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	<title>magzine &#187; siria</title>
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	<description>un progetto della Scuola di giornalismo dell&#039;Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano</description>
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		<title>Siria, storia di un paese dimenticato</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Dec 2024 15:28:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Mirea D Alessandro]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[bashar al-assad]]></category>
		<category><![CDATA[Hayat Tharir al Sham]]></category>
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		<description><![CDATA[Dodici milioni. Il numero dei siriani che in 13 anni ha dovuto lasciare la propria casa, la propria città, i proprio ricordi per chiudere tutto in una valigia e partire ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="5472" height="3648" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2024/12/pexels-ahmed-akacha-3313934-6965841.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="pexels-ahmed-akacha-3313934-6965841" /></p><p><strong>Dodici milioni.</strong> Il numero dei siriani che in <strong>13 anni ha dovuto lasciare la propria casa</strong>, la propria città, i proprio ricordi per chiudere tutto in una valigia e partire alla ricerca di un luogo più sicuro dove poter vivere. Dodici milioni &#8211; secondo i dati raccolti dall’<i>UNHCR </i>(Alto Commisario delle Nazioni Unite per i Rifugiati) &#8211;  i siriani che dal 2011 vagano in Europa e Medio Oriente a causa di un conflitto senza fine. Per capire ciò che sta accadendo in queste ore non basta raccogliere informazioni frammentate nella speranza di trovare una chiave di lettura, non basta dar voce &#8211; come solitamente accade quando qualcosa si verifica in Medio Oriente &#8211; ai media occidentali senza considerare la voce di chi in quei contesti ci vive. <strong>Occorre fermarsi e fare un passo indietro.</strong></p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>«Ciò che è accaduto in Siria nelle ultime settimane rimarca dinamiche interne che per mesi abbiamo registrato»</mark>, riferisce a<i> Magzine </i><strong>Paolo Maggiolini</strong>, ricercatore ISPI e docente di <strong>Storia dell&#8217;Asia Islamica</strong> dell&#8217;Università Cattolica di Milano. «La Siria di per sé, come unità di governo intendo, non esiste più da tempo e gli equilibri tra gli attori in campo sono sempre stati molto fragili quindi, nonostante per diversi anni abbiamo classificato la questione siriana come<strong> &#8220;guerra congelata&#8221;</strong>, la caduta del governo di Bashar al Assad ci dimostra come questo conflitto sia tutto fuorché congelato».</p>
<p>Per la sua <strong>posizione geografica</strong>, <mark class='mark mark-yellow'>la Sira riveste un&#8217;importanza cruciale a livello geopolitico ed è per questo solcata da interessi più disparati</mark> che, negli anni, hanno coinvolto attori regionali e internazionali. Questo ha fatto sì che <strong>le ragioni di un conflitto iniziale</strong> che potevano essere descritte<strong> in una dimensione civile</strong>, ad un certo punto &#8211; quando le proteste e le opposizioni si sono intensificate -<strong> hanno portato il governo di Assad ad una reazione molto severa</strong> di stampo militare nei confronti della popolazione. Reazione che non si è basata su assetti antisommossa ma su una strategia repressiva. «In relazione al conflitto siriano, è quindi possibile parlare di <strong>guerra civile internazionalizzata.</strong> I tratti che distinguono questo contesto, ci permettono di ragionare sulle caratteristiche che i conflitti stanno assumendo nella contemporaneità».</p>
<p><a href="https://www.ohchr.org/Documents/countries/SY/Syria_Report_2011-08-17.pdf"><strong>Cosa è accaduto nel 2011?</strong></a></p>
<p>Nel 2011, sulla scia di quelle che saranno storicamente ricordate come <strong>&#8220;Primavere arabe&#8221;</strong>, nel sud del paese &#8211; precisamente a Daraa &#8211; iniziarono a comparire <strong>una serie di graffiti anti governativi</strong> dal colore rosso sanguigno e anche in Siria, seppur con ritardo, scoppiarono <strong>dure proteste nei confronti del Presidente Bashar Al Assad</strong>. «La famiglia Assad appartiene alla minoranza sciita alawita e governa dagli inizi degli anni settanta in un paese a maggioranza sunnita» riferisce <strong>Matteo Colombo</strong>, ricercatore presso la <em>Conflict Research Unit di Clingendael </em>in Olanda.</p>
<p><strong>Bashar al-Assad</strong> prese il potere nel 2000 dopo la morte del padre, Hafez al-Assad. Nato a Damasco, al-Assad si è <strong>laureato in medicina</strong> nella capitale e si è poi trasferito a a Londra per specializzarsi in oftalmologia. Tornò in Siria dopo la morte improvvisa di suo fratello maggiore Bassel al Assad, designato come successore del padre.  L&#8217;ex presidente &#8211; che da domenica vive in esilio a Mosca con la sua famiglia &#8211; è <strong>accusato di numerose violazioni di diritti umani documentate</strong>, tra cui: <mark class='mark mark-yellow'>uso di armi chimiche contro il suo stesso popolo, repressione della minoranza curda e<a href="https://www.amnesty.org/en/wp-content/uploads/2021/07/mde240892011en.pdf"> sparizioni forzate di oppositori politici e centinaia di migliaia di cittadini siriani.</mark></a></p>
<p>I disordini divampati in tutto il paese per <strong>chiedere la fine dell’abuso di potere</strong> esercitato dalle forze di sicurezza e <strong>lo sviluppo di nuove riforme</strong> per risanare la politica del paese dilaniata dalla corruzione, nel 2011 sono stati repressi con il pugno di ferro da parte del presidete Assad, provocando un’escalation di violenza. Tra i fattori che hanno portato allo scoppio del conflitto, oltre alle primavere arabe, da annoverare c&#8217;è<strong> la grave siccità che ha colpito la Siria tra il 2006 e il 2010</strong> e la conseguente crisi economica che ha colpito non solo i rifugiati climatici nelle baraccopoli intorno alle grandi città ma anche la stessa popolazione siriana. <strong>La lotta per l&#8217;allontanamento di Assad, è diventata sempre più radicale e verso la fine del 2013 la questione siriana ha iniziato ad attrarre a sé sempre più attenzione mediatica.</strong></p>
<p>«Per due anni, dal 2012 al 2014,<strong> le proteste si sono intensificate a tal punto da trasformare i disordini in una vera e propria guerra civile</strong> che ha visto l&#8217;emergere di una serie di gruppi armati, <mark class='mark mark-yellow'>alcuni dei quali con ideologie islamiste radicali come <i>Jabhat Al Nusra</i>, nata sulla base ideologica di una delle organizzazioni jihadiste più famose al mondo: <i>Al Qaeda</i>»</mark>.</p>
<p>La nascita dello <strong>Stato Islamico dell’Iraq e della Siria</strong> guidato dall’auto proclamato califfo <strong>Abu Bakr al Baghdadi</strong>, ha dato il via ad una nuova fase del conflitto sirano perché l&#8217;organizzazione ha mostrato forte e chiaro il suo obiettivo: <strong>istituire un Califfato sunnita</strong> &#8211; in onore della tradizione storica musulmana &#8211; in cui poter creare una realtà per la comunità dei fedeli sunniti. In poco tempo l&#8217;organizzazione ha conquistato diversi territori, in Siria come in Iraq. «Molti attori internazionali &#8211; le cosiddette “grandi potenze&#8221; per intenderci &#8211; iniziarono a mostrare serie preoccupazioni e la loro presenza sul territorio si fece sempre più marcata» prosegue Colombo.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>L’idea della formazione di uno Stato Islamico era nata ben prima del 2011, da quella che in origine era<em> Al Qaeda</em> in Iraq,</mark>  guidata da <strong>Abu Mus’ab al-Zarqawi</strong> che si opponeva all’invasione dell’Iraq guidata dagli Stati Uniti e alle politiche di dominazione da parte della maggioranza sciita irachena. Nel 2011 il gruppo ha assorbito il <em>Fronte Al Nusra</em> e ha poi annunciato nel giugno del 2014 la formazione di un califfato che avrebbe esercitato il controllo di una porzione territoriale dell’Iraq e della Siria, noto come <strong>ISIS</strong>. Nel periodo di massimo splendore dell’organizzazione, circa<strong> 7 milioni di persone</strong>, irachene e siriane, hanno vissuto sotto il dominio dello Stato Islamico che, proponendosi come entità statale, ha elaborato un sistema di tassazione che ha contribuito a finanziare le operazioni militari. <mark class='mark mark-yellow'>Nel corso dei sei anni di califfato, l’organizzazione si è macchiata di <strong>gravi crimini contro l’umanità</strong>, dalla pulizia etnica dei non arabi e dei non sunniti alla compravendita di donne e bambine yazidi, dalle sistemiche violenze sessuali sulla schiavitù e ai trattamenti inumani e degradanti nei confronti di coloro che si opponevano al califfato.</mark></p>
<p>Per anni, una sfilza di attori statali e non statali che in passato avevano combattuto gli uni contro gli altri, stringono accordi e si coalizzano per sconfiggere un nemico comune. «<strong>Durante la lotta contro lo Stato Islamico</strong> oltre ad attori statali &#8211; come<strong> Russia e Iran a supporto del governo di Assad</strong> &#8211; di fondamentale importanza è stato il <strong>supporto militare delle forze curde</strong> &#8211; <strong>finanziate dagli Stati Uniti</strong> mal tollerate dalla Turchia &#8211; localizzate nel nord del paese. Nel 2015 abbiamo assistito ad una riconfigurazione strategica di Ankara, il cui obiettivo fondamentale è stato quello di gestire i flussi migratori» precisa Maggiolini.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>L’anno seguente Bashar al Assad, con il vitale supporto dei suoi storici alleati, è riuscito a riconquistare una parte significativa dei territori che aveva perduto.</mark>  Una volta abbattuto il nemico comune però, gli attori in campo &#8211; avendo ideologie e agende politiche differenti &#8211; hanno condotto la Siria verso una nuova fase. Con il <strong>processo di Astana</strong> si è cercato di scongiurare possibili minacce future ma a quanto pare, <strong>l’attività diplomatica non è bastata.</strong></p>
<p>Ritornando all’attualità, Maggiolini spiega le origini del movimento che lo scorso 8 dicembre ha guidato la rivoluzione siriana che ha portato alla caduta di Bashar al Assad: «Nel 2016 l’organizzazione<i> Jabhat Al Nusra</i> ha iniziato ad attuare una riconfigurazione interna &#8211; più simbolica che altro &#8211; perchè i vertici dell&#8217;organizzazione hanno scelto di sciogliere i legami con <i>Al Qaeda </i>e questo ha portato in seguito alla creazione di <i>Hayat Tahrir Al Sham </i>- di cui stiamo sentendo parlare in questi giorni &#8211; che sin da subito si è configurata come organizzazione caratterizzata da una forte connotazione territoriale e culturale. Nel corso degli anni infatti, HTS &#8211; che ha quindi <strong>allontanato l&#8217;idea del jihad armato globale</strong>, tipica del movimento qaedista &#8211; ha cercato di rifarsi un&#8217;immagine, riscontrando un certo seguito e riuscendo anche a stringere alleanze strategiche con altri attori anti governativi». Rispetto ai suoi predecessori, il gruppo sta agendo in maniera strategica a livello comunicativo perché <mark class='mark mark-yellow'>«come sostenuto dalle principali figure di spicco del movimento, <strong>l&#8217;obiettivo è stato quello di liberare la Siria da Assad</strong> e per questo anche i cristiani e le minoranze che vivono nei luoghi liberati non sono in pericolo di vita»</mark> specifica Colombo. Quanto ci sia di sincero nella loro strategia comunicativa lo scopriremo con il tempo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Dalla debolezza del governo siriano, ne giova anche lo stato ebraico. Questo perchè <strong>Hezbollah</strong> &#8211; con cui Israele ha stilato una tregua alla fine di novembre &#8211; è sempre stato un grande alleato della Siria di Assad. Dall&#8217;inizio della controffensiva israeliana su Gaza dopo il 7 ottobre 2023, il gruppo libanese ha iniziato a supportare la causa palestinese lanciando attacchi contro lo stato ebraico. In un anno di guerra però, Hezbollah è stato fortemente indebolito, soprattutto se considerate le perdite politiche e militari. Così Assad si è trovato isolato tra una serie di alleati &#8211; Russia e Iran in primis &#8211; che al momento hanno altre priorità. <strong>L&#8217;ex presidente ha avuto infine un&#8217;altro problema strutturale che non è riescito a risolvere: non aveva abbastanza uomini da reclutare nell&#8217;esercito.</strong> La popolazione in Siria non cresce da decenni, milioni di persone sono fuggite durante la guerra e pochi tra i rifugiati si fidano a tornare. Il punto è che nonostante si dica che l&#8217;offensiva abbia colto di sorpresa il governo siriano, la verità è che Assad era debole da molto tempo. <span class="ILfuVd" lang="it"><span class="hgKElc">È</span></span> cosi che abbiamo assistito ad un crollo generale della difesa governativa siriana.</p>
