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	<title>magzine &#187; migranti</title>
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	<description>un progetto della Scuola di giornalismo dell&#039;Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano</description>
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		<title>I centri di detenzione per migranti in Giappone: un inferno sconosciuto</title>
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		<pubDate>Fri, 10 Jan 2025 14:49:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Chiara Garbin]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
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		<description><![CDATA[Wishma Sandamali stava per compiere trent’anni quando, nel giugno del 2017, ha deciso di lasciare la sua patria, lo Sri Lanka, per trasferirsi in Giappone e costruirsi una nuova vita ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="800" height="500" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/01/Immigrazione.jpeg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Immigrazione" /></p><p><strong>Wishma Sandamali</strong> stava per compiere trent’anni quando, nel giugno del 2017, ha deciso di lasciare la sua patria, lo Sri Lanka, per trasferirsi in Giappone e costruirsi una nuova vita come insegnante di inglese. Meno di quattro anni dopo, <strong>il 6 marzo 2021</strong>, Wishma è morta, dopo sei mesi e mezzo di detenzione in un centro per migranti, dove era stata rinchiusa per la scadenza del suo visto. Aveva perso venti chili per delle problematiche allo stomaco indotte dallo stress ma, nonostante i suoi lamenti di dolore, le erano state negate le cure mediche. La calligrafia delle sue ultime lettere era praticamente illeggibile. I suoi familiari hanno presentato una denuncia chiedendo un risarcimento di 156 milioni di yen, circa un milione di dollari, ma ad oggi non c’è ancora stata alcuna sentenza, nessuna verità giudiziaria. Del caso di Wishma se n’è parlato grazie alla dedizione dei suoi familiari nel chiedere giustizia, ma non si tratta di una vicenda isolata: secondo le organizzazioni per i diritti umani, negli ultimi quindici anni sono stati almeno diciotto i detenuti morti in questi centri a causa di trattamenti crudeli, cure mediche completamente inadeguate e condizioni igienico-sanitarie spaventose. Ma sul tema c’è grande silenzio e opacità. Infatti, quando si nomina il Giappone, si pensa subito a un Paese modello, caratterizzato da puntualità, efficienza ed educazione e nessuno mette in luce un grosso scheletro nell’armadio: il trattamento riservato ai migranti, ai richiedenti asilo o ai rifugiati, quelli che per la società sono gli “invisibili”.<br />
<mark class='mark mark-yellow'>«Se consideriamo i Paesi più sviluppati, ad esempio quelli del G20, il Giappone è uno dei più crudeli: finora c’era un meccanismo di detenzione pressoché automatica delle persone che arrivano irregolarmente, in palese violazione degli standard internazionali, secondo cui questa dovrebbe essere soltantol’ultima delle soluzioni» osserva Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia.</mark> E oltre all’automatismo, a preoccupare sono anche le pessime condizioni in cui sono costretti a vivere gli stranieri che si trovano rinchiusi in questi centri, come quelle che ha dovuto affrontare Wishma. Situazioni che a lungo andare spingono alcuni detenuti a cercare il suicidio come possono: impiccagione, asfissia, overdose di farmaci, ingerire detersivo, tagliarsi la gola sono alcune delle modalità con cui cercano di procurarsi la morte. La riforma della legge sull’immigrazione in parte interviene su questo aspetto, ma le preoccupazioni dal punto di vista dei diritti umani restano consistenti.<br />
«Non sono così ottimista rispetto alla nuova norma: è un primo passo, ma non un vero e proprio cambio di strategia. <mark class='mark mark-yellow'>È vero che è stato eliminato l’automatismo, ma le condizioni per poter uscire dalla detenzione restano molto stringenti: ci devono essere motivate ragioni di salute oppure si deve avere un supervisore -commenta Noury -. E, allo stesso tempo, è prevista un’ampia possibilità di espulsione: il governo può deportare i richiedenti asilo che abbiano visto la loro domanda rifiutata per tre volte, il che è gravissimo se si considera che i tre dinieghi possono essere tutti superficiali e arbitrari»</mark>.</p>
<p>Il vero fondamento della riforma, nonché suo elemento propulsore, pare quindi essere soltanto la consapevolezza del Paese di aver bisogno di lavoratori, e non soltanto di quelli qualificati. Al contrario, è rimasta intonsa la concezione elitaria della cittadinanza giapponese come qualcosa da proteggere e da non concedere agli stranieri per non correre il rischio di compromettere la propria identità nazionale. <mark class='mark mark-yellow'>Una realtà che Noury ha ben colto in una riflessione, tagliente quanto esatta: «<strong>Il Giappone si è reso conto di aver bisogno delle braccia degli stranieri ma il problema, come sempre, è che assieme alle braccia arrivano anche le persone a cui queste appartengono</strong>».</mark></p>
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		<title>Lampedusa: non c&#8217;è accoglienza senza dignità</title>
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		<pubDate>Thu, 06 Apr 2023 09:57:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Ludovica Rossi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[hotspot]]></category>
		<category><![CDATA[lampedusa]]></category>
		<category><![CDATA[mediterraneo]]></category>
		<category><![CDATA[migranti]]></category>
		<category><![CDATA[sbarchi]]></category>

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		<description><![CDATA[Il racconto sulla migrazione si sintetizza in due dati riferiti dal Viminale: 26.927 e 6.543. Il primo dato si riferisce al numero di migranti approdati sulle coste italiane dal 1 ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="690" height="362" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2023/04/migranti-lampedusa.jpeg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="migranti lampedusa" /></p><p style="font-weight: 400;">Il racconto sulla migrazione si sintetizza in due dati riferiti dal Viminale: <strong>26.927</strong> e <strong>6.543</strong>. Il primo dato si riferisce al numero di migranti approdati sulle coste italiane dal 1 gennaio al 27 marzo 2023; il secondo, alla stessa grandezza considerata, nello stesso arco di tempo, ma nell’anno precedente.[/mark] La maggior parte di loro – circa 12 mila – provengono dalle coste tunisine e approdano a <strong>Lampedusa</strong>, dove esiste un unico hotspot dedicato all’accoglienza. Ma se di prima accoglienza si tratta, possiamo definirla tale? «Quella offerta sull’isola non ci sentiamo di chiamarla accoglienza: non è in alcun modo dignitosa né rispettosa dei diritti delle persone che vi approdano –  <strong>Emma Conti</strong> è un’operatrice di <strong>Mediterranean Hope</strong>, un progetto della Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia (FCEI) molto attivo sull’isola siciliana –. <mark class='mark mark-yellow'>Non è vera accoglienza perché non si prende cura delle persone e continua ad essere gestita sostituendo l’emergenza del controllo del confine a quella reale degli individui, dei pericoli che corrono durante la traversata, delle morti in mare, della violazione dei loro diritti una volta che arrivano in Italia».</mark></p>
<p style="font-weight: 400;"><span class='quote quote-left header-font'>Secondo l&#8217;operatrice di <em>Mediterranean Hope</em> Emma Conti, «quella offerta sull’isola di Lampedusa non può essere chiamata accoglienza: non è in alcun modo dignitosa né rispettosa dei diritti delle persone che vi approdano».</span></p>
<p style="font-weight: 400;">L’attività di assistenza di <em>Mediterranean Hope</em> occupa il lasso di tempo tra l’approdo delle persone sul molo Favarolo, dove vengono accompagnate dopo essere state soccorse dalla guardia di finanza o costiera, e il trasferimento nell’hotspot. Una volta trasportati nel centro di contrada Imbriacola, spesso a bordo di pullmini sovraffollati, ai migranti è infatti precluso il contatto con la società civile, che non ha accesso all’interno dell’hotspot. «Qui viene fatta l’identificazione prima del passaggio fuori da Lampedusa: molti di loro vengono trasferiti ad <strong>Agrigento</strong>, da cui poi entreranno nei vari percorsi d’accoglienza. Altri invece seguiranno un altro sentiero, che può portarli al rimpatrio o ai centri di detenzione pre-rimpatrio», prosegue Conti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><iframe class="flourish-embed-iframe" style="width: 100%; height: 600px;" title="Interactive or visual content" src="https://flo.uri.sh/visualisation/13322031/embed" width="300" height="150" frameborder="0" scrolling="no" sandbox="allow-same-origin allow-forms allow-scripts allow-downloads allow-popups allow-popups-to-escape-sandbox allow-top-navigation-by-user-activation"></iframe></p>
<div style="width: 100%!; margin-top: 4px!important; text-align: right!important;"><a class="flourish-credit" style="text-decoration: none!important;" href="https://public.flourish.studio/visualisation/13322031/?utm_source=embed&amp;utm_campaign=visualisation/13322031" target="_top"><img style="width: 105px!important; height: 16px!important; border: none!important; margin: 0!important;" src="http://magzine.it/wp-content/uploads/2023/04/made_with_flourish.svg" alt="Made with Flourish" /> </a></div>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Alle condizioni degradanti dell’hotspot, costantemente sovraffollato, si somma poi l’inadeguatezza strutturale di un’isola che essendo priva di un ospedale non può garantire i servizi, il benessere e la sicurezza delle persone</mark>: «Nei mesi scorsi, all’interno della struttura sono morte tre persone e sulle dinamiche dell’accaduto ancora non c’è stata chiarezza», denuncia l’operatrice.</p>
<p style="font-weight: 400;">L’ex sindaco dell’isola, <strong>Salvatore Martello</strong>, ha sottolineato la necessità di incrementare il servizio che rende possibile l’iter del trasferimento dal punto di sbarco alla terraferma. Alla richiesta aderisce anche Mediterranean Hope, secondo cui <mark class='mark mark-yellow'>«le persone non dovrebbero essere costrette ad arrivare a Lampedusa e trattenute oltre il tempo all’interno dell’hotspot</mark>: dovrebbero potersi muovere liberamente, avere canali di accesso sicuri e legali per poter raggiungere l’Europa, decidere di prendere un volo con un visto per arrivare laddove lo desiderino e non essere costretti a ricorrere ad una traversata in cui rischiano la vita».</p>
<p style="font-weight: 400;"><mark class='mark mark-yellow'>Dallo scorso ottobre una porzione significativa degli arrivi proviene dalla <strong>Tunisia</strong> ed è alimentata non soltanto da coloro che, vivendo nel Paese, scappano dalla crisi economico-politica, ma anche da persone di origine subsahariana che vi transitano, partendo dal <strong>Camerun</strong>, dalla <strong>Sierra Leone</strong>, dalla <strong>Costa d’Avorio</strong>, dal <strong>Senegal</strong>.</mark> La rotta tunisina è la più numerosa negli ultimi mesi: «Si mettono in viaggio, trascorrono diversi periodi all’interno del continente muovendosi in modo diverso: c’è chi fa la traversata del deserto, chi invece riesce ad avere un visto per arrivare in Tunisia e poi partire», spiega Conti. Una partenza per un viaggio in classe zero e anche senza chiara destinazione. Sono infatti molteplici i fattori che contribuiscono ad accrescere il livello di rischio della traversata e il numero dei naufragi: dai sistemi di ricerca e soccorso in mare, «ostacolati in ogni modo per cercare di bloccare e criminalizzare le ong, ai corridoi umanitari che necessitano di essere ampliati, al tipo di imbarcazioni», così precarie come le esistenze sospese di chi sopra vi naviga.</p>
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		<title>L&#8217;Italia delle frontiere: storie dai quattro angoli d&#8217;accoglienza</title>
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		<pubDate>Tue, 14 Mar 2023 14:13:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Francesca Arcai]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
		<category><![CDATA[#immigrazione]]></category>
