<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	xmlns:georss="http://www.georss.org/georss" xmlns:geo="http://www.w3.org/2003/01/geo/wgs84_pos#" xmlns:ymaps="http://api.maps.yahoo.com/Maps/V2/AnnotatedMaps.xsd" >

<channel>
	<title>magzine &#187; illustratori</title>
	<atom:link href="http://www.magzine.it/tag/illustratori/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>http://www.magzine.it</link>
	<description>un progetto della Scuola di giornalismo dell&#039;Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano</description>
	<lastBuildDate>Fri, 17 Apr 2026 23:44:26 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
		<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
		<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=4.0.35</generator>
	<item>
		<title>Alberonero: la matematica e il potere espressivo dei colori</title>
		<link>http://www.magzine.it/alberonero-la-matematica-e-il-potere-espressivo-dei-colori/</link>
		<comments>http://www.magzine.it/alberonero-la-matematica-e-il-potere-espressivo-dei-colori/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 05 Nov 2015 15:45:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[magzine]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Milano]]></category>
		<category><![CDATA[illustratori]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.magzine.it/?p=12247</guid>
		<description><![CDATA[Alberonero, al secolo Luca Boffi, nato a Lodi venticinque anni fa, è uno più promettenti tra i giovani artisti urbani italiani. Precoce e poliedrico, ha già alle spalle dieci anni ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1080" height="719" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2015/11/12186792_947849791930373_4028429673406552271_o.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="12186792_947849791930373_4028429673406552271_o" /></p><p><a href="https://www.facebook.com/Alberonero-573624986019524/?fref=ts">Alberonero</a>, al secolo Luca Boffi, nato a Lodi venticinque anni fa, è uno più promettenti tra i giovani artisti urbani italiani. Precoce e poliedrico, ha già alle spalle dieci anni di esperienza nelle strade, prima con gli amici nella sua città e poi in tutta Italia, tra festival, murales e altri progetti.</p>
<p><strong>Da dove deriva il tuo pseudonimo?</strong><br />
Dagli alberi neri e secchi che vivono sopra i 2mila metri delle nostre montagne. È un nome che mi è sempre piaciuto.</p>
<p><strong>Quando hai scoperto la tua passione per la pittura e, in particolare, per il muralismo?<br />
</strong>Molto presto. Mi é sempre piaciuto disegnare e sporcarmi le mani con i colori. All’età di quindici anni pasticciavo già con stencil, realizzavo scritte e poesie per le vie di Lodi, la mia città.</p>
<p><strong>Qual è stato il tuo percorso formativo e chi sono i tuoi principali maestri, se ce ne sono stati?<br />
</strong><span class="s1">Il mio maestro è Roberto Alfano detto King. </span>Non ho mai studiato in Accademia, ma ho fatto il liceo e poi il Politecnico di Milano a studiare interni. La mia formazione artistica è vicina a quella di autodidatta, mischiando una lettura architettonica alla sensibilità di strada.</p>
<p><strong>Sei nato a Lodi, ma hai studiato e vivi a Milano. Qual è il tuo rapporto personale con la città? Credi che possa ancora essere considerata il centro artistico e creativo italiano?<br />
</strong>Con Milano rapporto di amore-odio, più odio che amore. Ad ogni modo credo che soprattutto in questo momento la città sia viva e piena di energia, data la rilevanza internazionale che ha raggiunto negli ultimi anni e negli ultimi mesi. Mi piace la Milano grigia e calma, di palazzi e giardini nascosti, cerco di stare il più lontano possibile dallo stress e dai ritmi nevrotici e nervosi delle persone.</p>
<p><strong>Il tuo stile è molto particolare, unico nel suo genere nell’ambito del wall-painting, a partire dall’assenza dell’elemento figurativo. Semplici sezioni geometriche, tabelle, quadrati colorati di colori caldi e accesi: la matematica unita alla luce, all’emozione, che suggerisce riferimenti precisi nell’arte contemporanea. Quale è stato il processo con il quale hai individuato il tuo stile e cosa vuoi esprimere, comunicare quando dipingi un muro?</strong><br />
<span class="s2">Tutto è nato dalla volontà di non rappresentare nulla o meglio, nulla di veramente riconoscibile. </span><span class="s3">A</span><span class="s1">zzerando la forma ed utilizzando il quadrato come mezzo di espressione pura della singola cromia, il colore si pone come elemento centrale del lavoro. Qui si formano quelle energie che permettono alle superfici di scaturire emozioni a seconda dell’ordine e dei calcoli matematici interni alla composizione. Ogni colore è capace di creare una sensazione nuova e differente rispetto al contesto ed in base alla loro disposizione, geometria e interazione si generano diverse possibilità di trasmissione sensoriale nello spazio urbano e non. Da tre anni non produco forme ma solo colori, li studio in ogni momento.</span></p>
<p><span style="color: #ffffff;">s</span><br />
<strong>Hai realizzato molte opere sulle pareti di edifici popolari, a volte degradati, fabbriche ma anche sul muri di pietre o mattoni usurate di vecchie case di campagna. L’effetto è spesso straniante, tra il grigio e la materia del muro e le tinte fiabesche dei tuoi murales, accentuato dal fatto che tu spesso non dipingi mai tutta la superficie, ma lasci scoperte alcune parti del ‘substrato’ originario. É qualcosa di voluto?</strong><br />
Il substrato originario risulta parte fondamentale del mio lavoro. Le texture delle varie superfici interagiscono in maniera attiva con la creazione delle griglie bidimensionali, il contesto ha la parte del co-protagonista nei miei lavori andando ad affiancare e alcune volte a dirigere la creazione stessa del colore.</p>
<p><span style="color: #ffffff;">s</span><br />
<strong>Quanto credi sia importante, specialmente per chi ci vive, l’abbellimento e la riqualificazione delle aree urbane con il colore e i murales?</strong><br />
Facciamo una vera e propria distinzione: meglio parlare di abbellimento, non di riqualificazione. Sono un progettista in primis e negli ultimi anni ho sentito spesso l’abuso della parola riqualificazione, utilizzata in qualsiasi contesto per mirare a scopi ben diversi. Credo che una delle parti più belle del mio lavoro sia proprio andare a scontrarsi in positivo e in negativo con le persone che vivono il posto, il palazzo o il quartiere. Le caselle di colore sono “accessibili” a tutti e proprio per questo molto spesso il dibattito che si crea risulta molto divertente ed acceso. Le persone possono partecipare direttamente alla creazione del lavoro, le coinvolgo per realizzare i loro desideri: “il giallo al centro o il rosso in cima”, &#8220;il verde in basso, sotto l&#8217;arancione&#8221;, eccetera. Queste sono senza dubbio le letture più vere e spontanee che posso ricevere durante la creazione del mio lavoro.</p>
<p><strong>Hai 25 anni, fai parte della nuova generazione di giovani creativi di arte pubblica. Hai avuto modo di confrontarti e mantenerti in contatti con i ‘pionieri’ del gruppo milanese? Quanto pensi sia cambiata la street art, sia come forme, ma anche come valori e significati, ora che il movimento non è più di nicchia ma ha un successo quasi popolare?</strong><br />
Sì, sono molto giovane ma da sempre amico dei più grandi grazie alle varie attività che ho portato avanti negli ultimi dieci anni: per esempio l’organizzazione del <em>Creature Festival</em>, da dove son passati tantissimi writers e muralisti. Non ho mai avuto grandi contatti nell’ambiente milanese, mi ritengo parte del movimento della “bassa”, tra Milano e Piacenza per intenderci. Da noi cascine e fabbriche abbandonate sparse nella pianura in mezzo alla campagna sono i luoghi preferiti, per anni frequentati con gli amici più appassionati, con cui passavo intere giornate a immaginare e a sviluppare una propria sensibilità. Non so ben definire il cambiamento in generale, credo che tutto si sia sviluppato ed espanso grazie alla rete e alla moltitudini di persone che hanno incominciato nuove strade. Il valore credo si stia impoverendo sempre più; e per valore intendo non quello economico ma quello “primo”, quello che ti smuove le cose dentro e ti porta tutta la notte a fare i disegni in giro con gli amici. Il significato non lo trovo spesso nelle cose che vedo in giro. A dire il vero, non saprei neanche dove cercarlo.</p>
<p><strong>In base alla tua esperienza, in Italia quanto pensi che sia riconosciuta oggi la street art e l’arte dei murales? Pensi che la situazione stia migliorando?</strong><br />
In Italia la situazione si sta evolvendo molto, ma non saprei dirti verso che direzione. La gente interessata é aumentata, il network si é espanso e diciamo che attualmente fa tendenza dipingere muri giganti. Con street art poi racchiudiamo in un pentolone bollente tutta una serie di elementi, personaggi e merda, che alla gente comune sfuggono &#8211; ma per comodità ogni giorno si continua a ripeterlo e a leggerlo perché va di moda. I murales son sempre esistiti ed esisteranno sempre perché derivano da una necessita umana.</p>
<p><strong>Parlaci della tua produzione in studio e dell’installazione che hai realizzato per la mostra <em>Dicotomia</em> inaugurata pochi giorni fa ad Arzignano, in provincia di Vicenza.</strong><br />
<em>Dicotomia</em> é stata una bellissima esperienza creata con l’amica Martina Merlini presso<em> Atipografia</em>. Abbiamo lavorato interagendo con lo spazio sul concetto di moto, attraverso lo studio del paradosso di Zenone ed applicandolo poi in loco con due linguaggi molto differenti ma per questo quasi complementari. Il mio lavoro riporta la luce nello spazio: i metalli riflettenti e le pitture lucide amplificano il contrasto con gli interni del luogo, mentre una scultura minimale a terra riporta la formazione di un quadrato di luce. L’installazione principale taglia il corridoio centrale accompagnando l’ingresso della luce: si va così a creare una soglia superiore a tre metri e spessa due millimetri, totalmente bidimensionale. La mia produzione vive tra la pittura ed il costruito e legare il disegno bidimensionale ad una futura tridimensionalità é una cosa che faccio spesso. Ultimamente mi soffermo molto sullo studio di paesaggi e dei colori nel paesaggio sviluppando elementi che possano offrire una differente percezione di essi, sculture, installazioni.</p>
<p><strong>Puoi raccontarci un’opera recente che hai realizzato e che hai particolarmente a cuore?</strong><br />
<span class="s2"><strong>Caseddu Vacante</strong>, uno studio sul paesaggio abbandonato salentino. Un&#8217;opera fatta per il <em>Viavai Project</em> di quest’anno. </span><span class="s4">Vuota superficie nuova-vecchia architettura piena; ventuno riflessioni diventano immagine attraverso l&#8217;annullamento dell&#8217;edificio. Dal processo di intersezione nasce il vuoto e la mimesi con il territorio e lo scomparire del costruito è accompagnato dall&#8217;apparizione del contesto e dalla sensazione di vuoto. Quel che rimane dell&#8217;edificio si trasforma di continuo, diretto dal mutare del paesaggio circostante.</span></p>
<p><strong>A cosa stai lavorando attualmente e quali sono i tuoi progetti futuri?</strong><br />
Ho diversi progetti che mi girano per la testa. La prossima settimana partirò per le montagne del Trentino a girare un documentario con altri due artisti amici.</p>
<p><span style="color: #ffffff;">s</span><br />
<strong>Qual è stato l&#8217;ultimo libro che hai letto, l&#8217;ultimo film visto, l&#8217;ultima canzone che hai ascoltato?</strong><br />
L&#8217;ultimo libro che sto leggendo é<em> Super Superstudio</em>, pieno di riferimenti e stimoli architettonici. Film: <em>Grizzly Man</em>.<span class="Apple-converted-space"> </span>Canzone a caso: <em>See birds</em> di Balam Acab.</p>
<p><strong>Di Michele Alinovi</strong></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.magzine.it/alberonero-la-matematica-e-il-potere-espressivo-dei-colori/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Fra.Biancoshock: l&#8217;arte dell&#8217;effimero in strada</title>
		<link>http://www.magzine.it/fra-biancoshock/</link>
		<comments>http://www.magzine.it/fra-biancoshock/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 30 Oct 2015 09:02:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Michele Alinovi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Milano]]></category>
		<category><![CDATA[illustratori]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.magzine.it/?p=11657</guid>
		<description><![CDATA[Fra.Biancoshock, classe 1982, è un autore unico e indefinibile nel quadro dell’arte pubblica milanese, tanto che ha dovuto coniare lui stesso un termine per descrivere la sua arte: ephemeralism. Ha scelto ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1088" height="816" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2015/10/fra-biancoshock-globalized-new-piece-prague-01.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="fra-biancoshock-globalized-new-piece-prague-01" /></p><p class="p1"><a href="http://www.fra-biancoshock.org/">Fra.Biancoshock</a>, classe 1982, è un autore unico e indefinibile nel quadro dell’arte pubblica milanese, tanto che ha dovuto coniare lui stesso un termine per descrivere la sua arte: <i>ephemeralism</i>. Ha scelto un soprannome per rimanere anonimo e si è definito, più che un artista, un «artigiano»: per lui parlano le opere che fa, senza aspettarsi in cambio riconoscimenti o celebrazioni personali. Quasi tutti i suoi interventi sono realizzati in un contesto urbano: installazioni o semplici oggetti che stimolano la curiosità dei passanti, abituati alla normalità del quotidiano. Sacchi di immondizia che diventano cosce di pollo o ragni spaventosi, peluche o una finta torta nuziale posta sul ciglio della strada. Elementi comuni che, trasformati o assemblati insieme, diventano ad un tratto <i>qualcos’altro</i>, anche se per poco. Stupiscono, provocano e spesso fanno riflettere, com’è il caso della recente trasformazione di <a href="http://milano.repubblica.it/cronaca/2015/10/06/foto/profughi-124462903/1/#1">25 segnali stradali</a> in barconi in giro per la città di Milano, chiaro riferimento al dramma dei migranti. Ma Fra.Biancoshock è anche molto altro: un continuo sperimentatore, sempre alla ricerca di nuove strade espressive e nuovi progetti, spinto dalla passione incondizionata per l’arte e per le sue potenzialità comunicative.</p>
<p class="p1"><span class="s1"><b>Da dove deriva il tuo soprannome?<br />
</b>Fra è il diminutivo del mio nome di battesimo. ‘Biancoshock’ non ha un significato particolare: so solo che quando mi è venuto in mente per la prima volta ne è nato un amore a prima vista. </span></p>
<p class="p1"><span class="s1"><b>Chi sono gli artisti da cui hai tratto più ispirazione per la tua arte?<br />
</b>Nella prima parte del mio percorso non ho avuto particolari fonti d’ispirazione: sia perché all’inizio mi concentravo su ciò che facevo e non sul perché lo facevo, ma anche perché allora Internet non offriva una documentazione approfondita su queste <i>nuove</i> correnti artistiche. Con il tempo è cambiato tutto: ho conosciuto molti artisti ed è stato sorprendente, per esempio, accorgermi che alcuni di loro avevano già sondato diverse esperienze urbane a cui avevo pensato molti anni dopo. Ho avuto modo di fare molta più ricerca, di conoscere artisti e, di conseguenza, di riconoscere le mie fonti di ispirazione. Lo so, per molti artisti è difficile confessare di ispirarsi o esser influenzati da altri: solitamente l’artista dice di ispirarsi a uno stile o a una corrente e, se proprio devono fare un nome, scelgono qualcuno vissuto almeno quarant’anni prima. Insomma, preferiscono evitare troppi contraccolpi alla dimensione del proprio ego. Io, invece, lo ammetto tranquillamente, son stato influenzato da artisti a me contemporanei: parlo di Harmen De Hoop, Brad Downey, John Fekner, SpY, Evan Roth e Dargen d’Amico.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1"><b>Nel tuo sito ufficiale ti descrivi come uno che «non si è considerato un artista finché, un giorno, ha deciso di capire realmente chi fosse e che cosa stesse facendo». Quando e come è avvenuta questa svolta?<br />
</b>Il dichiararmi un ‘non-artista’ è sempre stato un modo provocatorio per sottolineare quanto, per me, sia più importante <i>fare</i> arte che<i> essere</i> arte. Per me l’artista è un veicolo che trasmette arte, intesa come comunicazione, emozione ed attivismo. Per il resto, essere artista non conta niente. Due anni fa mi son chiesto ad un certo punto che cosa stessi facendo; nei primi tempi non ho mai avuto il tempo fisico per guardare indietro al mio percorso, ma un giorno ho deciso di farlo. Era il periodo in cui riviste e programmi tv iniziavano a parlare di me: la massa dava feedback positivi, la critica un po’ meno, le gallerie si informavano su eventuali collaborazioni. É stato a quel punto che ho coniato il termine <i>Ephemeralism, </i>un po’ per definire la mia arte, in coincidenza con l’inaugurazione della mia prima mostra personale a Milano e l’invito, pochi giorni dopo, al <i>TEDx</i> di Oporto. Giornate intense, ma indimenticabili.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1"><b>Parliamo di questa ‘<i>Ephemeralism’</i>. Puoi spiegare cosa significa questa definizione?<br />
</b></span>Non ritengo che il mio progetto artistico sia circoscrivibile nella cosiddetta <i>street art -</i> o meglio, il fatto che si attui prevalentemente in strada non significa per forza che sia street art. Ma non è neanche attivismo, né performance, né arte concettuale, ne<i> mixed-media art. </i>Così, dopo alcune discussioni con Silvia Butta Calice, che ha seguito la comunicazione del progetto <i>Ephemeralism</i>, abbiamo individuato l’elemento comune presente nei miei lavori: sono tutti effimeri, durano poco nel tempo e nello spazio ma, attraverso il loro potere comunicativo, le documentazioni fotografiche, i video e le esibizioni, possono rimanere eterne nel tempo. A questo aggiunsi un <i>“ism”,</i> per rimarcare il concetto di movimento e dinamicità.</p>
<p class="p1"><span class="s1"><b>Le tue opere urbane sono spesso delle piccole provocazioni &#8216;dada&#8217;, rielaborazioni e miscele inattese di oggetti comuni, doppi sensi dissacranti che però spesso fanno riflettere, hanno un significato profondo. Che reazioni vuoi suscitare con le tue opere?<br />