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		<title>Siria: forti speranze e fragili equilibri dopo la caduta del regime degli Assad</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Dec 2024 15:03:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Mattia Tamberi]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Una speranza per il futuro «Quella sera sono rimasto sveglio per quasi tutta la notte. Sono andato a dormire alle 4 del mattino per la stanchezza». Boutros ricorda così la ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1400" height="787" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2024/12/3bdb808bbed2e8b8fc9f8b6414c60defe1f13c67-88571369.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="3bdb808bbed2e8b8fc9f8b6414c60defe1f13c67-88571369" /></p><h2>Una speranza per il futuro</h2>
<p><span style="font-weight: 400;">«Quella sera sono rimasto sveglio per quasi tutta la notte. Sono andato a dormire alle 4 del mattino per la stanchezza». Boutros ricorda così la notte in cui il presidente della Siria <strong>Bashar al-Asad</strong> si è dato alla fuga davanti all’avanzata delle milizie jihadiste di <strong>Hayat Tahrir al-Sham</strong> (Hts) verso Damasco. «Quando sono andato a dormire, il governo di Asad non era ancora caduto. Un’ora dopo è suonato il mio cellulare: era mio cugino dall’Olanda che mi urlava &#8220;Boutros, è caduto! Quel cane è caduto!”».</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Boutros ha 27 anni, e viene da Latakia, anche se è originario di Qunaya, un villaggio situato nella regione di Idlib, nel Nord del Paese, la stessa regione sotto il controllo della milizia Hayat Tahir al-Sham dal 2017. Tre anni fa, si è trasferito a Milano per studiare regia e, da allora, non è mai riuscito a tornare. È sempre rimasto in contatto, però, con amici e familiari a casa: «<mark class='mark mark-yellow'>Da un lato tutti sono contenti e festeggiano. In tutta la Siria hanno tirato giù le statue di <strong>Hafiz al-Asad</strong> (padre di Bashar ed ex presidente della Siria, </span><i><span style="font-weight: 400;">ndr</span></i><span style="font-weight: 400;">), e le hanno trascinate per strada. Dall’altro, però, c’è anche molta preoccupazione, perché la situazione è caotica e instabile.</mark> Scappando, Bashar al-Assad non ha lasciato il governo a nessuno, e anche l’esercito e le forze dell’ordine sono fuggiti lasciando incustodite le proprie sedi. Prima che entrassero nelle città gli eserciti ribelli, diverse persone sono entrate in questi posti, mettendoli a fuoco, oppure rubando pistole e armi. Per questo motivo la situazione è un po’ fuori controllo».</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Nonostante l’attualità sia molto caotica per la Siria, l’inquietudine è solo per la situazione immediata. Se, invece, si cerca di immaginare il futuro del Paese, si delinea uno scenario di speranza: «<mark class='mark mark-yellow'>Sotto il regime di Assad, c&#8217;erano tante persone condannate senza processo con l’accusa di aver parlato male del governo.</mark> Si è scoperto dell’esistenza di tante carceri di cui nessuno era a conoscenza e i cui prigionieri – provenienti da Siria, Libano, Iraq e Palestina – adesso sono in libertà e sono tornati dalle loro famiglie. […] Gli eserciti ribelli ci stanno dicendo che in futuro non sarà più così, che il Paese sarà libero. Dichiarano che rispetteranno il popolo siriano a prescindere dalla loro religione: non importa se cristiano, sunnita, sciita, alawita o druso, <strong>la Siria sarà dei siriani</strong>. Ovviamente non possiamo giudicare troppo velocemente né il governo provvisorio né il suo modo di operare. Il regime precedente ci ha però lasciato un Paese distrutto e casse vuote. È giusto dare a questi miliziani una possibilità per vedere cosa possono fare».</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">A proposito di religione, c&#8217;è da sottolineare l’approccio differente tra quello del leader di Hts al-Jolani e l’ormai ex presidente Assad. L’esercito ribelle, nonostante si origini da gruppi come l-Qaida e Isis, promette di governare il Paese laicamente, rispettando tutti i gruppi religiosi presenti sul territorio, ponendosi in discontinuità rispetto ad Assad: «Ci sono alcune comunità religiose in Siria che sostenevano Assad, come i cristiani e gli alawiti. Assad ha sfruttato questa diversità per generare il conflitto all’interno della popolazione siriana e per incutere timore. <mark class='mark mark-yellow'>“Se io me ne vado, vi uccideranno”: questo era il suo ricatto.</mark> Ma quando è fuggito, tutti questi gruppi si sono sentiti traditi e delusi, perché il loro presidente li ha abbandonati senza pronunciare neanche una parola».</span></p>
<h2>Tra equilibri fragili e nuovi scenari</h2>
<p><span style="font-weight: 400;">Al tripudio di gran parte della popolazione per la caduta del regime si affiancano i dubbi degli attori regionali su quale sarà il destino del Paese, in particolare su quale forma assumerà il nuovo governo e come questo cambio di regime influenzerà i fragili equilibri regionali, già messi alla prova dal <strong>conflitto israelo-palestinese</strong>.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Fedele alleata dell’Iran, la Siria è stata un attore fondamentale della cosiddetta “mezzaluna sciita” e ha goduto dell’appoggio di Teheran durante la guerra civile. Il supporto era arrivato anche dal partito armato libanese <strong>Hezbollah</strong>, stretto alleato della Repubblica islamica. Storico è anche il legame che il regime siriano ha costruito con la Russia, risalente all’epoca sovietica e rappresentato concretamente dalla presenza in territorio siriano della base navale di Tartus, simbolo della presenza di Mosca in Medio Oriente.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">La caduta del regime e la fuga di Assad a Mosca hanno rotto questi equilibri che già da tempo stavano scricchiolando sotto il peso degli eventi internazionali. Mentre le risorse del Cremlino erano sempre più concentrate sul conflitto in Ucraina, l’entrata delle forze israeliane in Libano ha messo a dura prova le capacità belliche di Hezbollah, che si ritrova ora privata di un regime alleato e il cui territorio garantiva un corridoio di rifornimenti provenienti dall’Iran e basi di appoggio: «<mark class='mark mark-yellow'>Hezbollah ha un problema senza precedenti. &#8211; spiega <strong>Lorenzo Trombetta</strong>, giornalista e autore del libro </span><i><span style="font-weight: 400;">Siria: dagli Ottomani agli Asad: e oltre</span></i><span style="font-weight: 400;"> -. Bisognerà capire come i recenti sviluppi influenzeranno il suo potere all’interno del Libano.</mark> Il 9 gennaio prossimo si terranno le elezioni presidenziali e bisognerà capire se l’organizzazione cercherà di mantenere un profilo dominante o se sarà costretta a venire a più miti consigli».</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Nonostante la comune avversione verso Teheran, non sembra che i recenti sviluppi abbiano incoraggiato un riavvicinamento tra Israele e Damasco. Dal 1967 lo stato ebraico occupa le alture del Golan, tutt’ora considerate territorio siriano, da cui deriva il nome di battaglia scelto dal leader di Hts </span><span style="font-weight: 400;">Aḥmad Ḥusayn al-Shara</span><span style="font-weight: 400;">ʿa</span><span style="font-weight: 400;">: <strong>Abu Mohammed al-Jolani</strong>, che letteralmente significa “proveniente dal Golan”. Una posizione strategica che Israele non intende lasciare, anzi. Dopo l’entrata dei ribelli nella capitale, le forze di Tel Aviv hanno occupato altre porzioni di territorio, “una mossa temporanea motivata da ragioni di sicurezza”, ha commentato il ministro degli Esteri israeliano <strong>Gideon Saar</strong>, ma che ha subito ricevuto una netta condanna da parte della comunità internazionale. Oltre a questo da non sottovalutare è l’impatto dei 480 raid effettuati dalle forze israeliane contro siti militari siriani, condotti, a detta dei vertici militari, “per evitare che finissero nelle mani di elementi terroristici”. Tra gli obiettivi ci sono 15 navi, diversi siti di produzione di armi e batterie antiaeree.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Se da un lato la situazione ha indebolito i vecchi alleati di Damasco, dall’altro potrebbe favorire la posizione di un altro attore: la <strong>Turchia</strong>. «<mark class='mark mark-yellow'>L’influenza di Ankara non è nuova nella storia della Siria. Basti pensare ai secoli di dominio ottomano nella regione</mark> &#8211; spiega ancora Lorenzo Trombetta -. Bisogna capire come la Turchia negozierà le sue acquisizioni territoriali nel Nord-Ovest. Probabilmente verranno avviati dei negoziati con la Russia per permettere a Mosca di mantenere le sue basi nel Mediterraneo in cambio di una maggiore influenza geostrategica». L&#8217;influenza turca potrebbe giocare un ruolo cruciale nella sorte della <strong>popolazione curda</strong> che Ankara vorrebbe vedere confinata ad Est del fiume Eufrate: «Ora bisognerà vedere quali accordi verranno stretti tra Stati Uniti e Turchia sulla questione. Per ora ad Est dell’Eufrate i curdi sembrano poter mantenere le loro posizioni nel Nord-Est, dove costituiscono la maggior parte della popolazione. Nelle altre zone, a popolazione mista, quando i curdi non riusciranno più a cooptare le popolazioni arabe locali, queste potrebbero essere a loro volta cooptate da altre fazioni».</span></p>
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		<title>Nella Siria libera dagli Assad si festeggia e si fugge dalle prigioni-orrore</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Dec 2024 16:02:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Mirea D Alessandro]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Assad]]></category>
		<category><![CDATA[diritti umani]]></category>
		<category><![CDATA[Hayat Tharir al Sham]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
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		<description><![CDATA[«Con la caduta di Assad, stiamo scrivendo una nuova storia nella regione. Quanti siriani sono sfollati in tutto il mondo? Quante persone vivevano in tende? Quante sono annegate in mare? ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1024" height="683" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2024/12/siria-2.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="La Presse" /></p><p><mark class='mark mark-yellow'>«Con la caduta di Assad, stiamo scrivendo una nuova storia nella regione. Quanti siriani sono sfollati in tutto il mondo? Quante persone vivevano in tende? Quante sono annegate in mare? Questa vittoria è per tutti i siriani».</mark> Con queste parole <strong>Abu Mohammed al-Jawlani</strong>, <a href="https://www.aljazeera.com/news/2024/12/8/taking-syria-the-oppositions-battles-shown-in-11-maps-for-11-days">leader del movimento che in una settimana ha rovesciato l&#8217;instabile equilibrio del paese</a>, domenica pomeriggio formalizza la <strong>conquista della Siria</strong> nel suo primo discorso pubblico pronunciato nella <strong>moschea degli Omayyadi</strong>, simbolo di <strong>Damasco</strong>.</p>
<p>L’8 dicembre in Siria il sole è sorto da poche ore quando le forze sunnite anti governative guidate da <em>Hayat Tahrir al Sham</em> entrano nella capitale del paese. Il presidente <strong>Bashar Al Assad</strong> fugge facendo perdere le sue tracce per alcune ore. Il segnale dell&#8217;ultimo volo in partenza da Damasco &#8211; nella notte tra sabato e domenica &#8211; scompare poco dopo il decollo verso la costa siriana, in prossimità di <strong>Tartus</strong> dove si trova la base navale russa. Domenica mattina un aereo decolla dalla base militare del Cremlino di <strong>Latakia</strong> in direzione di Mosca. Poco dopo la conquista della capitale, il ministero degli Esteri russo rilascia una dichiarazione affermando che <strong>al-Assad si è dimesso</strong>, ha lasciato la Siria e raggiunto Mosca, ordinando una <strong>transizione pacifica del potere</strong>. Poche ore dopo, si apprende da una nota del Cremlino che <strong>l&#8217;asilo politico</strong> all&#8217;ex presidente è stato deciso da <strong>Vladimir Putin</strong>.</p>
<p>Le forze anti governative siriane dichiarano vittoria alla televisione di Stato, promettendo di istituire un governo di transizione dopo la caduta del regime di al Assad. Secondo quanto riferito dalla stessa organizzazione, <mark class='mark mark-yellow'>l’obiettivo è fare in modo di istituire un governo moderato che amministri il paese per il bene dei siriani.</mark> «Un organo di governo gestito dall’opposizione siriana guiderà <strong>un periodo di transizione di 18 mesi</strong>, inclusi sei mesi per redigere una nuova costituzione<strong> in linea con la risoluzione 2254 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite</strong>». Questa la dichiarazione di <strong>Hadi al-Bahra</strong> &#8211; presidente della Coalizione nazionale siriana, un’alleanza di gruppi di opposizione formatasi in esilio dopo la rivolta del 2011 &#8211; a <em>Middle East Eye</em> a seguito della conferenza del<em> Doha Forum</em> poche ore dopo l’ingresso degli uomini di al-Jawlani a Damasco. <mark class='mark mark-yellow'> «Ogni transizione politica dopo la caduta del presidente Bashar al-Assad deve includere l&#8217;accertamento delle responsabilità nei confronti di coloro che sono responsabili dei crimini commessi sotto il suo governo»</mark> afferma <strong>Volker Turk</strong>, il responsabile delle Nazioni Unite per i diritti umani.</p>