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		<description><![CDATA[Il tema dell’immigrazione è tornato prepotentemente nel dibattito pubblico italiano. La strage di Cutro, che ad oggi conta 78 vittime, è stata l’occasione per il governo Meloni per parlare del ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="660" height="600" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2023/03/1635547144Copertina.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="migrant health issues" /></p><p><span style="font-weight: 400;">Il tema dell’immigrazione è tornato prepotentemente nel dibattito pubblico italiano. La strage di Cutro, che ad oggi conta 78 vittime, è stata l’occasione per il governo Meloni per parlare del nuovo “decreto flussi”. Tuttavia,<mark class='mark mark-yellow'>mentre si cerca di limitare gli sbarchi nelle coste italiane &#8211; proponendo misure per disincentivare le partenze &#8211; il Paese ha a che fare ogni giorno con un sistema di accoglienza non adatto alle sue concrete esigenze</mark>. Si tratta un processo organizzativo che presenta falle, dalle fasi di salvataggio fino a quella finale dell’integrazione, da Nord a Sud.</span></p>
<p>Stando ai <a href="http://www.libertaciviliimmigrazione.dlci.interno.gov.it/sites/default/files/allegati/cruscotto_statistico_giornaliero_28-02-2023.pdf">dati del Ministero dell’Interno</a>, al 28 febbraio 2023 sono 109.294 i migranti nel <a href="http://www.magzine.it/giornata-internazionale-dei-migranti-il-sistema-di-accoglienza-italiano/">sistema di accoglienza</a> italiano, di cui 1.113 negli hotspot situati in Sicilia e in Puglia: si tratta di circa la metà del totale di rifugiati e richiedenti asilo attualmente presenti nella penisola. Tuttavia, non si può dire con precisione il dato totale, in quanto è aggiornato al 2021 quando in Italia i rifugiati (144.862) e i richiedenti asilo (51.779) erano 196.641.</p>
<p><strong>Augusta </strong><br />
<span style="font-weight: 400;">La burocrazia è forse la vera responsabile di tutti i disastri in mare. Lo sa bene <strong>Ezio Parisi, Legambiente di Augusta e Presidente del &#8220;Comitato 18 aprile&#8221;</strong>. Ai più questa data non potrebbe significare granché. Ma per i siciliani, il 18 aprile 2015 è un giorno che tutti, -o quasi &#8211; ricordano bene. Sei anni fa, ci fu il naufragio nel Canale di Sicilia, la più grande strage del Mediterraneo. Tutto è cominciato dalla Libia: un barcone di venti metri con centinaia e centinaia (forse più di mille) di migranti stipati al suo interno parte verso l’Italia. Proprio quel barcone diventò una gigantesca bara per centinaia di persone e il mare lo diventò per altrettante. Proprio quel barcone, ora, grazie all’impegno del Comitato guidato da Parisi, è ad Augusta e, prima o poi, farà da monito a chi passerà nel futuro “Giardino della memoria”.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;"><span class='quote quote-left header-font'>“Non solo ricordo ma anche monito per chi decide, tutti i giorni, di affondare l’umanità: affinché questo non succeda più&#8221;, dice Enzo Parisi riferendosi al relitto della strage del 18 aprile 2015.</span></span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">“Non solo ricordo ma anche monito per chi decide, tutti i giorni, di affondare l’umanità. Affinché questo non succeda più &#8211; dice deciso Ezio Parisi, collegandolo ad una questione forse più attuale: -. Fino a ieri c’era una nave <em>Geo Barents</em> ferma nel porto di Augusta per venti giorni. La gente affoga e la <em>Geo Barents</em> e qualche altra nave sono definite “taxi del mare&#8221;. Mi chiedo perché vengano fermate”. In generale, l’opinione del Presidente del &#8220;Comitato 18 aprile&#8221; è che i fondi vengano gestiti male e che non tutti vogliano aiutare davvero queste persone. <mark class='mark mark-yellow'>“C’è chi accoglie con amore e chi lo fa per i soldi”</mark>, chiude, senza peli sulla lingua. E aggiunge: “In Italia non c’è una vera accoglienza o inclusione”.</span></p>
<p><strong>Ventimiglia e Trieste </strong><br />
<span style="font-weight: 400;">Poi ci sono luoghi sui quali i riflettori mediatici si sono spenti da tempo, ma il mondo del volontariato non ha mai smesso di accogliere i migranti. È il caso di Ventimiglia, l&#8217;ultimo lembo di Liguria, la porta d&#8217;Italia verso Ovest che conduce in Francia. Qui la <em>Caritas Intemelia</em>, con il progetto “<a href="https://www.facebook.com/ventimigliaconfinesolidale/" target="_blank">CONfine Solidale</a>”, sopperisce alla mancanza di un centro di accoglienza, fornendo assistenza a coloro che arrivano nella città di confine con l’intenzione di proseguire il proprio viaggio.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">«CONfine Solidale è nato nel 2016 – spiega <strong>Alessandra Zunino, referente del progetto</strong> –. A quel tempo la Caritas aprì un campo informale, insieme al sacerdote don Rito Alvarez,  perché a Ventimiglia arrivavano tantissime persone e non c&#8217;era un luogo degno dove poterle accogliere». <mark class='mark mark-yellow'>Nel biennio 2016-17 gli arrivi hanno toccato il picco massimo perché «sbarcavano centinaia e centinaia di persone ogni giorno, soprattutto dalla rotta del Mediterraneo»</mark>. Questa esperienza è durata un solo anno. Poi la Prefettura ha aperto un campo ufficiale sulle sponde del fiume Roja, <a href="https://www.riviera24.it/2020/07/ventimiglia-trasferiti-gli-ultimi-30-migranti-venerdi-chiude-il-campo-roja-634737/" target="_blank">attivo fino all’estate 2020</a>, quando la pandemia aveva causato un calo delle presenze.</span></p>
<p><iframe style="border: none; overflow: hidden;" src="https://www.facebook.com/plugins/post.php?href=https%3A%2F%2Fwww.facebook.com%2Fcaritasventimiglia%2Fposts%2Fpfbid02CX3ZfmvM3pPvtRfxnAhp9KBjnpXmCcpFM2oDyagFjx5cw4udkhyCK6rrDMDB6jdul&amp;show_text=false&amp;width=500" width="500" height="498" frameborder="0" scrolling="no" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
<p>«Nel novembre successivo – prosegue Zunino – abbiamo aperto una casa di accoglienza temporanea dove donne, bambini e nuclei familiari possono trovare riparo per un paio di notti». Poi, la distribuzione di cibo, di vestiti o beni di prima necessità e l’ambulatorio solidale. In poco più di due anni sono state aiutate «più di 2700 persone». Ma l’obiettivo dei migranti è di «raggiungere le comunità, le famiglie o comunque il Paese europeo che loro hanno scelto come riferimento». E, solitamente, non è l&#8217;Italia, Paese di passaggio.</p>
<p><span style="font-weight: 400;"><span class='quote quote-left header-font'>Alessandra Zunino, referente del progetto &#8220;CONfine solidale a Ventimiglia: &#8220;L’obiettivo dei migranti è di «raggiungere le comunità, le famiglie o comunque il Paese che loro hanno scelto come riferimento»</span></span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Per questo viene offerto un servizio di assistenza legale: «Gli operatori informano le persone di ciò che potrebbe succedere loro al momento della decisione di continuare il viaggio. Per esempio se, raggiunta la meta non riuscissero a ottenere i documenti perché “dublinati” ossia già registrati nel primo Paese di sbarco, passaggio, accoglienza». Una situazione non nuova per i richiedenti asilo che, oltrepassata illegalmente la frontiera, possono essere riaccompagnati nel Paese di primo approdo dove hanno avviato l’iter, come previsto dal Regolamento di Dublino.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;"><mark class='mark mark-yellow'>Oggi a Ventimiglia sono presenti circa duecento </span>migranti al giorno. In assenza di un centro ufficiale si sta tentando di individuare una soluzione per non lasciare le persone  stazionare e dormire sotto i ponti, esposte alle intemperie</mark>. Un primo passo potrebbe essere la nascita dei “<a href="https://www.ilsecoloxix.it/imperia/2023/03/08/news/emergenza_migranti_a_ventimiglia_laccoglienza_diffusa_e_la_nuova_strategia-12681353/" target="_blank">punti di assistenza diffusa</a>”, come deciso nell’ultimo incontro tra istituzioni e associazioni. «Il problema di base – conclude Zunino – è che tutto viene sempre trattato come un&#8217;emergenza, mentre la migrazione è un dato di fatto. Bisogna affrontarla come tale, non solo a Ventimiglia. È l&#8217;Europa intera che deve mettersi seriamente a pensare come gestire questa situazione».</p>
<p><span style="font-weight: 400;"><mark class='mark mark-yellow'>Sul confine orientale il problema è analogo a quello di Ventimiglia</mark>. La zona è interessata soprattutto da migranti in transito: “Noi &#8211; ci racconta <strong>Simone Alterisio, </strong></span><span style="font-weight: 400;"><strong>responsabile del progetto ‘frontiere per i servizi di inclusione’ della Diaconia Valdese a Trieste</strong> -</span><span style="font-weight: 400;"> ci occupiamo soprattutto di orientamento legale alle persone respinte al confine”. A Trieste, si cerca di dare un sostegno ai migranti in entrata e che sono in transito verso altri Paesi, cercando di aiutarli informandoli sui servizi e sulle questioni legali. Nella zona, in coordinamento con la prefettura, hanno &#8220;messo a disposizione una ventina di posti in dormitori straordinari dove si accede secondo criteri di vulnerabilità”. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;"><mark class='mark mark-yellow'>Secondo </span><a href="https://frontex.europa.eu/media-centre/news/news-release/eu-s-external-borders-in-2022-number-of-irregular-border-crossings-highest-since-2016-YsAZ29"><span style="font-weight: 400;">Frontex</span></a><span style="font-weight: 400;">, nel 2022 ci sono stati 128mila attraversamenti del confine interessato dalla rotta balcanica</mark>, un numero cresciuto del 168% rispetto all’anno precedente. Tuttavia, al 24 ottobre solo </span><span style="font-weight: 400;">11.679 erano stati identificati dalle Forze dell’Ordine e quindi hanno avviato il processo di richiesta di asilo. Ciò significa che circa il 90% dei migranti che ha superato la frontiera è sfuggito ai controlli, probabilmente per continuare la propria rotta verso un altro Paese: si tratta dei cosiddetti <strong>migranti in transito</strong>.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Tuttavia, </span><mark class='mark mark-yellow'>Alterisio spiega come la condizione di questi migranti sia molto complicata, soprattutto perché non ci sono leggi che definiscono questa condizione</mark>: “Le persone in arrivo dalla rotta balcanica, una volta giunte nelle zone di frontiera, quando vengono respinte dalla polizia rimangono in strada, sotto un ponte, in attesa di riprovare l’attraversamento.</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>Simone Alterisio, responsabile del progetto &#8220;frontiere per i servizi di inclusione&#8221; della Diaconia Valdese: “Le persone in arrivo dalla rotta balcanica su Trieste, una volta giunte nelle zone di frontiera, quando vengono respinte dalla polizia rimangono in strada&#8221;</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;"> Questo accade perché non sono richiedenti asilo, non c’è un vero inquadramento giuridico e hanno uno status di ‘transitante’, dunque non hanno accesso ai servizi di accoglienza”. Sia a livello italiano che europeo, questa condizione non è mai stata normata, se non con sporadici interventi straordinari &#8211; come quello dei dormitori &#8211; da parte della prefettura, nei periodi di flussi migratori intensi.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;"><mark class='mark mark-yellow'>Questa condizione fa crescere la sfiducia verso le istituzioni italiane</mark>: “Da Minniti in poi &#8211; dice Alterisio -, la politica ha seguito una linea ben precisa: quella di una riduzione delle risorse per il sistema di accoglienza e, di conseguenza, un aumento della difficoltà nell’accesso alle procedure”. I tempi sono lunghissimi: “Dal momento in cui una persona manifesta la volontà di voler richiedere asilo, all’effettiva entrata nel sistema di protezione, possono passare anche quattro o cinque mesi”.</span></p>
<p><strong>Crotone e Gizzeria Lido</strong><br />