</b>Ogni mio intervento ha il suo messaggio, la sua provocazione ed il suo tema. Le reazioni possono essere diverse, a volte ne nasce una risata, altre un’arrabbiatura e spesso lasciano un pizzico di amaro in bocca. Quello che mi interessa è stimolare delle reazioni, stupire, offrire cinque secondi di riflessione. Nulla di complicato, il mondo va veloce e non ho la presunzione di porre interrogativi esistenziali all’umanità: giusto ogni tanto, interrompere e disturbare la <i>routine</i> della tua giornata attraverso un intervento che possa, per un attimo, farti ridere, innervosire o riflettere.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1"><b>Qual è il tuo personale rapporto con Milano, dove vivi da sempre?<br />
</b></span>Milano è una città dalle potenzialità incredibili, per certi versi il motore principale del Paese. In generale ho un ottimo rapporto con la città, la studio sempre e cerco in ogni suo angolo delle occasioni di comunicazione e di ispirazione. Ogni zona ha le sue storie e offre spunti di riflessione diversi: in questo senso la trovo estremamente interessante.</p>
<p class="p1"><span class="s1"><b>Puoi raccontarci un&#8217;opera recente che hai realizzato e che hai particolarmente a cuore?<br />
</b></span>Nell’ultimo anno sto collaborando con artisti residenti all’estero; sono impegni che mi stanno portando via parecchia energia, ma mi stanno anche arricchendo moltissimo, dal punto di vista artistico e umano. Collaborare a distanza implica tempistiche lunghe ed incerte, innumerevoli scambi di mail, confronti e continue modifiche del progetto <i>in itinere, </i>ma in compenso è un’esperienza indescrivibile. Spesso il risultato finale di una collaborazione dal punto di vista estetico può non essere il più bello dei lavori, ma si ha l’opportunità di conoscere il modo di ragionare e di operare di un artista che, fino a poco tempo prima, conoscevo e ammiravo solamente per i suoi lavori. La settimana scorsa ho terminato una collaborazione che, credo, rimarrà una delle più importanti del mio percorso artistico; a breve verrà pubblicata.</p>
<p class="p1"><span class="s1"><b>A cosa stai lavorando attualmente e quali sono i tuoi progetti futuri?<br />
</b></span>Nel 2015 ho deciso di prendere una pausa. La quantità di lavori realizzati quest’anno sembrerebbe dimostrare il contrario, ma in realtà sono quasi tutte opere che avevo già in cantiere, idee che avevo maturato in passato e che ho deciso di realizzare oggi. Nel frattempo sto cercando di fare più ricerca, di sperimentare nuovi mezzi e nuovi linguaggi. Mi sono reso conto che tutto ciò che ho fatto fino ad ora probabilmente è arrivato ad una sorta di capolinea e mi spaventa l’idea di non andare oltre, di non sperimentare qualcosa di nuovo. Non so bene che direzione prenderà il mio progetto (una direzione che sicuramente rimarrà fedele alla mia strada), ma credo che mi dedicherò maggiormente ad interventi di attivismo urbano. Mi dedicherò a progetti con contenuti più ‘maturi’ e più approfonditi rispetto a quella parte di trasformazioni urbane a cui ho dedicato molto tempo, ma che in realtà oggi mi sta un po’ stretta. La possibilità di sbagliare, di fare un <i>flop</i> è molto alta, ma è necessario tirare una riga e ripartire con nuovi stimoli e nuove sperimentazioni. Sto cercando di far ossigenare bene il cervello, per vedere poi fino a dove si può spingere la creatività.</p>
<p class="p1"><span class="s1"><b>Che consigli daresti a un giovane che vorrebbe intraprendere il tuo &#8216;mestiere&#8217;?<br />
</b>Che se vuole farlo, allora deve essere disposto a rinunciare alla convinzione di ‘vivere di arte’, oppure deve darsi a forme di arte urbana più ‘commerciali’, che ultimamente stanno andando discretamente bene. Io di giorno ho un lavoro comunissimo che mi serve per mantenere questo progetto e questo ha fatto sì che abbia rinunciato a molti aspetti di una vita che la società definisce “normale”. Da fuori si ha una visione distorta della cosa, ma io tutti i giorni vado al lavoro, e il tempo rimanente lo passo chiuso in un box a preparare i lavori che poi realizzo nel week-end. Il mondo ha bisogno di giovani che abbiano qualcosa da dire, ma pensiamoci bene, quando finirà ‘sta moda della<i> street art</i>…. Chi rimarrà ancora? </span></p>
<p class="p1"><span class="s1"><b>Il tuo motto è «Sorry, this artist does not exist». Pensi che la figura dell&#8217;artista debba annullarsi dietro i suoi lavori?<br />
</b>Penso che la figura dell’artista romantico, visto come colui che ha il dono divino dell’intuizione, della tecnica, della capacità di trasmettere un messaggio… sia una vera cazzata. Totalmente anacronistica, fra l’altro. La capacità dell’artista deve essere quella di raccontarsi attraverso le sue opere, di far parlare loro al posto suo, ma soprattutto egli ha la responsabilità di comunicare qualcosa a un pubblico eterogeneo. Per me chi si applica solo con la tecnica non comunicando nulla non è un vero artista, esattamente come non lo è chi comunica solo contenuti monotematici senza ricercare e proporre un modo originale, personale e visivamente efficace per presentarlo. Creare una sinergia tra queste due dimensioni è la parte più difficile, ma se riesci a farlo sei un artista. E una volta che lo diventi e ti accorgi di esserlo, a mio avviso subito te ne dimentichi, perché hai solo in testa il lavoro successivo, pensi a come renderlo nel migliore dei modi e come presentarlo alle persone. Chi è artista fa arte e basta, questa è la mia idea. Io, per esempio, a differenza di altri, non ho tempo né voglia di fare <i>Public relations </i>ai vernissage o di spendere ore su Facebook per scrivere papiri sulle mie visioni sull’arte contemporanea e sulla <i>street art</i> nei dibattiti virtuali da domenica pomeriggio.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1"><b>Qual è stato l&#8217;ultimo libro che hai letto, l&#8217;ultimo film visto, l&#8217;ultima canzone che hai ascoltato?<br />
</b>Ho finito da poco<i> Activism Doubt</i> di Harmen de Hoop e Jonas Staal e ora sto leggendo<i> L’arte nello spazio urbano </i>di Alessia Pioselli. Film? non riesco mai a finirne uno. Per quanto riguarda la musica, ascolto a ciclo continuo le ultime produzioni del rapper E-Green. </span></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.magzine.it/fra-biancoshock/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>7</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Millo, fantasie urbane in bianco e nero</title>
		<link>http://www.magzine.it/millo/</link>
		<comments>http://www.magzine.it/millo/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 16 Oct 2015 17:54:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Michele Alinovi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Milano]]></category>
		<category><![CDATA[illustratori]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.magzine.it/?p=11569</guid>
		<description><![CDATA[Millo, al secolo Francesco Camillo Giorgino, è nato a Mesagne, un paesino vicino Brindisi, ma vive da tempo a Pescara, dove ha studiato architettura. Millo si è fatto conoscere molto ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1600" height="1063" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2015/10/DSC_3434.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="DSC_3434" /></p><p><strong>Millo</strong>, al secolo Francesco Camillo Giorgino, è nato a Mesagne, un paesino vicino Brindisi, ma vive da tempo a Pescara, dove ha studiato architettura. Millo si è fatto conoscere molto presto nel mondo dell&#8217;arte urbana dopo la vittoria del concorso internazionale B.ART, grazie alla quale ha potuto dare una nuova vita agli edifici di Barriera di Milano, un noto quartiere popolare di Torino. I suoi murales richiamano un&#8217;atmosfera onirica e poetica in bianco e nero, un mondo popolato da bambini circondati da un infinito tessuto urbano. Oggi Millo è un artista apprezzato e richiesto in tutta Europa e nel mondo.</p>
<p><strong>Le tue opere sono riconoscibili al primo sguardo: ampie figure, tratti decisi, pochissimi colori e uno stile a volte un po&#8217; naïf, che deve molto all’arte del fumetto e dell’illustrazione. Chi sono gli artisti da cui hai tratto più ispirazione?<br />
</strong>Prendo ispirazione un po&#8217; da tutto. Ho sempre amato lo stile di certi artisti e fumettisti giapponesi, soprattutto il loro modo di rappresentare le figure e i bambini. Durante gli anni dell&#8217;Università ho scoperto Junya Ishigami<em>,</em> un architetto visionario e molto originale che è stato fondamentale per il mio stile e per l&#8217;atmosfera delle mie immagini. Poi devo molto al fumetto statunitense, soprattutto per l&#8217;uso del bianco e nero; cito spesso Raymond Pettibon, l&#8217;autore della famosa copertina dell&#8217;abum <em>Goo</em> dei Sonic Youth. Infine, l&#8217;immenso Keith Haring, per il suo tratto e la sua capacità di mettere inieme elementi semplici in composizioni molto articolate.</p>
<p><strong> Una volta hai dichiarato «i miei personaggi rappresentano la parte più pura di me». Perché rappresenti quasi sempre dei bambini?<br />
</strong>Perché il bambino è appunto la parte più pura e buona dell&#8217;uomo, che nessun adulto dovrebbe mai dimenticare. I bambini si accontentano di tutto, non hanno pregiudizi, sanno trovare la felicità con poco anche in situazioni difficili. Ma sono anche molto fragili e hanno bisogno di essere protetti. Con le mie opere voglio comunicare agli adulti, voglio trasmettere il messaggio che bisogna impegnarsi per lasciare loro un mondo più vivibile, meno disonesto.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il tuo lavoro sinora più ambizioso è stato quello che hai realizzato a Torino, nel quartiere Barriera di Milano, grazie alla vittoria del concorso B.ART. Puoi raccontarci come hai concepito e realizzato questo lavoro di proporzioni monumentali?<br />
</strong>É stata una vera impresa. Prima di allora avevo dipinto tre, quattro muri di grandi dimensioni, ma non mi ero mai cimentato in un progetto così ampio. Non mi aspettavo di vincere quel concorso e quando me lo comunicarono rimasi un po&#8217; di stucco. Ero felice, ma confesso di aver avuto un po&#8217; di paura di non potercela fare. Dovevo dipingere tredici grandi facciate di palazzi in appena due mesi. Sono stati giorni molto duri: uscivo di casa la mattina presto e tornavo la sera, con l&#8217;unico desiderio di fiondarmi a letto. Durante il mio lavoro ero a contatto quotidiano con gli abitanti del quartiere, uno dei più popolari e poveri di Torino. Dall&#8217;alto dei muri su cui dipingevo avevo modo di osservare quello che mi capitava attorno: le donne che andavano a fare la spesa, i negozianti, gli scolari. Ma anche barboni che rovistavano nella spazzatura, il pizzaiolo marocchino di fronte, gli spacciatori che spuntavano fuori la sera. Dalla mia posizione privilegiata ho conosciuto un microcosmo multietnico, pieno di problemi e contraddizioni, ma anche di persone di buon cuore, che spesso si fermavano a vedermi dipingere e mi mandavano segnali di incoraggiamento. Prima dell&#8217;inizio dei lavori ci sono state alcune polemiche, abbiamo dovuto organizzare qualche incontro per cercare di chiarire con i più scettici. Alla fine, però, sono stati quasi tutti soddisfatti; i più entusiasti erano i bambini, gli studenti della scuola in cui ho dipinto un muro. Alla fine del lavoro, durante l&#8217;inaugurazione, non riuscivo nemmeno a credere di essere riuscito a realizzare tutto in così poco tempo. É un&#8217;esperienza che mi ha insegnato molto in termini di impegno e sacrificio.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quanto credi nel ruolo dei murales e della street art nella riqualificazione dei quartieri più popolari e degradati?</strong><br />
Senza dubbio delle immagini positive e giocose al posto di muri grigi e anonimi possono cambiare radicalmente l&#8217;aspetto di una zona e migliorare l&#8217;umore di chi la vive nel quotidiano. Nelle aree popolari le persone quasi sempre apprezzano di più il tuo lavoro, si interessano, fanno domande. Nelle zone più ricche anche un murales oggi è considerato una sorta di lusso, qualcosa di molto meno sentito. É ovvio però che la riqualificazione deve partire innanzitutto da altri fattori più concreti: non basta abbellire le facciate per cambiare la vita dei suoi abitanti.</p>
<div style="text-align: justify;"><strong>Lo scorso aprile hai realizzato due murales molto apprezzati in via Morosini, a Milano. Cos&#8217;hai voluto rappresentare?</strong></div>
<div style="text-align: justify;">Un tempo quella zona era una discarica, ma poi è stata abbandonata e per anni ci andavano a dormire i barboni. Pochi mesi fa è stata oggetto di un bel progetto di pulizia e di ricostruzione, con la creazione del Giardino delle Culture e la promozione di iniziative come concerti e spettacoli teatrali. Mi hanno chiamato all&#8217;inizio per dipingere solo una facciata, dove in pochi giorni ho rappresentato una sorta di bambino-rabdomante alla ricerca di un cuore nel bel mezzo di una città. Poco tempo dopo sono stato chiamato per fare un altro murales nella facciata del palazzo adiacente. Ho cercato di collegare l&#8217;immagine a quella precedente, rappresentando una bambina che sparava un cuore con una gigantesca fionda legata a due grattacieli. I sentimenti dei bambini sono sempre sinceri e incondizionati, ma i due cuori possono rappresentare anche i primi amori tipici degli adolescenti, segnati dall&#8217;insicurezza e dall&#8217;inquietudine che tutti noi abbiamo provato.</p>
<p><strong>Com&#8217;è cambiata la tua vita da quando sei un artista affermato?<br />
</strong>D&#8217;estate sono un nomade. Viaggio per fare lavori in tutta Europa e in tutto il mondo, anche in città di cui non sapevo nemmeno l&#8217;esistenza e che da turista non avrei mai visitato. É una vita faticosa, parti quasi sempre da solo e stai lontano da casa anche per lungo tempo; però si ha anche l&#8217;occasione di visitare luoghi nuovi e di conoscere un sacco di persone e artisti internazionali. Durante il freddo invece rimango in studio a dipingere e conduco una vita un po&#8217; più &#8216;normale&#8217;&#8230;</div>
<p style="text-align: justify;"><strong>Hai lavorato e partecipato in numerosi festival in Europa e in tutto il mondo. Secondo la tua esperienza, pensi che l’Italia sia ancora indietro in termini di apprezzamento dell’arte urbana, anche da parte delle amministrazioni?</strong><br />
In realtà non ho riscontrato grandi differenze, in questo senso, tra l&#8217;Italia e gli altri paesi in cui ho lavorato. L&#8217;arte urbana in generale è un fenomeno totalmente riconosciuto anche da noi. Non solo nelle grandi metropoli, ma anche nelle città e nei paesi più piccoli e periferici. Molti giovani artisti, dopo aver studiato in città, sono tornati nei loro paesi d&#8217;origine &#8211; un po&#8217; per scelta, un po&#8217; per carenza di soldi &#8211; e hanno dato vita a realtà culturali molto interessanti; un esempio è il Festival di Ragusa, al quale ho partecipato poco tempo fa. C&#8217;è un ritrovato legame con il proprio territorio, insomma, uno dei pochi effetti buoni della crisi.</p>
<p><strong>Qual è il tuo personale rapporto con la città di Milano? Credi che possa essere ancora considerato il centro creativo e artistico italiano?</strong><br />
Non conosco benissimo Milano, ma dal punto di vista della street art è uno dei centri più grandi in Italia, pieno di artisti eccellenti e di belle iniziative.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Puoi raccontarci un’opera recente che hai realizzato, e che per quale motivo hai particolarmente a cuore?</strong><br />
Senza dubbio il murales che ho fatto a Vilnius, in Lituania. Sono stato molto soddisfatto per come ho sfruttato l&#8217;architettura dell&#8217;edificio: ho inserito le numerose finestre esistenti nella mia composizione, disegnando degli uccelli che uscivano come da delle gabbie. L&#8217;idea mi è venuta perché in quella strada c&#8217;erano tantissimi piccioni che svolazzavano e si posavano sui tetti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>A cosa stai lavorando attualmente e quali sono i tuoi progetti futuri?</strong><br />
Ora parto per la Bielorussa, per realizzare il mio ultimo murales del 2015. Spero di non patire troppo il freddo: ho visto che a Minsk la temperatura raggiunge i sei gradi sotto zero la sera! Poi passerò l&#8217;inverno a realizzare alcune tele per una mia mostra personale che si terrà a Parigi tra febbraio e marzo 2016.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Che consigli daresti a un giovane che vorrebbe intraprendere il tuo ‘mestiere’?</strong><br />
Bisogna partire con umiltà, trovare il proprio stile. Iniziare a dipingere su cose di piccole dimensioni e vedere come viene. Studiare le opere dei più grandi artisti, studiare il metodo di lavoro dei colleghi, fino a trovare un linguaggio personale. Il bello della street art è che non ci sono scuole, regole: ogni artista può sbizzarrirsi, fare quello che gli pare. Vihls crea opere con la dinamite: non credo che la sua tecnica potrà mai essere insegnata in un&#8217;accademia&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>«La bellezza salverà il mondo», affermava il principe Miškin ne <i>L’Idiota</i> di Dostoevskij. Sei d’accordo con questa frase?</strong><br />
Sì, anche se è quasi un&#8217;utopia. Chi è molto sensibile vede la bellezza anche in una busta di plastica che svolazza, per ricordare American Beauty. E poi c&#8217;è chi proprio non la riconosce, quelli che dicono che una figura di Picasso è brutta perché ha un occhio in alto e uno in basso. Serve un&#8217;educazione alla vera bellezza, ai suoi infiniti modi di manifestarsi ed esprimersi al di là dell&#8217;estetica superficiale. In Italia ciò è molto difficile, negli ultimi anni: purtroppo il pensiero dominante ignora la cultura, la creatività, il bello dell&#8217;essere diversi; una certa classe politica e programmi tv come il<em> Grande Fratello</em> hanno contribuito a diseducare generazioni nel perseguimento della banalità e di modelli sbagliati. In questo senso, quello della <em>street art</em> è un fenomeno che si ribella a queste logiche: scoraggia dall&#8217;isolamento davanti a uno schermo, ma si rivolge a tutti e invita alla creatività positiva, alla partecipazione.</p>
<p><strong>Qual è stato l’ultimo libro che hai letto, l’ultimo film visto, l’ultima canzone che hai ascoltato?<br />
