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	<title>magzine &#187; Iraq</title>
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	<description>un progetto della Scuola di giornalismo dell&#039;Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano</description>
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		<title>Il Kurdistan iracheno a tre anni dal referendum</title>
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		<pubDate>Fri, 25 Sep 2020 07:14:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Giovanni Domaschio]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Barzani]]></category>
		<category><![CDATA[Erdogan]]></category>
		<category><![CDATA[Iraq]]></category>
		<category><![CDATA[Kurdistan]]></category>
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		<category><![CDATA[Turchia]]></category>

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		<description><![CDATA[Esattamente tre anni fa, il 25 settembre 2017, si teneva nel Kurdistan iracheno un referendum per l’indipendenza della regione, autonoma ma formalmente parte dello Stato iracheno. Le votazioni hanno visto ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="960" height="651" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/09/4cb1c1528f33011e19e6bb678daa877c.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="4cb1c1528f33011e19e6bb678daa877c" /></p><p><mark class='mark mark-yellow'>Esattamente tre anni fa, il 25 settembre 2017, si teneva nel Kurdistan iracheno un referendum per l’indipendenza della regione, autonoma ma formalmente parte dello Stato iracheno.</mark> Le votazioni hanno visto il sì trionfare, con il quasi il 93% di sì. Per i curdi iracheni, che ancora oggi vivono divisi dai confini di Siria, Turchia, Iraq e Iran, questo risultato rappresentava una luce di speranza: un Kurdistan iracheno indipendente, pur non tanto esteso quanto la reale estensione dei territori a maggioranza curda, avrebbe potuto difendere gli interessi di tutti i curdi a livello internazionale, ma nulla di ciò è mai avvenuto. Abbiamo parlato di quest’occasione mancata e dell’attuale situazione che la comunità curda sta vivendo con <strong>Shorsh Surme, giornalista curdo iracheno</strong>, già responsabile culturale e presidente della Comunità curda in Italia.</p>
<p><strong> </strong><strong>Il referendum parlava di indipendenza, ma al momento sembra uno scenario ancora molto lontano. Cosa è successo?</strong></p>
<p>L’idea alla base del referendum era uscire dalla logica del trattato Sykes-Picot, con cui nel 1916 Francia e Inghilterra hanno tracciato i confini mediorientali senza curarsi del popolo curdo. <mark class='mark mark-yellow'>La speranza era che ci potesse essere un appoggio da parte dell’Occidente visti anche gli sforzi bellici dei curdi contro l’Isis in Iraq.</mark> In un altro caso d’indipendentismo di recente memoria, quello del Kosovo, il riconoscimento da parte di tutti gli stati europei, esclusi Grecia e Serbia, arrivò nel giro di 48 ore. Nel caso del Kurdistan, invece, non è mai arrivato.</p>
<p><strong>In questi tre anni sono stati fatti dei passi avanti nelle trattative tra il Kurdistan iracheno ed il governo centrale? Quali interessi trattengono il governo di Baghdad dal concedere maggiore autonomia alla regione autonoma curda?</strong></p>
<p>La trattativa è in corso, ma è un processo molto lungo e complicato. Il primo ministro iracheno Mustafa Al-Kadhimi si è recentemente recato in Kurdistan proprio per portare avanti la trattativa. <mark class='mark mark-yellow'>Il punto critico riguarda un articolo della costituzione irachena, il 140, che restituirebbe ai curdi le zone arabizzate e tolte al Kurdistan, tra cui la città di Kirkuk, ricca di petrolio.</mark> Se applicato, sarebbe di enorme aiuto dal punto di vista economico al Kurdistan, che potrebbe vendere il petrolio estratto sul proprio territorio e dare una percentuale al governo centrale iracheno, mentre al momento accade il contrario. <mark class='mark mark-yellow'>Il problema nel trattare con Baghdad è anche che negli ultimi anni il governo è diventato politicamente dipendente dall’Iran, ostile ai curdi tanto quanto la Turchia di Erdogan.</mark></p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>La popolazione vorrebbe che venissero tagliati i legami con Baghdad che spesso non manda i soldi al governo regionale. Il Coronavirus complica molto la situazione, perché non si può più protestare in piazza come si poteva fare in precedenza.</span></p>