<span style="font-weight: 400;"><mark class='mark mark-yellow'>La strage di Cutro ha inevitabilmente puntato un riflettore, oltre che sulle dinamiche di salvataggio, anche sulle modalità di accoglienza</mark>. Dal 26 febbraio, l’ex Cara di Crotone ha ospitato per giorni i superstiti del naufragio che, oltre alla durezza della tragedia, devono fare i conti con l’inflessibilità di freddi materassi senza lenzuola e con il gelo di un pavimento allestito per l’occasione a letto. Lo scorso giugno, il comune calabrese ha ricevuto dal governo un finanziamento di cinque milioni di euro per proseguire gli interventi di accoglienza integrata a favore dei migranti. L’amministrazione locale ha poi lanciato una gara d’appalto tutt’ora in corso per individuare l’ente gestore.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">“I nostri Sai – racconta <strong>l’assessora alle politiche sociali del</strong> C<strong>omune di Crotone</strong>, <strong>Filomena Pollinzi</strong> -, ovvero i sistemi di accoglienza e integrazione, sono di standard elevati, come testimonia l’ultimo monitoraggio ministeriale. E lo affermo con orgoglio. Alle persone viene garantita non solo assistenza materiale ma anche sanitaria e psicologica, in considerazione dei terribili scenari dai quali provengono”. L’assessora distingue poi il sistema di seconda accoglienza, in questo caso di responsabilità del Comune, da quello di primissima assistenza, che invece è di diretta competenza del Ministero degli Interni, tramite enti gestori sui territori.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;"><span class='quote quote-left header-font'>“La fase che va dal soccorso all’identificazione – continua Pollinzi – deve fare i conti con numeri impegnativi che portano inevitabilmente ad un sovraffollamento delle strutture e a tempi lunghi nella gestione delle numerose domande di protezione internazionale da evadere”.</span></span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">“La fase che va dal soccorso all’identificazione – continua Pollinzi – deve fare i conti con numeri impegnativi che portano inevitabilmente ad un sovraffollamento delle strutture e a tempi lunghi nella gestione delle numerose domande di protezione internazionale da evadere.</span> <mark class='mark mark-yellow'>Tra le difficoltà affrontate dai Comuni, c’è anche la responsabilità di affrontare da soli “questioni dalle dimensioni molto più ampie e che richiedono soluzioni complesse che vanno ben oltre i singoli territori”</mark>. Ciò che l’assessora si augura ora è che il governo italiano giochi un ruolo di prima linea nella conversione europea delle politiche in materia migratoria.</p>
<p><span style="font-weight: 400;">Di fronte a Crotone, ma sulla costa opposta, anche il piccolo<strong> comune di Gizzeria Lido</strong> è impegnato nell’accoglienza. <mark class='mark mark-yellow'>Il centro di accoglienza straordinario <em>Il Gabbiano</em> ospita ora 250 migranti ma la richiesta, negli ultimi sei mesi, si è duplicata</mark>. “Il decreto flussi ha numeri troppo bassi per scoraggiare le partenze clandestine – racconta <strong>Giovanni Carino</strong>, volontario della struttura -. I tempi di esame delle domande sono estremamente lunghi per la mancanza di personale all’interno delle prefetture”. A fare da contraltare, la solidarietà di chi con i migranti ci lavora e vive a stretto contatto. “Il governo fa tanta pubblicità ma nulla di concreto. Poco è cambiato da un esecutivo all’altro: l’unico che ha portato un cambiamento, in negativo però, è stato Salvini, che ha dimezzato le risorse”. Insomma, in teoria per Meloni e i suoi ministri sarebbe davvero difficile fare peggio.</span></p>
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		<title>Morte e umanità a Cutro: il racconto di don Rosario Morrone</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Mar 2023 13:42:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Ludovica Rossi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Cutro]]></category>
		<category><![CDATA[migranti]]></category>
		<category><![CDATA[naufragio]]></category>

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		<description><![CDATA[Una scarpa da ginnastica, un biberon, un astuccio decorato con dei piccoli panda. Resti di oggetti di bambino che si mescolano con i rottami dell’imbarcazione naufragata. Nelle acque di Steccato ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="735" height="416" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2023/03/naufragio-cutro-copia.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="naufragio cutro copia" /></p><p style="font-weight: 400;">Una scarpa da ginnastica, un biberon, un astuccio decorato con dei piccoli panda. Resti di oggetti di bambino che si mescolano con i rottami dell’imbarcazione naufragata. <mark class='mark mark-yellow'>Nelle acque di <strong>Steccato di Cutro</strong>, in Calabria, galleggiano i residui di centottanta vite migranti, frantumate dalle onde e dall’inefficienza di soccorsi arrivati troppo tardi. Centottanta cittadini di Paesi diversi – iracheni, afghani, iraniani, siriani –; centottanta sconosciuti l’uno per l’altro, custodi soltanto della propria storia e delle proprie ragioni di viaggio. Centottanta destini che su quella barca, unico simbolo di una speranza condivisa, si sono intrecciati e spezzati.</mark></p>
<p style="font-weight: 400;">Uno dei primi ad accorrere, in quel cimitero a cielo aperto, è stato <strong>don Rosario Morrone</strong>, parroco di <strong>Botricello</strong> (CZ). «Sono arrivato dopo la messa delle 8 e mezza. Mi è stato detto che c’era stato un naufragio sulla costa del comune limitrofo ma che due cadaveri erano stati trovati anche sulla spiaggia della mia parrocchia – le parole di Don Rosario cercano di restituire lo scenario della catastrofe –. C’erano i carabinieri e le forze dell’ordine, la protezione civile, il corpo di volontariato: stavano rastrellando tutta la spiaggia per cercare i cadaveri».</p>
<p style="font-weight: 400;"><span class='quote quote-left header-font'>La spiaggia di Steccato di Cutro è un cimitero a cielo aperto, disseminato di oggetti e resti dell&#8217;imbarcazione naufragata: il lascito di centottanta vite spezzate. «Sento il loro grido disperato ogni notte», racconta don Rosario Morrone, testimone del naufragio.</span></p>
<p style="font-weight: 400;"><mark class='mark mark-yellow'>«Poi, in un angolo appartato, silenzioso, c’erano questi ventisette morti, tra cui una bambina di nove anni. Erano tutti imbustati in grosse sacche bianche.</mark> Mi sono avvicinato e, solo io con loro, chinando il capo in un gesto quasi di scuse, ho pregato».</p>
<p style="font-weight: 400;"><mark class='mark mark-yellow'>«In quel momento, quelle persone morte, le ho sentite urlare: chiedevano aiuto, compassione, vicinanza. Chiedevano il gesto di un braccio più forte che muove verso uno più debole».</mark> È una narrazione difficile da sostenere, quella di Don Rosario. È un racconto che non vorrebbe fare: non ama rilasciare interviste, parlare con la stampa, di solito crede nell’aiuto silenzioso più che alle parole urlate. Ma crede anche che ci siano situazioni di fronte alle quali non si possa tacere e parlare diventi necessario. «Mi sono detto che, se adesso ho la possibilità di dare voce a questi morti, lo devo fare. Non possiamo stare quieti o rassegnati di fronte a tragedie simili. <mark class='mark mark-yellow'>E, soprattutto, non possiamo arrivare dopo la morte, dobbiamo arrivare prima».</mark></p>
<p style="font-weight: 400;"><span class='quote quote-left header-font'>L&#8217;appello di don Rosario è ad un&#8217;umanità che sa farsi ricchezza anche nella povertà: «Questo deve rimanere il fondamento di tutto: religione, società, politica. Una signora di Botricello ha aperto la cappella di famiglia alle salme: accogliere nella propria casa uno straniero è generosità».</span></p>
<p style="font-weight: 400;">Ma sulla spiaggia di Cutro a regnare non è solo la morte: c’è l’umanità. Quella dei cittadini accorsi in aiuto, quella dei volontari, quella delle forze di soccorso, quella dei sopravvissuti. Molti dei migranti sono stati trasportati in ospedale e sottoposti alle cure dei medici. Altri sono stati accolti al <strong>Cara di Sant’Anna</strong>, il Centro di Accoglienza Richiedenti Asilo di Isola Capo Rizzuto: lì sono stati lavati e nutriti. «Ho visto gente piangere, mentre si raccoglievano i morti. Ho visto persone abbracciarsi. C’è stata una signora che ha lavato il volto di una bambina. Sono scene che straziano il cuore – don Rosario descrive un’umanità che sa farsi ricchezza, anche nella povertà –. Sono stato commosso da alcuni miei compaesani: molti mi hanno chiamato, volevano dare aiuto. <mark class='mark mark-yellow'>Una signora ha aperto la cappella della sua famiglia, per accogliere alcune salme. Questa è generosità: mettere nella propria casa uno straniero».</mark> «Siamo dotati di intelligenza, abbiamo capacità di solidarietà. Siamo persone con un cuore di carne, che pulsa e vive e sente. Scorre sangue nelle nostre vene. L’umanità deve rimanere il fondamento di tutto: della religione, della società, della politica».</p>
<p style="font-weight: 400;">L&#8217;umanità è un valore che il parroco calabrese ha imparato dai suoi diciotto figli stranieri che dal 1998 gli sono stati dati in affidamento e di cui oggi è padre e nonno senza moglie. «Erano di un’altra religione, mentre io sono cattolico, ma l’umanità ci ha uniti». «Ogni sera, quando vado a dormire, sento quel grido di chi mi chiede disperato: “Cosa state facendo?”. Parlare di differenziazione di confini oggi è qualcosa di culturalmente vecchio: <mark class='mark mark-yellow'>siamo tutti abitanti del mondo. E non è vero che gli immigrati sono un problema: gli immigrati sono una ricchezza».</mark></p>
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		<title>Il grande muro di Tunisia e Italia nel bel mezzo del Mediterraneo</title>
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		<pubDate>Tue, 31 Jan 2023 21:17:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maria Colonnelli]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[migranti]]></category>
		<category><![CDATA[Tunisia]]></category>

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		<description><![CDATA[Con lo scoppio della guerra in Ucraina, l’Africa è ritornata con vigore nella sfera d’interesse dell’Occidente nel tentativo di trovare nuovi fornitori di gas che possano sostituire l’ormai nemica Russia ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="2000" height="1000" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2023/01/477535.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="477535" /></p><p style="font-weight: 400;">Con lo scoppio della guerra in Ucraina, l’Africa è ritornata con vigore nella sfera d’interesse dell’Occidente nel tentativo di trovare nuovi fornitori di gas che possano sostituire l’ormai nemica Russia di Putin. Oltre alla questione energetica però, i recenti viaggi dei ministri italiani in Stati partner africani hanno anche l’obiettivo di regolare il flusso migratorio dal continente, che per arrivare in Europa, disegna nuove rotte del mare, sempre più pericolose come quella tunisina. E proprio <mark class='mark mark-yellow'>in <strong>Tunisia</strong> sono volati lo scorso 19 gennaio il ministro degli Affari Esteri <strong>Antonio Tajani</strong> e il responsabile degli Interni <strong>Matteo Piantedosi</strong>. L’obiettivo è rafforzare le politiche italiane di esternalizzazione dei confini consolidando il rapporto con Tunisi. </mark>Alla base della collaborazione, un accordo economico che dovrebbe aiutare il presidente d’oltremare <strong>Kais Saied</strong> a intercettare e bloccare le partenze clandestine. La cooperazione tra Italia e Tunisia va avanti in realtà da anni. Secondo <a title="The big wall" href="https://www.thebigwall.org" target="_blank"><em>The big wall</em></a>, progetto realizzato da Actionaid, dal 2014 al 2022, l’Italia ha stanziato nei confronti della Tunisia 47 milioni di euro per il controllo dei confini. I finanziamenti sono finalizzati alla manutenzione di motovedette e al rafforzamento di strumenti di controllo e repressione delle forze di sicurezza tunisine. L’obiettivo finale, quindi, è la costruzione di un <strong>grande muro</strong>, che blocchi i flussi migratori verso l’Italia.</p>
<p style="font-weight: 400;"><span class='quote quote-left header-font'>Dal 2014 al 2022, l’Italia ha stanziato nei confronti della Tunisia 47 milioni di euro per il controllo dei confini. L&#8217;obiettivo finale è la costruzione di un grande muri, che bloccai i flussi migratori verso la penisola</span></p>
<p style="font-weight: 400;">Sono tre, però, i problemi che i fondi non risolvono e che, anzi, rischiano di alimentare: le partenze costanti – molti migranti dichiarano di aver battuto più volte la tratta del mare nonostante il rimpatrio -, la mancanza di trasparenza dei finanziamenti e le prospettive di vita di chi viene riaccompagnato a Tunisi.</p>