<blockquote class="instagram-media" style="background: #FFF; border: 0; border-radius: 3px; box-shadow: 0 0 1px 0 rgba(0,0,0,0.5),0 1px 10px 0 rgba(0,0,0,0.15); margin: 1px; max-width: 540px; min-width: 326px; padding: 0; width: calc(100% - 2px);" data-instgrm-captioned="" data-instgrm-permalink="https://www.instagram.com/reel/DDRxm4PPN1u/?utm_source=ig_embed&amp;utm_campaign=loading" data-instgrm-version="14">
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<p><script src="//www.instagram.com/embed.js" async=""></script>Nel frattempo esponenti di HTS (<em>Hayat Tahrir al Sham</em>) si dirigono verso il <em>Four Season</em> Hotel di Damasco e prelevano pacificamente il primo ministro siriano <strong>Mohammed Ghazi al-Jalali</strong> per portarlo al cospetto del capo dell’organizzazione<em> al-Jawlani</em> che &#8211; secondo quanto riportato da <em>AFP</em> (Agence France Press, la principale agenzia di stampa francese) &#8211;  raggiunge la città solo nel primo pomeriggio. Dopo l&#8217;incontro tra i due,  <mark class='mark mark-yellow'> l&#8217;incarico del governo di transizione viene così affidato a <strong>Muhammad al Bashir</strong>.</mark> </p>
<p>Le<strong> forze di opposizione</strong>, ora al potere, iniziano a diffondersi pacificamente in ogni angolo del paese,<strong> prendendo il controllo di aeroporti e basi militari e svuotando</strong> pacificamente <strong>le prigioni</strong> di<em> Sednaya</em> &#8211; soprannominata dai siriani e dalle organizzazioni umanitarie <strong>“il mattatoio umano”</strong> &#8211; <em>Qaboun</em> e<em> Adra</em>. In particolare, ​i <strong>Caschi Bianchi</strong> &#8211; il Servizio Civile Siriano &#8211; poco dopo l’ingresso delle forze di HTS a <em>Sednaya</em>, inviano<strong> cinque squadre specializzate</strong> per perquisire le camere sotterranee dello stabile, situata nella sezione nota come <strong>“Ala rossa”</strong>. <mark class='mark mark-yellow'>Già dalle prime ore di domenica, i soccorritori riscontrano difficoltà ad aprire le celle di isolamento e iniziano a <a href="https://cijaonline.org/who-we-are/nawaf-obaid">cercare gli ingegneri tedeschi che hanno collaudato il sistema per Assad che prevede il blocco dell’impianto di areazione</a> qualora qualcuno provi a forzare il sistema di sicurezza delle celle dall’esterno, privando i detenuti di aria respirabile in pochi minuti.</mark> Secondo<strong> Rami Abdurrahman</strong> dell&#8217;Osservatorio siriano per i diritti umani, decine di migliaia di detenuti sono stati liberati nel corso della giornata.  <script src="//www.instagram.com/embed.js" async=""></script></p>
<blockquote class="instagram-media" style="background: #FFF; border: 0; border-radius: 3px; box-shadow: 0 0 1px 0 rgba(0,0,0,0.5),0 1px 10px 0 rgba(0,0,0,0.15); margin: 1px; max-width: 540px; min-width: 326px; padding: 0; width: calc(100% - 2px);" data-instgrm-captioned="" data-instgrm-permalink="https://www.instagram.com/reel/DDUCHUyuBuB/?utm_source=ig_embed&amp;utm_campaign=loading" data-instgrm-version="14">
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<p style="color: #c9c8cd; font-family: Arial,sans-serif; font-size: 14px; line-height: 17px; margin-bottom: 0; margin-top: 8px; overflow: hidden; padding: 8px 0 7px; text-align: center; text-overflow: ellipsis; white-space: nowrap;"><a style="color: #c9c8cd; font-family: Arial,sans-serif; font-size: 14px; font-style: normal; font-weight: normal; line-height: 17px; text-decoration: none;" href="https://www.instagram.com/reel/DDUCHUyuBuB/?utm_source=ig_embed&amp;utm_campaign=loading" target="_blank">Un post condiviso da Middle East Eye (@middleeasteye)</a></p>
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<p><script src="//www.instagram.com/embed.js" async=""></script>«<strong>La fuga dalle prigioni? Penso che liberare indistintamente tutti i prigionieri sia un rischio.</strong> È il sintomo di una situazione totalmente fuori controllo. Dopo le prime ore di entusiasmo generale, ora c’è molta paura tra i civili per quello che verrà dopo». Amara, nome di fantasia, riferisce a <em>Magzine</em> di essere ancora incredula su quello che sta accadendo nel suo paese da dieci giorni a questa parte. Lei è scappata dalla Siria nel 2011, all’inizio delle primavere arabe, ma ha mantenuto un forte legame con la sua terra d’origine. <strong>Tutta la sua famiglia ancora oggi vive a Damasco.</strong> I militanti del gruppo di opposizione all’inizio del colpo di Stato hanno promesso di non utilizzare violenza, le strade di Damasco sono un letto di bossoli e munizioni di colpi esplosi in aria ma nessun è ferito. L’euforia delle prime ore lascia il posto a un senso di smarrimento: «Non sappiamo cosa accadrà ora, non posso dichiararmi né ottimista ma neanche pessimista. Quando ho visitato la mia famiglia la scorsa estate non mi sarei mai aspettata ciò che sarebbe accaduto». <mark class='mark mark-yellow'>Amara non si capacita di come in soli dieci giorni sia stato sovvertito un regime che durava da più di vent’anni.</mark> «Dopo 13 anni di soprusi alle libertà individuali e con una gestione economica che ha portato lo Stato al collasso, le persone sono stanche. Io sono un medico e mi sono specializzata in chirurgia in un ospedale di Damasco ma le condizioni lavorative erano insostenibili». A detta di Amara, i cittadini di Damasco in questo momento rimangono nelle proprie case, così come stanno facendo i suoi familiari:<mark class='mark mark-yellow'>«Noi siamo cristiani e ciò che ci è stato detto è che rispetteranno tutte le minoranze. Sarà vero? Sicuramente c’è molta speranza, ma quello che spaventa è la totale disorganizzazione.</mark> Le dogane non esistono più e questo potrebbe essere un buon segnale per tutte quelle persone che stanno decidendo di ritornare in Siria dopo essere scappate in Libano e in Turchia. <mark class='mark mark-yellow'>Il regime di Assad è caduto definitivamente e siamo contenti di questo, ma la vera rivoluzione sarebbe stata farlo cadere in modo civile. Non vogliamo che arrivi un altro gruppo di persone che mineranno le libertà personali e le opinioni politiche dei singoli cittadini.</mark> Questa sarebbe l’ennesima sconfitta». Nel frattempo Amara ci racconta di sperare di poter riabbracciare un suo caro amico oppositore politico di Assad che ha vissuto gli ultimi 12 anni in carcere. Attende fiduciosa notizie su di lui, sperando che faccia parte di coloro che sono stati liberati dalle durissime carceri di Damasco nelle ultime ore. Intanto, centinaia di immagini e video iniziano a circolare sul web: mostrano <strong>auto cariche di rifugiati siriani</strong> che cercano di entrare nel Paese<strong> dalla Giordania e dalla Turchia</strong>&#8220;, ora che la paura del regime di al-Assad è svanita&#8221;, mentre<strong> le forze di al-Jawlani incontrano i leader cattolici</strong> rappresentati dal cardinale<strong> Mario Zenari</strong>, nunzio apostolico a Damasco e <mark class='mark mark-yellow'>assicurano il rispetto per le confessioni religiose e per i cristiani.</mark></p>
<blockquote class="instagram-media" style="background: #FFF; border: 0; border-radius: 3px; box-shadow: 0 0 1px 0 rgba(0,0,0,0.5),0 1px 10px 0 rgba(0,0,0,0.15); margin: 1px; max-width: 540px; min-width: 326px; padding: 0; width: calc(100% - 2px);" data-instgrm-captioned="" data-instgrm-permalink="https://www.instagram.com/p/DDVeZNKuC6Y/?utm_source=ig_embed&amp;utm_campaign=loading" data-instgrm-version="14">
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<p><a style="color: #c9c8cd; font-family: Arial,sans-serif; font-size: 14px; font-style: normal; font-weight: normal; line-height: 17px; text-decoration: none;" href="https://www.instagram.com/p/DDVeZNKuC6Y/?utm_source=ig_embed&amp;utm_campaign=loading" target="_blank">Un post condiviso da Wissam Nassar (@wissamgaza)</a>
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<p>Per molti anni<em> Hayat Tahrir al Sham</em> ha governato e amministrato diversi territori nel<strong> governatorato di Idlib</strong>, al confine con la Turchia. In una settimana hanno avanzato senza incontrare una vera resistenza e, una volta raggiunta la capitale, si sono messi in contatto con il primo ministro per avviare una transizione politica verso una “nuova” Siria. Domenica mattina, i primi giornalisti che raggiungono la capitale riferiscono di non aver trovato traffico. La gente è ancora preoccupata per ciò che succederà e i negozi sono chiusi. Quelli che sono per strada festeggiano, dicendo che questo è un giorno storico per il paese. Ogni volta che vedono una telecamera o un giornalista, si avvicinano e dicono: &#8220;Per favore, filmateci mentre festeggiamo, mentre cantiamo”. Per evitare che<strong> l’assenza di un’unica forza militare si trasformi in un espediente che trascini la popolazione nel caos</strong>, il comando militare delle forze di opposizione &#8211; dopo aver preso il controllo del palazzo presidenziale preso d’assalto dai civili &#8211; pubblica una <em>nota</em> in cui scrive: <mark class='mark mark-yellow'>«dobbiamo unirci e cooperare per presentare la migliore immagine della nostra rivoluzione e del nostro popolo».</mark> Rivolgendosi poi a potenziali gruppi sovversivi prosegue: «Da questo momento, nella capitale vigerà <strong>il coprifuoco dalle 16.00 alle 5.00</strong>. Inoltre è severamente <strong>vietato sparare proiettili in aria in qualsiasi circostanza</strong>, poiché ciò provoca il panico tra i civili e mette in pericolo la vita di innocenti. <strong>È vietato manomettere le istituzioni</strong> e le proprietà pubbliche, poiché sono di legittima proprietà del popolo. È nostro dovere proteggerle e preservarle e contribuire al loro sviluppo. Infine<strong> è vietato invadere o danneggiare in qualsiasi forma qualsiasi proprietà privata</strong>».  <strong>Fouad Ruheiha</strong> originario di<strong> Latakia</strong> &#8211;  principale città portuale della Siria &#8211; dice a <em>Magzine</em> che «La regione è stata una roccaforte per la famiglia Assad perchè la sua popolazione è a maggioranza alawita &#8211; minoranza a cui appartiene l&#8217;ex presidente -.  Quest’area è stata liberata velocemnte e senza spargimenti di sangue. Circolano molti video in cui i cittadini di Latakia <strong>festeggiano nelle piazze e tirano giù le numerose statue di Hafez al Assad, padre di Bashar.</strong> Non nego che li ho un po’ invidiati. <strong>Avrei partecipato ai festeggiamenti molto volentieri</strong> e ora sto pianificato di tornare».  Nella sua provincia si trovano due basi militari del Cremlino, quella di Hmeimim e quella di Tartus. Fouad vive a Roma da 44 anni e, pur essendo nato in Siria, è figlio di un esule siriano costretto a vivere fuori dal regime di Hafiz Al Assad, padre di Bashar. Lavora come<strong> interprete simultaneista</strong> e, oltre ad operare nell&#8217;ambito della cooperazione internazionale, si occupa sia anche di conferenze commerciali e istituzionali. «Ho lavorato anche come volontario con delegazioni della società civile siriana, irachena, libanese e palestinese. I miei parenti hanno condiviso con gioia i festeggiamenti per la fine del regime. Anche se, a dire la verità,<strong> c’è preoccupazione perché le forze protagoniste di questa escalation non hanno una storia di affezione verso una democrazia pluralista.</strong> Per adesso ciò che emerge è uno spirito di collaborazione che ci fa ben sperare per il prossimo futuro. Ad Aleppo ad esempio ci sono dei gruppi <em>Telegram</em> in cui vengono diffuse notizie sulla riorganizzazione post Assad<strong>».</strong> E conclude: «Tutti in Siria conoscono  le divergenze tra l’SNA (Esercito nazionale siriano), sostenuto dalla Turchia, e l’SDF (Forze democratiche siriane) a maggioranza curda &#8211; sostenute dagli Stati Uniti &#8211; espressione del partito turco PKK».</p>
<blockquote class="instagram-media" style="background: #FFF; border: 0; border-radius: 3px; box-shadow: 0 0 1px 0 rgba(0,0,0,0.5),0 1px 10px 0 rgba(0,0,0,0.15); margin: 1px; max-width: 540px; min-width: 326px; padding: 0; width: calc(100% - 2px);" data-instgrm-captioned="" data-instgrm-permalink="https://www.instagram.com/reel/DDTxR5-qEBu/?utm_source=ig_embed&amp;utm_campaign=loading" data-instgrm-version="14">
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<p><a style="color: #c9c8cd; font-family: Arial,sans-serif; font-size: 14px; font-style: normal; font-weight: normal; line-height: 17px; text-decoration: none;" href="https://www.instagram.com/reel/DDTxR5-qEBu/?utm_source=ig_embed&amp;utm_campaign=loading" target="_blank">Un post condiviso da Al Arabiya English (@alarabiya_eng)</a>