</strong>L&#8217;ultimo film è stato <em>Inside Out</em> della Pixar. Sto leggendo una biografia di Keith Haring, ma mi sono fermato a metà, ormai da un bel po&#8217;. In macchina ho un album degli Alice In Chains.</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.magzine.it/millo/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Giancarlo &#8220;Elfo&#8221; Ascari: raccontare Milano dal Sessantotto</title>
		<link>http://www.magzine.it/giancarlo-elfo-ascari-raccontare-milano-utopie-e-sessantotto/</link>
		<comments>http://www.magzine.it/giancarlo-elfo-ascari-raccontare-milano-utopie-e-sessantotto/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 15 Oct 2015 13:35:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Michele Alinovi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Milano]]></category>
		<category><![CDATA[illustratori]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.magzine.it/?p=11549</guid>
		<description><![CDATA[Tra i grandi fumettisti milanesi un posto d&#8217;onore è riservato a Giancarlo Ascari, noto da sempre come &#8216;Elfo&#8217;. Una carriera lunga quarant&#8217;anni, la sua, iniziata in giovane età con la pubblicazione della prima storia ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1042" height="1091" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2015/10/unnamed.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="unnamed" /></p><p>Tra i grandi fumettisti milanesi un posto d&#8217;onore è riservato a Giancarlo Ascari, noto da sempre come<strong> &#8216;Elfo&#8217;</strong>. Una carriera lunga quarant&#8217;anni, la sua, iniziata in giovane età con la pubblicazione della prima storia sulle pagine di<em> Alter Alter</em>, storica testata diretta da Oreste del Buono. Nonostante una laurea in architettura, Elfo ha iniziato subito a lavorare nel campo del fumetto e dell&#8217;illustrazione. Elfo ha ambientato moltissime storie nella sua Milano (città in cui vive da quando aveva cinque anni), riuscendo a raccontarne i molteplici aspetti, le contraddizioni, le mille facce e i mutamenti che si sono susseguiti negli ultimi quarant&#8217;anni. Dai racconti noir, al suo personale ricordo del &#8217;68, ai costumi e alle abitudini dei milanesi, Elfo ha dedicato pagine a una metropoli spesso inafferrabile, con un&#8217;anima che si svela soltanto &#8220;a chi la sa guardare&#8221;. In questa lunga intervista Elfo racconta il suo lungo percorso, dai lontani esordi fino all&#8217;ultima fatica, <em>L&#8217;arte del complotto</em> (Rizzoli), un ritorno al noir e alla fantascienza.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Quando è nata la tua passione per il disegno e per il fumetto?<br />
</strong>Da bambino disegnavo su qualunque pezzo di carta mi passasse sotto il naso. Mio padre dipingeva e insegnava storia dell&#8217;arte, quindi sono cresciuto tra colori, tavolozze e libri di pittura. In qualche modo sono stato abituato fin da piccolo a leggere e a capire le immagini.</p>
<p><strong>Quali sono, se ci sono, quelli che ti senti di definire i tuoi principali maestri?<br />
</strong>Will Eisner, José Muñoz e Carlos Sampayo, ma anche Robert Crumb e Moebius.</p>
<p><strong>Hai studiato architettura e solo in età matura hai deciso di dedicarti al fumetto a tempo pieno, (nonostante tu abbia iniziato a pubblicare storie molto presto). Si tratta di un percorso comune a diversi illustratori e fumettisti, come Guido Scarabottolo e Carlo Stanga &#8211; architetti pure loro &#8211; o Vittorio Giardino, affermato ingegnere elettronico. Cosa ti ha portato a scegliere questa strada?<br />
</strong>Ho iniziato con i fumetti subito dopo la laurea, non ho mai esercitato la professione di architetto. Mi sarebbe piaciuto progettare case popolari, ma già negli anni Settanta ormai si facevano solo arredamenti, villette e lampade: non era il mio genere. Per questo ho deciso di trasformare la mia passione in un lavoro: prima ho realizzato un libro di strip, <em>Lo statuto dei lavoratori illustrato</em>, poi sono andato con le prime due tavole di una storia dal grande Oreste Del Buono, ai tempi direttore di <em>Linus</em>. Mi ha detto di finire quella storia perché l&#8217;avrebbero pubblicata su<em> Alter Alter.</em> Un buon inizio, considerato che quelle erano le prime due pagine di fumetti che facevo in assoluto. Mi piaceva raccontare di Milano creando storie tra il grottesco, il giallo e la fantascienza. Il protagonista era un detective un po&#8217; sfasciato omonimo di un grande cronista dell&#8217;Ottocento: Paolo Valera. Poi ho cominciato a collaborare col <em>Corriere dei Piccoli</em> e, quasi senza accorgermene, scrivere e disegnare è diventato il mio lavoro. Ho pubblicato fino alla fine degli anni Ottanta su <em>Alter Alter</em>,<em> Linus</em> e altre testate. Quanto al rapporto tra architettura e fumetto, credo che entrambi necessitino della capacità di raccontare con le immagini. Anche un edificio è una storia visiva.</p>
<p><strong>Hai iniziato negli anni Settanta, nel periodo di maggiore fortuna e popolarità del fumetto italiano, tra grandissimi autori, riviste e albi letti da centinaia di migliaia di persone. Qual è il tuo personale ricordo di quegli anni di grande fermento per il fumetto italiano?<br />
</strong>Il fumetto d&#8217;autore allora era l&#8217;unico medium che proponesse immagini non banali e omologate. Va tenuto presente che c&#8217;erano un paio di canali tv e stop, le figure erano merce rara. I lettori aspettavano per un mese il seguito di una storia, circa otto pagine a puntata. Fare fumetti diventava un modo per creare universi impossibili o raccontare in tempo reale il presente: basti pensare alle pagine di Andrea Pazienza sul &#8217;77 bolognese.</p>
<p><strong>Ti sei trasferito a Milano molti anni fa e nel 2013, in collaborazione con Matteo Guarnaccia, hai realizzato <em>Quelli che Milano</em>, a metà tra un dizionario illustrato e una guida turistica sulla città. Qual è il tuo rapporto con Milano?<br />
</strong>Vivo a Milano da quando avevo cinque anni e qui ho fatto tutte le scuole, liceo metà al Parini, negli anni del <a href="http://www.liceoparini.org/parini/inserto/zanzara/zanzara.htm">Caso Zanzara</a>, e metà al Manzoni. É la mia città e l&#8217;ho vista trasformarsi da metropoli industriale a capitale del terziario. In realtà non è stata un transizione né facile né piacevole e con Matteo Guarnaccia ho cercato di raccontarla in quel libro riprendendo storie antiche e di ieri. Ora però la città sta assestandosi e ricostruendo un suo ruolo, grazie a un&#8217;amministrazione finalmente degna di Milano.</p>
<p><strong>Sono passati ormai 10 anni da <em>Love Stores</em>, il tuo acclamato libro a fumetti edito da Coconino Press, una casa editrice che di fatto ha contribuito a segnare la storia del fumetto italiano più recente. Dopo tutto questo tempo, che opinione hai della tua opera? Quanto pensi che rifletta la società degli anni Zero</strong>?<br />
Non mi risulta che alcun mio lavoro sia stato &#8216;acclamato&#8217;, anche se in genere chi legge i miei libri li ama abbastanza. In verità, mi considero un po&#8217; estraneo rispetto alle istituzioni e ai rituali del fumetto. Sono tornato ai comics abbastanza di recente, nel 2005. Igort di Coconino voleva pubblicare in volume le storie di Paolo Valera, ma ho preferito fare qualcosa di nuovo: così è nato <em>Love Stores</em>. Dagli anni Settanta a quel momento avevo coordinato una cooperativa di autori, Storiestrisce, scritto e disegnato per giornali e riviste (come<em> La Repubblica</em>, l&#8217;<em>Unità</em>,<em> Linea d&#8217;Ombra</em>, <em>Alfabeta</em> eccetera), codiretto il mensile <em>Tic</em>, lavorato come disegnatore di redazione e critico di immagini a <em>Diario</em>. Negli anni Zero non esistevano più le riviste di fumetti e l&#8217;unico formato in cui raccontare storie era il libro. Ma ho sempre cercato di fare libri dalla struttura irregolare: racconti uniti da fili che si incrociano, piccoli saggi o romanzi in cui i generi narrativi entrano in rotta di collisione. Ho seguito una mia ricerca ibridando politica, fiction, divulgazione, divagazione. Mi annoia portare in giro lo stesso personaggio per decine di pagine.</p>
<p><strong><br />
</strong><strong>Che opinione hai della situazione attuale del fumetto? Pensi che esistano ancora buoni autori e buone storie?<br />
</strong>É un ottimo momento, forse il migliore che ho mai visto. Mai i libri a fumetti hanno venduto come ora e ci sono un sacco di autori che portano freschezza, bravura e cultura. Mi piacciono Marco Corona, Tuono Pettinato, Paolo Bacilieri, Gipi e tutti quelli che partendo da se stessi sanno raccontare il mondo. Non mi interessa molto chi segue il percorso opposto.</p>
<p><strong>Internet ha senza dubbio fatto la fortuna di moltissimi autori, ma ha anche portato alla diffusione, soprattutto sui social, di strip molto banali, spesso volgari e finalizzati alla facile battuta ‘acchiappa-like’. Per te il web ha recato più benefici o più danni al fumetto di qualità?<br />
</strong>Vedo più i  benefici: grazie al web è nato un autore come Zerocalcare, a cui si deve l&#8217;aver riportato nei fumetti, con la giusta dose di ironia e autoironia, temi come  la solidarietà internazionale e l&#8217;antirazzismo. Mi pare quasi un miracolo, in un clima degradato come quello odierno, che qualcuno così giovane sappia conquistare un grande successo tenendo ben saldi alcuni principi etici fondamentali.</p>
<p><strong>Nel 2013 tu e Matteo Guarnaccia avete pubblicato <em>Il Barbarossa</em>, una sorta di almanacco che rievoca i particolari, gli oggetti e i vecchi riti della nostra società, ormai quasi definitivamente superati con il nuovo Millennio. Secondo te cosa rimane di questo immaginario, di questo universo di tradizioni famigliari del secolo scorso?<br />
</strong>Il libro voleva essere una versione irregolare del Barbanera e dei vecchi almanacchi, come quelli era diviso per stagioni. Aveva un tono ironico e parodico, al posto dei santi e delle feste raccontava rivolte, ribelli e bizzarrie varie; non tradizioni familiari. Direi che ribadire un&#8217;attitudine beffarda rispetto allo stato delle cose non è affatto cosa superata.</p>
<p><strong> Qualche anno fa hai pubblicato <em>Sarà una bella società, </em>che racconta il viaggio infinito nel Paese di Utopia, la società perfetta, il paese della felicità: un sogno, un&#8217;utopia, appunto. Tu come vedi la società di oggi?<br />
</strong>Piuttosto distopica.</p>
<p><strong>Nel 2008, a distanza di quarant&#8217;anni, è uscito <em>Tutta colpa del ’68</em>, in gran parte autobiografico: hai saputo raccontare gli ideali, i sogni, ma anche la voglia di ribellione dei ragazzi, soprattutto dei più “timidi”. Come racconteresti quel periodo ai ragazzi di oggi?<br />
</strong>Quel che volevo dire sul &#8217;68 l&#8217;ho raccontato in questo libro, mi pare in modo esteso e sincero. Ma forse riprenderò il tema, perché ritengo che quel periodo resti l&#8217;ultimo esempio di rottura generazionale e radicale cambiamento culturale. Da allora si continuano a riciclare musica, moda e linguaggi nati in quegli anni. Genitori, figli e nipoti usano ancora lo stesso alfabeto visivo e sonoro. Non era così  per la mia generazione rispetto a quella precedente. Quando oggi vedo uno spot pubblicitario con musica di Nick Drake, mi sembra di vivere in una bolla spazio-temporale bloccata agli anni della mia adolescenza.</p>
<p><strong>Qualche mese fa hai pubblicato il tuo ultimo libro a fumetti, <em>L’arte del complotto</em>, un’opera noir molto diversa dai tuoi lavori precedenti, dove hai usato uno stile molto particolare. Perché hai deciso di creare questa storia?<br />
</strong>Un libro di una storica inglese, Francis Stone Sanders, in italiano edito da Fazi come <em>Gli intellettuali e la Cia</em>, mi ha fornito un mare di spunti per tornare ai vecchi amori: il noir, la fantascienza, la politica. É un lavoro che è stato molto divertente realizzare: tutto in grigi da vecchio telefilm, zeppo di personaggi improbabili e missioni impossibili. Ma la storia racconta anche con documentazione impeccabile il ruolo dell&#8217;arte durante la Guerra Fredda, per me una vera scoperta.</p>
<p><strong>A cosa stai lavorando attualmente? Progetti futuri?<br />
</strong>Sto pensando a una nuova avventura del Prete, il protagonista di <em>L&#8217;arte del complotto</em>, ambientata qualche anno dopo il 1964, anno in cui avviene la storia del primo libro. Poi da un paio d&#8217;anni scrivo e disegno con Pia Valentinis libri per ragazzi, un settore editoriale estremamente vivace e creativo in questo momento. Abbiamo realizzato un volume su Monet per la Royal Academy di Londra (edito anche in Francia e in Italia da Lapis) e uno sul cibo, <em>YUM!</em>, per Franco Cosimo Panini. Ora lavoriamo a parecchi progetti: per ragazzi e non, per editori italiani e non.</p>
<p><strong>Il fumetto, per le sue potenzialità narrative, è stato spesso paragonato al cinema. Negli ultimi anni è scoppiata la mania della serie tv come genere artistico e narrativo per eccellenza del nuovo millennio: le tv series più famose, pur trattandosi di prodotti commerciali, hanno raggiunto livelli di profondità e qualità narrativa estremamente alti. Tu hai avuto modo di appassionarti al genere? Pensi che possano esserci elementi in comune e di scambio con il fumetto?<br />
</strong>Non riesco neanche a pensare di sorbirmi intere serie tv. Non so star fermo davanti al video per un&#8217;ora: preferisco girovagare sul computer, leggere libri di carta, camminare, disegnare.</p>
<p><strong>Se esiste, dimmi un film, un’opera d’arte, ma anche solo una frase o un verso di una canzone a cui ti senti affezionato o che ti rappresenta.<br />
</strong>Un verso di una canzone di Fausto Amodei: «Anche domani non ci potrà mancare qualcosa da aspettare!».</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.magzine.it/giancarlo-elfo-ascari-raccontare-milano-utopie-e-sessantotto/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Microbo, l&#8217;infinitamente piccolo della natura</title>
		<link>http://www.magzine.it/microbo-linfinitamente-piccolo-della-natura/</link>
		<comments>http://www.magzine.it/microbo-linfinitamente-piccolo-della-natura/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 03 Oct 2015 14:37:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[magzine]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Milano]]></category>
		<category><![CDATA[illustratori]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.magzine.it/?p=11805</guid>
		<description><![CDATA[Microbo è nata e cresciuta a Catania, nella bella Sicilia, terra del sole e della natura selvaggia. Da qui è partita molto presto e ha viaggiato in tutta Europa e non ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1200" height="800" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2015/11/microbo-new-mural-for-viavai-project-03-1200x800.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="microbo-new-mural-for-viavai-project-03-1200x800" /></p><p lang="en-US"><a href="http://www.microbo.com/"><span style="color: #0739c8;"><span lang="en-US"><span style="text-decoration: underline;"><b>Microbo</b></span></span></span></a><span style="color: #262626;"><span lang="en-US"> </span></span><span style="color: #000000;"><span lang="en-US">è nata e cresciuta a Catania, nella bella Sicilia, terra del sole e della natura selvaggia. Da qui è partita molto presto e ha viaggiato in tutta Europa e non solo. Ha vissuto e studiato a Londra per qualche anno, poi è tornata in Italia, a Milano, dove vive ormai da quindici anni con il suo attuale compagno, Bo130, artista pure lui. </span></span>Microbo vede nella strada il luogo più adatto in cui liberare la propria fantasia creativa, poiché per lei è la città il luogo ideale per esporre il proprio pensiero, dato che è accessibile a tutti. Oggi Microbo è una degli street artist più affermati a livello italiano e internazionale.</p>
<p><span style="color: #262626;"><span lang="en-US"><b>Quando ti sei avvicinata per la prima volta alla street art?<br />
</b></span></span><span style="color: #262626;"><span lang="en-US">E&#8217; stata ‘colpa’ di Bo130. Ci siamo conosciuti a Londra, dove ho vissuto quando avevo circa vent’anni. Anche se anche io ho avuto una formazione underground, nella mia Sicilia non si vedevano tanti graffiti: li ho visti per la prima volta negli anni Ottanta a Milano, e poi a Parigi e in Germania.<br />
Bo faceva graffiti da anni: si era formato tra Milano e gli Stati Uniti e viveva a Londra da molto tempo. Fu lui che cominciò a spiegarmi meglio i vari stili e i vari personaggi che avevano fatto la storia dei graffiti dagli anni Sessanta in poi e la sua passione contagiò subito anche me. Nell’arte in strada ho trovato un luogo di espressione per il mio animo libero e ribelle; inoltre, in generale, vedevo nelle azioni individuali in strada un gesto di dissenso contro l’invasività della pubblicità.<br />
A Londra, dove ho studiato grafica, la nascita della computer graphic negli anni Novanta aveva permesso a chiunque di rielaborare le immagini con facilità, di riprodurle attraverso stickers, posters e manifesti. Così, grazie alle prime rudimentali stampanti da casa, cominciai ad “incollare” e a “stencilare” sui muri in giro per la città con Bo130. Proprio perchè cominciavo a lavorare come grafica e illustratrice per delle agenzie pubblicitarie &#8211; e quindi cominciavo anche io ad addentrarmi e a capirne meglio sui meccanisimi psicologici che inducono a consumare &#8211; per me non erano i graffiti, ma i cartelloni e manifesti pubblicitari che deturpavano i muri e le strade delle città: erano creati spesso senza il minimo gusto estetico, a volte persino volgari, ma soprattutto imposti alla società con l’unico scopo di vendere dei prodotti. Questo per me era un modo di compensare e partecipare attivamente ad una sorta di rivoluzione culturale contro il consumo abulimico dell’umanità, motivata anche da un saggio fondamentale che uscì in quegli anni, <em>No logo</em>, di Naomi Klein. Per questo, all’inizio, emulando le grandi aziende, ho creato il mio logo, la mia firma. L&#8217;ho fatto per manifestare il mio essere, la mia unicità come persona; un’identità unica e inconsumabile che può essere vista ovunque, esattamente come le pubblicità, ma senza nessun altro tipo di finalità commerciale. Era anche un gesto simbolico per segnalare la mia presenza a chi, come me, sentiva la stessa esigenza creativa, il mio stesso disagio. </span></span></p>
