la capacità di McCurry di essere “nel posto giusto al momento giusto” e, soprattutto, per i colori dei 60 scatti presenti. <span class='quote quote-left header-font'>“Sembra un olio su tela. È incredibile!”</span> “Sembra un olio su tela. È incredibile!”. Ed ecco che un “banale” commento di una persona qualunque si trasforma in motivo di riflessione. È normale che una fotografia, che ritrae un cormorano che galleggia su una pozza di petrolio, probabilmente nei suoi ultimi momenti di vita, sembri un olio su tela?</p>
<p>La risposta è no. <mark class='mark mark-yellow'>McCurry non è estraneo alle polemiche sull’uso eccessivo di Photoshop. Nel 2016 è divampata la polemica per una delle foto più celebri di McCurry, “L’Avana Cuba, 2014”, dove l’uso, grossolano, di Photoshop, era evidente e impossibile da negare.</mark> È stato Paolo Viglione, fotografo e blogger, a notare l’errore.  “Qualcuno ha deciso di far indietreggiare il personaggio di un pochetto. Come si fa? Facile: col timbro clone. Si clona la persona un po’ indietro, poi si ricostruisce il palo giallo. A quel punto, però, bisogna ricordarsi di tornare sulla persona ed eliminare eventuali sbavature”. Cosa che McCurry, o chi per lui, ha evidentemente dimenticato di fare.</p>
<div id="attachment_36918" style="width: 1000px" class="wp-caption alignnone"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2018/12/02_paolo_viglione_steve_mccurry-4034-kfJB-U108026570424mrG-1024x576@LaStampa.it_.jpg"><img class="size-full wp-image-36918" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2018/12/02_paolo_viglione_steve_mccurry-4034-kfJB-U108026570424mrG-1024x576@LaStampa.it_.jpg" alt="L'Avana Cuba, 2014 " width="1000" height="563" /></a><p class="wp-caption-text">L&#8217;Avana Cuba, 2014</p></div>
<p>Nei giorni successivi al post di Viglione, è iniziata la caccia al dettaglio photoshoppato nelle fotografie di Steve McCurry. Centinaia di utenti, più o meno esperti, hanno portato alla luce diversi “errori” negli scatti del fotoreporter, dagli oggetti “timbrati” male all’eccessiva color correction.  La risposta del fotografo alle accuse? “Opera del mio collaboratore, l’ho licenziato”.  Peter Van Agtmal, fotografo dell’ agenzia Magnum, in un articolo pubblicato su <em>Time</em>, ha in parte difeso McCurry dalle critiche, dicendo che <mark class='mark mark-yellow'>non ha molto senso aspettarsi verità e obiettività da una foto, perché secondo lui sono concetti poco applicabili alla realtà quotidiana.</mark> Punto di vista discutibile, perché Steve McCurry non è un fotografo pubblicitario, né un’artista. È un fotoreporter.<span class='quote quote-left header-font'>&#8220;Ho sempre lasciato che fossero le mie immagini a parlare, ma ora capisco che la gente vuole che dica in che categoria mi ritrovo. Oggi direi che sono un narratore visuale&#8221;</span> &#8220;Ho sempre lasciato che fossero le mie immagini a parlare, ma ora capisco che la gente vuole che dica in che categoria mi ritrovo. Oggi direi che sono un narratore visuale”. Queste sono le parole che Steve McCurry ha usato per “definirsi” durante un’intervista al Time.</p>
<p>Sì, McCurry si definisce proprio “narratore visuale”.  Il compito di un narratore, però, dovrebbe essere quello di raccontare la realtà, rendendola fruibile a tutti i tipi di pubblico; e non stiamo parlando di un romanzo, dove la realtà può essere distorta, ma di vita vera. Non parliamo di fotografi come <strong>David LaChapelle</strong>, che ha fatto delle sue composizioni controverse e dissacranti il suo marchio di fabbrica, o, ponendoci in una prospettiva diversa, di grandi artisti iperrealisti italiani, come <strong>Luciano Ventrone</strong> o <strong>Matteo Massagrande</strong>, che riescono a rendere le pennellate talmente reali da far sembrare fotografie i loro dipinti. Qui stiamo parlando di un grande fotoreporter, che ha lavorato per il <em>National Geographic</em>, che ha fatto inchinare tutto il mondo con una delle immagini simbolo del ventesimo secolo, la  “ragazza afgana dagli occhi verdi”, dallo sguardo talmente penetrante da far venire la pelle d’oca.