<p style="font-weight: 400;">“Chi arriva sulle coste italiane viene riconosciuto da un console all’aeroporto di Palermo attraverso una procedura più formale che concreta – afferma <strong>Sara Prestianni</strong>, specialista in politiche internazionali d’immigrazione – prima di ritornare in un aeroporto tunisino periferico con in tasca quello che avevano alla partenza, ovvero nulla”. Tempo qualche ora e i rimpatriati vengono lasciati liberi nella natura tunisina. “Il problema è la difficoltà che queste persone incontrano nel richiedere asilo e la legge di Tunisi, che prevede la criminalizzazione delle partenze”. La legislazione non è in realtà applicata ma potrebbe essere attuata in caso di deriva antidemocratica del Paese. <mark class='mark mark-yellow'>In questo momento, la Tunisia sta attraversando una profonda crisi economica, politica e sociale che “rende ancora più povero chi è costretto a rimpatriare e soprattutto lo condanna a non avere alcun futuro”. </mark>Nei supermercati locali, i beni di prima necessità sono razionati: sugli scaffali mancano pasta, riso e couscous. Il latte scarseggia, mentre l’inflazione tocca il 9,8%. Il 26 luglio il presidente Saied ha fatto approvare una nuova Costituzione che gli garantisce poteri quasi illimitati e gli conferma la possibilità di perpetuare una politica indifferente ai diritti umani. Un mese fa, i tunisini sono stati inviati nuovamente alle urne ma hanno disertato le elezioni – solo un cittadino su dieci ha votato.</p>
<p style="font-weight: 400;">“I fondi sono di supporto al rafforzamento della gestione delle frontiere ma la Tunisia oggi avrebbe bisogno di tutt’altro supporto: in quanto italiani, dovremmo interessarci molto di più alla tenuta democratica del Paese – continua Prestianni -. <mark class='mark mark-yellow'>Il flusso migratorio è un gioco diplomatico per entrambe le parti: quando conviene, la Turchia, e non solo, anche il Marocco e altri Paesi africani, aprono le frontiere per poi richiuderle quando non ce n’è più bisogno. È la logica del ricatto, in primis portato avanti dagli Stati europei”. </mark>A un quadro già complesso, si aggiunge la mancanza di trasparenza: il lavoro di Emergency con <em>The Wall </em>dimostra quanto sia difficile tenere traccia dei finanziamenti dall’Italia e dall’Unione: alcune spese non sono tracciabili e non sono documentate.</p>
<p style="font-weight: 400;"><span class='quote quote-left header-font'>Sara Prestianni: I fondi sono di supporto al rafforzamento della gestione delle frontiere ma la Tunisia oggi avrebbe bisogno di tutt’altro supporto: in quanto italiani, dovremmo interessarci molto di più alla tenuta democratica del Paese</span></p>
<p style="font-weight: 400;">“Bisogna capire i motivi della partenza per fornire delle metodologie di accesso al territorio europeo sicure: bisogna istituire delle vie legali per migrazione, che non esistono quasi più, e nuovi corridoi umanitari. <mark class='mark mark-yellow'>La stabilizzazione politica è un interesse non solo per la Tunisia ma anche per il Mediterraneo, da qui passa anche la sua stabilità”. A questo approccio, però, dovrebbe seguire in Italia una diversa modalità di accoglienza dei richiedenti asilo: “Se si riesce ad organizzare la partenza per vie legali, inevitabilmente anche l’arrivo sarà più semplice da gestire” ricorda Prestianni. </mark>Nel frattempo, però, Tajani ha promesso a Tunisi un’altra tranche di aiuti per una soluzione che sembra così ancora lontana.</p>
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		<title>Lo sbarco della Geo Barents nel porto di Ancona: quando il mare diventa un luogo di morte</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Jan 2023 09:24:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Ludovica Rossi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[governo]]></category>
		<category><![CDATA[Medici Senza Frontiere]]></category>
		<category><![CDATA[migranti]]></category>
		<category><![CDATA[ONG]]></category>
		<category><![CDATA[sbarchi]]></category>

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		<description><![CDATA[Quando viaggi a bordo di una nave con un proiettile nel ginocchio per te il mare non è un luogo piacevole. Quando hai una ferita fresca o il corpo ricoperto ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1000" height="667" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2023/01/msf1.jpeg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="msf1" /></p><p style="font-weight: 400;"><mark class='mark mark-yellow'>Quando viaggi a bordo di una nave con un proiettile nel ginocchio per te il mare non è un luogo piacevole. Quando hai una ferita fresca o il corpo ricoperto di ustioni, eredità delle violenze subite nei centri di detenzione in <strong>Libia</strong>, tre giorni in più di navigazione possono fare la differenza. Quando nel <strong>Mediterraneo</strong> sei stato già respinto da una guardia costiera libica e riportato alla condizione di maltrattamento da cui hai cercato di fuggire, quando vi hai perso parenti e amici che come te hanno tentato la traversata, ma, a differenza tua, non ce l’hanno fatta, allora quel luogo diventa per te il posto in cui si muore.</mark> Uno spazio di sepoltura che rievoca il trauma e suscita sofferenza. I 73 naufraghi a bordo della nave ong <strong>Geo Barents</strong> soccorsi al largo della Libia sabato 7 gennaio si trovavano in queste condizioni. Tra di loro, ben 16 erano minori non accompagnati. «Poi c’era un ragazzo eritreo di 21 anni: sua madre lo ha fatto scappare perché nel loro Paese vige la leva forzata anche per i bambini e voleva evitare che venisse arruolato nell’esercito. L’esercito lo ha scampato, ma la detenzione in Libia no, e neanche le torture». «Un altro racconta di essere stato imprigionato in un container, insieme ad altri migranti. Una di loro era una donna, che aveva partorito un bambino morto. Per giorni sono stati rinchiusi lì dentro insieme a quel corpo senza vita».</p>
<div id="attachment_61724" style="width: 1000px" class="wp-caption alignnone"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2023/01/msf2.jpeg"><img class="size-full wp-image-61724" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2023/01/msf2.jpeg" alt="Tra i migranti a bordo della Geo Barents 16 erano i minori non accompagnati. Molti erano ragazzi provenienti dai centri di detenzione libici." width="1000" height="563" /></a><p class="wp-caption-text">Tra i migranti a bordo della Geo Barents 16 erano i minori non accompagnati. Molti erano ragazzi provenienti dai centri di detenzione libici.</p></div>
<p style="font-weight: 400;">A conoscere e raccontare le loro storie è il portavoce di <strong>Medici Senza Frontiere</strong> <strong>Maurizio Debanne</strong> che ha preso parte alle operazioni di aiuto. <mark class='mark mark-yellow'>Il momento del soccorso non ha rappresentato però la fine della loro sofferenza, protrattasi invece per altri cinque giorni. Quelli necessari a raggiungere, dal punto del ritrovamento, il porto di <strong>Ancona</strong>, designato dal governo italiano quale unico possibile per lo sbarco. <span class='quote quote-left header-font'>«Le operazioni di sbarco dei 73 migranti nel porto di Ancona sono iniziate al mattino presto e sono andate bene. Anche se nelle ultime ore il mare era molto mosso, con onde di quattro metri. Una sera al posto del cibo abbiamo dovuto distribuire sacchetti per il vomito», racconta Debanne.</span> Un attracco che, secondo le distanze inflessibili dello spazio e del tempo, significava 1500 chilometri e tre giorni e mezzo di navigazione</mark>, poi aumentati a causa delle pessime condizioni meteorologiche. «Le operazioni di sbarco sono iniziate al mattino presto, poco dopo l’ingresso in porto alle 7:30 e sono andate bene: le persone hanno potuto scendere dalla nave e toccare finalmente terra – racconta Debanne –. Eravamo molto sollevati che l’intervento avesse potuto concludersi. Anche se le ultime ore sono state alquanto agitate a causa del mare mosso, con onde alte quattro metri. Una sera, invece di fare l’abituale distribuzione del cibo, abbiamo dovuto consegnare sacchetti per il vomito».</p>
<p style="font-weight: 400;"><mark class='mark mark-yellow'>La scelta del porto marchigiano si inscrive alla perfezione nella politica perseguita nelle ultime settimane dal governo Meloni in tema di sbarchi: mercoledì 28 dicembre è stato infatti approvato un nuovo decreto legge</mark>, che è adesso all’esame del Parlamento e che entro sessanta giorni le Camere dovranno stabilire se approvare o meno, che introduce una serie di nuove norme concernenti le operazioni di salvataggio dei migranti in mare. Tra queste l’obbligo di raggiungere il porto di sbarco indicato dalle autorità italiane, qualunque esso sia, senza ritardi né altre soste per secondi soccorsi. <span class='quote quote-left header-font'>Il nuovo decreto varato dal governo sui soccorsi in mare allunga i tempi degli sbarchi e, di conseguenza, le sofferenze dei migranti a bordo: persone vulnerabili, già provenienti da lunghi viaggi o dai centri di detenzione libici. «Per loro il mare non è un luogo piacevole, ma quello in cui si muore», chiosa Maurizio Debanne.</span> Per chi contravviene alle indicazioni del nuovo decreto, è prevista una pena fino a 50mila euro di multa e la confisca della nave che violi le nuove regole, per quanto contrarie ad alcuni principi basilari del diritto marittimo internazionale. <mark class='mark mark-yellow'>«Le norme internazionali parlano chiaro: il comandante di una nave ha l’obbligo di salvare vite in mare, non è un’opzione</mark> – chiarisce Debanne –. Se hai un incidente in auto a Torino, non ti porteranno mai all’ospedale Meyer di Firenze, ma in quello più vicino, dove il tuo caso potrà essere preso in considerazione nel più breve tempo possibile. È lo stesso principio dei salvataggi in mare». Si tratta di una decisione spontanea, dettata dall’urgenza del momento e dalle concrete esigenze delle vittime. A ricordarlo sono, tra gli altri, l’<strong>articolo 98 della Convenzione dell’ONU del 1982</strong>, con cui si vincola l’equipaggio a informare gli assistiti del “più vicino porto di scalo”, e la <strong>Convenzione di Amburgo del 1979</strong> che richiama “le Parti interessate ad adottare le disposizioni necessarie affinché lo sbarco in questione abbia luogo nel più breve tempo ragionevolmente possibile”.</p>
<div id="attachment_61723" style="width: 1000px" class="wp-caption alignnone"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2023/01/msf5.jpeg"><img class="size-full wp-image-61723" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2023/01/msf5.jpeg" alt="Il momento dello sbarco dei 73 migranti a bordo della nave di Msf Geo Barents nel porto di Ancona, avvenuto, dopo cinque giorni di navigazione, giovedì mattina." width="1000" height="563" /></a><p class="wp-caption-text">Il momento dello sbarco dei 73 migranti a bordo della nave di Msf Geo Barents nel porto di Ancona, avvenuto, dopo cinque giorni di navigazione, giovedì mattina.</p></div>
<p style="font-weight: 400;">Oltre a prolungare il disagio delle persone, raggiungere un porto più distante comporta una serie di altre conseguenze meno immediatamente visibili, quali l’aumento dei costi legati al maggior consumo di carburante: nel caso della Geo Barents ad Ancona con i prezzi di oggi la spesa è stata di 70mila euro. Inoltre, trattenendo più a lungo le navi in punti distanti dal tratto che costeggia le coste africane, dove l’incidenza dei naufragi è più elevata, diminuisce la possibilità di effettuare soccorsi utili.</p>
<p style="font-weight: 400;">«È chiaro che allontanare le ong dal luogo di soccorso è un modo per ostacolarne l’azione, ma <mark class='mark mark-yellow'>ciò cui Msf vuole invitare è mantenere la luce dei riflettori sulle persone, che rischiano la morte in mare se non c’è un sistema di soccorso efficace. Noi siamo pronti domani a smettere con questa attività, a condizione che l’Italia e gli Stati europei costruiscano un sistema adeguato di intervento. Non possiamo accettare che questa rotta sia diventata un cimitero a cielo aperto».</mark></p>