<p><span style="color: #262626;"><span lang="en-US"><b>All’inizio del nuovo Millennio tu e Bo vi siete trasferiti a Milano per iniziare una nuova vita. É qui che sei diventat</b></span></span><span style="color: #262626;"><span lang="en-US"><i><b>a street artist</b></i></span></span><span style="color: #262626;"><span lang="en-US"><b> a tutti gli effetti.<br />
</b></span></span><span style="color: #262626;"><span lang="en-US">Pensavamo da tempo di ritornare in Italia. Avevamo 28, 29 anni. Eravamo entusiasti, carichi di aspettative e di voglia di fare. A Londra, come ti dicevo, avevo già iniziato a fare stencil e stickers e poster, ma è stato a Milano che ho maturato il mio stile, e la mia identità di “Microbo”. Gli anni Novanta erano stati un periodo nero per i graffiti: leggi repressive punivano molto aspramente gli street artist, anche dal punto di vista penale. Inoltre, i graffiti erano visti come qualcosa ormai passato di moda. La nuova ondata di creativi dei primi anni Zero ha dimostrato che la street art, intesa come arte pubblica e libera, era più viva che mai, pronta per essere sprigionata e ricevere il riconoscimento che oggi, finalmente, ha conquistato.<br />
</span></span></p>
<p><span style="color: #262626;"><span lang="en-US"><b>Nel frattempo, hai continuato il tuo lavoro di illustratrice e di grafica. Rispetto a Londra, quanto era indietro l’Italia, da questo punto di vista? </b></span></span><span style="color: #262626;"><span lang="en-US"><br />
Era il periodo dei cacciatori di teste che cercavano creativi qualificati da tutto il mondo che avessero una buona conoscenza di computer graphic: in questo senso, in questo Paese si era indietro anni luce, sia come strumenti che competenze, ma soprattutto come mentalità.<br />
Lavorare nelle agenzie pubblicitarie, nonostante all’epoca fosse ben remunerato, era frustrante, c’era poco spazio per osare e per sviluppare idee originali, i clienti spesso ti guardavano come se avessero di fronte ad un alieno.<br />
L’unica industria aperta a idee nuove era ovviamente quella tecnologica, ma anche quella musicale. Così i primi anni a Milano, insieme ad un gruppo di altri creativi tra videomakers, musicisti, grafici e pittori, che come noi erano tornati in Italia da diverse città straniere all’inizio del nuovo Millennio e che, come noi, sentivano l’esigenza di poter mettere in pratica ciò che avevamo assorbito in altri luoghi, iniziammo a unire le forze. Di giorno lavoravamo ognuno nelle rispettive agenzie, di notte insieme sperimentavamo a 360 gradi la creatività “repressa” tra video indipendenti, graffiti, e alternandoci come veejay in eventi vari, durante i concerti o semplicemente in serate nei locali, sotto il nome di <em>Sunwukung Hardcore Entertaiment.</em><br />
Anche se (per quel che mi riguarda) alla fine la parte pittorica ha preso il sopravvento e la sperimentazione video è durata solo pochi anni, non sono mancate le soddisfazioni: sia io che Bo130 abbiamo lavorato a fianco di diversi artisti internazionali, come i Rem, Dj Cucculluto e Jah Shaka, per citarne qualcuno, così come per le maggiori etichette discografiche ma anche indipendenti, come la <em>Easytempo. </em></span></span></p>
<p><span style="color: #262626;"><span lang="en-US"><b>Piano piano, ti sei affermata nel panorama internazionale come ‘Microbo’. Perché hai scelto questo nome?</b></span></span><span style="color: #262626;"><span lang="en-US"><br />
Nasce principalmente dalla mia esile statura e dalla mia timidezza. É vero, ho una certa parlantina, ma in fondo sono molto riservata e non mi è mai piaciuto avere gli occhi puntati addosso. Mi hanno sempre associato a qualcosa di piccolo, ed io mi associavo già ad un piccolo insetto, così cercavo qualcosa di veramente piccolo per creare il mio ‘personaggio’. Arrivò ‘Microbo’ per caso e da una battuta sul mio vero nome, tra una chiacchera e un’altra, ma mi piacque subito perchè era una creatura molto ma molto più piccola di un insetto.<br />
Il microbo è proprio l’essere vivente più piccolo della Terra, ed è invisibile all’occhio umano. Automaticamente, mi sono appassionata al comportamento microbiotico e ho iniziato ad informarmi un po’ di più, scoprendo in giro tantissime cose che non sapevo. Ho scoperto, ad esempio, che i microbi sono gli abitanti più numerosi di questa Terra e se ne conosce ancora solo l’1% della loro totalità; sono responsabili di molte cose, come la fermentazione del pane e del vino, simboli sacrali per eccellenza. Sono quasi tutti innocui anzi indispensabili alla vita e vivono in modo autonomo, a differenza dei<a class="epaveylomkd" title="Click to Continue &gt; by macshop" href="#27421063"> virus<img src="http://magzine.it/wp-content/uploads/2015/11/arrow-10x10.png" alt="" /></a>, che per poter sopravvivere devono “occupare” il corpo di altre creature: una differenza non così distante da quella che separa certi ‘buoni’ da certi ‘cattivi’ nella nostra umana società. É da allora che ho iniziato quindi a disegnare i miei primi esserini privi di arti e fluttuanti nell’aria che nel tempo sono diventati una sorta di alfabeto visuale sulla quale costruire le storie delle mie opere.<br />
Nelle mie creazioni, partendo dai microbi, alla base di tutto ho così deciso di rappresentare l’organicità, la bellezza della natura, l’unicità di ogni essere vivente e la capacità che ha di mescolarsi, in ogni senso, per creare qualcosa di nuovo, di diverso ogni volta, partendo da dei “moduli” base remixati tra loro.</span></span></p>
<p><span style="color: #262626;"><span lang="en-US"><b>Quali sono i tuoi maestri a cui ti sei ispirata, se ce ne sono stati?<br />
</b></span></span><span style="color: #262626;"><span lang="en-US">Non sono in debito con nessuno per la mia arte, e allo stesso tempo a migliaia di persone: tutto e tanti hanno contribuito a insegnarmi qualcosa. Se devo dare un nome, in assoluto, non posso non citare Chris Ofili per aver ricevuto una sorta di scossone iniziatico. Si tratta di un famoso esponente afroamericano della</span></span><span style="color: #262626;"><span lang="en-US"><i> Young British Art o Shocking art.</i></span></span><span style="color: #262626;"><span lang="en-US"> Conobbi le sue opere a Londra, alla mostra</span></span><span style="color: #262626;"><span lang="en-US"><i> Sensation</i></span></span><span style="color: #262626;"><span lang="en-US">, che ai tempi fece scalpore in tutto il mondo. Mi piacque la sua pittura, che fondeva la cultura aborigena ed elementi di sacralità pagana con un immaginario pop occidentale; mi colpirono in particolare alcune tele piene di linee tracciate con una semplice bic. Quando tornai a casa iniziai anch’io a coprire i fogli di linee, guidata solo dal ricordo di quelle tele. Divenne un’ossessione e fu molto importante per la nascita del mio stile. Fu come se Ofili avesse risvegliato in me qualche ricordo sopito di una vita passata…</span></span></p>
<p><span style="color: #262626;"><span lang="en-US"><b>Per te cos’è la street art?</b></span></span><span style="color: #262626;"><span lang="en-US"><br />
Vorrei puntualizzare una cosa: non mi è mai piaciuto il termine </span></span><span style="color: #262626;"><span lang="en-US"><i>street art. </i>S</span></span><span style="color: #262626;"><span lang="en-US">e chiedi un po’ a tutti quelli che hanno iniziato per gioco anni fa, ti dicono la stessa cosa. A gente <em>come noi</em> non sono mai piaciute le etichette e ogni volta che ci veniva chiesto come si chiamava quello che facevamo, visto che sembrava diverso dai graffiti classici, noi rispondevamo: &#8220;non c&#8217;è una definizione&#8221;. Ognuno di noi aveva voglia di essere uno spirito pazzo e ribelle senza essere imprigionato in una sola parola. Posso affermare che la street art non esiste. Esistono luoghi dove si rendono pubbliche delle opere, che sia un edificio o una strada, un museo o galleria: il fine è sempre lo stesso, comunicare qualcosa &#8211; attraverso la pittura, la scultura, l’installazione, eccetera. Quando mi confronto con altre persone, che fanno quello che faccio io, non pongo distinzioni tra chi è street artist e chi non lo è, ma tra persone che ritengo intelligenti e curiose e chi no: così è diviso il mondo. É il lato bello della globalizzazione, che ha permesso l’unione e la collaborazione fraterna e pacifica tra persone, culture, e universi totalmente differenti. Durante il mio soggiorno a Londra ho imparato a cancellare qualsiasi tipo pregiudizio, perché ognuno ha la propria storia, le proprie tradizioni, il proprio vissuto, ugualmente degno di essere affermato.</span></span></p>
<p><span style="color: #262626;"><span lang="en-US"><b>Per te la street art, o come vogliamo chiamarla, che ruolo può avere ancora oggi, che esempio e che significato può esprimere?<br />
</b></span></span><span style="color: #262626;"><span lang="en-US">Ultimamente mi è capitato spesso di riflettere sui progressi fatti in questi 15 lunghi anni. Solo alcuni anni fa era impensabile che un Comune offrisse spazi liberi da dipingere, come ad esempio le operazioni fatte a Quarto Oggiaro, o la lista dei 100 muri sparsi per la città, messi a disposizione dal Comune di Milano; così succede a Roma e in molte altre città nel mondo. Questa maggiore apertura ha permesso agli artisti di trovare il tempo per elaborare opere più belle e curate dal punto di vista estetico, senza dover finire in fretta a tutti i costi con il timore di venire scoperti e arrestati dalla polizia. Vedi, io ho studiato psicologia per l’infanzia e, da brava montessoriana, non credo affatto nel metodo repressivo per educare la società. É un sistema che ha clamorosamente fallito nella lotta alla droga, alla delinquenza e anche all’arte di strada, che di criminale non ha proprio nulla. Anni di leggi durissime contro i graffiti, hanno messo in enormi difficoltà i veri artisti, portando alla prolificazione di tag e scritte sui muri. Perché a tracciare la propria firma con lo spray ci si mette 30 secondi.<br />
Oggi le cose sono decisamente migliorate: non si contano più i festival, i contest e le iniziative dedicate ai graffiti. Ho notato che la gente ci apprezza, non ha gli antichi pregiudizi nei nostri confronti e in generale ricomincia ad avere un senso estetico più sviluppato, perlomeno più consapevole: non sopporta più, ad esempio, certe ingerenze a fini pubblicitari ed è la gente stessa che oggi vuole più arte in strada, e questo sicuramente è un bene. Dall’altro lato, però, oggi si è perso, in parte, quello spirito originario che animava gli &#8220;animi ribelli&#8221;. La voglia di creatività, gratuità e disinteresse assoluto che fondava tutto il nostro movimento. Da quando i graffiti sono diventati mainstream, molti giovani hanno creduto che, buttandosi in strada, avrebbero avuto quei 15 minuti di celebrità, così oggi spesso si va in strada per la visibilità. Come se armarsi di spray e dipingere su un muro gigante basti per farti diventare un artista affermato. Ma così posso anche parlare di quegli artisti più maturi, che fino a qualche anno fa snobbavano la strada, rincorrendo i galleristi e considerando la strada un luogo démodé: gli stessi che oggi vogliono essere tutti in strada perché è “tornata di moda” e ci si può fare un sacco di soldi…<br />
Vedendola in positivo, credo però che tutto questo sia un giusto prezzo da pagare per avere in cambio quella libertà e quel giusto riconoscimento che per anni è mancato. Nel mucchio, poi, vedo qualche ragazzo davvero bravo che ha moltissimo da dire. In ogni caso la strada da sempre rappresenta, nel bene e nel male, la contemporaneità. </span></span></p>
<p><span style="color: #262626;"><span lang="en-US"><b>Vedo che le tue opere sono cambiate rispetto a quelle degli anni passati.<br />
</b></span></span><span style="color: #262626;"><span lang="en-US">Ci sono voluti molti anni per costruirmi una sorta di “alfabeto” visuale con il quale poter comunicare; all’inizio le mie opere si focalizzavano sui singoli personaggi, e sul mio stile immaginario, anche se in ogni progetto ho sempre tentato di raccontare delle storie. Nel tempo io sono cambiata e così il mio lavoro, di conseguenza. La ricerca sulla natura organica delle creature invisibili e l’impatto che esse hanno sull’ecosistema mi hanno portato a ragionare su molte altre cose che esistono o che ci influenzano nonostante siano invisibili. </span></span>Tutto ciò che è invisibile è percepito dall’uomo come mistero, che in origine era considerato sacro; oggi il mistero viene visto spesso come simbolo di ignoranza e superstizione o passa per follia, eppure solo dalla ricerca dell’invisibile possiamo individuare la strada per tornare a “casa” e ritrovare il senso dell&#8217;Essere. O<span style="color: #262626;"><span lang="en-US">ggi i miei microbi non hanno più quell&#8217;originario spirito di ribellione e sono diventati protagonisti di storie fantastiche classiche e contemporanee, ma anche personificazioni di miti e leggende antiche. </span></span></p>
<p><span style="color: #262626;"><span lang="en-US"><b>Quali sono stati i tuoi ultimi lavori più importanti che ti senti di raccontare?</b></span></span><span style="color: #262626;"><span lang="en-US"><br />
Più che i miei lavori, ciò che conta per me sono le esperienze di vita legate al mio lavoro. Quelle che lasciano un segno e che mi hanno dato l’opportunità di cambiare dentro, per poi rigettarlo fuori attraverso i miei dipinti. Uno dei progetti più recenti e più entusiasmanti è stato <em>Du Graffiti dans Les Voiles</em> (“Graffiti sulle Vele”), un progetto a cui ho partecipato insieme ad altri 8 artisti di varie nazionalità e una troupe cinematografica capitanata dal regista libanese Sami Chalak, in una delle zona più povere del Madagascar nella parte a Sud della costa che da sul canale di Mozambico. L’intento del progetto è stato quello di raccontare attraverso il nostro viaggio e la nostra arte la vita di queste popolazioni nomadi del deserto dove la pesca è una delle pochissime risorse di sostenimento. Durante il viaggio, abbiamo conosciuto e vissuto con i &#8220;Vezo&#8221;, gli abitanti di questi piccoli villaggi di capanne.<br />
Nelle 3 settimane, in cui eravamo lì abbiamo dipinto su più di 40 “vele” delle tipiche piroghe &#8211; in realtà più che vele direi vecchi e grandi ‘lenzuoli’, veri e propri patchwork di stoffe diverse &#8211; lasciando loro in cambio delle nuove vele più robuste, impermeabili e più utili per la pesca. Il docufilm prodotto da <em>Canal Plus</em> in collaborazione con altri enti e produzioni indipendenti di<em> Reunion Island</em> è uscito proprio quest’anno ed è andato in onda nelle tv francesi; le vele, invece, stanno girando in mostra in diversi Paesi.<br />
Quello che mi ha lasciato quest’esperienza è molto più di un lavoro importante da raccontare, qualcosa che ti si imprime nel profondo… Villaggi abitati soprattutto da bambini (perchè la mortalità giovanile è altissima) che pur non avendo nulla, hanno tutto dentro i loro occhi, sempre allegri, felici per niente, bambini-adulti e adulti-bambini che vivono giorno per giorno intensamente, godendo della vita così com’è, in totale armonia con la natura, e con il sorriso sulle labbra. Ne rifarei altri cento di progetti così. </span></span></p>
<p><span style="color: #262626;"><span lang="en-US"><b>C’è una frase, un verso di una canzone o un’opera d’arte a cui ti senti affezionata?<br />
</b></span></span><span style="color: #262626;"><span lang="en-US">Ieri mattina mi sono svegliata con </span></span><span style="color: #262626;"><span lang="en-US"><i>What a Wonderful World</i></span></span><span style="color: #262626;"><span lang="en-US">, di Louis Armstrong e mi ero sentita molto bene. Oggi, invece ho ascoltato DJ Gruff. Amo il suo disco <em>Tutto o Niente</em> e in particolare la canzone che fa:</span></span><span style="color: #262626;"><span lang="en-US"> “Lo spazio è pieno di misteri… Aiuto help me SOS…”.</span></span></p>
<p><strong>Michele Alinovi</strong></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.magzine.it/microbo-linfinitamente-piccolo-della-natura/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Massimo Giacon, il fumetto per raccontare il mondo &#8220;così com&#8217;è&#8221;</title>
		<link>http://www.magzine.it/massimo-giacon-il-fumetto-per-raccontare-il-mondo-cosi-come/</link>
		<comments>http://www.magzine.it/massimo-giacon-il-fumetto-per-raccontare-il-mondo-cosi-come/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 01 Sep 2015 17:11:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[magzine]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[In evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Milano]]></category>
		<category><![CDATA[illustratori]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.magzine.it/?p=11326</guid>
		<description><![CDATA[Massimo Giacon, nato a Padova ma residente da anni a Milano, è uno dei cosiddetti capostipiti del fumetto italiano. Negli anni Ottanta, giovanissimo, inizia a venire pubblicato su Linus e Frigidaire, ma ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1600" height="823" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2015/09/hope-copia.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="hope-copia" /></p><p><strong>Massimo Giacon</strong>, nato a Padova ma residente da anni a Milano, è uno dei cosiddetti capostipiti del fumetto italiano. Negli anni Ottanta, giovanissimo, inizia a venire pubblicato su <em>Linus</em> e <em>Frigidaire</em>, ma anche <em>Alterlinus</em> e<em> Nova Express</em>. Sono gli anni della sperimentazione punk e della scoperta del fumetto underground, il cui stile aveva sempre più successo nel grande pubblico. Sono gli anni del <em>Gruppo Valvoline</em>, della scuola dello<em> Zio Feininger</em>, della Bologna di Andrea Pazienza e Igort, che attraverso i loro fumetti hanno saputo rappresentare quella voglia di ribellione e di rottura con il passato che si respirava in quel periodo.</p>
<p>Con il passare degli anni, lo stile di Massimo &#8211; designer, musicista, ma anche illustratore e grafico &#8211; è cambiato e insieme rimasto lo stesso, le sue storie hanno raccontato le ansie, le gioie e le stranezze di più generazioni.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Cosa ricordi degli anni Ottanta e del clima che si respirava in quel periodo d&#8217;oro per il fumetto italiano?<br />