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Il fotoreporter dovrebbe restituire la verità a chi guarda. Raccontare del mondo così come è, anche quando il cielo non è azzurro come si vorrebbe, o il manto di un animale è meno lucido di quello che ci si aspetta.</mark> Le foto di McCurry catturano l’attenzione, stupiscono per la loro potenza, ma qualunque occhio, anche quello meno esperto, riuscirà a notare la mancanza di verità, di emozioni sincere, che non derivino da una spietata <em>color correction</em> ma dalla realtà che, purtroppo, può anche essere meno caleidoscopica di quanto, ardentemente, vorremmo.</p>
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		<title>OFF THE RADAR &#8211; dieci pezzi da non perdere #2</title>
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		<pubDate>Fri, 21 Dec 2018 16:46:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Benedetta Minoliti]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[News Lab]]></category>

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		<description><![CDATA[Dieci suggerimenti dalla redazione di Magzine per chi abbia voglia di andare oltre le solite notizie. Nove letture interessanti e un bel reportage fotografico che potrebbero essere sfuggiti al vostro ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1440" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2018/12/augsburg-1175879_1920.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="augsburg-1175879_1920" /></p><p>Dieci suggerimenti dalla redazione di <strong>Magzine</strong> per chi abbia voglia di andare oltre le solite notizie. Nove letture interessanti e un bel reportage fotografico che potrebbero essere sfuggiti al vostro radar.</p>
<p>1) Dieci anni fa, il mondo è stato sull&#8217;orlo di un olocausto finanziario. Da quella crisi, la scienza economica ha imparatoo diverse cose. (<strong><a href="https://qz.com/1486287/a-new-theory-of-economics-rises-from-the-ashes-of-the-global-financial-crisis/" target="_blank">Quartz</a></strong>)</p>
<p>&nbsp;</p>
<div>2) Se ne parla da due anni, ma finalmente un giornalista ha provato l’ebrezza di viaggiare nel tunnel famoso tunnel costruito da Elon Musk sotto Los Angeles. (<strong><a href="https://www.theverge.com/2018/12/19/18148061/boring-tunnel-test-drive-hawthorne-tesla-elon-musk" target="_blank">The Verge</a></strong>)</div>
<p>3) Due film in un anno, e poi biografie, t-shirt, gadget vari. Negli Usa è sempre più celebrata la figura di <strong>Ruth Bader Ginsburg</strong>, modello di donna di potere per la quale il moderno femminismo sta sviluppando un&#8217;ossessione.  (<strong><a href="https://www.theatlantic.com/magazine/archive/2019/01/ruth-bader-ginsburg-feminist-hero/576403/" target="_blank">The Atlantic</a></strong>)</p>
<p>4) Giganti non solo nella musica. Per l&#8217;autore inglese <strong>Ian Leslie</strong>, sono stati modelli forti e di successo anche per quanto riguarda la gestione degli affari. (<strong><a href="https://www.1843magazine.com/features/a-rockers-guide-to-management" target="_blank">1843</a></strong>)</p>
<p>5) La toccante storia della calciatrice <strong>Ada Hederberg</strong>, vincitrice dell’ ultimo Pallone d’Oro, punto d&#8217;arrivo di una grande carriera e giorno spciale sporcato da un episodio di sessismo proprio alla consegna del premio. (<strong><a href="https://www.theplayerstribune.com/en-us/articles/ada-hegerberg-not-here-to-dance" target="_blank">The Players&#8217; Tribune</a></strong>)</p>