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<p><mark class='mark mark-yellow'>Nel frattempo dalle alture del Golan, lo <strong>stato ebraico</strong> osserva gli sviluppi come un falco.</mark> Il primo ministro <strong>Netanyahu</strong> ordina ai membri del suo partito, il Likud, di non commentare quanto accade pubblicamente. Già prima della caduta di Damasco &#8211; come riportato dal portavoce delle <em>IDF</em>, <strong>Herzi Halevi</strong> &#8211; l’esercito israeliano ha iniziato a penetrare oltre il Golan e ha minacciato di colpire a vista chiunque si fosse avvicinato al confine. Secondo quanto riportato dal quotidiano <em>Maariv</em>, <mark class='mark mark-yellow'>per la prima volta dal 1974 i carri armati israeliani hanno attraversato la barriera di confine con il territorio siriano e continuano ad avanzare nella zona cuscinetto.</mark> Netanyahu afferma che <strong>l’accordo di demarcazione con la Siria è crollato a causa del ritiro delle truppe siriane</strong> di Assad.<strong> Amir Ohana</strong>, portavoce della <em>Knesset</em> israeliana su <em>X</em>: «Quello che sta succedendo in Siria è positivo perché indebolisce l’Iran, il più grande nemico di Israele.<mark class='mark mark-yellow'>Lo stato ebraico sta portando avanti delle operazioni in Siria, alcune delle quali sono pubbliche, altre è meglio che restino segrete».</mark> I vertici israeliani discutono sulla necessità di bombardare luoghi strategici per evitare che cadano nelle mani di alcuni gruppi armati ostili. Nel primo pomeriggio, fonti locali testimoniano che a Dmasco<strong> il palazzo adibito al rilascio dei passaporti</strong> e altre strutture militari, sono state bombardate. E ancora, sempre fonti locali riferiscono che anche l’aeroporto militare di Mezzeh è stato soggetto a pesanti bombardamenti. Secondo quanto riportato da <em>Time of Israel</em>, decine di aerei dell&#8217;aviazione israeliana entrano nello spazio aereo siriano per colpire numerosi obiettivi in ​​tutto il Paese per <strong>distruggere &#8220;armi strategiche&#8221;</strong>. Inoltre, a causa di combattimenti nell&#8217;area di confine con lo stato ebraico, il portavoce militare israeliano dell&#8217;IDF<strong> Avichay Adraee</strong> attraverso <em>X</em> invita già in mattinata i civili siriani di <em>Qfaniya, Quneitra, Al Hamidiyah</em> e <em>Qahtaini </em>di rimanere in casa per la loro sicurezza. Sempre <em>Time of Israel</em> rivela inoltre che <mark class='mark mark-yellow'>da mesi lo stato ebraico sta costruendo una barriera al confine con lo stato siriano &#8211; che assomiglia ad una trincea e che è stata chiamata “New East” &#8211; per impedire l’attraversamento dei veicoli.</mark></p>
<blockquote class="twitter-tweet" data-media-max-width="560"><p><a href="https://twitter.com/hashtag/%D8%B9%D8%A7%D8%AC%D9%84?src=hash&amp;ref_src=twsrc%5Etfw">#عاجل</a> فرقة الجولان 210 تنفذ أعمالًا دفاعية على الحدود نظرًا لتقييم الوضع وفي ضوء رفع الجاهزية على جبهة هضبة الجولان على مدار الساعات الأربع والعشرين الماضية تنتشر قوات جيش الدفاع برًا وجوًا حيث تقوم قوات لواء الجولان (474) على الحدود في مهام جمع المعلومات وحماية مواطني… <a href="https://t.co/oL2Z4tzeAy">pic.twitter.com/oL2Z4tzeAy</a> — افيخاي ادرعي (@AvichayAdraee) <a href="https://twitter.com/AvichayAdraee/status/1865805994716217638?ref_src=twsrc%5Etfw">December 8, 2024</a></p></blockquote>
<p><script src="https://platform.twitter.com/widgets.js" async="" charset="utf-8"></script></p>
<p>Così in poche ore <strong>l’esercito dello stato ebraico occupa la zona cuscinetto istituita nel 1974</strong> e poi revoca la zona militare chiusa imposta nelle aree di Merom Golan-Ein Zivan e Buq&#8217;ata-Khirbet Ein Hura. Il ministro degli esteri afferma però che<strong> lo spiegamento di truppe in territorio siriano è una misura &#8220;limitata e temporanea&#8221;</strong> volta a garantire la sicurezza di Israele durante la confusione seguita alla caduta di al-Assad.</p>
<p>Le reazioni della comunità internazionale non si fanno attendere. Al <em>Doha Forum</em>, il ministro di Stato del <strong>Qatar</strong> <em>Mohammed bin Abdulaziz al-Khulaifi</em> afferma che il suo Paese sosterrà pienamente il processo politico previsto dalla risoluzione 2254 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite: <mark class='mark mark-yellow'>«Il conflitto è tra il regime siriano e i siriani stessi, non tra la Siria e altri paesi. Pertanto, sosteniamo pienamente qualsiasi percorso che fornisca soluzioni per tali questioni».</mark> Ad Istanbul, città che ospita il maggior numero di rifugiati siriani, migliaia di persone sono scese in strada per festeggiare, da quando è stata diffusa la notizia della caduta di Damasco. Coloro che hanno familiari e immobili in Siria, iniziano ad organizzare i preparativi per tornare finalmente a casa. Nel frattempo sempre durante il <em>Doha Forum</em>, il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan afferma che il suo Paese vuole contribuire a “garantire la sicurezza” in Siria. «<strong>La Turchia</strong> &#8211; scrive in un post su <em>X</em> &#8211; <strong>è pronta ad assumersi la responsabilità di tutto ciò che è necessario per curare le ferite della Siria e garantire l&#8217;unità, l&#8217;integrità e la sicurezza</strong>». La posizione di Ankara è da considerare in relazione alla presenza nel nord della Siria di organizzazioni a maggioranza curda, considerate da Erdogan una grave minaccia per il paese. E ancora, <strong>Geir Pedersen</strong> &#8211; inviato delle Nazioni Unite in Siria &#8211; afferma di essere pronto «a sostenere il popolo siriano nel suo cammino verso un futuro stabile e inclusivo». In una dichiarazione pubblicata dal suo ufficio, <mark class='mark mark-yellow'>esorta i siriani a «dare priorità al dialogo, all’unità e al rispetto del diritto internazionale umanitario e dei diritti umani mentre cercano di ricostruire la loro società.</mark> Che il popolo siriano sia messo in grado di iniziare a tracciare un nuovo percorso per soddisfare le proprie aspirazioni».</p>
<p>E inifine, intorno alle sette di domenica sera, anche il presidente uscente degli Stati Uniti<strong> Joe Biden</strong>, si esprime in diretta nazionale sulla questione e definisce il momento come <mark class='mark mark-yellow'>un’opportunità storica per il popolo della Siria.</mark> Si dichiara favorevole a dare supporto al paese affinchè nasca una <strong>&#8220;Siria indipendente e sovrana&#8221;</strong> con una sua costituzione e un nuovo governo determinato dal popolo siriano.  Nel suo discorso &#8211; durato poco più di 10 minuti &#8211; afferma che gli Stati Uniti nel corso delle ore precedenti hanno condotto decine di attacchi aerei di precisione in Siria &#8211; supportando le operazioni israeliane &#8211; prendendo di mira ciò che rimane dei campi dello Stato Islamico. Dall’altro lato, il neo eletto <strong>Donald Trump</strong> rimarca il fatto che l’esercito americano ha ancora 9000 unità attive nel paese e sui social twitta un categorico “<em>This is not our fight”</em>. Mentre il consigliere per la sicurezza nazionale<strong> Jake Sullivan</strong> elimina l’ipotesi di un intervento armato nella guerra civile siriana. «Gli Stati Uniti &#8211; dice Sullivan &#8211; continueranno ad agire nella misura necessaria per impedire allo Stato Islamico di sfruttare l’opportunità della guerra civile per riaffermarsi». Su richiesta della Russia, <strong>lunedì pomeriggio il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite si riunirà</strong> per discutere degli sviluppi in Siria mentre l&#8217;Iran apre una linea di comunicazione diretta con la leadership sunnita siriana, nel tentativo &#8211; riporta <em>Middle East Eye</em> &#8211; di &#8220;impedire una traiettoria ostile&#8221; tra i due paesi. Mentre la Banca centrale siriana conferma di restare operativa e che i depositi dei cittadini sono intatti e al sicuro.</p>
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		<title>Aleppo distrutta dal terremoto, ma il suo cuore rimane intatto</title>
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		<pubDate>Thu, 16 Feb 2023 11:59:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Ludovica Rossi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
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		<description><![CDATA[Ad Aleppo non esistono un prima e un dopo. Qui, il terremoto, che nella notte del 6 febbraio ha colpito la zona di confine tra Turchia e Siria, non è ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="2000" height="1333" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2023/02/aleppo.jpeg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="aleppo" /></p><p style="font-weight: 400;"><mark class='mark mark-yellow'>Ad <strong>Aleppo</strong> non esistono un prima e un dopo. Qui, il terremoto, che nella notte del 6 febbraio ha colpito la zona di confine tra <strong>Turchia</strong> e <strong>Siria</strong>, non è stato uno spartiacque ma l’esplosione di un disfacimento in atto da dodici anni di guerra civile.</mark> Aleppo dista 70 chilometri dal confine turco e 130 dall’epicentro del sisma, quindi rientra nell’immediata cerchia dove l’impatto della scossa ha avuto i suoi effetti più devastanti. In città, però, non tutto è stato distrutto: il suo cuore, il suq più antico al mondo, è intatto. Dopo alcuni anni dallo scoppio di quella che i siriani definiscono la loro “guerra incivile” il mercato coperto è stato ricostruito grazie all’azione della <strong>fondazione Aga Khan</strong>, di cui fa parte anche <strong>Radwan Khawatmi</strong>, imprenditore italo-siriano nel settore elettrodomestici. È lui a raccontare l’impresa della riedificazione che ha segnato la rinascita della cittadella.</p>
<p style="font-weight: 400;">«Attraverso il nostro dipartimento <strong>AKTC</strong> – Aga Khan Trust for Culture – eravamo già impegnati in Siria per la ricostruzione di siti archeologici di interesse nazionale e internazionale. Nella cittadella il nostro intervento è iniziato quando l’Isis ha abbandonato la città, dopo averne distrutto completamente il suq, che si estende per diversi chilometri a fianco della grande moschea degli Omayyadi. <mark class='mark mark-yellow'>Era il centro nevralgico di Aleppo: musulmani, cristiani ed ebrei convivevano al suo interno e lavoravano nelle botteghe, fino a quando il cieco odio dell’Isis lo ha annientato e in parte bruciato.</mark></p>
<p style="font-weight: 400;"><span class='quote quote-left header-font'>«Aleppo è una città in ginocchio: il terremoto l&#8217;ha devastata. Il suo cuore, però, rappresentato dal suo mercato coperto, è intatto» spiega l&#8217;imprenditore Radwan Khawatmi.</span></p>
<p style="font-weight: 400;">Noi dovevamo dare un’indicazione ben chiara a questi terroristi, ma soprattutto agli abitanti, per non permettere loro di impossessarsi nuovamente dei nostri antichi empori e di lasciarci la dignità del lavoro. eEra importante anche rialzare in piedi la vita economica della città. I lavori di restauro, coordinati dalle autorità locali, sono iniziati nel 2017 e, dopo aver concluso una prima parte di restauro nel 2020, abbiamo proseguito a restaurare una seconda sezione del mercato coperto, che ospita centinaia di negozi. La gente ha potuto così riappropriarsi della sua vita normale, come prima e, forse, anche meglio di prima. Per fortuna, il terremoto ha risparmiato questo simbolo di Alepp».</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Quali sono stati, invece, i danni provocati dal sisma?</strong></p>
<p style="font-weight: 400;"><span style="font-weight: 400;">«<mark class='mark mark-yellow'>La città di Aleppo è in ginocchio. Centinaia di palazzi sono crollati e il numero delle vittime si attesta, per il momento, a circa 2200 persone, senza contare quelle che ancora si trovano sotto le macerie.</mark> Ad oggi è difficile fare un bilancio delle perdite in termini economici: bisognerebbe, inviando una squadra sul posto, fare una cernita completa per quantificare i crolli e l’entità dei danni. Ma il fatto più drammatico non è il terremoto in sé: per motivi politici la Siria è sottoposta a sanzioni, imposte dagli </span><b>Stati Uniti</b> e poi dall’<strong style="font-weight: 400;">Europa</strong>, che ne limitano le importazioni. Per questo, già prima del sisma, la Siria non disponeva di alcuni strumenti come camion, scavatori o sollevatori e, quando il terremoto è accaduto, in quella maledetta notte, non c’erano mezzi di soccorso. Gli ospedali erano in grande difficoltà; molti sono crollati come scuole e palazzi con abitazioni civili».</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Come è possibile pensare a ricostruire tutto ciò che è danneggiato?</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">«Dell’enorme macchina di soccorso che è stata riversata verso la Turchia, la Siria non ha avuto niente. <mark class='mark mark-yellow'>Abbiamo cominciato a lanciare delle grida di aiuto: l&#8217;erogazione delle sanzioni è una questione politica, relativo al contrasto dei Paesi occidentali con il governo centrale di Damasco, ma ci sono drammi umanitari di fronte ai quali la politica dovrebbe tirarsi indietro.</mark>Io stesso mi sono recato a Roma e ho incontrato esponenti del governo per sensibilizzarli e dare corso ad un sistema di aiuti atto anche ad arginare le sanzioni. Ho percepito una certa attenzione da parte del mondo politico, delle istituzioni e delle organizzazioni umanitarie italiane: tutti mi hanno detto di sentirsi legati al popolo siriano e ai nostri siti archeologici, ma di essere ostacolati nel loro tentativo di aiuto. Non ci sono navi che vanno in Siria, né possibilità di istituire un ponte aereo. Mi sono trovato in una situazione psicologica drammatica: cosa si dice, in questi casi, ai genitori che hanno bambini sotto le macerie? ».</p>