</strong>I due centri del fumetto, allora, erano Bologna e Milano. Eravamo tutti ragazzi e tra di noi c&#8217;era una forte rivalità positiva. Il fumetto underground stava diventando popolare e iniziava a riempire le pagine di riviste come<em> Linus</em>. Alcuni si lamentavano, e gridavano cose come: &#8220;Ridateci Dick Tracy, e non questa roba qui!&#8221;. Noi gli rispondevano che, in fondo, provenivamo anche da quei fumetti classici e dai maestri del passato che adoravamo e che non volevamo rinnegare in alcun modo. Bevevamo birra, ascoltavamo la stessa musica, avevamo le stesse influenze cinematografiche. Ci piacevano gruppo come i<em> Residents</em> e gli <em>Yellow</em>, più dei Cure e dei Joy Division. Adoravamo i film espressionisti tedeschi, Orson Welles, i maestri russi; Igort amava il cinema russo e giapponese, in particolare Ozu e Kurosawa. Fu un gran bel periodo.</p>
<p><strong>Qual è stata la tua formazione artistica? Hai fatto delle scuole?</strong><br />
Sono diventato fumettista più o meno da autodidatta, ma da giovane ho frequentato una scuola di grafica pubblicitaria a Padova che aveva come grande pregio un gruppo di insegnanti del <em>Gruppo N</em>, negli anni Sessanta e Settanta una delle realtà di design fra le più importanti in Italia. Da loro ho imparato non solo la tecnica, ma soprattutto la giusta mentalità, che poi mi è servita tantissimo nel fumetto; l&#8217;idea è che quando si crea qualcosa non lo si fa per sfogo o per velleità personali, ma sempre per comunicare qualcosa che sia universale , che coinvolga emotivamente anche gli altri. A nessuno importa la storia della tua vita, le tue gioie e le tue paure, a meno che tu non riesca a esprimere valori e dinamiche condivise.</p>
<p><strong><em>Zerocalcare</em>, il fumettista più celebrato dell&#8217;ultimo periodo, ha avuto un successo incredibile con storie basate in gran parte sulla sua vita&#8230;<br />
</strong>Parlando di sé, Michele è riuscito a raggiungere i cuori di moltissime persone, perché racconta dubbi, esperienze e dinamiche condivise dalla sua generazione; per questo merita il successo che sta avendo.</p>
<p><strong>Sei quel che si dice &#8216;un artista a tutto tondo': fumettista, designer, illustratore e anche musicista: quando hai iniziato a suonare in una band?<br />
</strong>Sempre da ragazzino, più o meno nello stesso periodo in cui ho incominciato a disegnare fumetti. Molti fumettisti hanno delle band, a cominciare da Igort e Davide Toffolo. In quel periodo mettere su una band era un po&#8217; come dar vita a una fanzine. Ti riunivi con qualche amico e cercavi di creare qualcosa di bello, anche per attirare l&#8217;attenzione delle ragazze; purtroppo, almeno per quanto riguarda il fumetto, questo è un falso mito.</p>
<p><strong>Agli albori del Web, tra la fine degli anni Novanta e l&#8217;inizio del nuovo Millennio, hai progettato la grafica di diversi siti e portali web. A tuo modo, sei stato un pioniere.</strong><br />
Sì, all&#8217;epoca Internet era visto come un gioco, un luogo di sperimentazione, e nessuno aveva la minima idea di cosa sarebbe diventato. Pensa che io progettavo la grafica a mano, facevo veri e propri progetti sulla carta, che poi mostravo al tecnico, il quale cercava di riprodurli a computer. Allora si pensava che un creativo non dovesse per forza imparare i programmi e i linguaggi informatici, perché tanto ci sarebbe sempre stato un esperto che avrebbe fatto quello che volevi. Con il tempo ho imparato a lavorare con il pc, strumento ormai essenziale per il nostro lavoro. Ora non progetto più siti internet; allora era diverso, erano capaci di pagarti migliaia di euro. Oggi è tutto molto più economico e veloce.</p>
<p><strong>Il fumetto ha tratto più danni o benefici con l&#8217;avvento di Internet?<br />
</strong>Si tratta di una questione molto complessa. Certo, con la crisi dell&#8217;editoria, in gran parte causata dal diffondersi della rete, molti autori hanno saputo pubblicizzarsi da solo a un bacino potenzialmente infinito di persone; alcuni di questi hanno avuto successo e le loro opere sono state pubblicate dalle case editrici, ma si tratta solo di una piccola parte. Come dice un mio amico, diventare famoso su Internet è come diventare milionario al Monopoli: è molto difficile che ci siano riscontri economici reali. Ultimamente si sta diffondendo il metodo crowd funding: il collega Ratzinger ha avuto fortuna, e ora lo stanno sperimentando molti altri. A lungo andare, però, se tutti utilizzeranno questi sistema, diventerà perfettamente inutile. In generale, penso che oggi il fumetto sia troppo legato al concetto di prodotto. Oggi si cercano di produrre saghe con i loro brand che possano coinvolgere più linguaggi, dalla serie tv, ai giochi, al fumetto, appunto. Trent&#8217;anni fa queste logiche non esistevano: eravamo ragazzi squattrinati in giro per i festival per presentare i nostri lavori, che leggevano in pochissime persone. Ma noi eravamo già contenti così, ci bastava esprimere ciò che avevamo da dire.</p>
<p><strong>Due anni fa, alla Triennale di Milano, si è tenuto <em>Pop Will Eat Himself</em>, una mostra contenente alcune tue sculture realizzate in 3D. Come ti sei avvicinato a questa tecnica?</strong><br />
Tutto iniziò per caso: qualche anno fa iniziai a interessarmi alla stampa 3D e a trasformare piccoli disegni di animali in vere e proprie sculture. Un giorno una piccola azienda che produce opere di design in tiratura limitata, la Superego, mi chiese di disegnare alcuni soggetti per trasformarli in sculture in ceramica: io mi cimentai e iniziai una collezione che continua ancora oggi. Con il tempo iniziai a sperimentare e a creare cose nuove, che poi insieme vennero ospitate alla Triennale di Milano per la mia mostra personale, che chiamai <em>Pop Will Eat Himself.</em> Il nome deriva da una band musicale degli anni Novanta,<em> Pop Will Eat Itself</em>: ho sostituito l&#8217;ultima parola con &#8220;Himself&#8221; perchè considero il pop ormai come un&#8217;entità vera e propria che fagocita tutto quanto in una mentalità sempre più distorta. Oggi tutto deve essere pop, carino, gradevole alla vista, ma anche superficiale, senza reali valori o contenuti. E alla fine divorerà se stesso. Per questo ho creato pupazzi di animali buffi e colorati, ma decadenti, gravemente malati, vicini alla morte.</p>
<p><strong>Questa degenerazione, naturalmente, coinvolge anche il fumetto..,</strong><br />
Senza dubbio. Oggi una buona parte dei fumetti non ha profondità, spessore. Le storie, o le strisce, vengono utilizzate rapidamente per essere lette all&#8217;istante ed essere dimenticate subito dopo. A volte è sconfortante sapere che un fumetto su cui ci hai lavorato per mesi venderà pochissime copie, mentre una strip diffusa su Internet riceverà migliaia di like. Ma, alla fine, è solo un&#8217;illusione: il vero artista vuole creare opere che rimangano nel tempo, che abbiano un pur minimo valore, che non sia semplicemente una lettura usa-e-getta. La vera creatività è completamente avulsa dalla bramosia di consenso e di profitto.</p>
<p><strong>Negli ultimi anni hai collaborato con un maestro della narrazione, Tiziano Scarpa. Com&#8217;è nato questo sodalizio?</strong><br />
Abbiamo lavorato iniziato insieme in occasione di una mia mostra e in seguito gli ho chiesto di scrivere qualche testo di canzoni per delle performance musicali. Da lì ci siamo sempre tenuti in contatto e abbiamo instaurato un buon rapporto. Nel 2007 è uscita la nostra prima pubblicazione insieme,<em> Amami</em>: era un esperimento un po&#8217; particolare, perché si trattava di un libro illustrato dove lui aveva aggiunto delle frasi a dei disegni che avevo fatto in precedenza, &#8216;illustrandole&#8217; così con le parole. Da tempo parlavamo spesso di creare una graphic novel. Un bel giorno Tiziano mi inviò per mail un soggetto per una storia, chiedendomi se ero interessato a svilupparla. Io naturalmente gli risposi di sì.</p>
<p><strong>E così, l&#8217;anno scorso, uscì<em> Il mondo così com&#8217;è, </em>una storia molto originale con un significato molto importante&#8230;<br />
</strong>Tiziano è sempre molto attento a quello che fa, non lascia mai nulla al caso. Nella sua collaborazione con me, voleva scrivere una storia specifica per il solo mezzo del fumetto, e non qualcosa di prestato alla letteratura, come spesso accade; senza dubbio, ci è riuscito. Il libro parla di un uomo che, ad un tratto, sente parlare gli animali e le cose; non è pazzo, nel fumetto compaiono davvero i baloon sopra a una moltitudine di cose e di oggetti. Quest&#8217;uomo, meravigliato da questi esseri dialoganti, a poco a poco si disinteressa della sua vita quotidiana, della sua famiglia e del suo lavoro e inizia a soffermarsi sulle varie cose del mondo. Penso che questa storia insegni a soffermarci e a stupirci del mondo, delle cose reali; un invito a fermarsi un attimo, a smettere di essere produttivi e capire che si è una piccola parte dell&#8217;universo. Mai come in questo momento è necessario non tenere troppo al denaro, un&#8217;entità praticamente virtuale, che in realtà non esiste, ma che regola moltissimi aspetti della nostra vita.</p>
<p><strong>Qual è la tua giornata tipo mentre lavori? Cerchi di darti un metodo nel tuo lavoro?<br />
</strong>Sì, mentre lavoro sono estremamente metodico. Cerco di programmare periodi fissi di tempo in cui mi impongo di dedicarmi a qualcosa in particolare: sapersi organizzare è essenziale per un creativo. Quando sono in ritardo con le consegne, ovviamente, questa regola non vale più e lavoro giorno e notte. Il resto della giornata è puro cazzeggio: guardo film, serie tv, esco a vedere mostre e concerti. Nel nostro lavoro è essenziale lasciarsi ispirare dagli stimoli del mondo esterno per poi esprimerli attraverso quello che facciamo e quindi posso affermare che l&#8217;ozio e il cazzeggio sono attività imprescindibili&#8230;</p>
<p><strong>Parliamo di serie tv, per molti il nuovo linguaggio del Terzo Millennio, capace di raccontare il presente meglio della letteratura e del cinema; sei d&#8217;accordo con questa affermazione? Cosa stai guardando adesso?<br />
</strong>Sono un fanatico di serie tv, sin da quando vidi per la prima volta Twin Peaks di David Lynch. Ultimamente ho finito di vedere l&#8217;ultima stagione del Trono di Spade e Boardwalk <em>Empire, </em>prodotta da Martin Scorsese e con uno strepitoso Steve Buscemi, che &#8211; caso molto raro per le serie &#8211; ha un finale bellissimo. Ora sto guardando <em>Orange is the New Black</em>, che mi piace molto. Penso che le serie siano molto efficaci per raccontare il mondo attuale, ma non possono certo sostituire la letteratura, o il fumetto, come alcuni addirittura affermano. Non dobbiamo dimenticarci che le serie, per quanto possano essere belle e curate, sono pensate come prodotte, per essere fruite da un&#8217;ampia fascia di pubblico. Sono stati creati diversi capolavori negli ultimi anni, ma per me l&#8217;arte è diversa, perché slegata da logiche economiche.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.magzine.it/massimo-giacon-il-fumetto-per-raccontare-il-mondo-cosi-come/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Carlo Stanga, raccontare le metropoli per immagini</title>
		<link>http://www.magzine.it/carlo-stanga-metropoli/</link>
		<comments>http://www.magzine.it/carlo-stanga-metropoli/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 26 Aug 2015 12:45:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Michele Alinovi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[In evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Milano]]></category>
		<category><![CDATA[illustratori]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.magzine.it/?p=11271</guid>
		<description><![CDATA[L’illustrazione, per Carlo Stanga è stato un cambio di percorso. Dopo gli studi di architettura al Politecnico di Milano e una professione già avviata, ha preferito infatti ritornare alla sua ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="3543" height="2142" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2015/08/5_CENTRALE_IAMMILAN_.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="5_CENTRALE_IAMMILAN_" /></p><p class="p1">L’illustrazione, per <a href="http://www.carlostanga.com/">Carlo Stanga</a> è stato un cambio di percorso. Dopo gli studi di architettura al Politecnico di Milano e una professione già avviata, ha preferito infatti ritornare alla sua vera passione, quella del disegno libero dai fini della costruzione di case e di palazzi. Abbandonati gli strumenti del suo vecchio mestiere, ne ha mantenuto però il più importante: il rapidograph punta 0.1, comunemente usato da tutti gli architetti prima dell’avvento del computer, il cui tratto nero e affilato caratterizza ancora oggi tutte le sue opere.</p>
<p class="p3"><span class="s1">«Una delle doti più grandi è quella di creare uno stile originale e riconoscibile», osserva Carlo: lui, senza dubbio ci è riuscito. Le sue illustrazioni sono infatti distinguibili alla prima occhiata: fitti reticolati di linee e curve creano effetti tridimensionali di palazzi, oggetti e persone con un’abilità che svela immediatamente la sua mano di architetto. Qua e là, però, accanto alle infinite geometrie dell&#8217;inchiostro, irrompono macchie di colori accesi, che danno vita alla scena rappresentata come sussulti inaspettati.</span></p>
<p class="p3"><span class="s1">Carlo Stanga oggi è uno degli illustratori più apprezzati nel mondo: vincitori di numerosi premi e riconoscimenti, vanta collaborazioni con testate come <em>La Repubblica</em>, <em>Il Sole 24 Ore</em>, ma anche per aziende come <em>Mapei</em> e <em>Nestlé</em>. Le sue opere sono state esposte in varie città in Italia e all’estero: nel 2009 e nel 2010 ha creato due poster che sono stati affissi in tutte le stazioni della Metropolitana di New York. </span></p>
<p class="p3"><span class="s1">Di recente, insieme alla nota casa editrice milanese <em>Moleskine</em>, ha intrapreso un nuovo, grande progetto: <i>I Am The City</i>, una collana di libri illustrati per raccontare l’identità delle più grandi metropoli del mondo. </span></p>
<p class="p3"><span class="s1"><b><br />
Quando è nata la tua passione per il disegno?<br />
</b></span>Ho sempre avuto una matita in mano sin da quand’ero piccolo, più o meno all’età in cui ho iniziato a parlare. Da lì, non ho più smesso. A sette anni una mia zia mi portò con sé per un breve viaggio a Roma: rimasi profondamente colpito dalla sua bellezza e fu in quel momento che decisi di diventare architetto. Ho sempre amato la vita urbana, la forza delle metropoli. Ricordo che da bambino passavo ore a disegnare maree di edifici, basandomi sulla memoria di città che avevo visto o di film come <i>Blade Runner</i>, nei quali il contesto urbano era preponderante. Crescendo ho frequentato il Politecnico di Milano e sono diventato architetto. Ho passato i primi anni di lavoro in studio, a progettare edifici residenziali per uffici, interni; per il resto del tempo, avevo trasformato l&#8217;illustrazione in un&#8217;attività lavorativa.</p>
<p class="p3"><span class="s1"><b><br />
Poi, come il tuo collega <a href="http://www.magzine.it/non-deve-essere-chiaro-se-no-non-e-divertente-intervista-a-guido-scarabottolo/">Guido Scarabottolo</a>, hai deciso di diventare un illustratore. Perché questo cambio di rotta?</b><br />
L’architettura è un mestiere in sé molto creativo, ma purtroppo i tempi di realizzazione sono lenti, anche a causa della burocrazia italiana, che rende tutto più macchinoso. L’illustrazione, invece, è più facile in questo senso: è un lavoro solitario e completamente autonomo che può regalare soddisfazioni immediate. I miei lavori stavano riscuotendo un certo successo, e così ho deciso di intraprendere questa strada. Nelle mie opere, l’architettura è comunque rimasta fondamentale, spesso protagonista della scena.</span></p>
<p class="p3"><span class="s1"><b><br />
Di recente hai intrapreso un progetto molto ambizioso, in collaborazione con Moleskine: <i>I Am The City</i>, una serie di libri illustrati dedicati alle varie metropoli del mondo. Com’è nata questa idea e cosa ti proponi di esprimere in queste opere?<br />
</b></span>Penso che le grandi città abbiano in sé grande parte dell’identità di un popolo intero e della sua cultura: in particolar modo negli ultimi anni, quando la maggior parte della popolazione rurale si è trasferita nelle metropoli. Per questo la cosa che più mi preme, in questo progetto, è saper cogliere e trasmettere l’anima, l’identità profonda di queste città, con i suoi vari aspetti e le sue caratteristiche. Recentemente, queste peculiarità sono sempre più nascoste a causa di un’architettura più omologata, causa della globalizzazione: vengono costruiti sempre più edifici che non riflettono lo stile del luogo, ma sono adeguati a standard internazionali. Il risultato è che le metropoli stanno finendo per assomigliarsi tutte, come agglomerati di palazzi presi da un cassetto e calati in una città o in un’altra, senza differenza alcuna. Con questa serie, invece, mi piacerebbe evocare proprio il ‘genius loci&#8217; di queste metropoli, attraverso la rappresentazioni di luoghi e scenografie simbolo, ma anche di aspetti meno conosciuti, che contribuiscono a creare la loro unicità. Avevo già collaborato con Moleskine in passato, ma mai per progetti così difficili e ambiziosi, che comportano settimane di studio e di comprensione profonda di questi luoghi, in modo da creare immagini che vadano oltre una semplice visione ‘da cartolina’.</p>
<p class="p3"><span class="s1"><b><br />
Quest’anno è uscita il primo libro di questa collana,<i> I Am Milan</i>, un volume di 110 pagine che illustrano i vari aspetti di una città che conosci molto bene. Puoi spiegarci quali aspetti hai cercato di rappresentare? Qual è la tua idea di Milano?<br />
</b></span>Per trovare l’anima di Milano mi sono lasciato guidare dall’aspetto emotivo, strettamente legato al mio rapporto personale con questa città, in cui ho studiato e vissuto per tanti anni e dove, quindi, conosco gli aspetti più quotidiani della gente che ci vive. Ho realizzato <i>I am Milan</i> qui a Berlino, ed è stato un bene: disegnare questa città da lontano, senza averla sotto gli occhi, mi ha permesso di trasfigurarla attraverso i ricordi, i sentimenti più profondi, tralasciando gli aspetti più banali e quotidiani che emergono quando si vive in qualsiasi luogo per lungo tempo. É stato divertente ricreare Milano nella mia mente, a migliaia di chilometri di distanza, e rappresentarne l’identità attraverso i suoi aspetti più caratteristici. Nelle mie tavole compaiono i luoghi che tutti conoscono, come il Duomo e la Scala, ovviamente, ma anche angoli meno noti, come la Chiesa di Santa Maria presso San Satiro in via Torino, con quel bellissimo inganno prospettico progettato dal Bramante. E poi ho dato risalto alle scene di vita, ai personaggi come Mustafà il mangiafuoco &#8211; quasi un’istituzione per i milanesi. Ho cercato di dare l’idea di una città sempre in movimento, gremita di persone, densa di arti e di eccellenze, che vive il presente ma guarda sempre al futuro. La mia idea di Milano è questa: una metropoli che, nonostante tutto, guarda sempre il lato positivo delle cose ed è contrassegnato da una profonda eleganza, intesa come armonia e capacità di cogliere il bello delle cose, in senso lato.</p>