<p>6) Bella la vita delle influencer, no? Non nei Paesi arabi, perché lì si rischia la condanna a morte. (<strong><a href="https://www.theverge.com/2018/12/19/18146869/influencer-social-media-female-dangerous-middle-east-tara-fares-shima-qasim-instagram-youtube-murder" target="_blank">The Verge</a></strong>)</p>
<p>7) Avete sentito parlare dello “Statement festival”? Si tratta di festival musicale per sole donne. Tutto bene, quindi? Non proprio. (<strong><a href="https://www.dazeddigital.com/music/article/42664/1/female-only-music-festival-found-guilty-of-discrimination" target="_blank">Dazed</a></strong>)</p>
<p>8) C&#8217;era una volta il cricket, un “gioco serio” sia a livello dilettantistico che professionale. Il nuovo libro di <strong>Derek Pringle</strong>, campione di questo sport, non è solo una semplice autobiografia ma la rievocazione di un mondo che non c&#8217;è più. (<strong><a href="https://www.theguardian.com/sport/blog/2018/dec/20/cricket-big-players-derek-pringle-autobiography-england-essex" target="_blank">Guardian</a></strong>)</p>
<p>9) In Nebraska un tatuatore offre il proprio servizio gratuito in cambio di vestiti da dare in beneficienza ai senza tetto. (<strong><a href="https://www.goodnewsnetwork.org/tattoo-shop-gives-away-thousands-of-dollars-worth-of-services-to-help-the-homeless/" target="_blank">Good News Network</a></strong>)</p>
<p>10) Il carcere può togliere la libertà ma non l&#8217;autostima. reportage fotografico da un carcere brasiliano dove è stato organizzato un concorso di bellezza per  detenute. (<strong><a href="https://www.theguardian.com/world/gallery/2018/dec/06/miss-talavera-bruce-prison-beauty-pageant-in-pictures" target="_blank">Guardian</a></strong>)</p>
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		<title>Un amore che è una bomba</title>
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		<pubDate>Mon, 17 Dec 2018 15:10:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Benedetta Minoliti]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>

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		<description><![CDATA[Dalla mia testa parte / E alla mia testa ritorna /Una canzone che sommerge i miei occhi. Questo è l&#8217;estratto del ritornello di “Questo corpo”, singolo pubblicato da La rappresentante di ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="800" height="800" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2018/12/go-go-diva-cd-autografato.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="go-go-diva-cd-autografato" /></p><p><em>Dalla mia testa parte / E alla mia testa ritorna /Una canzone che sommerge i miei occhi</em>. Questo è l&#8217;estratto del ritornello di “<strong>Questo corpo</strong>”, singolo pubblicato da <strong>La rappresentante di lista</strong> lo scorso 16 novembre per anticipare il loro ultimo lavoro, <em><strong>Go Go Diva</strong></em>, appena uscito per l’etichetta <strong>Woodworm</strong>. <mark class='mark mark-yellow'>Il terzo lavoro in studio del progetto nato nel 2011 dall&#8217;incontro tra <strong>Veronica Lucchesi</strong> e <strong>Dario Mangiaracina</strong> è stato presentato live per la prima volta al Woodworm Berlin Festival lo scorso 9 dicembre. </mark>Il duo, allargato a band con membri fissi, viene da un album, <strong><em>Bu Bu Sad</em></strong>, più onirico ed evocativo, che li ha portati al successo e li ha fatti conoscere in tutta Italia. Go Go Diva è però il primo album prodotto dall&#8217;etichetta indipendente toscana.</p>