<p style="font-weight: 400;">«Nel tempo si è creato un cortocircuito che tende a mostrare soltanto l’ultima parte di un problema che in realtà è gravissimo già in partenza, ma che noi continuiamo a trattare come se cominciasse quando le persone sono in mare e arrivano – riflette la giornalista italo-siriana <strong>Asmae Dachan </strong>che ha seguito lo sbarco di Ancona –. <mark class='mark mark-yellow'>Il problema è a monte e riguarda il diritto umano alla mobilità: bisognerebbe ampliare le possibilità di viaggio anche per le persone del sud del mondo, perché non è possibile che se nasci in una parte povera o colpita da eventi bellici l’unica modalità concessa per metterti in salvo o non morire di fame è partire pagando i trafficanti.</mark> Credo che andrebbe allargato lo sguardo, andando oltre i discorsi pietistici di assistenzialismo e ripristinando il diritto di queste popolazioni di poter essere finalmente autonome e di praticare un potere decisionale sul destino delle proprie risorse».</p>
<p style="font-weight: 400;">
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		<title>Giornata Internazionale dei Migranti: il sistema di accoglienza italiano</title>
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		<pubDate>Sun, 18 Dec 2022 13:10:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Miniutti]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Accoglienza]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[migranti]]></category>
		<category><![CDATA[rifugiati]]></category>

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		<description><![CDATA[Oggi è la Giornata Internazionale dei Migranti, istituita per sensibilizzare e incentivare la tutela dei diritti di tutte le persone che migrano, quindi anche di tutte quelle persone che si ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="5472" height="3648" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2022/12/pexels-ahmed-akacha-6757958.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="pexels-ahmed-akacha-6757958" /></p><p style="font-weight: 400;">Oggi è la <strong>Giornata Internazionale dei Migranti</strong>, istituita per sensibilizzare e incentivare la tutela dei diritti di tutte le persone che migrano, quindi anche di tutte quelle persone che si sono trasferite – tendenzialmente volontariamente – in un altro Stato per lavorare o studiare tramite procedure burocratico-legali. Tuttavia, questa giornata ha una valenza soprattutto per la <strong>protezione dei rifugiati</strong>, forzati a lasciare il proprio Paese per cercare un luogo sicuro soprattutto per motivazioni economico-umanitarie. Per comprendere meglio il quadro, va segnalata anche un’altra condizione specifica: quella dei <strong>richiedenti asilo</strong>. Infatti, in Italia l’asilo è concesso a <mark class='mark mark-yellow'>chiunque scappi da un Paese in cui non sono garantite le libertà stabilite dalla nostra Costituzione</mark>, mentre lo status di rifugiato necessita solo del requisito della persecuzione indipendentemente dal Paese di origine.</p>
<p style="font-weight: 400;">Per capire quanto sia necessario sensibilizzare su questo tema a livello globale, i <a href="https://www.unhcr.org/it/notizie-storie/comunicati-stampa/unhcr-il-numero-di-persone-in-fuga-nel-mondo-segna-un-nuovo-record-confermando-il-trend-in-crescita-dellultimo-decennio/">dati</a> dell’UNHCR raccontano la portata di questo fenomeno: <mark class='mark mark-yellow'>in tutto il mondo ci sarebbero almeno <strong>89,3 milioni di rifugiati</strong></mark>.</p>
<div id="attachment_61140" style="width: 1024px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2022/12/pexels-ahmed-akacha-6463398.jpg"><img class="wp-image-61140 size-large" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2022/12/pexels-ahmed-akacha-6463398-1024x682.jpg" alt="Credits: Ahmed Akacha" width="1024" height="682" /></a><p class="wp-caption-text">Credits: Ahmed Akacha</p></div>
<p style="font-weight: 400;">Vedendo il caso italiano, le prime mosse fatte dai nostri governi per far fronte alle prime crisi umanitarie risalgono agli anni ’90, quando la crisi albanese, la guerra civile in Somalia e l’esodo dall’ex-Jugoslavia causarono l’arrivo nel Bel Paese di circa 150mila rifugiati (<a href="http://documenti.camera.it/_dati/leg17/lavori/documentiparlamentari/IndiceETesti/022bis/021/INTERO.pdf">dati Camera dei Deputati</a>). Il primo provvedimento fu il cosiddetto “<strong>decreto Puglia</strong>” del <strong>1995</strong> che istituì dei <strong>centri per la prima assistenza</strong>. Tre anni dopo seguì la <strong>legge Turco-Napolitano</strong>, che da un lato inasprì le pene per il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina ma, dall’altro lato, prevedeva sia la concessione del permesso di soggiorno in caso di permanenza regolare in Italia per almeno cinque anni, sia l’istituzione dei <strong>Centri di permanenza temporanea</strong>, che servivano ad ospitare per un massimo di trenta giorni tutti quei migranti che dovevano essere espulsi o allontanati dal Paese.</p>
<p style="font-weight: 400;">Nel 2002 fu approvata la <strong>legge Bossi-Fini</strong>, che tutt’ora è la base dell’odierna gestione dell’immigrazione irregolare. <mark class='mark mark-yellow'>Con essa furono introdotti i rilievi fotodattiloscopici di chi richiedeva il permesso di soggiorno, il periodo di permanenza massima nei CPT viene aumentato a sessanta giorni, la possibilità di trattenere i richiedenti asilo in <strong>Centri di identificazione (Cid)</strong> e, soprattutto, la creazione del <strong>Servizio di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (Sprar)</strong>, cioè centri gestiti da enti locali finanziati dal<strong> Fondo nazionale per le politiche ed i servizi dell’asilo </strong>con l’obiettivo di fornire assistenza organica ai migranti accolti</mark>. Con un decreto legislativo, nel 2008 i CID vengono sostituiti dai <strong>Centri di accoglienza per richiedenti asilo (Cara)</strong>, che diventano il fulcro del sistema italiano di accoglienza. Invece, nel 2017 con il <strong>decreto Minniti</strong> si mirò soprattutto a velocizzare l’analisi delle richieste di asilo da parte dei migranti e furono istituiti i <strong>Centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr)</strong>.</p>
<p style="font-weight: 400;"><span class='quote quote-left header-font'>Il regolamento di Dublino III è ritenuto insufficiente per una gestione comunitaria dei migranti</span>Naturalmente, la legislazione italiana va inserita in un <a href="https://eur-lex.europa.eu/IT/legal-content/summary/eu-asylum-policy-eu-country-responsible-for-examining-applications.html">quadro normativo comunitario</a>: il <strong>regolamento di Dublino III</strong>. Approvato nel 2013, va a integrare le due versioni precedenti (1990 e 2003) stabilendo le <mark class='mark mark-yellow'>modalità di elaborazione delle domande d’asilo, le quali essenzialmente prevedono che siano i Paesi che forniscono la prima accoglienza del migrante ad occuparsi di questa procedura, ma stimolando un sistema di solidarietà europea nella gestione comune del fenomeno</mark>. Questo regolamento è definito da molti come <mark class='mark mark-yellow'>inadatto alla vera realizzazione di un piano comunitario per l’accoglienza</mark> in quanto le responsabilità dei Paesi membri non sarebbero bilanciate; tuttavia, non è ancora stato trovato un nuovo accordo per superare questo sistema.</p>
<div id="attachment_61141" style="width: 1024px" class="wp-caption alignnone"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2022/12/pexels-ahmed-akacha-6907094.jpg"><img class="wp-image-61141 size-large" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2022/12/pexels-ahmed-akacha-6907094-1024x682.jpg" alt="Credits: Ahmed Akacha" width="1024" height="682" /></a><p class="wp-caption-text">Credits: Ahmed Akacha</p></div>
<p style="font-weight: 400;">Arrivando al giorno d’oggi, quindi in seguito al <strong>decreto Salvini</strong> (2018) e a quello <strong>Lamorgese </strong>(2020, che di fatto annullò quello del leader leghista), si può provare a fare una fotografia del sistema di accoglienza in Italia. In primis, troviamo gli hotspot che hanno l’obiettivo di identificare e foto-segnalare i migranti che arrivano in Italia, garantire loro cure mediche e, in caso, avviare la richiesta d’asilo. Chi ha il diritto all’accoglienza viene spedito in uno dei nove centri di prima accoglienza sparsi tra Calabria, Friuli Venezia-Giulia, Puglia, Sicilia e Veneto. Invece, chi deve essere espulso viene spostato nei Cpr in attesa del rimpatrio.</p>
<p style="font-weight: 400;">Dopo questa prima fase, interviene la cosiddetta “seconda accoglienza” del <strong>Sistema di Accoglienza e Integrazione (Sai)</strong>, cioè l’<strong>ex Sprar</strong>, e dei <strong>Centri di Accoglienza Straordinaria (Cas)</strong>, che sono gestiti dalle Prefetture e sopperiscono alla mancanza di posti nei centri Sai. <mark class='mark mark-yellow'>Si tratta di un sistema si occupa sia dei richiedenti asilo che dei titolari dello status di rifugiato e che, al giorno d’oggi, conta poco più di 105mila migranti in accoglienza</mark> (<a href="http://www.libertaciviliimmigrazione.dlci.interno.gov.it/sites/default/files/allegati/cruscotto_statistico_giornaliero_15-12-2022.pdf">dati Ministero dell’Interno</a> aggiornati al 15 dicembre).</p>
<p style="font-weight: 400;">Al Sai accedono enti locali che, dopo aver vinto un bando, possono sviluppare il loro progetto ricevendo fondi ministeriali. Si tratta di piani di <strong>accoglienza integrata</strong>, cioè che mirano all’inserimento dei migranti nelle comunità locali, nel mondo della scuola e in quello del lavoro. Tra questi progetti c’è quello di <a href="https://www.aspambitonove.it/">Asp Ambito9</a>, una realtà che coinvolge ben 27 comuni nella provincia di Ancona e che <strong>Barbara Paolinelli</strong>, responsabile dell’Unità Operativa Immigrazione, ci ha raccontato: “Come progetto siamo i secondi in Italia per numero di persone accolte e primi per numero di comuni coinvolti”.</p>
<p style="font-weight: 400;"><mark class='mark mark-yellow'>Oltre <strong>110 appartamenti</strong> per <strong>754 posti</strong> autorizzati per l’accoglienza dei cosiddetti “ordinari”, cioè uomini soli, donne sole e con minori, e famiglie</mark>; accanto a questo, c’è anche un altro progetto Sai dove hanno collocato 42 minori non accompagnati in comunità educative. “Gli appartamenti possono essere sia in una cittadina montana di 900 abitanti, che a Jesi che ne ha 40mila. Le opportunità in questi posti sono diverse, quindi abbiamo costruito un sistema per uniformare le opportunità del migrante fornendo a tutti gli stessi servizi”.</p>
<p style="font-weight: 400;"><span class='quote quote-left header-font'>L&#8217;inserimento dei migranti nelle comunità funziona molto bene: tra il 2020 e il 2021, sono stati stipulati 340 contratti di lavoro</span>Gli operatori, che sono assistenti sociali e amministrativi, si occupano di attuare un piano con cadenze fisse: <mark class='mark mark-yellow'>la prima settimana fanno firmare il contratto per l’abitazione e spiegano alle persone accolte il territorio in cui si trovano. Entro i primi dieci giorni vengono inseriti nei corsi di italiano mentre i bambini vengono iscritti nelle scuole, mentre alla fine del primo mese deve essere pronto il curriculum vitae e un bilancio delle competenze per capire al meglio in che contesto lavorativo possono essere inseriti</mark>. E come spiega la dottoressa Paolinelli, questo progetto ha degli effettivi riscontri nell’integrazione: “Abbiamo ottimi risultati in termini di assunzioni sul territorio, in particolare dopo periodi di formazione e tirocinio dentro le aziende”. Infatti, <mark class='mark mark-yellow'>come evidenziato dal loro report sul biennio 2020-2021, sono stati stipulati <strong>340 contratti</strong> di lavoro, “che è un numero</mark> – spiega Paolinelli – <mark class='mark mark-yellow'>molto buono considerando quanto sono stati difficili quei due anni a causa della pandemia” </mark>.</p>
<p style="font-weight: 400;">Dunque, il modello di Asp Ambito9 sembra essere più che vincente, frutto anche di un’ottima collaborazione con le amministrazioni comunali: “Lavoriamo con sindaci di ogni schieramento. Vogliamo far capire che l’accoglienza non è una cosa politica, ma che è un fenomeno che c’è e che quindi va gestito”. E ai sindaci ed assessori che collaborano al progetto, a Natale arrivano i prodotti “asylum” come panettoni e vino, ovvero il frutto del lavoro dei migranti nel loro percorso di integrazione.</p>
<p style="font-weight: 400;">Nonostante il sistema di accoglienza in Italia abbia subito frequenti cambiamenti, l’elemento sempre più evidente è uno: che l’intera macchina si basa sui progetti Sai che partono dai territori, dal basso, e dalle persone che credono nell’integrazione.</p>