<p style="font-weight: 400;"><span class='quote quote-left header-font'>L&#8217;imprenditore Radwan Khawatmi lancia una appello: «Ormai i morti sono morti: è finita la fase di emergenza per estrarre le vittime dalle macerie: adesso dobbiamo pensare ai sopravvissuti»</span></p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Che tipo di soccorso è stato attuato finora?</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">«Dopo avere fatto prolungate pressioni alla Cooperazione siamo riusciti a trovare una prima modalità di intervento: abbiamo inviato in Siria un centinaio di tende con la nave San Marco della Marina Militare. L’organizzazione cattolica della<strong> Croce Gialla</strong>, poi, ha preparato un centinaio di case prefabbricate, fatte di materiale plastico e riscaldate, che possono contenere fino a mille persone, sottraendole da una vita in strada all&#8217;addiaccio. I nostri appelli sono arrivati agli Stati Uniti, che hanno concesso l’invio di soccorsi con delle limitazioni: si possono mandare medicinali ma non camion, cibo ma non sollevatori. È tutta una sceneggiatura al limite dell’accettabile. Stiamo lottando affinché questo elenco venga allargato: <mark class='mark mark-yellow'>ormai i morti sono morti, è finita l’emergenza di tirare fuori la gente dalle macerie. Adesso c’è chi aspetta fuori ed è questa che deve essere protetta e aiutata».</mark></p>
<p style="font-weight: 400;">
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		<title>Asmae Dachan sul terremoto in Siria: &#8220;Le scosse fanno più paura delle bombe&#8221;</title>
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		<pubDate>Sat, 11 Feb 2023 14:56:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Fabio Pellaco]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Asmae Dachan]]></category>
		<category><![CDATA[siria]]></category>
		<category><![CDATA[terremoto]]></category>

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		<description><![CDATA[“Ci sono bambini che non hanno mai conosciuto nella loro vita un solo giorno di pace e che in questo momento si trovano ad affrontare questa nuova grandissima emergenza”. Lo ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="2048" height="1365" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2023/02/terremoto-siria-febbraio-2023.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Operazioni di soccorso in Siria (foto The White Helmets)" /></p><p><mark class='mark mark-yellow'>“Ci sono bambini che non hanno mai conosciuto nella loro vita un solo giorno di pace e che in questo momento si trovano ad affrontare questa nuova grandissima emergenza”.</mark> Lo sguardo di <strong>Asmae Dachan</strong>, giornalista e scrittrice italo-siriana, si posa sulla sua terra natale e ci racconta l&#8217;altra faccia del <a title="Terremoto tra Turchia e Siria: il bilancio supera le 15mila vittime. Un veneto tra i dispersi" href="http://www.magzine.it/trema-la-terra-tra-turchia-e-siria-oltre-900-vittime/">terremoto</a> che il 6 febbraio ha devastato le regioni al confine tra Turchia e Siria. Sono sufficienti pochi chilometri perché gli effetti del sisma assumano significati diversi: se la Turchia &#8220;ha una infrastruttura funzionante a livello di soccorsi, protezione civile, Croce Rossa e aiuti internazionali, la situazione in Siria è ben diversa&#8221;.</p>
<p><strong>Il Paese viene da quasi 12 anni di guerra civile che ha stremato la popolazione. Adesso il sisma ha distrutto anche quelle poche certezze rimaste. Che impatto ha avuto sui siriani?</strong></p>
<p>«La situazione che stanno descrivendo le persone è assolutamente drammatica e forse noi, da questa parte del mare, non riusciamo a capirla. <mark class='mark mark-yellow'>Le persone, che sono sopravvissute ad anni di bombardamenti feroci, dicono di non aver mai avuto tanta paura quanta ne hanno avuta in questi giorni e che probabilmente è la concentrazione di questa violenza a rendere le loro vite particolarmente vulnerabili in questo momento.</mark> Anche coloro che hanno ancora la casa in piedi sono state costrette comunque a evacuare finché non verranno effettuate le verifiche».</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>«Le persone che sono sopravvissute ad anni di bombardamenti feroci, dicono di non aver mai avuto tanta paura quanta ne hanno avuta in questi giorni», racconta la giornalista Asmae Dachan</span></p>
<p><strong>Quanto contano le conseguenze della guerra sulla reazione del Paese all&#8217;emergenza terremoto?</strong></p>
<p>«Ci sono almeno tre Stati in uno, sebbene ufficialmente non lo siano. Abbiamo la cosiddetta Siria che va dalla costa ai confini iracheni, che attualmente è tornata sotto il controllo del regime di Bashar al-Assad. Abbiamo la Siria del Nord-Est che è sotto il controllo delle autonomie curde, protette dalla coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti. Infine abbiamo la Siria del Nord-Ovest, un fazzoletto di terra dove però sono concentrate circa 4,6 milioni di persone, ciò che resta delle opposizioni siriane che sono però sotto il controllo turco. Purtroppo all&#8217;interno di questo territorio ci sono ancora gruppi di miliziani estremisti che in qualche modo tengono in ostaggio la popolazione ed è proprio questo che complica interventi e aiuti».</p>
<p><strong>Alla luce di queste profonde differenze, come si stanno organizzando i soccorsi?</strong></p>
<p class="vLAZ4d" data-type="Segment" data-start="140.4" data-segment-label="02:20" data-rt-id="bDOSI4" data-rt-kind="1" data-rt-type="Paragraph">«Nelle aree del Nord-Ovest, le squadre degli Elmetti Bianchi e della protezione civile non riescono a far fronte da sole all&#8217;emergenza, in più <mark class='mark mark-yellow'>il 45 per cento degli ospedali siriani è stato distrutto durante i bombardamenti.</mark> Il quadro è molto preoccupante: le testimonianze dei medici che sto contattando dicono che stanno assistendo alla morte di persone che sarebbe stato possibile salvare se ci fossero stati i mezzi e gli strumenti. Molti dei terremotati della Turchia sono proprio profughi siriani che in quella terra avevano in qualche modo ricominciato a vivere, avevano trovato una casa, avevano iscritto i propri figli a scuola. Ora si trovano di nuovo all&#8217;addiaccio con una paura che raccontano di non aver mai provato».</p>
<p class="vLAZ4d" data-type="Segment" data-start="140.4" data-segment-label="02:20" data-rt-id="bDOSI4" data-rt-kind="1" data-rt-type="Paragraph"><strong>Potremmo quindi assistere a una nuova ondata di profughi?</strong></p>
<p class="vLAZ4d" data-type="Segment" data-start="413.6" data-segment-label="06:53" data-rt-id="bDOSI9" data-rt-kind="1" data-rt-type="Paragraph">«In 12 anni la Turchia ha costruito un muro di frontiera lunghissimo proprio dopo aver accolto quattro milioni di profughi siriani. La maggior parte è rimasta nelle zone frontaliere, una buona parte si è divisa nelle altre città turche. L&#8217;uscita dalla Siria è diventata praticamente impossibile, quindi molte delle persone tentano la via del mare e lo abbiamo visto con risultati drammatici. Ora bisognerà capire se ci sarà una fuga dalla Turchia e se, in qualche modo, le frontiere sbarrate degli altri Paesi apriranno all&#8217;accoglienza di questi profughi, oppure se il fenomeno sarà gestito esclusivamente con una soluzione interna. Prima del terremoto molti profughi vivevano già in condizioni abbastanza precarie. <mark class='mark mark-yellow'>Ora le testimonianze ci stanno raccontando di serre, come quelle usate per la coltivazione di ortaggi e frutta, costruite in fretta e furia per cercare di dare un minimo di riparo in questi giorni di grande freddo</mark>».</p>
<p class="vLAZ4d" data-type="Segment" data-start="413.6" data-segment-label="06:53" data-rt-id="bDOSI9" data-rt-kind="1" data-rt-type="Paragraph"><strong>I rapporti tra Damasco e Ankara non si possono definire amichevoli. C&#8217;è la possibilità che, per affrontare un&#8217;emergenza così grande, ci possa essere un calo della tensione?</strong></p>
<p class="vLAZ4d" data-type="Segment" data-start="538.5" data-segment-label="08:58" data-rt-id="bDOSIc" data-rt-kind="1" data-rt-type="Paragraph">«Escludo un riavvicinamento causato dalle conseguenze del sisma perché <mark class='mark mark-yellow'>dalle due parti, nelle ore successive al sisma, sono emersi solo dialoghi politici, non dialoghi rivolti agli interessi delle popolazioni civili e dei più fragili.</mark> Un riavvicinamento era stato paventato nei mesi scorsi: Erdogan aveva detto che nulla in politica dura per sempre. Il problema è che la politica è una questione complicata e la gestione degli aiuti umanitari è sempre stata politicizzata di fronte a tragedie di queste proporzioni. Sarebbe davvero bello che prevalesse uno spirito umanitario e non un calcolo di interesse di natura politica o legata a un&#8217;affermazione di potere».</p>
<p class="vLAZ4d" data-type="Segment" data-start="538.5" data-segment-label="08:58" data-rt-id="bDOSIc" data-rt-kind="1" data-rt-type="Paragraph"><span class='quote quote-left header-font'>Il monito di Dachan: «Vorrei che il pensiero dei bambini, degli anziani, dei civili in genere, muovesse le coscienze anche di chi fa politica e per una volta si lasciasse da parte il calcolo geopolitico e si mettessero al centro i diritti umani»</span></p>
<p class="vLAZ4d" data-type="Segment" data-start="538.5" data-segment-label="08:58" data-rt-id="bDOSIc" data-rt-kind="1" data-rt-type="Paragraph"><strong>Tra i più colpiti, però, ci sono i bambini che, oltre al dramma della guerra, ora sperimentano sulla propria pelle anche il terremoto. A cosa vanno incontro?</strong></p>
<p class="vLAZ4d" data-type="Segment" data-start="538.5" data-segment-label="08:58" data-rt-id="bDOSIc" data-rt-kind="1" data-rt-type="Paragraph">«<mark class='mark mark-yellow'>Ci sono famiglie con bambini allettati a causa di mutilazioni riportate in guerra oppure nati con gravi disabilità. I genitori sono stati costretti a prenderli dai loro letti, vestiti semplicemente con i loro pigiamini, e a portarli in mezzo alla strada.</mark> I medici ci insegnano che la loro salute è cagionevole e quindi sono particolarmente esposti a rischi. In più, i bambini che sono nati o che hanno sviluppato delle patologie di tipo psichiatrico, si trovano ad affrontare una crisi che i genitori non sanno gestire perché anch&#8217;essi hanno perso serenità e autocontrollo davanti a un&#8217;emergenza davvero troppo grande. Vorrei che il pensiero dei bambini, degli anziani, dei civili in genere, muovesse le coscienze anche di chi fa politica e per una volta si lasciasse da parte il calcolo geopolitico e si mettessero al centro i diritti umani».</p>
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		<title>Terremoto in Turchia, il vicario dell&#8217;Anatolia: &#8220;La terra ci sta chiamando alla pace&#8221;</title>
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		<pubDate>Fri, 10 Feb 2023 11:08:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Ludovica Rossi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Anatolia]]></category>
		<category><![CDATA[siria]]></category>
		<category><![CDATA[terremoto]]></category>
		<category><![CDATA[Turchia]]></category>

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		<description><![CDATA[Quando la terra trema, pochi secondi sono sufficienti a distruggere secoli di storia. È quello che nella notte del 6 febbraio è successo in Anatolia, devastata da uno dei terremoti ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="2048" height="1536" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2023/02/anatolia.jpeg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="anatolia" /></p><p style="font-weight: 400;"><mark class='mark mark-yellow'>Quando la terra trema, pochi secondi sono sufficienti a distruggere secoli di storia. È quello che nella notte del 6 febbraio è successo in <strong>Anatolia</strong>, devastata da uno dei terremoti più violenti mai verificatisi nella regione.</mark> Gli effetti si registrano ad ogni livello: culturale, sociale, economico. Sono oltre tre mila gli edifici crollati, moltissimi dei quali siti storici e patrimonio dell’Unesco: dal millenario castello di <strong>Gaziantep</strong>, alla moschea <strong>Sirvani</strong>, alla chiesa dell’Annunciazione di <strong>Iskenderun</strong>, risalente al XIX secolo. Proprio qui, a 50 chilometri da <strong>Antiochia</strong>, ha sede il vicariato apostolico anatolico, che da quasi due secoli si prende cura della variegata realtà etnica e religiosa che da sempre è caratteristica di questa zona di confine e culla di civiltà. Ad incarnarlo è il monsignor <strong>Paolo Bizzeti</strong> che in questo momento, in attesa di rientrare in Turchia, coordina gli aiuti dall’Italia.</p>