<p>«Ci troviamo benissimo con Woodworm, siamo una grande squadra – racconta Veronica nel backstage, prima dell’inizio del concerto –. Abbiamo un’energia che ci fa stare bene insieme. Ci siamo trovati ad avere gli stessi desideri per questo nuovo album e il progetto è cresciuto anche grazie a loro». <span class='quote quote-left header-font'>Le 11 tracce del nuovo album sono un <em>unicum</em> nel quale convivono, come si legge sul sito dell’etichetta, scrittura, teatro e forma canzone.</span> Ma cosa dobbiamo aspettarci da questo disco? «Questa domanda ce la facciamo anche noi. Siamo in attesa di quello che sarà il riscontro del pubblico – dice Dario -. È un disco pieno di desideri e di potenzialità».</p>
<p>Sicuramente <em>Go Go Diva</em> è un disco femminile. Come nei precedenti album, <em>Bu Bu Sad</em> e <em><strong>(Per la) via di casa</strong></em>, si ritrova una protagonista, una “rappresentante di lista”. Una donna fragile e allo stesso tempo forte e determinata, carica di sogni e di desideri. Le tematiche dell&#8217;album sono varie: «C’è la voglia di gridare, la voglia di conoscersi &#8211; spiega Veronica -. C’è la voglia di superare quei confini che ci separano quando abbiamo paura di conoscere qualcuno e quindi creiamo una barriera. Il nostro desiderio è quindi quello di sfondare questa barriera, per aprirci e rimanere sempre in ascolto». <em>Go Go Diva</em> racchiude tutto l’essenza del gruppo e il loro 2018. La rappresentante di lista porta così avanti un&#8217;idea di progetto musicale coerente e interessante, riuscendo a farsi strada nel sovraffolato genere indie senza essere mai banali.</p>
<p><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2018/12/la-rappresentante-di-lista.jpg"><img class="size-full wp-image-36709 aligncenter" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2018/12/la-rappresentante-di-lista.jpg" alt="" width="600" height="400" /></a></p>
<p>Il loro live durante il festival di Woodworm convince ed emoziona. <mark class='mark mark-yellow'>Veronica è una forza della natura racchiusa in una piccola donna con una marea di lunghissimi capelli neri. Nata come attrice, tiene il palco in modo impeccabile, coinvolgendo il pubblico con la sua voce potente e sensuale.</mark> Per la band questo palco è un banco di prova. Cantare di fronte ad un pubblico carico di aspettative per il proprio nuovo lavoro poteva davvero metterli in difficoltà, ma Veronica e Dario riescono a far appassionare tutti i presenti. I ritornelli dei pezzi del nuovo disco, da &#8220;<em>Maledetta tenerezza</em>&#8221; a &#8220;<em>Ti amo (nanana)</em>&#8220;, rimangono in testa e trasportano l&#8217;ascoltatore nel loro magico mondo. Il concerto de &#8220;La rappresentante di lista&#8221; si conclude con un messaggio d&#8217;amore, sulle note di &#8220;<em>The bomba</em>&#8220;: &#8220;Questa è una canzone d&#8217;amore, perché il nostro amore ci vuole. Questa è una canzone d&#8217;amore, perché il nostro amore non ha confini. Questa è una canzone d&#8217;amore, perché il nostro amore è una bomba, e quando esplode si sente&#8221;.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Berlino, il centro underground italiano è qui</title>
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		<pubDate>Mon, 17 Dec 2018 14:56:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Benedetta Minoliti]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>

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		<description><![CDATA[Che Berlino sia una fervente capitale europea della musica è un dato di fatto. Dal metal dei Rammstein all’elettronica di Moderat, la capitale tedesca pullula di generi e sottogeneri interessanti ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="4000" height="3000" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2018/12/LRM_EXPORT_269287530513919_20181214_183202840.jpeg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="lrm_export_269287530513919_20181214_183202840" /></p><p>Che Berlino sia una fervente capitale europea della musica è un dato di fatto. Dal metal dei Rammstein all’elettronica di Moderat, la capitale tedesca pullula di generi e sottogeneri interessanti e tutti da scoprire. È proprio per questo motivo che  <mark class='mark mark-yellow'><strong>Woodworm</strong>, etichetta indipendente italiana nata ad Arezzo nel 2011 grazie a Marco Gallorini e Andrea Marmorini, ha scelto Berlino come città per il suo primo festival internazionale, il <strong>Woodworm Berlin Festival </strong></mark>.</p>