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		<title>Quelle battaglie politiche sulla pelle dei migranti</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Nov 2022 08:29:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Stella]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Francia]]></category>
		<category><![CDATA[governo]]></category>
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		<category><![CDATA[ONG]]></category>

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		<description><![CDATA[Il braccio di ferro, durato quasi due settimane, tra il governo italiano guidato da Giorgia Meloni e i capitani delle due navi Ong ferme nel porto di Catania con a ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="2000" height="1500" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2022/11/WhatsApp-Image-2022-11-14-at-16.16.59.jpeg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Credits: Msf" /></p><p>Il braccio di ferro, durato quasi due settimane, tra il governo italiano guidato da Giorgia Meloni e i capitani delle due navi Ong ferme nel porto di Catania con a bordo centinaia di profughi si è risolto definitivamente nella sera di martedì 8 novembre. Al termine di lunghe trattative e ispezioni tutti i migranti sono potuti sbarcare, ma nelle giornate precedenti decine di queste persone, già estremamente provate per la lunga traversata effettuata via mare in condizioni non semplici, sono rimaste vittime di uno stallo che ha attirato l’attenzione dell’Europa intera.</p>
<p>Ma cosa è cambiato nelle ultime settimane, dopo diversi mesi durante i quali le navi Ong non hanno avuto mai reali problemi nell’ottenere il consenso per sbarcare nei porti italiani? <mark class='mark mark-yellow'>«Il nuovo decreto, firmato dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, ha cambiato le regole del “gioco” se possiamo definire in questi termini una simile tragedia umanitaria»</mark>, <strong>spiega Mimmo Trovato, caposervizio aggiunto dell’Ansa</strong>, che ha seguito direttamente sul campo l’evoluzione dei fatti legati alla Humanity 1 (Sos Humanity) e alla Geo Barents (MSF), le due imbarcazioni ferme nel porto di Catania. E continua: «In ogni caso, questo decreto contro le Ong è stato subito applicato. <mark class='mark mark-yellow'>Oltre a donne incinte e minori, inizialmente sono potuti scendere solo gli adulti ritenuti fragili e malati al termine di un’ispezione medica».</mark></p>
<p>Come sosteneva nei giorni più concitati <strong>Riccardo Gatti, responsabile delle operazioni MSF</strong>: «Stiamo cercando di dare le migliori cure possibili con le limitazioni che abbiamo. Queste limitazioni hanno fatto sì che le infezioni cutanee e respiratorie e, tra l’altro, l’aumento della sofferenza dovuta non solo alla mancanza di spazio, ma anche al prolungamento dei tempi in mare, aumentassero il livello della loro sofferenza».</p>
<p>Ma nelle navi non c’erano solo uomini adulti. <strong>Candida Lobes, responsabile della comunicazione di Medici Senza Frontiere</strong>, era sulla nave umanitaria Geo Barents e ha raccontato durante tutta la permanenza in mare le condizioni dei 572 migranti salvati. La più giovane era una bambina di 11 mesi. Assieme a lei, molti altri naufraghi erano minori. Poco meno della metà delle persone a bordo erano donne, di cui tre incinte.</p>
<p>Sono ben 249 le persone visitate da un’equipe <a href="https://www.salute.gov.it/portale/usmafsasn/homeUsmafSasn.jsp">dell’Usmaf</a> (Ufficio di sanità marittima, affiliato al Ministero della salute), che si sono viste negare la possibilità di sbarcare. Il governo successivamente ha imposto ai capitani delle due navi di lasciare il porto siciliano nel più breve tempo possibile, ricevendo come risposta un deciso rifiuto. Continua Trovato: «Dal 6 novembre la tensione si è alzata notevolmente. Il termine “carico residuale” utilizzato dal governo per riferirsi ai migranti respinti ha suscitato molte proteste e alcuni profughi hanno cercato di abbandonare la nave tuffandosi in mare». <mark class='mark mark-yellow'><strong><span style="font-weight: 400;">“</span><i>Help us</i><span style="font-weight: 400;">”, gridano i migranti dalla nave mentre aspettano di scendere. La stessa scritta l’hanno disegnata su dei pezzi di cartone, che sventolano verso il porto mentre scandiscono il coro e battono a ritmo le mani. Altri cartelli recitano “</span><i>We are suffering</i><span style="font-weight: 400;">”, stiamo soffrendo.</mark></span></strong></p>
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<p>Dopo le numerose polemiche, il giorno successivo, un’altra squadra dell’Usmaf coadiuvata da alcuni psichiatri e psicologi dell’<strong>Asp (Aziende Sanitarie Provinciali)</strong> ha proceduto a un nuovo triage medico: «I dottori hanno stabilito che coloro che erano rimasti sulle navi dovevano essere considerati fragili sotto l’aspetto psicologico, a causa delle cattive condizioni di vita presenti sulle imbarcazioni sia per una questione di spazi, sia sotto il profilo sanitario», racconta ancora Trovato. L’esecutivo è stato quindi costretto a cedere e nel giro di poche ore tutti hanno avuto la possibilità di scendere a terra.</p>
<p>A questo punto, però, è sorto il problema di dove collocare le persone, in balia degli eventi da diversi giorni. Spiega il giornalista dell’Ansa: «Dopo una notte passata in un centro sportivo, adiacente allo Stadio Massimino di Catania, i migranti sono stati trasferiti a bordo di alcuni pullman in strutture consone tra Campania e Veneto. Chi si è occupato del ricollocamento ha cercato, con grande umanità, di mantenere uniti i nuclei familiari e i gruppi legati da rapporti di amicizia». All’interno dell’emergenza generale si è aggiunta poi quella specifica di come gestire tutti i minori non accompagnati: la Procura dei Minori, con l’aiuto dei servizi sociali, ha però trovato in breve tempo delle sistemazioni adeguate. <mark class='mark mark-yellow'>Tra le tante storie difficili di questi bambini coinvolti in qualcosa di più grande di loro, c’è quella di <strong>Sama</strong> (nata in Togo e arrivata dalla Libia coi genitori), la già citata piccola di soli 11 mesi nata col labbro leporino e con conseguenti difficoltà nella deglutizione. Molte Ong italiane si sono subito mobilitate per garantire alla piccola un’operazione chirurgica nel breve periodo e per trovare un alloggio efficace alla famiglia.</mark></p>
<p>Tra ideologie politiche e reali difficoltà nel sistema di accoglienza, a rimetterci anche in questo caso, come spesso accade, sono stati degli esseri umani già privati di tutto o quasi nella loro vita. La battaglia del governo italiano contro le Ong e l’Unione Europea è appena iniziata, ma ci sono dei numeri che fanno capire come queste associazioni non siano il problema principale dell’intera questione: nel 2022 sono sbarcate in Italia oltre<a href="https://www.interno.gov.it/sites/default/files/2022-11/cruscotto_statistico_giornaliero_11-11-2022.pdf"> 90.297 migranti</a>. Ma come specifica Mimmo Trovato: «Solo 10.980 di questi sono stati portati da navi Ong». Poco meno del 12 percento del totale delle persone arrivate sul territorio italiano dallo scorso gennaio.</p>
<p><strong>(Alessandro Stella e Andrea Miniutti)</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>Tutte le difficoltà dell&#8217;accoglienza</b></p>
<p>«A Catania la società civile si è attivata fin da subito, soprattutto la Rete antirazzista catanese. Poi c’è da dire che in Sicilia il fenomeno dell’immigrazione è una cosa talmente nota che ormai è diventato la normalità. A Trapani, ad esempio, i tunisini e la gente del posto sono ormai un tutt’uno». A parlare è <strong>l’attivista e traduttrice Cristina Bocchi</strong>, da anni in prima linea quando si tratta di sbarchi e di migranti. A seguire l’approdo della Humanity 1 e poi della Geo Barents, in Sicilia, c’era pure lei. <mark class='mark mark-yellow'>«Il fatto è che queste imbarcazioni non sono equipaggiate: servono solo per operazioni di salvataggio e invece le persone sono state costrette a viverci, in condizioni pessime, per 17 giorni»</mark>, ha detto la donna. E poi ha aggiunto: <mark class='mark mark-yellow'>«L’effetto psicologico è stato devastante e due siriani, in un gesto disperato, si sono anche buttati in mare. Per non parlare della mamma che è stata costretta a partorire lì dentro».</mark></p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>«I centri di accoglienza stanno diventando sempre più saturi, le associazioni molto spesso sembrano speculare con il denaro raccolto e il nuovo governo Meloni rende le procedure, già fin troppo lunghe, sempre più frammentate e questo porta ad un rischio di violazioni ancora più grande».</span>                                                                                                Una situazione “al limite” secondo l’attivista, con imbarcazioni che arrivano in Sicilia ogni giorno senza sosta e lo Stato che appare sempre più assente. «Gli sbarchi continuano, ma anche i quotidiani come il <em>Giornale di Sicilia</em> non danno mai grande eco a questo tipo di eventi», dice. «I centri di accoglienza stanno diventando sempre più saturi, le associazioni molto spesso sembrano speculare con il denaro raccolto e il nuovo governo Meloni rende le procedure, già fin troppo lunghe, sempre più frammentate e questo porta ad un rischio di violazioni ancora più grande».</p>
<p>E proprio sulle violazioni si sofferma Cristina Bocchi, ammettendo che anche questa volta sono state tante. In primis la mancata tutela dei diritti dei minori non accompagnati, un fatto che si verifica spesso e che spinge questi ragazzi nei giri della prostituzione e della criminalità organizzata. <mark class='mark mark-yellow'>Ma ad essere violate con frequenza sono anche le normative che regolano il trattato d’asilo e il diritto alla salute, con donne in gravidanza e persone gravemente disabili che restano intrappolate anche per settimane sopra le barche.</mark> Un altro aspetto sottovalutato è poi la mancanza di interpreti e traduttori almeno di inglese, arabo e francese. Secondo la Bocchi, subito dopo lo sbarco dalla Geo Barents, i migranti sono stati obbligati a “firmare carte e documenti di cui non conoscevano neanche il contenuto”. Ma il problema delle violazioni non vive solo in Italia. «Oggi ci sono poche tutele ovunque. In Spagna adesso c’è il problema dei minori marocchini non accompagnati. In Svezia stanno portando via i bambini dalle famiglie dei siriani. E potrei continuare con altri mille esempi», afferma la donna.</p>
<p>Secondo chi opera sul campo, in prima linea, l’immigrazione è un fenomeno che esiste da sempre e che potrà essere gestito in modo appropriato soltanto quando verrà considerato non più un’emergenza, bensì un fatto umano normale. <mark class='mark mark-yellow'>«Non è vero che Grecia, Spagna e Italia (dove avvengono gli sbarchi) sono abbandonate a loro stesse: ogni anno ricevono dalla comunità europea tantissimi soldi che basterebbe investire per infrastrutture apposite, sanità e un’istruzione mirata all’integrazione dei ragazzi»</mark> conclude l’attivista. E le sue ultime parole fanno da monito: «In Italia i migranti, soprattutto i più colti e istruiti, non hanno opportunità. Ecco perché le menti migliori se ne vanno all’estero e qui resta solo una cosa: la delinquenza».</p>
<p><strong>(Aurora Ricciarelli)</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>L&#8217;aspetto legale: il decreto Piantedosi vs il regolamento di Dublino</b></p>