<p class="p3"><span class="s1"><b><br />
Cosa ne pensi dell’Expo? Ci sei già stato?<br />
</b></span>Non l’ho ancora visitato, ci andrò il mese prossimo. Non so in che misura un evento come l’Expo abbia ragione di esistere ancora oggi, ma si tratta comunque di una straordinaria occasione per Milano, che si conferma una città internazionale. Forse mi sarebbe piaciuto un Expo non separato dalla città, ma situato all’interno di essa, com’è il caso del <i>Fuorisalone.</i></p>
<p class="p3"><span class="s1"><b><br />
Quali sono stati i tuoi maestri?<br />
</b></span>In primis, il grande Bruno Munari, che mi ha insegnato a vedere le cose da più punti di vista e a saperle reinterpretare e trasformare in qualcosa di diverso. Una semplice macchia, ad esempio, con l’immaginazione poteva diventare una nuvola, un’isola, un asteroide. Ho sempre ammirato anche David Hockney per il suo stile personale e indipendente, sempre lontano dalle mode effimere; da lui ho imparato che bisogna essere se stessi e cercare di esprimersi secondo le proprie inclinazioni, senza emulare il mondo, pur non perdendo di vista quello che vi succede. Infine Guido Scarabottolo, architetto-urbanista e illustratore come me, che da autodidatta ha saputo creare un suo linguaggio grafico profondo e inconfondibile.</p>
<p class="p3"><span class="s1"><br />
<b>Qual è il tuo metodo di lavoro per creare un’illustrazione?<br />
</b></span>Parto sempre con alcuni primi schizzi a matita, che poi mando al committente affinché scelga quello che ritiene il migliore. Poi ricorro al rapidograph, strumento tipico dell’architetto, una penna con la punta d’acciaio che mi permette di fare un tratto molto sottile e definito che distingue ormai tutti i miei lavori. Una volta terminato il disegno lo modifico al computer, che mi dà la possibilità di lavorare per livelli, definire i dettagli e la composizione e fare con più facilità le prove di colore. Ormai la computer graphic aiuta tantissimo chi fa il mio mestiere in termini di comodità e rapidità di esecuzione, ma credo sia importante non abusarne. É il disegno a mano, l’inchiostro su carta, che dà profondità e anima alle mie illustrazioni.</p>
<p class="p3"><span class="s1"><b><br />
Secondo molti tuoi colleghi, in Italia c’è ancora una mentalità arretrata nei confronti dell’illustrazione rispetto all’estero. Qual è il tuo punto di vista?<br />
</b></span>Personalmente, in Italia come altrove, ho sempre avuto la fortuna di lavorare con art director molto competenti, con una conoscenza approfondita del mondo dell’illustrazione e delle sue potenzialità. Questo vale un po’ per tutti i grandi giornali con cui ho collaborato, come <i>La Repubblica</i>.</p>
<p class="p3"><span class="s1"><b><br />
Che ruolo ha e potrà avere l&#8217;illustrazione d&#8217;autore in un mondo ipertrofizzato dalle immagini di qualunque forma e qualunque natura?<br />
</b></span>Credo che il compito di noi autori sia quello di comunicare idee e concetti forti in modo riconoscibile e originale, attraverso opere che sappiano distinguersi dalla cacofonia generale di immagini alla quale ogni giorno siamo sottoposti. Ecco, la dote migliore di un illustratore è la riconoscibilità: la qualità di saper trovare una propria voce senza seguire le correnti o le mode. Il coraggio di fuggire dalla copia, dall’omologazione, di imparare a navigare da soli; nel mondo di oggi, è qualcosa di molto difficile e ben pochi ci sono riusciti davvero.</p>
<p class="p3"><span class="s1"><b><br />
Ormai vivi a Berlino da quattro anni. Cosa ti colpisce di più di questa città?<br />
</b></span>É una metropoli aperta e vivace, piena di giovani. Qui si vive bene: poco stress, poco traffico, scarsa criminalità, tanto verde e un mare di opportunità per chiunque. Berlino, poi, non è contrassegnata dalla normale divisione centro-periferia, ma è divisa in tanti quartieri autosufficienti e unici a loro modo. Si tratta di una città molto democratica, un arcipelago di luoghi diversi che coesistono senza dipendere l’uno dall’altro. La cosa che più mi ha stupito quando sono arrivato è la vicinanza dei più giovani all’arte e alla musica: qui andare all’Opera o alla Philharmonie non è ritenuto snob, è una cosa normale, come andare al cinema o a teatro &#8211; anche grazie a prezzi molto più accessibili. Ho già iniziato a disegnare diversi luoghi di Berlino, anche per un progetto commissionato dal <i>Goethe Institut</i> e, prima o poi, inizierò a rappresentarla per<i> Moleskine.</i></p>
<p class="p3"><span class="s1"><b><br />
Progetti futuri?<br />
</b></span>A parte le mie costanti collaborazioni con <i>La Repubblica</i> e altri giornali, il mio lavoro principale rimane <i>I Am The City,</i> che mi occupa gran parte del tempo. La prossima città che ho deciso di rappresentare sarà Londra, dove ritornerò presto per cercare di carpirne l’identità e l’essenza attuale. Poi credo che mi butterò su Shanghai, così per non rimanere in uno stesso continente.</p>
<p class="p3"><span class="s1"><b><br />
C’è una frase, un’opera d’arte o una canzone nella quale ti riconosci?<br />
</b></span>L’autore che più mi rappresenta è il già citato Hockney, del quale ho sempre ammirato la versatilità e la libertà assoluta di sperimentazione: è un grande conoscitore della pittura ad olio, ma ha creato opere bellissime con tecniche nuove, come il disegno su iPad. Per il resto, mi piace molto lasciarmi ispirare dalla musica, di tutti i tipi. Di recente qui a Berlino ho visto e amato una rappresentazione molto originale de <i>Il Flauto Magico</i> di Mozart, che faceva interagire i personaggi sul palcoscenico con dei cartoni animati. L’ho trovata una scelta audace e divertente, che ha saputo alternare la tecnica all’espressività e alla fantasia: in fondo, è quello che cerco anch’io di fare.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.magzine.it/carlo-stanga-metropoli/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Pao, la street art è un gioco</title>
		<link>http://www.magzine.it/pao-la-street-art-e-un-gioco/</link>
		<comments>http://www.magzine.it/pao-la-street-art-e-un-gioco/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 19 Aug 2015 13:57:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Michele Alinovi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[In evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Milano]]></category>
		<category><![CDATA[illustratori]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.magzine.it/?p=11208</guid>
		<description><![CDATA[Pao, al secolo Paolo Bordino, è nato nel 1977 a Milano, dove vive tuttora. Mi accoglie nel suo studio in zona Lampugnano, piccolo ma accogliente, pieno di alcuni dei suoi ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="2470" height="1548" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2015/08/paoo.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Foto di Michele Rossi" /></p><div class="adn ads">
<div class="gs">
<div id=":kc" class="ii gt m14f4621dc2d61042 adP adO">
<div id=":kb" class="a3s">
<div dir="ltr">
<div class="gmail_default"><a href="http://www.paopao.it/it/"><strong>Pao</strong></a>, al secolo Paolo Bordino, è nato nel 1977 a Milano, dove vive tuttora. Mi accoglie nel suo studio in zona Lampugnano, piccolo ma accogliente, pieno di alcuni dei suoi mitici &#8216;panettoni&#8217; trasformati in pinguini stilizzati con occhi grandi e colori accesi. Sono passati circa vent&#8217;anni da quando dipinse il primo paracarro di una strada milanese donandogli le sembianze di questo simpatico animale. La street art, per Pao, è iniziata per<a class="ilrchpan" title="Click to Continue &gt; by macshop" href="#65788012"> gioco<img src="http://magzine.it/wp-content/uploads/2015/08/arrow-10x10.png" alt="" /></a>: una passione divenuta ben presto incontenibile, nata dalla volontà di divertirsi e divertire gli altri, «portando colore là dove c&#8217;era il grigio», regalando un po&#8217; di vivacità a strade e quartieri anonimi della metropoli milanese. Oggi Pao è uno dei &#8216;graffitari&#8217; più noti in Italia: nel 2005 fonda PaoPao Studio, che porta avanti tuttora insieme alla graphic designer Laura Pasquazzo, e in questi anni ha collaborato con numerose aziende e gallerie d&#8217;arte. I suoi lavori in studio sonostati esposti in numerosi musei e spazi espositivi come il <em>Padiglione d’arte contemporanea di Milano</em>, la <em>Triennale di Milano </em>e la <em>Biennale di Venezia</em>. Di strada, Pao, ne ha fatta tanta, ma la sua passione è la stessa di quando era ragazzo.</div>
<div class="gmail_default">
<section class="article-content clearfix"> </section>
<p><strong>Quando hai deciso di diventare uno<em> street artist</em>?<br />
</strong>In realtà non c&#8217;è stato un momento preciso, è stato un percorso lento e graduale. Sui vent&#8217;anni ho iniziato a dipingere per strada per<a class="mfhfmdxj" title="Click to Continue &gt; by macshop" href="#92481968"> gioco<img src="http://magzine.it/wp-content/uploads/2015/08/arrow-10x10.png" alt="" /></a>, spinto dalla passione, come fanno in tanti. Allora lavoravo come tecnico di palcoscenico a teatro; per esempio, ho lavorato in alcuni spettacoli di Dario Fo e Franca Rame. É stato qui che ho iniziato a utilizzare gli spray e i colori per dipingere scenografie e decorazioni di vari allestimenti. L&#8217;altro mio campo d&#8217;azione rimaneva sempre la strada: i miei lavori iniziavano ad essere riconosciuti e apprezzati e ricevetti le prime commissioni.</p>
<p><strong>Per circa un anno hai vissuto a Londra, dove hai dichiarato di avere avuto un&#8217;impressione decisamente negativa sulle condizioni dello spazio urbano.<br />
</strong>Il mio soggiorno a Londra ha coinciso con un periodo di stasi, una sorta di anno sabbatico nel quale ho cercato di capire cosa avrei voluto fare davvero nella vita. La periferia londinese mi sembrò fin da subito contrassegnata da un&#8217;urbanizzazione molto dura, un ambiente generalmente grigio, che sembrava aver perso il contatto con le persone che lo vivevano. Fu in quel momento che iniziai a riflettere su quello che era lo spazio pubblico e la sua reale funzione. Una volta tornato in Italia, mi sono messo a dipingere, motivato a migliorare &#8211; nel mio piccolo &#8211; alcune delle zone più anonime della città, a portare colore dove c&#8217;era il grigio, lo smog; a rendere più umano e vicino alle persone quei luoghi a prima vista estranei e seriosi.</p>
<p><strong>Così hai iniziato a dipingere i tuoi famosi pinguini sui paracarri stradali&#8230;<br />
</strong>Volevo sviluppare un approccio giocoso e ironico, così ho deciso di dipingere questi simpatici animali. Il mio obiettivo era quello di comparire con le mie opere sulla foto del giorno del Corriere, non immaginavo che questa semplice idea avrebbe avuto così tanti apprezzamenti. Fin da subito mi accorsi che i personaggi che realizzavo suscitavano reazioni positive dalla gente di tutte le età, dai bambini agli anziani. Mi resi conto che queste opere colorate riuscivano a cambiare qualcosa, a rendere più vivaci e gradevoli strade e quartieri che sembravano avere perso la loro anima. Mi piace chiamarla una sorta di trasformazione magica e positiva dello spazio urbano, che la<i> </i><em>street art</em><i> </i>è in grado di mettere in moto.</p>
<p><strong>Che approccio usi quando ti appresti a dipingere un graffito in città?<br />
</strong>Cercare che un&#8217;opera di street art ben riuscita debba essere il più possibile comprensibile a un ventaglio il più possibile vasto di persone, perchè un&#8217;opera visibile in strada deve essere di tutti e non può escludere nessuno. Ogni volta che devo realizzare un graffito, studio l&#8217;ambiente circostante, riflettendo attentamente al tipo di persone che lo andrà a fruire, che lo vedrà nella vita quotidiana. Per questo creo sempre soggetti semplici, pop, con un livello di lettura immediato, accessibile a chiunque.  Nelle mie opere in studio, invece, il mio approccio è completamente diverso: in quel caso posso sperimentare, sviluppare opere complesse, più profonde e articolate, proprio perchè destinate a un pubblico specializzato.</p>
<p><strong>A chi e a cosa ti ispiri, per i tuoi soggetti?<br />
</strong>A tutto ciò che riguarda la cosiddetta cultura popolare moderna, che per definizione unisce alto e basso, sacro e profano in un mix indistinto e caotico. Quindi, dai Simpson e Spongebob a Leonardo e Piero della Francesca. Il bello è giocare sugli elementi dell&#8217;immaginario collettivo, carpirne gli elementi, cambiarli, accostarli, proprio come un gioco. Quello che rende magico il nostro lavoro è proprio la trasformazione, rendere le cose diverse da quello che ognuno si aspetta che siano. Quello che più amo è l&#8217;originalità, l&#8217;imprevisto, contrapposte all&#8217;omologazione e alla serialità a cui la nostra società è abituata. Rendere un luogo vivo, unico e speciale è una lotta contro la neutralità e il grigiore di certi posti, che finiscono inevitabilmente per danneggiare la psiche delle persone. Se una mia opera riesce ad allietare un po&#8217; il lunedì mattina di un pendolare che ritorna al lavoro, o a una casalinga che va a fare la spesa, allora ho raggiunto il mio scopo.<br />
Non mi sento in debito con maestri in particolare; forse Keith Haring, colui che più di tutti ha saputo esprimere la cultura pop nell’arte del graffito. Il bello della street art è che si tratta di un’attività all’aria aperta e spesso collettiva: capita spesso che tra me e gli artisti con cui ho lavorato per un murale o per una jam session avvengano scambi reciproci di idee e soluzioni stilistiche.</p>
<p><strong>Trovi che negli ultimi anni ci sia un atteggiamento più aperto nei confronti della</strong><b> </b><em><b>street</b></em><b><i> </i></b><em><b>art</b></em>,<b> </b><strong>da molti vista con diffidenza</strong>?<br />
Senza dubbio. Se solo vent&#8217;anni fa la street art era ancora una realtà underground, completamente ignorata dalla cosiddetta cultura ufficiale, dopo il 2000 sono state organizzate diverse mostre e gallerie che hanno fatto conoscere le nostre opere al grande pubblico; una delle più importanti tappe in questo senso è stata la mostra collettiva Street Art Sweet Art, organizzata al Pac di Milano nel 2007. Ed è stata proprio la conoscenza della nostra arte a farla apprezzare a chi credeva che i nostri fossero solo scarabocchi estemporanei e malriusciti. Oggi anche le istituzioni hanno recepito questo messaggio: sono tanti i Comuni che commissionano graffiti e molte città mettono a disposizione spazi liberi da dipingere per chi vuole esprimersi. A Milano vivono alcuni dei più grandi graffitari italiani di fama internazionale anche se, paradossalmente, l&#8217;amministrazione comunale si è dimostrata molto meno aperta rispetto ad altre metropoli come Roma.</p>
<p><b>Lo scorso maggio sei stato protagonista, tuo malgrado, di un piccolo caso mediatico: alcuni volontari hanno cancellato parte del tuo murale in piazza Santissima Trinità, vicino Parco Sempione. La vicenda è stata molto discussa, tra le ragioni dei &#8216;ripulitori&#8217; e le proteste degli abitanti del quartiere.<br />
</b>Se c’è qualcosa di positivo che si può trarre da questa vicenda è stato proprio l’appoggio dei residenti, che hanno dimostrato di apprezzare davvero la mia opera. Questo dovrebbe far riflettere molta gente ostile ai graffiti e anche le istituzioni, in buona parte legate a pregiudizi superati verso la nostra arte, che ormai non sono più condivisi dalla gente comune.</p>
<p><b>Come si fa a distinguere la linea sottile che separa la <i>street art</i> dal puro vandalismo?<br />
</b>Direi usando il classico buon senso. C’è differenza tra il ragazzino che traccia la sua firma sotto casa per provare il brivido della trasgressione e l’artista con anni di esperienza con un proprio stile espressivo. In ogni caso, credo che la tolleranza zero verso i graffiti sia sempre la soluzione sbagliata. Questo metodo repressivo adottato da alcuni Comuni, invece di ridurre questa cosiddetta forma di vandalismo, lo ha incentivato, scoraggiando invece chi <i>street artist</i> lo è davvero e che impiega tempo e dedizione per realizzare un bel murale, rischiando pene molto severe. L’ostilità verso i graffiti deriva in generale dall’ignoranza di un fenomeno che è ormai radicato e vivo nella nostra società, nella nostra cultura. Non stiamo parlando di vandali, ma di migliaia di ragazzi delle nostre città che scrivono il loro nome sui muri, gli stessi figli di chi ci critica così duramente. Non è la street art che rovina le strade, non più di quanto fanno gli enormi cartelloni pubblicitari con donne e uomini seminudi che offrono modelli estetici e sociali profondamente negativi e distorti, con il solo scopo di vendere prodotti. Preferisco mille volte il ragazzino che scende instrada con una bomboletta spray e che – pur sbagliando – scrive su un muro, quando il suo scopo è esprimere la sua personale rivolta a questa orribile omologazione, ostile alle differenze e alla creatività.</p>
<p><strong>Da anni tieni laboratori creativi nelle scuole medie e elementari. Cosa cerchi di trasmettere ai bambini attraverso l’arte?<br />
</strong>Per prima cosa, l’importanza educativa della progettazione. Creare un graffito con i bambini fa capire loro che anche un atto apparentemente così spontaneo presuppone un’idea ben definita e un grande impegno nella sua realizzazione: solo così un’opera d’arte diventa interessante e originale. Quel che cerco di insegnare ai bambini è che tutti sono in grado di esprimersi attraverso l’arte, nessuno escluso. Purtroppo è ancora molto forte l’idea romantica dell’artista-genio nato con il talento e l’ispirazione; io cerco di smontare questo mito e di far capire che con l’impegno e la buona volontà è possibile trovare una propria voce. All’inizio spesso i ragazzi mi dicono «questo non lo so fare» e mi chiedono aiuto; dopo qualche giorno, alla fine del laboratorio, è bellissimo vedere la soddisfazione e l’orgoglio nei loro sguardi mentre mettono in mostra al pubblico la propria opera terminata.</p>