<p>Palcoscenico del festival è il Bi Nuu, locale situato dentro la fermata della metro di Schlesisches Tor, dove in passato si sono esibiti artisti internazionali come Frank Turner, Milky Chance e Disclosure. Grazie al contributo di Mibac, SIAE e nell’ambito di “Sillumina – Copia privata per i giovani, per la cultura”, sei tra gli artisti più interessanti del roster di Woodworm si sono esibiti in due serate dedicate alla buona musica indipendente italiana. I loro nomi sono: Giancane, Fast Animals and Slow Kids, Ministri, Campos, La rappresentante di lista e Motta.</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>Sei tra gli artisti più interessanti del roster di Woodworm si sono esibiti in due serate dedicate alla buona musica indipendente italiana. </span></p>
<p>«Berlino ha tanti collegamenti con i nostri gruppi. I Ministri ci hanno registrato un album (Cultura Generale, uscito nel 2015, ndr) e ci hanno vissuto per un mese. I Campos si sono praticamente formati qui. Berlino poi è molto ricettiva a livello musicale» racconta <strong>Bernardo Mattioni</strong>, label manager di Woodworm. Gli italiani al festival sono tanti. Molti sono arrivati direttamente dall’Italia per seguire i loro artisti preferiti, tra i quali i Fast Animals and Slow Kids, che non si esibivano dal vivo da un anno. Tra i tanti accorsi al festival dell’etichetta ci sono anche ragazzi che si sono trasferiti a Berlino e qualche tedesco curioso.</p>
<p>Bernardo Mattioni è molto contento della risposta del pubblico.<mark class='mark mark-yellow'>«Quando abbiamo annunciato il festival non abbiamo svelato subito la lineup. È stato bello vedere che una settantina di persone aveva preso i biglietti a scatola chiusa. Ci continuavano ad arrivare messaggi con gli screenshot dei biglietti. Tanti ci dicevano “qualunque artista portiate, noi ci saremo”.</mark> La risposta è stata fin da subito davvero positiva». Woodworm ha iniziato così il suo viaggio per espandersi all’estero. Di una cosa i suoi ideatori sono sicuri: Berlino è solo la prima capitale conquistata. «Stiamo già pensando a qualcosa di particolare per l’Italia, ma sicuramente faremo qualcos’altro in un’altra capitale europea. Tra un anno e mezzo vorremmo conquistare  anche una piazza al di fuori dell’Europa».</p>
<p>Intanto, giusto per fare un po&#8217; di nomi, a salire sul palco del festival di Woodworm l&#8217;8 dicembre scorso sono stati in tanti. Eccoli qui: <strong>Giancane</strong>, cantautore folk romano, che ha portato sul palco tre delle sue canzoni più famose, tra le quali “<em>Vecchi di merda</em>”, che ha riscosso un grande successo tra il pubblico presente; <strong>Fast Animal and Slow Kids</strong>, band alternative rock perugina, che non si esibiva live da un anno; grazie al carisma del frontman, <strong>Aimone Romizi</strong>, la band ha regalato ai fan, accorsi da tutta Italia, un concerto potente, dove i quattro ragazzi sono riusciti a portare le canzoni più famose dei loro quattro album, da <em><strong>Cavalli</strong></em> all’ultimo album, uscito nel 2017, <em><strong>Forse non è la felicità; </strong></em> e a chiudere la prima serata del festival sono stati i <strong>Ministri</strong>, band rock alternative composta da <strong>Davide Autelitano</strong>, <strong>Federico Dragogna</strong> e <strong>Michele Esposito</strong>. Grazie alla loro lunga attività, iniziata nel 2006 con il loro album d’esordio <em><strong>I soldi sono finiti</strong></em>, si sono fatti conoscere