<div id="attachment_62726" style="width: 2048px" class="wp-caption alignnone"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2023/02/cattedrale.jpeg"><img class="size-full wp-image-62726" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2023/02/cattedrale.jpeg" alt="La chiesa dell’Annunciazione di Iskenderun, risalente al XIX secolo, distrutta dal terremoto." width="2048" height="1536" /></a><p class="wp-caption-text">La chiesa dell’Annunciazione di Iskenderun, risalente al XIX secolo, distrutta dal terremoto.</p></div>
<p style="font-weight: 400;"><span class='quote quote-left header-font'>Il terremoto di magnitudo 7.8 che nella notte del 6 febbraio ha sconvolto la zona tra Turchia e Siria è una tragedia sotto ogni aspetto: culturale, sociale, economico.«Nonostante sia risaputo che il territorio è ad alto rischio sismico, rimane tuttavia un avvenimento che coglie impreparati» spiega Paolo Bizzeti.</span></p>
<p style="font-weight: 400;">«La tragedia è molto più grande di quello che si pensava all’inizio: siamo continuamente travolti da nuove emergenze e il morale della gente è sotto shock. Nonostante sia risaputo l’alto rischio sismico a cui la zona è soggetta – nella storia Antiochia è infatti crollata varie volte – rimane tuttavia un avvenimento che coglie sempre impreparati. <mark class='mark mark-yellow'>C’è una bella collaborazione tra le persone e con le autorità locali, ma mancano mezzi per scavare e per poter distribuire adeguatamente i soccorsi.</mark> Questi primi giorni sono una fase un po&#8217; concitata: la vera sfida sarà nelle prossime settimane. La situazione è delicata e intacca molti fronti: bisognerà affrontare la ricostruzione con calma, cercando di recuperare tutto quello che è possibile».</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Con quale tipo di aiuto è possibile soccorrere le migliaia di vittime colpite dallo strazio del sisma?</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">«Prima di tutto con un sostegno morale e affettivo: le persone sono scioccate e hanno bisogno di conforto. Poi naturalmente aiuti materiali, in collaborazione con le autorità governative. La nostra è una realtà piccola, quindi l’assistenza che possiamo portare da soli è una goccia nel mare. Anche come Caritas Italia abbiamo aperto un canale di raccolta fondi. <mark class='mark mark-yellow'>In questi casi si risveglia il desiderio di pace, la fraternità, il bisogno di aiutarsi senza distinzioni di credo o di etnia».</mark></p>
<p style="font-weight: 400;"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2023/02/aiuti.jpeg"><img class="alignnone size-full wp-image-62727" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2023/02/aiuti.jpeg" alt="aiuti" width="2000" height="1125" /></a></p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Proprio la “differenza” è un aspetto costitutivo di questa regione che, sin dai tempi in cui era nota come Asia Minore, per la sua strategica posizione di crocevia tra due continenti ha accolto diverse popolazioni ed etnie. Il terremoto acuirà le difficoltà di un tessuto sociale ed etnico così variegato?</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">«È una realtà molto complessa, che in Occidente si tende a semplificare. Normalmente nella vita quotidiana si è instaurata una bella collaborazione e la gente è aperta. Ci sono però dei problemi di fondo: tenere insieme etnie, religioni, visioni politiche diverse è una sfida molto grossa. Sono difficoltà che esistevano già prima del terremoto, perché la Turchia è stata molto generosa ad accogliere milioni di profughi e questo col passare del tempo fa sorgere anche degli ostacoli. <mark class='mark mark-yellow'>Nel terremoto sono sempre i più poveri a pagare il prezzo maggiore, quindi anche i rifugiati. In questo momento non si devono fare distinzioni di persone: tutti vanno aiutati».</mark></p>
<p style="font-weight: 400;"><span class='quote quote-left header-font'>«Il terremoto può essere un&#8217;occasione positiva per superare le divisioni o, al contrario, una tentazione ad accrescerle. Io penso che il territorio ci stia chiamando alla pace, invitandoci a perseguire il bene comune», conclude Bizzeti.</span></p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Un terremoto sul confine tra Turchia e Siria sembra quasi la materializzazione terrena della rivalità che intercorre tra i due Paesi: quali sono le prospettive di cambiamento tra loro adesso?</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">«Il terremoto può essere interpretato in modi diversi: potrebbe rappresentare un’occasione positiva per superare divisioni e puntare alla pace in modo più forte e convinto. Oppure, al contrario, potrebbe anche essere una tentazione ad aumentare le differenze e i contrasti. Questo dipende dalle scelte di ciascuno. Personalmente, <mark class='mark mark-yellow'>penso che in questo momento il territorio ci stia chiamando alla pace, alla collaborazione, al superamento delle divergenze in vista di un obiettivo comune: il bene di tutti».</mark></p>
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		<title>Soccorsi difficili, in Turchia e Siria si sopravvive al terremoto</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Feb 2023 19:29:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Fabio Pellaco]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[siria]]></category>
		<category><![CDATA[terremoto]]></category>
		<category><![CDATA[Turchia]]></category>

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		<description><![CDATA[La terra trema per quasi un minuto. È una scossa forte, fortissima. Nei territori al confine tra Turchia e Siria sono le 04:17 di lunedì 6 febbraio. La maggior parte ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1600" height="1200" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2023/02/terremoto-turchia-antiochia-febbraio-2023-4.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Distruzione ad Antiochia (foto Kıvanç Eliaçık)" /></p><p>La terra trema per quasi un minuto. È una scossa forte, fortissima. Nei territori al confine tra Turchia e Siria sono le 04:17 di lunedì 6 febbraio. <mark class='mark mark-yellow'>La maggior parte delle persone sta dormendo e le case si trasformano in trappole mortali.</mark> Gaziantep, Kahramanmaraş, Adana e altre dieci province turche. Aleppo e Idlib in Siria. Il sisma di <a href="https://en.afad.gov.tr/press-bulletin-about-earthquake-in-kahramanmaras-measuring-77" target="_blank">magnitudo 7.7</a>, come registrato dall&#8217;autorità turca per la gestione dei disastri e delle emergenze, ha raso al suolo quasi tutto. Quei pochi edifici che sono rimasti in piedi non sono più abitabili.</p>
<div class="flourish-embed flourish-map" data-src="visualisation/12689075"><script src="https://public.flourish.studio/resources/embed.js"></script></div>
<p>In quelle ore a Kahramanmaraş c&#8217;è <strong>Bilgen Efe</strong>, originaria proprio di una delle province più colpite dal sisma, a pochi chilometri dall&#8217;epicentro. Da alcuni anni lavora per una azienda tessile pugliese, ma nei giorni precedenti al sisma si trovava in Turchia con la famiglia. <mark class='mark mark-yellow'>&#8220;Fortunatamente siamo tutti vivi, ma è stata un&#8217;esperienza terribile. Siamo corsi in strada e tutto era distrutto&#8221;.</mark> Le scosse di assestamento sono continuate anche nelle ore successive. La più forte, di magnitudo 7.6, è stata avvertita appena nove ore dopo la prima, ma la preoccupazione più grande è come affrontare i prossimi giorni: &#8220;Ora ci servono vestiti invernali perché fa molto freddo, tende e cibo&#8221;, dice Bilgen e poi ci mostra una lista di centri di raccolta in Italia che da Nord a Sud si sono attivati per portare aiuti alle popolazioni terremotate.</p>
<div id="fb-root"></div>
<p><script src="https://connect.facebook.net/it_IT/sdk.js#xfbml=1&amp;version=v16.0" async="" defer="defer" crossorigin="anonymous"></script></p>
<div class="fb-post" data-href="https://www.facebook.com/ambasciataturchia/posts/pfbid0QXnbQskEew9gXJQXJiu3XMEoj2YtfYr8RccyQQSfonV3BuDKHZrhNuUYSnEtHwuGl" data-width="500" data-show-text="true">
<blockquote class="fb-xfbml-parse-ignore" cite="https://www.facebook.com/ambasciataturchia/posts/568909975279498"><p>Kahramanmaraş’taki deprem felaketine ilişkin yardımlar için Per gli aiuti riguardanti il disastro sismico di Kahramanmaraş</p>
<p>Pubblicato da <a href="https://www.facebook.com/ambasciataturchia">T.C. Roma Büyükelçiliği / Ambasciata di Türkiye a Roma</a> su <a href="https://www.facebook.com/ambasciataturchia/posts/568909975279498">Martedì 7 febbraio 2023</a></p></blockquote>
</div>
<p>A complicare l&#8217;intervento dei soccorritori, oltre ai detriti dovuti ai crolli e alle difficoltà negli spostamenti ci sono le condizioni climatiche. <mark class='mark mark-yellow'>In gran parte delle regioni la neve ha imbiancato città e villaggi. E laddove i fiocchi sono arrivati solo sulle montagne circostanti, le temperature scendono comunque di diversi gradi sotto lo zero</mark>, rendendo difficile trascorrere la notte fuori casa nelle abitazioni di fortuna realizzate con ciò che resta oppure nelle tende allestite dalla protezione civile.</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>&#8220;I palazzi si sono accartocciati su se stessi e le persone hanno perso tutto. Le persone piangono e pregano&#8221;, racconta da Antiochia Kıvanç Eliaçık.</span></p>
<p>Uno slancio di solidarietà ha coinvolto tutta la Turchia. Tra i 100mila operatori che stanno portando soccorso alle zone terremotate c&#8217;è <strong>Kıvanç Eliaçık</strong>, direttore del dipartimento di relazioni internazionali del Disk, una delle tre principali confederazioni del lavoro turche. Nelle ore immediatamente successive al sisma si è messo in viaggio. &#8220;Siamo partiti da Istanbul e siamo arrivati ad Antiochia per portare il nostro aiuto&#8221;, racconta. A pochi chilometri dal confine siriano la situazione non è diversa dagli altri luoghi colpiti: &#8220;I palazzi si sono accartocciati su se stessi e le persone hanno perso tutto&#8221;. Nelle strade, attorno ai cumuli di macerie si raccolgono le famiglie che cercano conforto: &#8220;Le persone piangono e pregano sperando che ci sia ancora speranza per i propri cari intrappolati sotto le macerie&#8221;.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Il terremoto è avvenuto in luoghi già duramente provati. La Siria arriva da oltre dieci anni di guerra civile e il sisma non ha fatto che aggravare una situazione già drammatica.</mark> In quell&#8217;area stanno operando i <strong>&#8220;Caschi Bianchi&#8221;</strong>, un&#8217;organizzazione di difesa civile formatasi proprio negli anni della guerra, nel tentativo di salvare quante più persone possibile da sotto le macerie. In Siria la conta delle vittime va a rilento: i bilanci ufficiali parlano di almeno 2mila morti. La Turchia ne conta già più di 9mila. Come sempre in questi casi la fredda contabilità non rende giustizia a coloro che hanno perso la vita, ma fa del terremoto tra Turchia e Siria uno dei sismi più disastrosi degli ultimi cento anni.</p>
<p style="text-align: left;"><em>(Grafica ed elaborazione dati: <a href="https://www.magzine.it/author/lorenzo-buonarosa/" target="_blank">Lorenzo Buonarosa</a>)</em></p>
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		<title>Terremoto tra Turchia e Siria: il bilancio supera le 22mila vittime. Un veneto tra i dispersi</title>
		<link>http://www.magzine.it/trema-la-terra-tra-turchia-e-siria-oltre-900-vittime/</link>
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		<pubDate>Mon, 06 Feb 2023 10:49:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Fabio Pellaco]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[siria]]></category>
		<category><![CDATA[terremoto]]></category>
		<category><![CDATA[Turchia]]></category>

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		<description><![CDATA[Un forte terremoto ha colpito la parte meridionale della Turchia, al confine con la Siria, nella notte tra domenica 5 e lunedì 6 febbraio. La prima scossa, di magnitudo 7.7, ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1600" height="1200" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2023/02/terremoto-turchia-antiochia-febbraio-2023.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Palazzi crollati ad Antiochia dopo il terremoto (foto Kıvanç Eliaçık - Disk Türkiye)" /></p><p><strong>Un forte terremoto ha colpito la parte meridionale della Turchia, al confine con la Siria, nella notte tra domenica 5 e lunedì 6 febbraio. La prima scossa, di <a href="https://en.afad.gov.tr/press-bulletin-about-earthquake-in-kahramanmaras-measuring-77" target="_blank">magnitudo 7.7</a>, è stata registrata alle 02:17 (ora italiana)</strong> nel territorio della provincia di Gaziantep, la sesta città turca per numero di abitanti. Nei minuti e nelle ore successive la terra ha continuato a tremare con scosse di assestamento che hanno superato il quinto grado della scala Richter. <strong>Alle 11:24 di lunedì un&#8217;altra scossa di magnitudo 7.6 è stata avvertita nei pressi di Elbistan, nella provincia di Kahramanmaraş</strong>.</p>