<p>La questione è stata fino a qui inquadrata sotto il profilo umano ma intrecciato ad esso c’è la parte legale e politica. Cerchiamo quindi di fare luce su questo aspetto, fondamentale per comprendere al meglio l’intera dinamica.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>“Sbarchi selettivi” e “carichi residuali”. Queste due brevi espressioni, un sostantivo e un aggettivo, sono sufficienti ad esprimere il fulcro del nuovo decreto varato dal neoministro dell’Interno Matteo Piantedosi in ambito migratorio.</mark> La misura è stata introdotta lo scorso 4 novembre, a seguito delle vicende che hanno visto coinvolte le navi umanitarie Geo Barents di Medici Senza Frontiere e la tedesca Humanity 1, dell’ong SOS-Humanity. Le due imbarcazioni sono entrate in acque territoriali italiane al largo di Catania con a bordo rispettivamente 572 e 179 persone. Di queste, però, soltanto 357 e 144 hanno potuto scendere a terra, dopo l’approdo nel porto catanese. Gli altri sono rimasti a bordo. A stabilirlo è appunto il testo del decreto interministeriale sopra menzionato che, siglato “di concerto” dai ministri dell’Interno Piantedosi, della Difesa Guido Crosetto e delle Infrastrutture Matteo Salvini, sancisce il divieto alle due navi umanitarie di “sostare nelle acque territoriali nazionali oltre il termine necessario ad assicurare le operazioni di soccorso e assistenza nei confronti delle persone che versino in condizioni emergenziali e in precarie condizioni di salute segnalate dalle competenti Autorità nazionali”. <mark class='mark mark-yellow'>Tradotto: le navi possono entrare in porto, viene compiuta un’ispezione delle forze dell’ordine e una selezione tra i passeggeri, in base alla quale soltanto donne, bambini e persone ritenute fragili possono sbarcare. Tutti gli altri, ovvero i “carichi residuali” cui il decreto riconosce “l’assistenza occorrente per l’uscita dalle acque territoriali”, restano a bordo e abbandonano le acque italiane.</mark> Il ministro Piantedosi in conferenza stampa si esprime per similitudini: secondo lui le navi andrebbero paragonate a delle isole dello stato di cui battono bandiera. Di conseguenza spetterebbe al governo di quest’ultimo prendersi carico della richiesta d’asilo. La poetica spiegazione del capo dicastero viene poi corroborata con riferimenti giuridici. Nello specifico, l’appoggio è cercato nell’<a href="https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2020/12/19/20A07086/sg">articolo 1 comma 2 del decreto-legge 130/2020</a>, il cui testo convertito in legge prevede che “il ministro dell’interno può limitare o vietare il transito e la sosta di navi nel mare territoriale […] per motivi di ordine e sicurezza pubblica”.</p>
<p>La parzialità di sbarchi così impostati si è tuttavia procurata la qualifica di “incostituzionale” da più parti. In primis quella di Medici Senza Frontiere che, citando le Linee Guida sul Trattamento delle Persone Soccorse in Mare, ha subito ribadito come, competenza del governo responsabile, sarebbe piuttosto quella di limitare al minor tempo possibile la permanenza a bordo dei migranti. «Il nuovo decreto sulle navi Ong è contrario alla legge del mare e alla Costituzione. Le nostre leggi vietano di discriminare in base al sesso, all’età o a un’infermità in atto» – ha commentato <strong>il giurista Giovanni Maria Flick</strong> in <a href="https://www.repubblica.it/cronaca/2022/11/07/news/migranti_flick_piantedosi_circolare-373432798/">un’intervista rilasciata a Repubblica</a> – «La vita è sacra e le convenzioni internazionali impongono il diritto-dovere di portare la nave in un porto sicuro; non certo di discriminare tra un migrante e l’altro».</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>Nello stabilire quale sia questo ruolo influiscono tre parametri: l’accessibilità al ricongiungimento familiare, l’elargizione di un titolo di soggiorno valido oppure, in mancanza dei primi due, il criterio del “primo ingresso illegale”.</span> Parlare di “convenzioni” richiama subito la dimensione europea con cui i singoli stati membri condividono la competenza sulle tematiche migratorie, che coinvolgono le sfere della libertà, sicurezza e giustizia. <mark class='mark mark-yellow'>«Per quanto riguarda il diritto europeo, il più importante atto legislativo nel merito è il cosiddetto <a href="https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/?uri=celex%3A32003R0343">Regolamento di Dublino</a>, approvato nel 2003, che cerca di implementare l’idea per cui la competenza di esaminare la domanda di asilo debba ricadere sullo Stato che abbia svolto un ruolo più significativo in relazione all’ingresso del richiedente»</mark>, spiega <strong>Enrico Zonta di Understanding Europe</strong>. <mark class='mark mark-yellow'>Nello stabilire quale sia questo ruolo influiscono tre parametri: l’accessibilità al ricongiungimento familiare, l’elargizione di un titolo di soggiorno valido oppure, in mancanza dei primi due, il criterio del “primo ingresso illegale”.</mark> Quest’ultimo, che riconosce la competenza allo stato la cui frontiera è stata varcata illegalmente dal richiedente, è nella pratica quello più seguito.  «L’Unione Europea ha attuato misure per aiutare i Paesi di primo approdo, come il meccanismo di ricollocamento volontario, che prevede che altri Stati membri in modo volontario accolgano richiedenti asilo da Paesi di primo approdo, o il fondo di asilo migrazioni integrazione, che predispone fondi per la gestione integrazione dei richiedenti asilo» – prosegue Zonta – «In questo scenario si colloca “Frontex”, l’agenzia europea che monitora le frontiere esterne dell’UE e gestisce i pericoli per la loro sicurezza. Entro il 2024 verrà introdotto un corpo di 10mila guardie di frontiere aggiuntive, il cui ruolo principale è quello di assistenza e supervisione sul rispetto dei diritti fondamentali».</p>
<p>Ma proprio in queste ore, dopo le tensioni tra i governi di Italia e Francia scaturite dalle vicende che ruotano intorno a una terza nave Ong, la Ocean Viking, il governo Meloni sta pensando a nuove norme per regolamentare le pratiche di salvataggio in mare e soprattutto quelle per l’approdo nei porti italiani. Per entrare in acque italiane le Ong dovranno dimostrare che il loro intervento si basa su reali situazioni di pericolo per i migranti aiutati. E in ogni caso, subito dopo il soccorso sarà necessario avvisare le autorità del paese più vicino. Chi non rispetterà queste regole andrà in contro a pesanti sanzioni amministrative oltre che al sequestro delle proprie imbarcazioni coinvolte.</p>
<p><strong> (Ludovica Rossi)</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Il caso &#8220;Ocean Viking&#8221; e le tensioni sull&#8217;asse Italia-Francia</strong></p>
<p>Ma vediamo ora più nello specifico i motivi che hanno portato due stati come Francia e Italia, solitamente molto collaborativi tra loro, a scambiarsi pesanti accuse reciproche e a giocare sulla pelle di centinaia di vite umane rimbalzandosi la responsabilità.</p>
<p>Si può dire che se il destino dei migranti a bordo della Humanity 1 e della Geo Barents è stato quello di trovare rifugio in Italia, quello dei 234 naufraghi in viaggio sulla Ocean Viking ha avuto un nome diverso e si chiama Francia. La nave dell’Ong “SOS Mediterranée” respinta dal governo italiano è riuscita ad attraccare nel porto sicuro di Tolone dopo una scia di polemiche politiche tra Roma e Parigi. Un’eccezione da parte del governo francese che ha accettato a fatica la “scelta incomprensibile” del governo italiano rifiutatosi di rispondere alle molteplici richieste di solidarietà.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>«Il fatto che la Francia abbia aperto le sue porte alla Ocean Viking, non vuol dire che sia stata più generosa dell’Italia»</mark> spiega <strong>Laura Zanfrini</strong>, <strong>docente di Sociologia delle migrazioni e della convivenza interetnica</strong>, all’Università Cattolica di Milano. «Stando alle cifre degli ultimi anni, <mark class='mark mark-yellow'>è vero che paesi come Germania e la stessa Francia, hanno registrato un numero maggiore di rifugiati titolari di alta protezione umanitaria rispetto al nostro Paese. Ma è pur vero che il numero degli sbarchi non può essere equiparato al numero dei richiedenti asilo».</mark> E aggiunge: «È la prima volta che la Francia si trova ad accogliere uno sbarco là dove l&#8217;Italia, da tanti anni, è sottoposta a questa pressione che, anche per le modalità con cui si manifestano questi flussi, impattano molto sull&#8217;opinione pubblica. Ma ciò non toglie che impedire lo sbarco ad una nave rappresenta un comportamento al limite, in quanto il diritto d’asilo è un diritto che va riconosciuto individualmente».</p>
<p>Dunque, per contrastare il fenomeno, ora come ora, <mark class='mark mark-yellow'>«Sarebbero necessari sforzi politici e progettuali provenienti da tutto il mondo. Ci vuole un cambio di marcia, perché ce lo impone proprio il rispetto delle vite umane».</mark> Una possibile soluzione, secondo la Professoressa Zanfrini, sarebbe quella di «Gestire le domande a livello europeo, dopodiché una volta ricevuto il riconoscimento del diritto alla protezione, permettere a queste persone di muoversi liberamente all’interno dell’Unione europea, così come avviene per altri cittadini. Entrare in una logica di suddivisione di una responsabilità storica, perché il diritto d’asilo lo abbiamo inventato noi e dovremmo essere fieri del fatto che ci sia tutta una parte del mondo che ci guarda e ci apprezza per le opportunità economiche, per la nostra libertà e democrazia».</p>
<p>Dopo aver accolto la Ocean Viking, il ministro degli Interni, Gérald Darmanin, ha adottato una linea dura contro il governo italiano, sospendendo di fatto l’accordo stipulato pochi mesi fa che prevede l’accoglienza di circa 3.500 rifugiati attualmente in Italia. <mark class='mark mark-yellow'>Le tensioni tra i due paesi si ripercuotono alle frontiere del Nord, in particolar modo tra la città di Ventimiglia e Mentone. Cinquecento uomini della gendarmerie pattugliano i passi di <strong>Ventimiglia</strong>, rotta chiave dei migranti verso la Francia</mark>. «Ma la questione dei controlli – fa sapere <strong>Alessandra Zunino</strong>, referente del progetto di accoglienza <a href="https://www.facebook.com/ventimigliaconfinesolidale/">“Ventimiglia CONfine solidale”</a> della <strong>Caritas</strong> – non è un problema nuovo. <mark class='mark mark-yellow'>I poliziotti controllano le frontiere sistematicamente dal 2016, salendo su tutti i treni che arrivano nella prima stazione francese dall’Italia. Attualmente vengono respinte 80-100 persone al giorno».</mark> Numeri che però lasciano fuori coloro i quali cercano di attraversare il confine in altri punti di passaggio: attraverso le montagne, in autostrada o accettando passaggi clandestini da passeur. «Sono 150-250 i migranti che arrivano in città e non hanno un posto dove stare. Il 98% di essi sono uomini soli, provenienti principalmente dal Sudan, Eritrea ed Etiopia. Solo il 2% sono donne o nuclei familiari di origine curda irachena, curda iraniana, afgana, siriana o libica». Un flusso migratorio completamente diverso da quello avvenuto nel biennio 2016/2017, quando il numero di migranti in cerca di rifugio arrivava fino a 600. <span class='quote quote-left header-font'>«Qualche notte fa, ho ricevuto una telefonata nella quale mi veniva detto che in strada c’era un gruppo di circa 28 persone di cui 20 erano bambini – racconta Zunino – erano buttati sul marciapiede senza nulla, solo con i vestiti addosso.</span>                                                                                                                                                                                   «Qualche notte fa, ho ricevuto una telefonata nella quale mi veniva detto che in strada c’era un gruppo di circa 28 persone di cui 20 erano bambini – racconta Zunino – erano buttati sul marciapiede senza nulla, solo con i vestiti addosso. Insieme con una mia collega, siamo corse sul posto per recuperare quelle persone in difficoltà.  Una parte del gruppo siamo riuscite a sistemarlo nella nostra casa di accoglienza, gli altri, invece, sono stati ospitati in una parrocchia. Il giorno seguente si sono sottoposti alle visite mediche offerte dalla Caritas, si sono rifocillati e poi dopo qualche ora sono andati via. Di solito alcuni passano a salutare prima di partire, altri non li rivediamo più».</p>
<p><strong>(Melissa Scotto di Mase)</strong></p>
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		<title>L&#8217;ambulatorio che cura tutti, anche in pandemia</title>
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		<pubDate>Tue, 15 Dec 2020 11:56:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Natale Ciappina]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Milano]]></category>
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		<category><![CDATA[amp]]></category>
		<category><![CDATA[Coronavirus]]></category>
		<category><![CDATA[migranti]]></category>