e apprezzare in tutta l&#8217;Italia e anche all&#8217;estero. Infatti, proprio a Berlino hanno registrato il loro quinto album, <strong><em>Cultura Generale</em></strong>, prodotto dallo statunitense <strong>Gordon Raphael</strong>, produttore di artisti come <strong>The Strokes</strong> e <strong>Regina Spektor</strong>. La seconda serata del festival, si sono invece esibiti: <strong>Campos</strong>, la band di Simone Bettin, Davide Barbafiera e Tommaso Tanzini. La nuova scommessa di Woodworm, che ha prodotto il loro ultimo album, uscito lo scorso 9 novembre, <em><strong>Umani, vento e piante;</strong></em> <strong>La rappresentante di lista</strong>, band formata nel 2011 dall’incontro tra <strong>Veronica Lucchesi</strong> e <strong>Dario Mangiaracina</strong>, che ha portato per la prima volta sul palco il nuovo album, uscito oggi, <strong><em>Go Go Diva;</em></strong> A chiudere il Woodworm Berlin Festival il cantante e polistrumentista pisano <strong>Motta.</strong> Vincitore nel 2018 della <strong>Targa Tenco</strong> per il miglior disco in assoluto del 2018, porta sul palco del Bi Nuu i pezzi più amati del suo ultimo album, <strong><em>Vivere o morire</em></strong>, alternati alle canzoni più famose del suo album d’esordio, <strong><em>La fine dei vent’anni</em></strong>.</p>
<p>Leggi anche:</p>
<ul>
<li><a href="http://www.magzine.it/forse-non-e-la-felicita-ma-sono-i-fast-animals-and-slow-kids/"><strong>Forse non è la felicità ma sono i Fast animals and slow kids</strong></a></li>
<li><a href="http://www.magzine.it/un-amore-che-e-una-bomba/"><strong>Un amore che è una bomba</strong></a></li>
</ul>
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		</item>
		<item>
		<title>Forse non è la felicità, ma sono i Fast Animals and Slow Kids</title>
		<link>https://www.magzine.it/forse-non-e-la-felicita-ma-sono-i-fast-animals-and-slow-kids/</link>
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		<pubDate>Mon, 17 Dec 2018 14:54:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Benedetta Minoliti]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>

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		<description><![CDATA[Se non suoni per un anno il palco può diventare il tuo più grande nemico, fatto di legno, amplificatori e strumenti musicali. Può diventare una chimera ancora più grande se ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="4000" height="3000" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2018/12/LRM_EXPORT_106306863949381_20181211_213131827.jpeg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="lrm_export_106306863949381_20181211_213131827" /></p><p>Se non suoni per un anno il palco può diventare il tuo più grande nemico, fatto di legno, amplificatori e strumenti musicali. Può diventare una chimera ancora più grande se il palco dove andrai a suonare non è nel tuo paese, l’Italia, ma all’estero, a Berlino. <mark class='mark mark-yellow'>I <strong>Fast Animals and Slow Kids</strong>, band alternative rock formata da Aimone Romizi (voce), Alessio Mingoli (batteria), Jacopo Gigliotti (basso) e Alessandro Guercini (chitarra), non si esibiva live da da un anno.</mark> Ultima data il 18 marzo scorso nella loro città natale, Perugia. Fuori dal Bi Nuu una fila chilometrica di persone attende l’apertura delle porte. Parlano tutti di Aimone e di quanto siano emozionati all’idea di vedere i FASK. Sono pronti a pogare e a cantare a squarciagola le loro canzoni preferite.</p>
<p>Le aspettative sono altissime. Quella che segue è un’ora di musica, divertimento, stage diving e pogo scatenato. I FASK sono in ottima forma. Cantano i loro pezzi più amati, da “<strong>Coperta</strong>” a “<strong>A cosa ci serve</strong>”, che mandano in visibilio la folla.</p>