<div align="center">
<blockquote class="twitter-tweet" data-conversation="none"><p>UPDATE: Turkish disaster management agency AFAD on latest details from <a href="https://twitter.com/hashtag/TurkiyeQuakes?src=hash&amp;ref_src=twsrc%5Etfw">#TurkiyeQuakes</a>:</p>
<p>&#8211; 3,432 people lost their lives &#8211; 21,103 people injured <a href="https://t.co/8dDYtoBLyX">pic.twitter.com/8dDYtoBLyX</a> — TRT World Now (@TRTWorldNow) <a href="https://twitter.com/TRTWorldNow/status/1622897968562204679?ref_src=twsrc%5Etfw">February 7, 2023</a></p></blockquote>
</div>
<p>Gli effetti del sisma sono stati devastanti, aggravati dal fatto che le persone sono state sorprese dalle scosse nel cuore della notte. Il numero delle persone che hanno perso la vita continua a salire di ora in ora. <strong>Si contano più di 15mila vittime in Turchia e almeno 7mila in Siria, dopo le prime ore erano quasi 9mila contro 2600 circa</strong>. Le ricerche dei dispersi proseguono e nonostante siano trascorse oltre 50 ore dal sisma i soccorritori continuano ad estrarre persone vive dalle macerie.</p>
<blockquote class="twitter-tweet" data-conversation="none">
<p dir="ltr" lang="en">UPDATE: At least 2,650 people lost their lives in Syria:</p>
<p>&#8211; Opposition-controlled areas: 1,400 dead, according to White Helmets<br />
&#8211; Regime-controlled areas: 1,250 dead, according to regime media<a href="https://twitter.com/hashtag/TurkiyeQuakes?src=hash&amp;ref_src=twsrc%5Etfw">#TurkiyeQuakes</a> <a href="https://t.co/xZHA3yo7Qj">pic.twitter.com/xZHA3yo7Qj</a></p>
<p>— TRT World Now (@TRTWorldNow) <a href="https://twitter.com/TRTWorldNow/status/1623272930359808000?ref_src=twsrc%5Etfw">February 8, 2023</a></p></blockquote>
<p><script src="https://platform.twitter.com/widgets.js" async="" charset="utf-8"></script>Il presidente della Turchia, Recep Tayyip Erdoğan, nella giornata di mercoledì, si è recato nelle zone terremotate.</p>
<blockquote class="twitter-tweet" data-conversation="none"><p>
President Erdogan speaks in Hatay, one of worst affected cities by <a href="https://twitter.com/hashtag/TurkiyeQuakes?src=hash&amp;ref_src=twsrc%5Etfw">#TurkiyeQuakes</a>: &#8211; 9,057 people have lost their lives &amp; 52,979 injured &#8211; 6,444 buildings have collapsed &#8211; Will complete reconstruction of quake-hit cities in a year &#8211; Have mobilised all our means to affected areas <a href="https://t.co/79kRkAbs8v">pic.twitter.com/79kRkAbs8v</a> — TRT World Now (@TRTWorldNow) <a href="https://twitter.com/TRTWorldNow/status/1623342947889516550?ref_src=twsrc%5Etfw">February 8, 2023</a>
</p></blockquote>
<p><script src="https://platform.twitter.com/widgets.js" async="" charset="utf-8"></script></p>
<p>L&#8217;Afad (l&#8217;autorità turca per la gestione dei disastri e delle emergenze) ha riferito che attualmente stanno lavorando nelle zone terremotate oltre 90mila persone, tra personale di ricerca, di soccorso e di supporto. Il presidente turco Erdoğan ha dichiarato tre mesi di stato di emergenza nelle dieci province colpite dal sisma.</p>
<blockquote class="twitter-tweet">
<p dir="ltr" lang="en">Resources mobilized by Türkiye&#8217;s disaster agency AFAD so far ⤵️</p>
<p>• 96,670 personnel<br />
• 5,434 vehicles, 122 aircraft, 10 vessels<br />
• 1,488 psychological support staff</p>
<p>Massive search and rescue operation underway as Türkiye reels from deadly quake <a href="https://t.co/SzTLGhF7BD">https://t.co/SzTLGhF7BD</a> <a href="https://t.co/Yv0anWes13">pic.twitter.com/Yv0anWes13</a></p>
<p>— ANADOLU AGENCY (@anadoluagency) <a href="https://twitter.com/anadoluagency/status/1623265844196245506?ref_src=twsrc%5Etfw">February 8, 2023</a></p></blockquote>
<p><script src="https://platform.twitter.com/widgets.js" async="" charset="utf-8"></script><strong>Si chiama Angelo Zen l&#8217;italiano, residente in provincia di Venezia, l&#8217;italiano attualmente disperso in Turchia dopo il terremoto</strong> : lo ha annunciato il ministro degli Affari Esteri Antonio Tajani in diretta su Rai 3. L&#8217;uomo, 60enne consulente orafo, era in viaggio per lavoro e alloggiava in un albergo di Kahramanmaraş distrutto dal sisma.</p>
<blockquote class="twitter-tweet" data-width="550"><p lang="it" dir="ltr">Il ministro degli Esteri Antonio <a href="https://twitter.com/hashtag/Tajani?src=hash&amp;ref_src=twsrc%5Etfw">#Tajani</a> al <a href="https://twitter.com/Tg3web?ref_src=twsrc%5Etfw">@Tg3web</a>  ha comunicato l&#39;identità di un imprenditore veneto che era in <a href="https://twitter.com/hashtag/Turchia?src=hash&amp;ref_src=twsrc%5Etfw">#Turchia</a> e ora &quot;è irrintracciabile, non sappiamo dove sia né cosa gli sia accaduto, chiediamo a tutti massima riservatezza&quot; <a href="https://t.co/Hahqtadcxm">https://t.co/Hahqtadcxm</a></p>
<p>&mdash; RaiNews (@RaiNews) <a href="https://twitter.com/RaiNews/status/1622986082227724289?ref_src=twsrc%5Etfw">February 7, 2023</a></p></blockquote>
<p><script async src="https://platform.twitter.com/widgets.js" charset="utf-8"></script></p>
<p><script src="https://platform.twitter.com/widgets.js" async="" charset="utf-8"></script></p>
<p>Un vasto incendio è scoppiato nella notte tra lunedì e martedì nel porto di İskenderun (Alessandretta), località affacciata sul Mediterraneo al confine con la Siria. I media locali riferiscono che il rogo sarebbe stato causato dalla caduta di alcuni container dopo le scosse.</p>
<blockquote class="twitter-tweet"><p>(VIDEO) FPV drone footage captured the response of Turkish firefighters to extinguish the fire at the International Port of Iskenderun located in southern Türkiye&#8217;s Hatay province <a href="https://t.co/ogzbNNMeIJ">pic.twitter.com/ogzbNNMeIJ</a></p>
<p>— ANADOLU AGENCY (@anadoluagency) <a href="https://twitter.com/anadoluagency/status/1623246506856747009?ref_src=twsrc%5Etfw">February 8, 2023</a></p></blockquote>
<p><script src="https://platform.twitter.com/widgets.js" async="" charset="utf-8"></script>Migliaia di edifici sono crollati e i soccorritori stanno scavando tra le macerie nel tentativo di recuperare i dispersi. Le operazioni sono rese difficoltose anche a causa delle condizioni climatiche in alcune aree del Paese colpite da <a href="https://twitter.com/TRTWorldNow/status/1622483981802373120" target="_blank">copiose nevicate</a>.</p>
<blockquote class="instagram-media" style="background: #FFF; border: 0; border-radius: 3px; box-shadow: 0 0 1px 0 rgba(0,0,0,0.5),0 1px 10px 0 rgba(0,0,0,0.15); margin: 1px; max-width: 540px; min-width: 326px; padding: 0; width: calc(100% - 2px);" data-instgrm-captioned="" data-instgrm-permalink="https://www.instagram.com/reel/CoUHYnSLbMZ/?utm_source=ig_embed&amp;utm_campaign=loading" data-instgrm-version="14">
<div style="padding: 16px;"></div>
<p>&nbsp;
</p></blockquote>
<p><script src="//www.instagram.com/embed.js" async=""></script></p>
<p>Le <a href="https://www.aa.com.tr/en/info/infographic/32157" target="_blank">reazioni di solidarietà</a> sono arrivate da tutto il mondo. <a href="https://twitter.com/JanezLenarcic/status/1622492192995434497" target="_blank">L&#8217;Unione europea ha attivato il Centro di coordinamento della risposta alle emergenze</a> e ha inviato le prime squadre di soccorsi provenienti da Romania e Paesi Bassi. Nelle prime ore di martedì <a href="https://twitter.com/DPCgov/status/1622862461975031809?ref_src=twsrc%5Etfw" target="_blank">è arrivato in Turchia il team italiano</a> composto dalle squadre Usar (Urban Search and Rescue) dei Vigili del Fuoco e del Dipartimento di Protezione Civile.</p>
<blockquote class="twitter-tweet"><p>Numerous countries sent search and rescue personnel to Türkiye after 2 earthquakes centered in southeastern Kahramanmaras province that affected 10 provinces in total <a href="https://t.co/SKvvzB6AIX">https://t.co/SKvvzB6AIX</a> <a href="https://t.co/Io1cIY8gst">pic.twitter.com/Io1cIY8gst</a></p>
<p>— ANADOLU AGENCY (@anadoluagency) <a href="https://twitter.com/anadoluagency/status/1623016238950584321?ref_src=twsrc%5Etfw">February 7, 2023</a></p></blockquote>
<p><script src="https://platform.twitter.com/widgets.js" async="" charset="utf-8"></script>A Damasco, capitale della Siria, sono atterrati i primi aerei carichi di aiuti provenienti da Iraq e Iran.</p>
<p>Nella notte tra domenica e lunedì, <strong>il Dipartimento della protezione civile italiana aveva diramato un&#8217;allerta maremoto</strong> per la possibilità che onde anomale potessero colpire le coste del Sud Italia come conseguenza delle forti scosse. In via precauzionale la circolazione ferroviaria in Sicilia, Calabria e Puglia è stata interrotta per circa un&#8217;ora. <a href="https://twitter.com/DPCgov/status/1622480834363109380?ref_src=twsrc%5Etfw" target="_blank"><strong>L&#8217;allarme è rientrato dopo poche ore</strong></a>.</p>
<p>Si tratta del terremoto più forte mai registrato in Turchia dall&#8217;agosto 1999. In quell&#8217;occasione persero la vita 17mila persone. Il presidente turco, Recep Tayyip Erdoğan, ha annunciato sette giorni di lutto nazionale nel Paese.</p>
<blockquote class="twitter-tweet"><p>Türkiye will observe seven days of national mourning after deadly earthquakes hit several southern provinces, President Recep Tayyip Erdogan announced <a href="https://t.co/wNzJQwlAoB">https://t.co/wNzJQwlAoB</a> <a href="https://t.co/c4FLKS3nGo">pic.twitter.com/c4FLKS3nGo</a></p>
<p>— ANADOLU AGENCY (@anadoluagency) <a href="https://twitter.com/anadoluagency/status/1622660012081389570?ref_src=twsrc%5Etfw">February 6, 2023</a></p></blockquote>
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		<title>Tra Siria e Iraq, curdi nel mirino di Ankara</title>
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		<pubDate>Sat, 26 Nov 2022 09:31:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Ludovica Rossi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Erdogan]]></category>
		<category><![CDATA[Kurdistan]]></category>
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		<category><![CDATA[siria]]></category>
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		<description><![CDATA[Sono due i “problemi” della comunicazione condotta dai media occidentali. Il primo è la tendenza a raccontare un Paese soltanto in concomitanza di grandi eventi catastrofici. Il secondo è di ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="700" height="371" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2022/11/raid-turchi-siria.jpeg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="raid turchi siria" /></p><p style="font-weight: 400;">Sono due i “problemi” della comunicazione condotta dai media occidentali. Il primo è la tendenza a raccontare un Paese soltanto in concomitanza di grandi eventi catastrofici. Il secondo è di farlo con il filtro della propria ottica eurocentrica ed orientalista. Il caso della <strong>Turchia</strong> è esemplificativo, da entrambi i punti di vista. <mark class='mark mark-yellow'>Da quando, per effetto dell’attentato che il 13 novembre scorso ha scosso le strade di <strong>Istanbul</strong>, si sono intensificati i raid turchi nel nord della <strong>Siria</strong> e nel <strong>Kurdistan iracheno</strong>, anche i nostri canali di informazione hanno ricominciato a prestare attenzione a questo attore. E non più soltanto nel suo ruolo di mediatore nel più vicino, e dunque importante, conflitto russo-ucraino.</mark></p>
<p style="font-weight: 400;">In realtà, gli attentati organizzati o messi in atto da diverse formazioni armate sono stati una costante in Turchia negli ultimi sette anni. «Il concetto del conflitto armato e del terrorismo sono molto dolenti e attuali in Turchia, rappresentano due ferite aperte» – a parlare è il giornalista <strong>Murat Cinar</strong>, autore del libro <em>Undici storie di resistenza, undici anni della Turchia</em> – <mark class='mark mark-yellow'>«Da più di quarant’anni il Paese è in conflitto con la formazione armata del Pkk. A cui si lega anche quella dell’Ypg, da noi occidentali battezzata come salvatrice nella lotta contro l’Isis. Sono realtà eroiche per noi, ma terroristiche per <strong>Ankara</strong>.</mark> Si tratta di situazioni complesse, ma questi sono i fatti e, che ci piaccia o no, dobbiamo imparare ad accettarli e comprenderli cambiando il nostro paradigma».</p>
<div id="attachment_60395" style="width: 1242px" class="wp-caption alignnone"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2022/11/Murat-Cinar.jpg"><img class="wp-image-60395 size-full" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2022/11/Murat-Cinar.jpg" alt="" width="1242" height="652" /></a><p class="wp-caption-text">Il giornalista Murat Cinar alla Gariwo Netweek, organizzata al Milano Luiss Hub, nella settimana dal 21 al 25 novembre.</p></div>