<p><strong>Proprio parlando di Erdogan, come è recepito dalla comunità curda l’atteggiamento conciliante di Nechirvan Barzani, presidente del Kurdistan iracheno, nei confronti del leader turco?</strong></p>
<p>Il fatto è di natura non politica ma economica. <mark class='mark mark-yellow'>Erdogan investe molto denaro nel Kurdistan iracheno, la cui sopravvivenza, in assenza di alleati vicini e di appoggio internazionale, è difficile.</mark> D’altro canto, tuttavia, con il pretesto di attaccare le basi del PKK, il Partito dei Lavoratori del Kurdistan, i bombardamenti di Ankara contro il Kurdistan iracheno continuano. Questo crea una dolorosa divisione tra tutta la comunità curda, ed in particolare tra il PKK ed il Partito Democratico del Kurdistan, di cui Barzani è esponente.</p>
<p><strong>In questa situazione già molto complessa si inserisce ora anche l’emergenza Coronavirus. Quanto la pandemia ha frenato le battaglie sociali dei curdi, ora che non è più possibile attuare proteste di piazza?</strong></p>
<p>Questo è un aspetto abbastanza problematico. Quando in Italia si era nel pieno della pandemia, le televisioni curde mi interpellavano pensando che il Covid non sarebbe mai arrivato in Kurdistan. Adesso invece lì la situazione è abbastanza drammatica, anche perché non ci sono le condizioni sanitarie adeguate, e i focolai sono tanti. <mark class='mark mark-yellow'>Il malcontento, da quando c’è un governo e un parlamento regionale curdo, non è mai mancato, perché c’è sempre più squilibrio economico, e la popolazione vorrebbe che venissero tagliati i legami con Baghdad, che spesso non manda i soldi al governo regionale.</mark> Questo virus complica molto la situazione, perché non si può più protestare come si poteva fare in precedenza. Inoltre, a differenza che in Italia, in Kurdistan sono soprattutto i giovani che stanno morendo, tanto che l’OMS ha mandato una delegazione per indagare su questo fatto. La gente ne è consapevole, e anche questo fattore frena molto le proteste.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>&#8220;Né con gli Usa, né con l&#8217;Iran&#8221;, è lo slogan dei giovani iracheni</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Jan 2020 17:16:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vittorio Maccarrone]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
		<category><![CDATA[Iran]]></category>
		<category><![CDATA[Iraq]]></category>
		<category><![CDATA[Soleimani]]></category>
		<category><![CDATA[usa]]></category>

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		<description><![CDATA[«Né gli americani né gli iraniani dovrebbero stare nel nostro Paese. Non ne possiamo più della guerra». Raggiunto telefonicamente da Magzine, Hunar Hameed Majeed, giornalista proveniente dal distretto di Garmyan ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="960" height="720" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/01/iraq-2131242_960_720.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="iraq-2131242_960_720" /></p><p>«Né gli americani né gli iraniani dovrebbero stare nel nostro Paese. Non ne possiamo più della guerra». <mark class='mark mark-yellow'>Raggiunto telefonicamente da Magzine, <strong>Hunar Hameed Majeed</strong>, giornalista proveniente dal distretto di Garmyan – nel Kurdistan iracheno, vicino al confine con l&#8217;Iran – riassume i sentimenti e i pensieri sull&#8217;attuale momento che i giovani iracheni stanno attraversando.</mark></p>
<p>La recente escalation nei rapporti tra Stati Uniti e Iran preoccupa, infatti, non poco chi come Hunar crede in un possibile coinvolgimento del suo Paese in caso di guerra tra il regime iraniano e il &#8220;grande Satana&#8221;, espressione con la quale gli ayatollah definiscono gli Stati Uniti d&#8217;America. «In caso di guerra su larga scala tra Usa ed Iran – spiega Hunar – l&#8217;Iraq sarebbe coinvolto non soltanto da un punto di vista militare, ma anche sotto il profilo sociale: molti profughi iraniani verrebbero qui come già successo con i rifugiati siriani. La verità è che fino a pochi anni fa il nostro Paese è stato in guerra contro l&#8217;Isis e solo ora stiamo vivendo un periodo relativamente pacifico. Ogni prospettiva bellica ci influenzerebbe molto negativamente». «Ogni prospettiva bellica ci influenzerebbe molto negativamente».