<div id="attachment_36698" style="width: 750px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2018/12/LRM_EXPORT_106295703027042_20181211_213120671.jpeg"><img class=" wp-image-36698" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2018/12/LRM_EXPORT_106295703027042_20181211_213120671-1024x768.jpeg" alt="Aimone Romizi" width="750" height="563" /></a><p class="wp-caption-text">Aimone Romizi</p></div>
<p>Aimone, tra i più carismatici frontman della scena indipendente italiani parla tantissimo, e racconta di quest’ultimo anno passato senza suonare di fronte ad un pubblico. È un animale da palcoscenico. E&#8217; perfettamente a suo agio anche quando, dopo essersi lanciato sul pubblico, che lo trasporta fino all’area bar, torna a cantare con la camicia completamente strappata. <mark class='mark mark-yellow'>I FASK convincono tutti. Sono spontanei e la naturalezza con cui si muovono sul palco è incredibile, segno che si può essere una band ormai affermata sulla scena italiana senza montarsi la testa.</mark> Quando il concerto sta per finire, fanno anche un piccolo regalo ai fan: Alessio Mingoli sveste i panni del batterista e impugna il microfono, un po’ in imbarazzo, per cantare <strong>Baba O’Reiley</strong> degli <strong>The Who</strong>, regalando al pubblico la sua voce potente e un momento ancora più magico con <strong>Andrea Appino</strong>, leader degli <strong>Zen Circus</strong>, che sale sul palco per supportare la band e cantare con Alessio i cori di questa pietra miliare della musica. Dopo un anno senza concerti la voglia di suonare live si sente e i Fast Animals and Slow Kids riescono così a regalare al pubblico un concerto incredibilmente potente e autentico.</p>
<p><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2018/12/LRM_EXPORT_106120576310286_20181211_212825543.jpeg"><img class="wp-image-36699 aligncenter" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2018/12/LRM_EXPORT_106120576310286_20181211_212825543-1024x768.jpeg" alt="" width="716" height="537" /></a></p>
<p>Incontrati la seconda sera del festival, nel backstage del Bi Nuu, Aimone e Alessio si raccontano, tra sorrisi e stanchezza. “Suonare dopo un anno è stato emozionate – dice Aimone – Siamo una band che suona tantissimo dal vivo e fermarci ci devasta, non è mai stato contemplato. Questa volta però abbiamo detto basta, perché erano cinque anni che facevano concerti senza prenderci mai una pausa”. <span class='quote quote-left header-font'>“Suonare qui, a Berlino, non è stato tanto diverso dal suonare in Italia&#8221;</span>, spiega Alessio. &#8220;Ci è sembrato di essere stati teletrasportati in una bolla d’Italia da qualche parte del mondo”.</p>
<p>Quest’anno di fermo è stato comunque produttivo per il gruppo, che ha lavorato al nuovo album. I Fast Animals and Slow Kids hanno all’attivo quattro album, tutti registrati in studio. I loro precedenti lavori raccontano emozioni e sensazioni tipiche dei 20 anni: lo smarrimento, le passioni  e le relazioni personali difficili. Tutta l&#8217;empatia e la forza dei testi, però, viene fuori realmente solo durante i loro live. Ma la band avrà mai pensato, in questi 10 anni di attività, di fare un disco live?  “In realtà no, perché comunque un disco live non sarebbe come essere ad uno dei nostri concerti” risponde Alessio. “Il problema della nostra band è che non riusciamo ad incanalare la nostra musica negli strumenti di registrazione &#8211; spiega Aimone -. Questo per noi è drammatico, perché vorremmo comunicare lo stare insieme, l’empatia che si crea durante i concerti, e purtroppo non sempre con un album registrato in studio ci riusciamo”. Secondo gli amici dei FASK ascoltare un loro disco senza vedere un loro concerto non ha molto senso. Perché i Fast Animals and Slow Kids sono poco una band da doccia e molto una band dal vivo.</p>
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