<p style="font-weight: 400;">Siria e Turchia sono separate da un confine di 900 chilometri. <span class='quote quote-left header-font'>Inflazione alle stelle e crisi economica hanno accentuato il dissenso interno verso la presenza dei rifugiati siriani, facendo calare il consenso a Erdogan. Che in vista delle elezioni del giugno 2023 si presenta in una situazione di debolezza. Da qui l&#8217;obiettivo &#8220;politico&#8221; di rimpatriarli in parti della Siria &#8220;liberata&#8221;.</span> <mark class='mark mark-yellow'>In Turchia vivono oggi circa 4 milioni di rifugiati siriani, in condizioni estremamente precarie. Una classe operaia di basso stipendio e grande invisibilità, che crea però una forte concorrenza per la manodopera locale e, attraverso lo stereotipo famoso anche in Europa del “ci rubano il lavoro”, sfocia spesso in linciaggi fisici e politici.</mark> Il tasso di dissenso nei loro confronti è elevatissimo e fa guadagnare punti all’opposizione. «Questo influirà anche sull’agenda politica di <strong>Erdogan</strong> in vista delle elezioni del giugno 2023: uno dei progetti del regime è infatti quello di rimpatriare i siriani nelle zone “liberate” della Siria. Penso che fino a quando questo rimpatrio capillare non sarà risolto la Turchia non si ritirerà dal territorio siriano» prosegue Cinar.</p>
<p style="font-weight: 400;">Un’altra presenza che non sembra destinata ad esaurirsi è quella degli <strong>USA</strong>, che, attraverso la Nato, rappresenta per la Turchia l’intoccabilità. La loro pedina sulla scacchiera geopolitica è strategica per l’Alleanza Atlantica, in quanto garanzia su un territorio siriano occupato anche da Russia e Iran. «Washington e Ankara condividono un grande progetto politico e militare da più di sessant’anni. Sebbene poco rilevanti dal punto di vista numerico (contano circa 1000 soldati), la loro presenza è molto pragmatica e non si concluderà».</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Mosca</strong>, da parte sua, continua ad essere un attore fondamentale nella regione. «Anche con la guerra in Ucraina, mantiene uomini, infrastrutture ed intelligence sul territorio», spiega <strong>Chiara Cruciati</strong> del <em>Manifesto</em>. «Ha la forza di intervenire. L’operazione in corso era pianificata già da giugno di quest’anno e la Russia l’ha fermata, assieme a Stati Uniti e Iran. Se Mosca non avesse dato il via libera, non ci sarebbero stati attacchi». <mark class='mark mark-yellow'>Secondo la giornalista, gli obiettivi del Cremlino sono i medesimi del 2015, quando ha deciso di intervenire nella guerra civile siriana: libero accesso al Mediterraneo e controllo radicato sul governo di Damasco.</mark> «Di fronte a questo fine ultimo, la Russia si muove con i soggetti che si trova davanti. La Turchia non è affidabile, ma è indubbiamente presente» continua Chiara Cruciati. E proprio da Mosca dipende la direzione che prenderà questa operazione. Il fatto che Ankara stia bombardando contemporaneamente le zone settentrionali di Iraq e Siria è, nell’opinione della giornalista, segnale di «un’operazione di più ampio respiro e di lungo periodo». «Dagli anni novanta, le montagne del nord dell’Iraq sono diventate la base militare ed ideologica del Pkk, il partito dei lavoratori curdo. Lì ci sono le operazioni di guerriglia e i vertici dell’organizzazione», sottolinea la giornalista. «Grazie al rapporto molto stretto con il governo regionale del Kurdistan iracheno, la Turchia ha potuto installarvi delle basi permanenti e radicare la sua presenza nel Paese».</p>
<p style="font-weight: 400;"><span class='quote quote-left header-font'>È difficile stabilire se assisteremo ad un&#8217;offensiva di terra dell&#8217;esercito di Ankara. Occupazione del Rojava e fine delle esperienze democratiche della regione sono gli obiettivi di Erdogan. Ma se i bombardamenti sono insufficienti allo scopo, un&#8217;invasione vera e propria potrebbe essere difficoltosa.</span> Per quanto riguarda l’evoluzione delle operazioni militari, è difficile stabilire se e quando assisteremo ad un’offensiva di terra dell’esercito di Ankara. <mark class='mark mark-yellow'>Gli obiettivi di Erdogan sono l’occupazione, permanente o con una serie di basi militari, del Rojava e la fine delle esperienze di confederazioni democratiche della regione, ma per raggiungerli non basta una campagna di bombardamenti. Un’invasione vera e propria, però, potrebbe incontrare serie difficoltà.</mark> «Lo abbiamo visto l’ultima volta ad aprile di quest’anno, la guerriglia curda è riuscita a fermarlo», ricorda Chiara Cruciati. «Darà inizio all’offensiva solo quando sarà certo di poterlo fare senza correre troppi rischi». «Anche lo Ypg/Ypj si aspetta un’invasione, ma solo a determinate condizioni», conclude poi la giornalista. «Ovvero l’oggettivo via libera americano e che essa avvenga in territori già svuotati da popolazione civile e unità di autodifesa».</p>
<p style="font-weight: 400;">
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		<title>La fotografia di Nicole Tung, testimone ad Istanbul</title>
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		<pubDate>Tue, 22 Nov 2022 16:54:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Ludovica Rossi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[fotogiornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[Istanbul]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Nicole Tung]]></category>
		<category><![CDATA[siria]]></category>
		<category><![CDATA[Turchia]]></category>

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		<description><![CDATA[Nicole Tung è una delle fotoreporter più esperte di Medio Oriente, di cui da anni esplora le vittime e le conseguenze delle guerre. Dal 2011, in particolare, si è occupata ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1600" height="1066" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2022/11/foto-nicole-tung-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="foto nicole tung 1" /></p><p style="font-weight: 400;"><strong>Nicole Tung</strong> è una delle fotoreporter più esperte di Medio Oriente, di cui da anni esplora le vittime e le conseguenze delle guerre. Dal 2011, in particolare, si è occupata di <strong>Siria</strong> e dal 2012 risiede ad <strong>Istanbul</strong>. La sua voce, reduce da un’esperienza che le ha permesso di vedere, conoscere, capire in prima persona questi due Paesi, è guida sapiente per una rilettura delle dinamiche dell’attentato che lo scorso 13 novembre ha colpito il cuore della città turca.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>In quanto cittadina di Istanbul, come descriverebbe il clima che si respira tra le varie etnie che vivono in città?</strong></p>
<p>Vivo in Turchia dal 2012. In quell’anno sono arrivati molti profughi dalla Siria e dall’Afghanistan e i turchi sono stati molto accoglienti nei loro confronti. Almeno fino a quando l’economia non è entrata in crisi. Ovviamente la pandemia ha peggiorato le cose. <mark class='mark mark-yellow'>Molte persone non erano in grado di portare cibo a tavola nelle proprie case e la loro rabbia si è sfogata soprattutto verso gli stranieri e, quindi, i profughi. Adesso ci sono molti problemi con la Siria, perché i turchi pensano che i siriani stiano rubando loro il lavoro. Non è così, ma ormai è il luogo comune, uno stereotipo.</mark> Parlando genericamente, i turchi sono molto accoglienti e aperti, anche perché la Turchia è sempre stato un Paese crocevia nel mondo. Molti diplomatici e scrittori sono soliti venire ad Istanbul per lavoro e socialità: questa è sempre stata storicamente una città molto variegata.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Qual è il ruolo della fotografia di fronte a eventi come quello che una settimana fa ha scosso le vie di Istanbul?</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Penso che il primo filmato diffuso dell’attentato di domenica sia stato girato con il cellulare di chi si trovava lì a fare shopping. Soltanto dopo l’attacco abbiamo potuto vedere le immagini dei fotografi professionisti. Nella nostra epoca, il fatto che ciascuno possegga un proprio smartphone ci mette nella condizione di vedere immediatamente l’impatto di ciò che accade. Ma questo non significa necessariamente averne una migliore comprensione. <mark class='mark mark-yellow'>Spetta al foto-giornalista dare un significato al contesto, in questo caso dell’attentato. Il ruolo del foto-giornalismo è proprio questo: contestualizzare, dare profondità alla testimonianza. Permettere alle persone di capire più a fondo quello che sta succedendo.</mark></p>
<p style="font-weight: 400;"><span class='quote quote-left header-font'>&#8220;Il ruolo del fotogiornalismo è contestualizzare, dare profondità alla testimonianza. Permettere alle persone di capire più a fondo quello che sta succedendo&#8221;.</span></p>
<p style="font-weight: 400;">Il caso degli attentati terroristici, poi, paradigmatico: la polizia è molto veloce a chiudere l’area per motivi di sicurezza, quindi diventa difficile accedervi e vedere direttamente le conseguenze dell’accaduto. <mark class='mark mark-yellow'>Viale Istiklal si trova ad appena cento metri da dove vivo io; quaranta minuti dopo l’esplosione mi sono recata sul posto ma anche con un tesserino da giornalista non potevi avvicinarti, né vedere niente in più rispetto ai passanti.</mark></p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Qual è la differenza tra eventi simili e la guerra, da un punto di vista foto-giornalistico? E come si pone lei, nel ruolo di fotoreporter, di fronte ai conflitti?</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Si tratta di situazioni molto diverse. Quando devi coprire un evento di guerra, sai che c’è un conflitto in corso. In qualche modo è come se “ti aspettassi l’inaspettabile”. Lavori su storie, il che non significa semplicemente andare lì e scattare fotografie. <mark class='mark mark-yellow'>Bisogna costruire una narrativa attraverso le immagini.</mark> <mark class='mark mark-yellow'>Quando lavoro il mio primo interesse è per la popolazione civile.</mark> Ogni volta che vado in <a title="Siria" href="http://www.nicoletung.com/syria-war-on-civilians">Siria</a>, per esempio, (e per me non importa se si tratti di curdi o arabi), le persone che soffrono di più sono i civili e i bambini, che ora non hanno niente se non la guerra.</p>
<p style="font-weight: 400;"><span class='quote quote-left header-font'>&#8220;In Siria le persone che soffrono di più sono civili e bambini. Ogni volta che ritorno, le loro condizioni di vita e povertà sono sempre peggiori: non c&#8217;è lavoro, non c&#8217;è denaro per ricostruire, c&#8217;è un&#8217;economia molto piccola.&#8221;</span></p>
<p style="font-weight: 400;">Ogni volta che ritorno, le loro condizioni di vita e povertà sono sempre peggiori. In queste situazioni non c’è lavoro, non c’è denaro per ricostruire, c’è un’economia molto povera. Quindi sì, possiamo anche iniziare a parlare di cambiamento climatico, risorse idriche, diritti delle donne, ma lì la gente non può neanche vivere e nutrirsi.</p>
<p style="font-weight: 400;"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2022/11/foto-nicole-tung-2.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-60110" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2022/11/foto-nicole-tung-2.jpg" alt="foto nicole tung 2" width="1600" height="1066" /></a></p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Le autorità del governo turco hanno indicato responsabile dell’attentato di domenica la milizia curda del PKK e quella dei curdi siriani dell’YPG, che ha con la prima stretti legami. Poi ha portato avanti una operazione militare. Lei ha lavorato a lungo in Siria, ha conosciuto dal vivo le condizioni di vita del popolo. Quali sono i rapporti tra i due Paesi?</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">È una situazione molto complicata dal punto di vista geopolitico. Il Nord della Siria è vicino ad arabi e curdi: l’ovest è guidato da una fazione araba, di cui molte persone non condividono i legami politici con la Turchia; l’Est, invece, è guidato dall’amministrazione curda, accusata dai turchi di rapporti con il PKK. Cosa che effettivamente ha. <mark class='mark mark-yellow'>Il conflitto con la Turchia va avanti dagli anni Ottanta e spesso è stato utilizzato da quest’ultima come pretesto per impossessarsi del controllo di alcune aree della Siria Nord-orientale e dell’approvvigionamento idrico del fiume Eufrate. Penso che, in ogni guerra, ognuna delle due parti abbia la rogna. Anche in questa guerra, nessuna delle due ha ragione, a causa del modo in cui è condotta: l’uno contro l’altro, e tutti sempre contro i civili.</mark></p>
<p style="font-weight: 400;"><em>(Immagini copyright Nicole Tung, pubblicate per gentile concessione dell&#8217;autrice)</em></p>
<p style="font-weight: 400;">
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