</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>«Ogni prospettiva bellica ci influenzerebbe molto negativamente», dice Humar Hameed Majeed, giornalista.</span></p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Hunar conosce bene le conseguenze di un conflitto. Lavora in una radio locale a Kalar, nel governatorato di Sulaymaniyah, ma è anche infermiere volontario presso l&#8217;ospedale della città gestito da Emergency. Qui si offre assistenza a più di diecimila sfollati, la maggior parte dei quali sono bambini.</mark> Per lui questo clima di guerra deve finire. <span style="color: #000000;"><span style="text-decoration: underline;"><a style="color: #000000; text-decoration: underline;" href="https://www.magzine.it/iraq-libero-cosa-chiedono-i-giovani-iracheni-stretti-nella-crisi-usa-iran/">Come ha spiegato la giornalista Sara Manisera</a></span>, </span>infatti, i giovani iracheni sono cresciuti in un contesto in cui armi, morte e distruzione hanno fatto parte della loro vita quotidiana. Ed è anche per questo motivo che studenti e giovani lavoratori nei mesi scorsi hanno manifestato contro l&#8217;<em>establishment </em>politico iracheno. «Finché la nostra classe politica corrotta continuerà ad essere influenzata sia dagli Stati Uniti che dall&#8217;Iran, che con le loro truppe sono presenti nel nostro territorio, noi iracheni potremo essere nel mezzo di un futuro conflitto», rincara la dose Hunar, dove per truppe iraniane fa evidentemente riferimento alle milizie sciite pro-Iran che hanno contribuito negli ultimi mesi del 2019 a reprimere le proteste contro il governo di Baghdad. Le manifestazioni degli ultimi tre mesi in diverse città dell&#8217;Iraq chiedevano la fine della corruzione, il superamento delle logiche settarie presenti all&#8217;interno della costituzione e l&#8217;indipendenza politica dall&#8217;influenza americana e iraniana.</p>
<div id="attachment_40625" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/01/Iraqi-protests.jpg"><img class="wp-image-40625 size-medium" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/01/Iraqi-protests-300x200.jpg" alt="Iraqi protests" width="300" height="200" /></a><p class="wp-caption-text">Immagini di una recente protesta anti-governativa in Iraq</p></div>
<p>Ciò che però emerge dal discorso di Hunar è la presenza di una forte componente anti-iraniana tra i giovani manifestanti. Nonostante ci sia una diffidenza generale verso tutte le truppe straniere – <span style="text-decoration: underline;"><span style="color: #000000;"><a style="color: #000000; text-decoration: underline;" href="https://www.corriere.it/video-articoli/2020/01/06/ahmad-assadi-via-americani-italiani-assieme-ad-altri-contingenti-europei-restino-pure/d55d6816-30af-11ea-b117-147517815558.shtml">ad eccezione dei soldati italiani, il cui ruolo in Iraq sembra essere più che apprezzato</a></span></span> – gli iracheni, infatti, dimostrano di essere sempre più insofferenti nei confronti dell&#8217;influenza di Teheran sul loro governo. È anche per questo che Hunar, non senza qualche contraddizione, non se la sente di esprimere una condanna netta per la morte del generale iraniano Qasem Suleimani. Anzi, la sua reazione alla notizia potrebbe essere stata condizionata dal risentimento verso chi, come Soleimani, muoveva le sue pedine in Iraq per stanare ogni manifestazione organizzata di dissenso.</p>
<p>Il giornalista-infermiere del campo di Kalar, però, desidera una cosa più delle altre: la pace. <mark class='mark mark-yellow'>Come migliaia di suoi connazionali vorrebbe un <strong>Paese libero da ingerenze straniere,</strong> che possa essere in grado di abbandonare quei vecchi schemi basati su concetti settari che, inevitabilmente, costituiscono elementi di divisione all&#8217;interno della società irachena.</mark> Schiacciato dalle ambizioni egemoniche regionali iraniane e dalla presenza trentennale – più o meno costante – statunitense in Medio Oriente, l&#8217;Iraq è sempre più sotto pressione anche internamente, con un&#8217;opinione pubblica giovane in fermento. Sempre sull&#8217;orlo di una crisi che avrebbe un impatto gigantesco nelle dinamiche mediorientali.</p>
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