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		<description><![CDATA[A pochi metri dalla fermata della metro Pasteur, a Milano, c’è l’Ambulatorio Medico Popolare (AMP); al civico 28 di via dei Transiti, per la precisione, nell’angolo di un palazzo che salta ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="2048" height="1152" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/12/13603721_1016683711760118_2110625162159048798_o.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="13603721_1016683711760118_2110625162159048798_o" /></p><p>A pochi metri dalla fermata della metro Pasteur, a Milano, c’è l’<strong>Ambulatorio Medico Popolare</strong> (AMP); al civico 28 di via dei Transiti, per la precisione, nell’angolo di un palazzo che salta subito all’occhio per il rosso intenso dei suoi murales. Si tratta di uno stabile occupato dal 1975 dal centro sociale T28, e che dal 1994 ospita proprio l’AMP, in un piccolo locale che da allora offre assistenza sanitaria per tutti, in maniera gratuita. “Ci occupiamo di medicina di base per quella parte della popolazione che vive in condizioni precarie”, dice <strong>Andrea Crosignani</strong>, uno dei medici che da anni lavora come volontario.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Le persone che si rivolgono all’AMP sono migranti sprovvisti di permesso di soggiorno, o che non hanno una residenza sul territorio – un requisito indispensabile per ricevere la tessera sanitaria e avere quindi un medico di base</mark>. “Apriamo due giorni a settimana – prosegue Crosignani – e oltre a dare delle cure di base ai nostri ospiti, cerchiamo anche di indirizzarli alle strutture pubbliche in caso siano necessarie delle cure specialistiche. In sostanza facciamo il lavoro di un medico di famiglia”.</p>
<p>Quello dell’ambulatorio è un lavoro che va avanti da 26 anni, ma con l’arrivo del Coronavirus sono cambiate un po’ di cose. Dopo un primo momento di indecisione, dovuto ai possibili rischi di contagio, quasi tutti i volontari hanno deciso continuare a tenere aperto l’AMP anche durante i primi mesi di pandemia.<mark class='mark mark-yellow'>“Chiudere avrebbe significato togliere un punto di riferimento a molti. Dopo qualche riflessione abbiamo dunque deciso di restare aperti, con visite solo su appuntamento e con tutte le precauzioni del caso”</mark>, commenta<strong> Giulia Russo</strong>, la dottoressa dell&#8217;ambulatorio con cui abbiamo parlato. “È un periodo difficile: le ASL sono sempre intasate, e per chi non è nato in Italia e non parla la lingua non è semplice districarsi fra queste dinamiche.  Anche assegnare un medico di base a chi ne avrebbe diritto sembra essere diventata la cosa più difficile del mondo… insomma, il nostro lavoro deve continuare”.</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>L&#8217;Ambulatorio Medico Popolare è una realtà milanese che offre sanità gratuita per chiunque, comprese persone senza permesso di soggiorno. Anche qui la pandemia ha avuto un impatto consistente su pazienti e medici volontari</span></p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Per paradosso, durante i primi mesi di pandemia i pazienti dell’ambulatorio sono stati pochi. La causa principale di ciò, secondo Andrea Crosignani, è da identificare nella paura che hanno avuto molti, “non solo per il rischio di poter essere contagiati, ma soprattutto per il timore di essere fermati per un controllo, ed essere poi espulsi dal Paese</mark>. Un nostro paziente è stato bloccato mentre andava in farmacia. Poi ha fatto ricorso e l’avvocato è riuscito ad annullare il decreto di espulsione, ma ecco, è per dare l’idea della situazione che c’era. La conseguenza principale è stata quindi che durante il lockdown molti hanno smesso di curarsi”. Con l’allentamento delle restrizioni di giugno la situazione ha iniziato a tornare alla normalità anche in ambulatorio, che ormai accoglie circa gli stessi pazienti che riceveva in periodo pre-Covid.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Fin dalla sua nascita l’AMP ha cercato di stimolare nei propri pazienti la consapevolezza per quelli che sono i diritti di ogni essere umano. “Quello alla salute è un bisogno fondamentale – specifica Crosignani – ma va conquistato rivendicando diritti come quello all’educazione o quello dell’avere un posto dove dormire”</mark>.</p>
<div id="attachment_49174" style="width: 212px" class="wp-caption alignright"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/12/104332896_2951829428245527_8162128981771648586_o.jpg"><img class="wp-image-49174 size-medium" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/12/104332896_2951829428245527_8162128981771648586_o-212x300.jpg" alt="104332896_2951829428245527_8162128981771648586_o" width="212" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Locandina della manifestazione a cui ha partecipato l&#8217;AMP</p></div>
<p>Il 20 giugno, cioè a qualche settimana dall’effettiva fine del lockdown, l’ambulatorio ha partecipato al corteo ‘Non vogliamo tornare alla normalità’, tenutosi a piazzale Loreto. Fra tutti gli striscioni presenti ne spiccava uno più di altri, con scritto ‘Quando c’è tutto, c’è la salute: vogliamo tutto’. Per Giulia Russo si trattava di una frase volutamente provocatoria, che provava a rappresentare &#8220;gli sforzi fatti dall’ambulatorio per aumentare la consapevolezza delle persone. Ad esempio, in questi anni abbiamo cercato di valorizzare l’esperienza di una scuola di italiano autogestita, che permette alle persone di avere una maggiore autonomia, conoscendo la lingua del paese dove vivono. Quella che portiamo avanti è una lotta in favore dei fabbisogni primari delle persone, nel senso più ampio possibile”.</p>
<p>Nella scuola di italiano dava una mano anche <strong>Egbert</strong>, un uomo di origine filippina morto nei mesi scorsi, e che Crosignani e Russo ricordano così: “Faceva l’accoglienza da noi. Purtroppo tra i pazienti dell’ospedale dove faceva la dialisi c’è stato un cluster, e lui che era già molto malato non ce l’ha fatta; ha preso il Covid, ed è stato letale. Ci teniamo a ricordarlo perché nonostante il suo essere ultimo, ha sempre voluto dare il suo contributo a partire dalla scuola di italiano dove faceva il volontario, fino alla mano che dava qui in ambulatorio. Lo faceva in maniera incondizionata, anche se viveva in dormitorio e faceva fatica ad arrivare a fine mese”.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Dal 1994 l’AMP si è sempre sostenuto in maniera autonoma. Chi ci lavora lo fa a titolo gratuito, e i costi di gestione, come le bollette o le spese per materiali sanitari, vengono da donazioni, che negli anni scorsi si concentravano soprattutto nei tanti eventi benefici organizzati dall’ambulatorio</mark>. “Il problema – dice Andrea Crosignani – è che con il Coronavirus non possiamo più organizzare presentazioni di libri, cene o altre iniziative del genere. Per fortuna gran parte delle medicine ci vengono donate dal banco farmaceutico, con farmaci vicini alla scadenza che diamo via rapidamente, per evitare che vadano sprecati. Ma ci sono comunque altre spese da assolvere”. Proprio per questo, l’AMP ha organizzato una raccolta fondi. In caso vogliate contribuire, trovate ulteriori dettagli <a href="https://ambulatoriopopolare.noblogs.org/post/2020/11/03/dal-1994-lamp-cura-tutt/">a questo link</a>.</p>
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		<title>Amedeo Ricucci: Libia, da rivoluzione a guerra per procura</title>
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		<pubDate>Fri, 21 Feb 2020 15:56:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Giovanni Domaschio]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
		<category><![CDATA[al-sarraj]]></category>
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		<description><![CDATA[«Sono stato a Tripoli 20 giorni e sono arrivato alla linea del fronte con grande difficoltà: questo perché nessuno dei due belligeranti vuole far vedere che a combattere sono forze ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="960" height="541" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/02/231620902-e06d356a-9fdc-427a-a5b0-efe5acc8cfa9.jpeg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="231620902-e06d356a-9fdc-427a-a5b0-efe5acc8cfa9" /></p><p><mark class='mark mark-yellow'>«Sono stato a Tripoli 20 giorni e sono arrivato alla linea del fronte con grande difficoltà: questo perché nessuno dei due belligeranti vuole far vedere che a combattere sono forze esterne alla Libia, e che i libici non combattono più in prima linea».</mark>  Così <strong>Amedeo Ricucci</strong>, reporter di guerra della Rai di grandissima esperienza, racconta di quanto sia cambiato il conflitto libico negli ultimi anni, che da rivoluzione popolare è diventato una vera e propria «guerra per procura».</p>
<p><strong>Cosa distingue il conflitto in Libia dagli altri che ha avuto l’occasione di raccontare nella sua carriera?</strong></p>
<p>«Oggi non si può neanche più parlare di un conflitto libico.<mark class='mark mark-yellow'>La Libia ha vissuto due distinte guerre civili: la prima è la rivoluzione che ha spodestato Gheddafi, che è partita nel febbraio del 2011 ma si è trascinata fino al 2014. In quello stesso anno, con la cosiddetta &#8220;Operazione dignità&#8221; del generale Khalifa Haftar, è iniziato un secondo conflitto che si sta dispiegando con tutta la sua drammaticità adesso</mark>».</p>
<p><strong>Come sono composti i due schieramenti?</strong></p>
<p>«A Tripoli ci sono almeno 3mila combattenti siriani ingaggiati dal premier turco Ergodan che appoggiano il governo dell’accordo nazionale (Fayez al-Sarraj) e, sempre a Tripoli, ci sono migliaia di mercenari russi. La carne da macello, che combatte in prima linea, è invece composta da mercenari reclutati in Sudan e in Chad.<mark class='mark mark-yellow'>I due schieramenti rappresentano anche le due anime rivali del mondo islamico sunnita: da una parte chi difende la Fratellanza Musulmana (Turchia e Qatar) offre il proprio appoggio al presidente al-Sarraj, dall’altra chi vi si oppone (Egitto, Emirati Arabi e Arabia Saudita) supporta il generale Haftar. A subire le conseguenze di questa rivalità è la popolazione libica</mark>».</p>
<p><strong>Ormai sono passati 9 anni dal 17 febbraio 2011, inizio della prima guerra civile in Libia. Cosa chiedono ora i libici alla classe politica e alla comunità internazionale?</strong></p>
<p>«Cominciamo mettendo in chiaro un fatto molto importante: chiunque è stato in Libia sa che nessun libico rimpiange Gheddafi. Non è stato il suo spodestamento l’origine dei mali, ma la gestione poco lungimirante da parte delle potenze occidentali. I bombardamenti della Nato sono stati decisivi a spodestare il dittatore nordafricano, ma dal giorno dopo la sua deposizione le potenze occidentali hanno abbandonato i libici, che ora assistono passivamente allo scontro, non avendo più fiducia nell’attuale classe politica che ha preso il potere per vie tribali».</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>«Chiunque è stato in Libia sa che nessun libico rimpiange Gheddafi. Non è stato il suo spodestamento l’origine dei mali, ma la gestione poco lungimirante da parte delle potenze occidentali».</span></p>
<p><strong> </strong><strong>Quanto potere ha Al-Sarraj e quanto le milizie locali che lo supportano?</strong></p>
<p>«Al-Sarraj è salito al potere dopo che era stato tentato un lungo percorso di riconciliazione, ma già il suo insediamento nel 2016 avrebbe dovuto farci riflettere, perché fece fatica addirittura a entrare a Tripoli a causa dell’ostilità delle milizie tripoline. Dal 2014 in poi la città è stata oggetto delle mire dei miliziani locali che, in assenza di un ceto politico adeguato, si sono spartiti il potere. Al-Sarraj è completamente schiavo di queste milizie, che sono state integrate nei vari ministeri».</p>
<p><strong>In che condizioni, invece, vivono ora i migranti in Libia?</strong></p>
<p>«<mark class='mark mark-yellow'>Prima del 4 aprile era difficile incontrare i migranti per le strade di Tripoli, Misurata, Zintan o lungo la costa. Se ne stavano nascosti, giravano il meno possibile e provavano con vari sotterfugi ad imbarcarsi per l’Europa. Ora la situazione è diversa: si vedono centinaia di migranti per strada, molti dei quali svolgono attività al soldo dei libici, con un fenomeno di caporalato simile a quanto avviene in Italia.</mark> Secondo l’Oim, l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, al momento sono un migliaio i migranti nei centri di detenzione, contro i quasi 7mila che erano prima dello scorso 4 aprile. I migranti, però, pagano comunque il prezzo del conflitto, visto che alcuni vengono assoldati per andare al fronte ed altri non possono essere rimpatriati attraverso i programmi di rimpatrio volontario dell’Oim perché le strade non sono sicure e quindi non si possono organizzare i convogli».</p>
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