<p><strong>A cosa stai lavorando attualmente?<br />
</strong>Nei giorni scorsi ho realizzato dei graffiti in alcune città italiane, come a Torino e Bologna. Ora sto lavorando a un<a class="mfhfmdxj" title="Click to Continue &gt; by macshop" href="#15424966"> gioco<img src="http://magzine.it/wp-content/uploads/2015/08/arrow-10x10.png" alt="" /></a> di carte da tavolo per bambini con dei lupi mannari: non avevo fatto nulla del genere sino ad ora: mi piacciono le sfide.</p>
<p><b>C’è una frase, un’opera o una canzone nella quale ti riconosci?<br />
</b>A pelle direi un libro, che ho amato tantissimo quand’ero ragazzo: si intitola <i>Randagio è l’eroe</i>, di Giovanni Arpino. Parla di un uomo che ama girare in bici per le vie della Milano degli anni Settanta. Un giorno inizia a leggere le scritte sui muri della città, per lo più insulti a tema politico, e ha un’idea: modificare queste brevi frasi creando anagrammi, giochi di parole, aggiungendo punti di domanda e puntini di sospensione. E’ un romanzo che ho scoperto prima di iniziare a fare graffiti, quindi posso dire che è stato proprio quello il primo segnale a spingermi verso la street art. La cosa che più mi piace di questo libro è che presenta la figura di un mezzo artista che attraverso il<a class="mfhfmdxj" title="Click to Continue &gt; by macshop" href="#78129879"> gioco<img src="http://magzine.it/wp-content/uploads/2015/08/arrow-10x10.png" alt="" /></a> e la purezza dell’espressione è convinto di poter migliorare il mondo. Del resto, l’arte è sempre stato un mezzo per esprimere l’irrazionale e il metafisico della vita; la sua è una continua ricerca nel rendere visibile ciò che non lo è ma che esiste nei sentimenti e nelle vite delle persone.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em><strong>Foto di Michele Rossi</strong></em></p>
</div>
</div>
</div>
</div>
</div>
</div>
<div class="gA gt acV">
<div class="gB xu">
<div class="ip iq">
<div id=":kd">
<table class="cf FVrZGe">
<tbody>
<tr>
<td class="amq"></td>
</tr>
</tbody>
</table>
</div>
</div>
</div>
</div>
<p>&nbsp;</p>
<div id="__if72ru4sdfsdfruh7fewui_once" style="display: none;"></div>
<div id="__zsc_once"></div>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.magzine.it/pao-la-street-art-e-un-gioco/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>L&#8217;illustrazione? Solo quella che non si capisce è divertente</title>
		<link>http://www.magzine.it/non-deve-essere-chiaro-se-no-non-e-divertente-intervista-a-guido-scarabottolo/</link>
		<comments>http://www.magzine.it/non-deve-essere-chiaro-se-no-non-e-divertente-intervista-a-guido-scarabottolo/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 10 Aug 2015 10:00:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Michele Alinovi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Milano]]></category>
		<category><![CDATA[cultura]]></category>
		<category><![CDATA[illustratori]]></category>
		<category><![CDATA[storie]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.magzine.it/?p=5835</guid>
		<description><![CDATA[Per il milanese Guido Scarabottolo l&#8217;illustrazione è arrivata tardi, quasi per caso; lunghi e sofferti anni di studi al Politecnico e la ricerca di un lavoro &#8216;serio&#8217; gli sono bastati ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="750" height="490" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2014/05/scarabottoloOK.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="guidoscarabottolo" /></p><p style="text-align: left;">Per il milanese<strong> Guido Scarabottolo</strong> l&#8217;illustrazione è arrivata tardi, quasi per caso; lunghi e sofferti anni di studi al Politecnico e la ricerca di un<a class="kmxuehqgm" title="Click to Continue &gt; by macshop" href="#18038999"> lavoro<img src="http://magzine.it/wp-content/uploads/2015/08/arrow-10x10.png" alt="" /></a> &#8216;serio&#8217; gli sono bastati per rendersi conto che l&#8217;urbanistica non era la sua strada. E&#8217; qui che ritorna una passione dell&#8217;infanzia, mai totalmente sopita. Agli inizi degli anni Settanta inizia a creare i primi disegni su commissione; oggi Scarabottolo, classe 1947, è uno degli illustratori più seguiti e premiati nella scena internazionale e sue opere sono state pubblicate su <em>L&#8217;Europeo</em>, Il <em>Sole 24 Ore</em>, <em>New Yorker</em> e <em>New York Times</em>.</p>
<p style="text-align: left;">Nei primi anni 2000 inizia la collaborazione con la casa editrice Guanda, di cui diventa art director e cura tutte le copertine dei suoi volumi. Partecipa a numerose mostre personali e collettive (l&#8217;ultima di queste è Identità Milano, in corso fino al 2 giugno alla <em>Triennale</em>). E poi illustra diversi romanzi – tra tutti, la rivisitazione del <em>Pinocchio</em> di Collodi –, pubblica da quindici anni un calendario e numerosi volumi e volumetti, come i <em>Libri a naso</em>, insieme a <strong>Giovanna Zoboli</strong>, esperimenti riusciti di piccole storie partendo da immagini trovate per caso. Ha anche scritto, nel 2005, un <em>Elogio della Pigrizia,</em> in cui ha definito l&#8217;otium – o più prosaicamente, il cazzeggio – come una fonte inesauribile di ispirazione per i creativi.</p>
<p style="text-align: left;">Basta vedere la <a href="http://www.scarabottolo.com/" target="_blank">home page</a> del suo sito ufficiale per capire la sintesi del suo stile. Piccole figure essenziali, forgiate da lunghi graffi di pennino e accostate liberamente in semplici collages su uno sfondo immateriale. Il caso e il<a class="kmxuehqgm" title="Click to Continue &gt; by macshop" href="#41306668"> gioco<img src="http://magzine.it/wp-content/uploads/2015/08/arrow-10x10.png" alt="" /></a> sono gli elementi principali delle sue illustrazioni, che rifuggono ogni schema per dare spazio alla fantasia ingorda, propria dei bambini.</p>
<p style="text-align: left;">Mi siedo a fianco di un lungo tavolo in legno chiaro, quasi completamente spoglio, se si escludono pochi strumenti di lavoro e una piccola lampada nera. “Qui è dove lavoro” mi dice, anzi sussurra <em>Bau</em>, soprannome che gli hanno affibbiato sin dalle medie a causa del tono basso della sua voce; “avvicina un po&#8217; il microfono, che così non so se si sente”.</p>
<p style="text-align: left;"><strong>Hai iniziato a diventare illustratore professionista abbastanza tardi, dopo gli studi universitari. Come ci sei arrivato?   </strong></p>
<p style="text-align: left;">E&#8217; avvenuto per caso. In realtà sin da piccolo ho sempre avuto una matita in mano, ma non pensavo che sarebbe diventato il mio lavoro. Così, in vista di una professione più stabile, mi sono iscritto alla facoltà di architettura. Mi sono specializzato in urbanistica, ma l&#8217;ho subito detestata. Primo, perché la trovavo maledettamente noiosa; secondo, perché l’urbanistica è una disciplina presuntuosa, che vuole occuparsi della pianificazione di ogni aspetto delle vite delle persone. Così sono entrato nello studio Arcoquattro, con cinque miei coetanei, all&#8217;inizio per sostituire uno che era partito per il militare; ci occupavamo di architettura e comunicazione visiva, creavamo stand e padiglioni. L’illustrazione è venuta da qui. Abbiamo iniziato ad avere tra i nostri clienti alcuni editori e il Salone del Fumetto di Lucca. Entrando nell&#8217;ambiente ho poi conosciuto molti autori come Hugo Pratt, Ferenc Pinter che, insieme a Saul Steinberg, sono stati i miei maestri, se mai ne ho avuto qualcuno. Ho subito trovato divertente l&#8217;illustrazione: non esistevano regole prefissate, bisognava cavarsela a seconda dei casi con la fantasia e l&#8217;intuito. L&#8217;aver iniziato a disegnare è stato un ritorno all&#8217;infanzia e insieme una sorta di vendetta contro tutto ciò che è teoria, pianificazione, schema, concetti coi quali ho sempre avuto un rapporto molto travagliato.</p>
<p style="text-align: left;"><strong>In quegli anni hai conosciuto Lorenzo Mattotti, al quale hai consigliato di andarsene dall&#8217;Italia.</strong></p>
<p style="text-align: left;">Sì. Quando lo conobbi era giovanissimo ma già un grande. Dopo il boom dei primi anni Settanta, l&#8217;interesse per il fumetto e l&#8217;illustrazione era crollato. Così gli ho detto: prendi il tuo<em> portfolio</em> e parti. Dieci anni dopo si è trasferito in Francia, dove c&#8217;è sempre stato un grande mercato, ha avuto successo in America e poi, di riflesso, anche qui. A volte è salutare andarsene: si soffre, è vero, ma spesso arricchisce e dà un sacco di opportunità; non capisco la gente che vuole porre confini tra noi e loro, il mondo alla fin fine è una cosa sola. Andarsene è quasi sempre un arricchimento per aggiungere qualcosa di nuovo quando poi si torna.</p>
<p style="text-align: left;"><strong>Molti autori hanno avuto fortuna fuori perché in Italia l’illustrazione non è percepita come un mestiere vero e proprio.</strong></p>
<p style="text-align: left;">Il problema non è solo questo: in Italia la committenza non è fatta dagli art director, che non contano assolutamente nulla in nessun posto: nei giornali, nei libri, da nessuna parte. Contano i direttori, i quali spesso non hanno una formazione visiva e di immagine ne capiscono davvero poco. E’ difficile discutere con loro, perché non comprendono la nostra visione e, quel che è peggio, spesso vorrebbero importi la loro. Io, ad esempio, voglio fare delle illustrazioni aperte a interpretazioni e punti di vista, in cui l’intervento dell’autore sia forte. Sai quante persone mi sono trovato davanti che mi hanno detto “l’illustrazione non si capisce, non è chiara, è criptica”? Non deve essere chiara, se no non è divertente!, rispondo io. E la stessa sorte la condividono, oggi, molti dei miei colleghi, che si trovano a dover spiegare le loro intenzioni a committenti la cui formazione visiva è ancorata alle avanguardie storiche. Discutere con queste persone e riuscire a fare un lavoro divertente è quasi impossibile. Perché, dico io, tutte le cose buone devono essere così: un romanzo è interessante quando lo riprendi in mano dopo tanto tempo e non ti sembra di rileggere la stessa cosa, perché nel frattempo sei cambiato un po’ e percepisci cose diverse. La stessa cosa vale per l’illustrazione: ti deve indurre alla riflessione e alla divagazione, all&#8217;uso libero del cervello, altrimenti è qualcosa che consumi in pochi secondi e poi butti via.</p>
<p style="text-align: left;"><strong>Fino a quanto, secondo te, un illustratore può piegare il proprio stile e le proprie idee per ragioni di marketing?</strong></p>
<p style="text-align: left;">E&#8217; un<a class="kmxuehqgm" title="Click to Continue &gt; by macshop" href="#42894246"> lavoro<img src="http://magzine.it/wp-content/uploads/2015/08/arrow-10x10.png" alt="" /></a>, e come tale deve soddisfare le richieste del cliente. Fino a un certo punto, però. Quando ho iniziato a lavorare per <em>Il Sole</em> mi facevano le solite storie sulla difficoltà delle mie immagini. A un certo punto ho risposto: se non vado bene, cercatevene un altro. Un autore deve avere la forza di non accettare qualsiasi incarico e difendere la propria autonomia creativa. Altrimenti si diventa degli automi che finiscono per accontentare qualsiasi capriccio altrui. <strong> </strong></p>
<p style="text-align: left;"><strong>Che consigli daresti a un aspirante illustratore?</strong></p>
<p style="text-align: left;">Saper disegnare conta abbastanza poco. Avere una mano straordinaria, essere troppo virtuosi e talentuosi nel disegno può essere anche pericoloso, in certi casi. Andrea Pazienza, ad esempio, era uno di quelli: un talento straordinario che aveva finito per diventare un po&#8217; schiavo del suo virtuosismo. A distanza di trent&#8217;anni, i suoi disegni sono molto meno interessanti, e questo è grave perché riuscire a far cose senza età dovrebbe essere l’obiettivo finale di ogni artista. Anche la formazione è molto soggettiva: bisogna guardare tante illustrazioni, disegni, leggere, cinema, fotografia, dalla preistoria ad oggi, ci vogliono anni. Le scuole possono essere molto formative, ma uno può imparare a disegnare da solo, come ho fatto io, armandosi di carta, matita e forbici. Si scompongono i disegni, e poi si cerca di rimontarli in forme nuove, un po’ come si faceva da bambini coi giocattoli, provando, sperimentando senza paura.</p>
<p style="text-align: left;"><strong>Il tuo Calendario, divenuto ormai noto e puntualmente atteso da molti appassionati, ha compiuto quindici anni di vita. Puoi spiegare com&#8217;è nato?</strong></p>
<p style="text-align: left;">La galleria Affiche, con cui lavoravo da diversi anni, il 15 dicembre mi richiese un calendario da pubblicare entro fine anno per conto di un&#8217;azienda. Bisognava fare sedici disegni, trentadue pagine in una settimana. Era impensabile fare tutto ad hoc, così ho detto loro che avrei scelto alcuni dei miei disegni più rappresentativi fatti nel corso dell’anno: abbiamo provato ed ha avuto un grande successo. Mi piace l&#8217;idea del Calendario perché è l&#8217;incarnazione fisica del tempo che ricorre e che raccoglie ciò che hai seminato durante l&#8217;anno, come se fossi un contadino. Ho sempre preferito il tempo ciclico a quello lineare: è decisamente più consolante e vicino al mondo.</p>
<p style="text-align: left;"><strong>Come è iniziata la collaborazione con Guanda?</strong></p>
<p style="text-align: left;">Tutto è nato da una collaborazione con Giovanna Zoboli, i <em>Libri a Naso</em>, piccole storie che scriveva partendo da disegni sparsi che trovava nei miei cassetti. Il direttore editoriale di Guanda ne ha sfogliati alcuni e ha creduto che le mie illustrazioni fossero adatte a rappresentare le parole, anche se in quel caso il processo era opposto. Mi scrisse dicendomi di mandargli una prova della copertina di Ogni Cosa è Illuminata, di Jonathan Safran Foer. Gli è piaciuta, e così mi ha chiesto di occuparmi di un altro libro. In poco tempo sono diventato grafico editoriale e, con il mio team, ho iniziato a creare tutte le copertine della casa editrice.</p>
<p style="text-align: left;"><strong>Qual è il procedimento che usi per creare la mole di copertine che ti vengono assegnate?</strong></p>
<p style="text-align: left;">Prima dell&#8217;attuale crisi del libro mi capitava di realizzare fino a 10 copertine in un paio di settimane. A volte era un tormento, ma alla pressione ero abituato già da quando devo rispettare i tempi di consegna per le testate. E&#8217; ovvio che non ho mai letto per intero i libri che dovevo illustrare. E&#8217; meglio così, altrimenti c&#8217;è troppa roba che ti frulla per la testa, meglio avere un piccolo riassunto da cui partire con poche idee. Poi se si conosce l&#8217;autore è chiaro che si sa rendere meglio l&#8217;atmosfera. Penso a un&#8217;idea e mando il primo schizzo della copertina. Se non piace all&#8217;autore o all&#8217;editore, ne faccio un&#8217;altra, e ancora e ancora. Sono arrivato a ideare fino a 40 proposte di copertine la settimana. Per l&#8217;ultimo romanzo di Bruno Arpaia ho dovuto fare una decina di prove prima di avere l&#8217;okay. Bisogna avere tanta pazienza. Poi succede che, tra le centinaia di disegni esclusi, uno di loro vince la Medaglia d&#8217;Argento della<em> Illustration Society</em> di New York. E questo ti fa pensare.</p>
<p style="text-align: left;"><strong>Quali sono i romanzi che hai amato di più illustrare?</strong></p>
<p style="text-align: left;">In realtà non ho mai fatto copertine per autori che mi piacciono da pazzi. Non ho mai fatto una copertina per Kafka, per i classici russi o per qualche buon americano. E per fortuna: a me vengono meglio le copertine degli autori di cui non mi frega niente. Sono più disinvolto, più sciolto, non sono incatenato da problemi di riverenza o di rispetto. Paradossalmente, meno l’autore mi piace più libero e creativo mi sento.</p>
<p style="text-align: left;"><strong>Per te il libro sopravviverà nella nuova era del digitale?</strong></p>
<p style="text-align: left;">Oggi ci troviamo in un momento di cambiamenti pazzeschi per quanto riguarda i supporti di trasmissione della cultura. Il formato-libro ha finito il suo ciclo di trasmissione a distanza di saperi nel tempo e nello spazio. Ora c’è il digitale, il quale però continua ancora a utilizzare il linguaggio della stampa, quindi ci si aspetta che nei prossimi anni assumerà sempre più linguaggi propri. Perché leggere Shakespeare se, collegandosi in rete, si potranno vedere decine di rappresentazioni diverse dell&#8217;Amleto? La sola scrittura in molti aspetti non potrà più competere con le forme multimediali. Anche l’illustrazione sarà investita da questo vortice di cambiamento: il disegno fisso e inanimato è destinato al tramonto. Ci sarà sempre più spazio per l&#8217;illustrazione animata: con grande fatica per gli autori, perché per fare pochi minuti di animazione decente ci vogliono settimane. Con il digitale cambierà totalmente anche il modo di concepire la copertina. Nei <em>bookstore</em> online i libri sono accompagnati da avatar piccoli come un francobollo. La copertina potrà diventare animata, una sorta di<em> trailer</em> di qualche minuto che sintetizza il contenuto del testo. Oppure ci sarà una sorta di scatola di montaggio con cui i lettori potranno creare la propria immagine personale. Così in futuro il libro non avrà una sola copertina, ma centinaia, caricate o assemblate dai fan della rete. In questa era fluida le strade percorribili sono infinite.</p>
<p style="text-align: left;"><strong>Potenzialità sterminate, che tuttavia rischiano di sottrarre spazio alla riflessione e all&#8217;immaginazione.</strong></p>
<p style="text-align: left;">Sì, questo è un grosso problema della corsa verso il futuro. Se non rimaniamo riflessivi e non conserviamo la capacità di divagare e di riflettere di fronte a questi nuovi strumenti e linguaggi, siamo fregati. Già il tentativo di farci diventare consumatori deficienti; se diventiamo pensatori deficienti, allora è la fine. Ci serve la letteratura, perché è l&#8217;unica che ci permette di viaggiare con la mente e, a differenza del cinema, di poter tornare indietro e prendersi il tempo per pensare: E abbiamo bisogno buone immagini, che ispirino associazioni di idee e nuovi punti di vista; questo è il compito del nostro mestiere.</p>
<p style="text-align: left;"><strong>Qual è il tuo metodo di lavoro?</strong></p>
<p style="text-align: left;">Io parto sempre dalla matita e poi sviluppo il mio lavoro al computer, con cui coloro e creo collages digitali. Per fortuna al giorno d’oggi i programmi sono in grado di rappresentare alla perfezione le pratiche manuali. Per scrivere esiste la tastiera, esiste la simulazione vocale e la trascrizione delle parole. Così è per il disegno. Io uso Painter, da questo punto di vista il più esagerato: ti consente di scegliere la grana delle carte, il colore, il tipo di umidità e tutti i colori possibili e immaginabili che si possono miscelare nella tavolozza virtuale.</p>
<p style="text-align: left;"><strong>Quanto il passaggio alla pittura digitale ha cambiato il tuo processo creativo?</strong></p>
<p style="text-align: left;">Non molto. Per me è stata un’opportunità per semplificare il mio lavoro, ma per il resto non ho cambiato nulla rispetto a prima. Molti giovani invece imparano a disegnare direttamente sul computer e non hanno più necessità di imparare nozioni come il comportamento dell’acquerello su carta umida o asciutta, il modo giusto per ridipingere sul colore ad olio. E poi ci sono le eccezioni folli: Art Spiegelman, ad esempio, fa prima i bozzetti al computer e poi disegna le tavole a mano, con china e pennino!</p>
<p style="text-align: left;"><strong>Se bisogna per forza essere nostalgici, si può dire che il digitale inoltre limita la libertà del gesto manuale e riduce di gran lunga l&#8217;intervento del caso nella creazione artistica</strong>.</p>
<p style="text-align: left;">In effetti la casualità è una fondamentale fonte espressiva. Il gesto della mano, la traccia irregolare del pennello e l&#8217;intensità del colore, nel computer sono simulate, e in un certo senso seguono degli schemi preimpostati dai programmatori; e le schematizzazioni sono sempre sbagliate. E&#8217; anche vero che, ogni anno che passa, i software consentono una libertà d&#8217;azione virtuale sempre più vasta. La mimesis del reale in fondo è stata per secoli una delle massime ambizioni dell’uomo. Grazie alla tecnica, ci è arrivato molto, forse troppo vicino, spingendosi a un’imitazione talvolta esasperata.</p>
<p style="text-align: left;"><strong>Lo scorso anno, al Children Book&#8217;s Fair di Bologna hai presentato il<em> Manifesto Segreto</em>. Cos&#8217;è?</strong></p>
<p style="text-align: left;">Il <em>Manifesto Segreto </em>è un&#8217;idea di Vànvere, una piccola casa editrice di Roma. In sostanza è un libro di montaggio con materiali, figure e parole da ritagliare per creare manifesti e comporre messaggi personalizzati. E&#8217; un invito alla creazione e alla personalizzazione dei bambini, perché è esclusivamente dedicato a loro, al loro mondo immaginario fatto da piccoli segreti. Gli adulti non sono ammessi: in quarta di copertina infatti c&#8217;è scritto “vietato guardare”. Sempre per quella casa editrice avevo creato il <em>Bestiario Accidentale</em>, pieno di animali in movimento. Anche in quel caso le pagine si possono strappare facilmente lungo i tratteggi e possono così formare nuove storie e rappresentazioni. Da quando ero bambino non ho mai amato le cose troppo statiche. Di recente ho illustrato anche <em>Gli amici nascosti</em>, di Cecilia Bartoli, una bella storia sulla fuga dall&#8217;Etiopia in Italia di una madre e il suo bambino.</p>
<p style="text-align: left;"><strong>Come vedi il futuro? Cosa ti piacerebbe fare che ancora non hai fatto?</strong></p>
<p style="text-align: left;">Probabilmente faccio parte della generazione più fortunata della storia dell’umanità in questa zona del mondo. Sono nato nel boom economico e ho vissuto in decenni di benessere, privo di grandi conflitti internazionali. Conduco una vita agiata e svolgo un lavoro che mi diverte mentre mio padre ha iniziato a lavorare in fabbrica a nove anni. Detto ciò, non ho grandi illusioni per i prossimi anni: la crisi economica non è finita e non c&#8217;è cambiamento da parte dei politici, spesso giullari dei potenti di turno. Nel mio piccolo, spero di riuscire a fare almeno i prossimi cinque Calendari. Poi mi piacerebbe portare a termine qualche vecchia idea sepolta nel cassetto: sarebbe già una grande conquista. <span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"> </span></span></p>
<p style="text-align: left;">
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.magzine.it/non-deve-essere-chiaro-se-no-non-e-divertente-intervista-a-guido-scarabottolo/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Valeria Petrone, illustrare Rodari e donne chic</title>
		<link>http://www.magzine.it/valeria-petrone-rodari-donne-chic/</link>
		<comments>http://www.magzine.it/valeria-petrone-rodari-donne-chic/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 06 Aug 2015 07:03:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Michele Alinovi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Milano]]></category>
		<category><![CDATA[illustratori]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.magzine.it/?p=4660</guid>
		<description><![CDATA[Valeria Petrone, nata a Cesena, è una delle illustratrici per l&#8217;infanzia più apprezzate nel mondo. Dopo aver studiato a Milano, nel 1985 si trasferisce a Londra, dove frequenta la Saint ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="670" height="420" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2014/04/petrone.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="petrone" /></p><p><strong>Valeria Petrone</strong>, nata a Cesena, è una delle illustratrici per l&#8217;infanzia più apprezzate nel mondo. Dopo aver studiato a Milano, nel 1985 si trasferisce a Londra, dove frequenta la Saint Martins School of Art e pubblica i suoi primi libri per ragazzi. Anni dopo è la volta degli States: qui si fa conoscere e inizia a lavorare per diverse testate americane come il <em>Los Angeles Times</em>. Tornata in Italia, intraprende una lunga collaborazione con<em> Io Donna</em>, in cui illustra con stile e leggerezza le sfumature dell&#8217;universo femminile degli anni Duemila. Oggi vive stabilmente a Roma ma torna regolarmente a Milano, in modo da “godermi entrambe le città, ugualmente stimolanti in modi totalmente differenti”. Membro per molti anni della<em> Society of Illustrators </em>di New York, ha partecipato a diverse mostre collettive e ha vinto numerosi riconoscimenti internazionali.</p>
<p>Il campo in cui si è sempre mostrata più a suo agio è l&#8217;illustrazione per ragazzi. Arabeschi di rami e piante solitarie, animaletti dagli occhi tondi e sgranati e buffi personaggi dagli abiti variopinti popolano le sue opere. Valeria, che da bambina è cresciuta con i racconti e le filastrocche di Gianni Rodari, ha finito per illustrare molti testi del grande autore piemontese, come <em>Il Pittore</em>, con cui ha vinto nel 2008 la medaglia d&#8217;oro della prestigiosa rivista americana di settore <em>3&#215;3</em>.</p>
<p>Protagonista dei suoi lavori è il colore, che dà vita ai soggetti e crea atmosfere, tramite accostamenti studiati di tonalità vivaci e uniformi, percorse talvolta da piccoli tratteggi meticolosi, che ricordano i segni dei vecchi pastelli che si usavano a scuola. Da tempo Valeria utilizza il digitale ma non ha mai perduto il linguaggio intimo, ironico e fatto di di poche cose, scevro dai virtuosismi e dagli effetti speciali in cui spesso cade chi si inebria di <em>Illustrator</em>.</p>
<p><strong style="line-height: 1.5em;">Quando hai deciso di voler diventare illustratrice?</strong></p>
<p>Ho sempre amato avere a che fare con il disegno e coi colori. Dopo il liceo artistico ho subito iniziato a fare l’illustratrice. Non mi è mai piaciuto lo stereotipo romantico dell&#8217;artista come genio ispirato e sofferente: la professione dell&#8217;illustratore, essendo più legata all&#8217;editoria e alle logiche commerciali, mi sembrava più divertente e un po&#8217; meno pomposa.</p>
<p><strong>Chi sono i maestri a cui ti sei ispirata e quelli che senti affini alle tue corde?</strong></p>
<p>Sono cresciuta leggendo i libri di Bruno Munari e di Gianni Rodari. In seguito mi hanno appassionato tantissimi artisti molto diversi tra loro: Giotto, Lucas Cranach, David Hockney, Alex Katz, Marcel Dzama e illustratori come Edward Gorey, Michael Sowa, Saul Steinberg, Art Spiegelman e infine i libri di Tibor e Maira Kalman.</p>
<p><strong>Quanto conta per un illustratore conoscere la storia dell&#8217;arte?</strong></p>
<p>Non so se sia strettamente necessario, ma di certo un&#8217;educazione visiva è molto importante per approfondire la propria ricerca personale. A questo scopo vale tutto: cinema, teatro, mostre, libri, una passeggiata nel centro storico di qualche città, e poi le vetrine dei negozi, che siano di fiori, dolci o vestiti. Io ad esempio sono fatalmente attratta dai negozi di scarpe, di ferramenta, di materiale elettrico e di antiquariato.</p>
<p><strong>Come procedi quando devi illustrare un </strong><strong>pezzo per una testata?</strong></p>
<p>Per prima cosa leggo il testo dell&#8217;articolo che devo illustrare più volte, lasciando che la mente vaghi il più liberamente possibile. Poi cerco di creare delle immagini nella mia mente, procedendo per associazioni di idee. Nel migliore dei casi visualizzo un disegno, un dettaglio, un&#8217;atmosfera, e da lì elaboro quello spunto: a volte basta una sola parola per far scattare un&#8217;idea inaspettata. Ho imparato a fidarmi della prima intuizione: è quasi sempre quella giusta. Quando la magia non si compie, allora procedo in modo più razionale: scrivo una lista di concetti chiave del testo e ricerco sulla rete immagini e foto che mi possano suggerire qualcosa. L&#8217;immagine che preferisco nasce quando riesco ad astrarmi il più possibile dal testo, pur rimanendo attinente ad esso. Cerco di lavorare sul non detto delle parole, per arrivare ad un&#8217;immagine che non si limiti a descrivere ciò che è scritto, ma che lo arricchisca aggiungendo un punto di vista autonomo e originale.</p>
<p><strong>A vent&#8217;anni ti sei trasferita a Londra per studiare e trovare lavoro come freelance. Consiglieresti ai giovani, illustratori e non, di studiare o lavorare all&#8217;estero?</strong></p>
<p>Sì, credo che sia una esperienza molto formativa. Gli anni che ho vissuto a Londra mi sono serviti tantissimo. Innanzitutto, perché iniziavo una professione nel migliore dei modi, ossia in un Paese dove il lavoro dell&#8217;illustratore ha una sua dignità per cultura e tradizione. Ciò mi ha incoraggiato e stimolato molto. Lì mi sono avvicinata alla cultura anglosassone del nonsense, dello humour. Ho conosciuto autori come Edward Lear e Roald Dahl, illustratori come Tony Ross e David McKee, i quali hanno influenzato profondamente il mio approccio all&#8217;illustrazione per l&#8217;infanzia. A Londra ho trovato un agente disposto a rappresentarmi e ho cominciato a pubblicare i miei primi libri per ragazzi. Pochi anni dopo ho preso il volo per New York, con la mia valigetta e il mio <em>portfolio</em> personale, decisa a lavorare negli Stati Uniti. Quando ho cominciato internet non esisteva, il mondo non era così globalizzato come oggi: per capire cosa succedeva in altri Paesi e desiderando pubblicare all&#8217;estero, partire era necessario. Ora c&#8217;è la possibilità di essere aggiornati su tutto, sfogliare virtualmente libri o farseli arrivare a casa, vedere in tempo reale i lavori pubblicati dagli altri illustratori o fare un <em>virtual tour</em> nei musei di mezzo mondo. Ma andare via e respirare un&#8217;aria differente da quella del proprio giardino di casa è un&#8217;altra cosa. E&#8217; salutare.</p>
<p><strong>Shout afferma che in Italia l&#8217;illustrazione, oltre ad essere retribuita poco, non si sa bene cosa sia e “viene archiviata come una sorta di Ufo, un ibrido tra fumetto e vignette”. Tu che ne pensi?</strong></p>
<p>A differenza di quanto succede nel mondo anglosassone e non solo, in Italia la professione dell&#8217;illustratore non è tenuta in grande considerazione. E&#8217; sottopagata, spesso considerata una soluzione tappabuchi a cui appigliarsi quando l&#8217;art director di una testata o di una casa editrice non sa come cavarsela. Spesso si fatica a considerare l&#8217;illustratore qualcosa di più di un semplice esecutore. Ciò è evidente nel campo della pubblicità, dove spesso si è costretti a sviluppare un layout già deciso dall&#8217;art director. Negli Stati Uniti, invece, mi è capitato di lavorare per alcune campagne pubblicitarie dove mi veniva chiesto di realizzare illustrazioni interpretando liberamente il concept: Lì chi fa il nostro mestiere è visto come un autore, con una propria autonomia e libertà creativa. Naturalmente anche da noi esistono numerosi esempi positivi, soprattutto nell&#8217;editoria, e in generale la mentalità sta cambiando. I giovani illustratori sono molto intraprendenti e si stanno facendo un nome grazie alla diffusione delle loro opere che permettono i <em>blog</em> e i<em> social network</em>. Mi sento piuttosto positiva per il futuro.</p>
<p><strong>Francesco Poroli si definisce un fautore del &#8216;cazzeggio&#8217;. Scarabottolo anni fa ha scritto addirittura un <em>Elogio della pigrizia</em> del creativo il quale, facendo altro, trova spunti utili il proprio lavoro. Sei d&#8217;accordo?</strong></p>
<p>D&#8217;accordissimo. Vagare altrove con la mente e con il corpo è essenziale affinché il cervello possa mettere in moto un processo creativo.</p>
<p><strong>Tempo fa hai illustrato le pagine di un <em>Moleskine</em>, lo storico taccuino di scrittori e artisti. Davvero possiamo credere ancora alla poetica immagine del creativo con il block notes sempre in tasca pronto per imprigionare le idee che gli vengono in mente? Quanto l&#8217;avvento del digitale ha modificato il tuo modo di lavorare?</strong></p>
<p>Premetto che, pur lavorando sul mac da anni, non sono per niente esperta e sfrutto solo in minima parte le potenzialità del mezzo digitale. Non me ne vanto, sia chiaro, anzi mi riprometto continuamente di approfondire alcune tecniche del software. Poi però non lo faccio e mi porto dietro lo stesso pennello e la stessa <em>texture</em> del foglio da anni. Per come lo uso io il computer è un mezzo molto semplice, anche se il suo utilizzo ha cambiato profondamente il mio processo creativo. Prima partivo da schizzi in bianco e nero e poi sceglievo in un secondo momento i colori da utilizzare. Da qualche anno, invece, ho iniziato a passare direttamente ai colori, avendo la possibilità di formare, provare e cancellare in poche mosse infiniti accostamenti cromatici. Ciò mi aiuta a costruire più in fretta le forme e i colori che determinano l&#8217;atmosfera che voglio conferire alla mia illustrazione. Molti si stupiscono del mio metodo di lavoro, forse perché entrando nel mio studio si aspettano di trovare ancora mucchi di bozzetti disegnati a matita. Detto questo, invidio chi si aggira con il taccuino sempre in tasca (e sì, ci sono ancora quelli che lo fanno). Io ormai non lo faccio più e spesso dimentico le intuizioni e le idee che mi sono balenate per la testa nei vari momenti della giornata. Considero ancora importantissimo l&#8217;atto del lavoro manuale. Quando trovo il tempo per dipingere su tela, mi pare la cosa più bella e liberatoria del mondo. A causa della sua imprevedibilità, la pittura con le tecniche tradizionali dà un&#8217;adrenalina completamente diversa. E&#8217; euforizzante.</p>
<p><strong>Ti sei dedicata in gran parte all&#8217;illustrazione per l&#8217;infanzia, a mio parere l&#8217;ambito in cui ti esprimi al meglio e dove hai modo di sprigionare tutta la tua capacità inventiva e il tuo uso brillante dei colori. Quali sono le storie che più hai amato rappresentare?</strong></p>
<p>Illustrare libri per i bambini offre enormi possibilità espressive. E&#8217; un processo molto diverso da quello che si compie nell&#8217;illustrare un articolo di giornale: in quei casi bisogna pensare velocemente a un&#8217;idea che condensi il tema del pezzo in una sola immagine concettuale, di forte impatto. Lavorando a un libro, invece, si hanno a disposizione diverse pagine per illustrare i vari passaggi di una storia. I tempi di consegna sono più lunghi e quindi c&#8217;è la possibilità di elaborare una propria interpretazione, aggiungere dettagli, percorrere strade nuove. In quanto a me, i testi che ho illustrato con più piacere sono quelli di Gianni Rodari, per la loro ironia e le loro situazioni surreali.</p>
<p><strong>L&#8217;altro grande tema di cui ti occupi è l&#8217;universo femminile, soprattutto per<em> Io Donna</em>. Le tue donne hanno stile, sembrano audaci, libere e coi piedi per terra, ma anche un po&#8217; sognatrici. Qual è il tuo ideale di donna e quando è vicina alla sua attuale rappresentazione nel nostro Paese?</strong></p>
<p>Le donne che rappresento nei miei disegni sono indipendenti e coraggiose, non particolarmente aggressive. A volte sembrano spaesate e si interrogano su quello che stanno vivendo, ma sempre con una buona dose di ironia. Credo che queste siano le caratteristiche femminili ideali, che tra l&#8217;altro appartengono anche a molte mie amiche e conoscenti. Purtroppo esse non corrispondono affatto alla figura della donna rappresentata oggi dai media in Italia.</p>
<p><strong>Ascolti musica mentre lavori?</strong></p>
<p>Inizio a lavorare in silenzio; solo dopo aver avuto l&#8217;idea o aver impostato il disegno accendo la radio o faccio partire una <em>playlist</em> di canzoni. Mi capita spesso di lavorare di sera e di notte per qualche consegna urgente: il potere della musica aiuta a tenerti sveglia e rimanere nel <em>mood</em> giusto. Ultimamente sto scaricando alcuni podcast di audiolibri: l&#8217;ultimo volume per bambini che ho illustrato ha avuto <em>Frankenstein</em> di Mary Shelley come colonna sonora.</p>
<p><strong>Che consigli daresti a un aspirante illustratore?</strong></p>
<p>Di guardarsi in giro, prendere ispirazione da tutto e da tutti, capire cosa gli piace e poi dimenticarselo mentre disegna: verrà fuori da sé.</p>
<p style="text-align: center;">
<div id="__if72ru4sdfsdfruh7fewui_once" style="display: none;"></div>
<div id="__zsc_once"></div>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.magzine.it/valeria-petrone-rodari-donne-chic/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
	</channel>
</rss>

<!-- Performance optimized by W3 Total Cache. Learn more: http://www.w3-edge.com/wordpress-plugins/

Page Caching using disk: enhanced
Database Caching 1/13 queries in 0.011 seconds using disk
Object Caching 1311/1459 objects using disk

 Served from: www.magzine.it @ 2026-04-18 02:51:34 by W3 Total Cache -->