Dicono di essere partiti dal basso, ma non sono il Movimento 5 Stelle. Sono a sinistra sui diritti civili, a destra in economia ma si dicono diversi anche dal Partito Democratico. Si chiama Volt, ed è il primo partito europeista transazionale nato sotto la bandiera dell’Unione Europea. In appena un anno e mezzo ha avuto una diffusione capillare in quasi tutti gli stati europei, raccogliendo i consensi soprattutto dei giovani tra i 18 e i 35 anni. Il loro volto Milanese è Gabriele Pravettoni Farinelli, 33 anni, ex bocconiano. L’abbiamo incontrato in un famoso locale del quartiere Isola per parlare di Europa e provare a decifrare l’identità politica del movimento.

Gabriele che cos’è Volt?

«Volt è un nuovo modo di fare politica. Nuovo perché noi viviamo in un Paese dove la frammentazione dei partiti politici è una cosa all’ordine del giorno, nessuno nasce davvero dal nulla. Il nostro è l’unico movimento che viene davvero dal basso, non dalla scissione di un partito, un politico scontento che prova una nuova avventura in autonomia o da un comico attempato che decide di tramutare la sua attività di satira in un partito politico».

E allora voi in cosa vi distinguete? E per cosa sareste “nuovi”?

«Perché abbiamo un nuovo approccio alla politica».

Quale?

«Il paneuropeismo: è una definizione diversa da europeismo. Noi siamo per gli ‘Stati Uniti d’Europa’ e soprattutto siamo transnazionali all’interno dell’Unione Europea: stesso partito o associazioni, stesso simbolo, stessi principi, stesso programma all’interno di più stati d’Europea, pur con delle limitazioni giuridiche. Siamo progressisti, siamo andati oltre le logiche settecentesche di destra e sinistra. Lavoriamo con l’ascolto al terzo settore, per dare voce a quelle 6 milioni di persone che in Italia si occupano di volontariato».

Ma le vostre idee economiche sono di destra o di sinistra?

Le nostre idee sono abbastanza liberali, quindi se vogliamo più vicine alla destra.

Però sui diritti e sul sociale siete più vicini alla sinistra.

Confermo.

Questo non vi rende la brutta copia del Pd?

O la brutta copia di Italia Viva. No, per un motivo prima di tutto, che è declinabile anagraficamente: noi non siamo mai stati nel Pd, siamo totalmente nuovi e non abbiamo un approccio come il loro. E siamo più credibili, perché non siamo mai stati nelle istituzioni.

Ma rispetto a cosa voi vorreste alzare la voce?

Io credo che vero elefante nella stanza, in Italia, sia la frattura generazionale che si è creata. Oggi viviamo il paradosso che non sono i giovani a lavorare per crescere e mantenere i pensionati, ma sono i pensionati a fare da ammortizzatore sociale per i giovani.

Ma se tu domani dovessi trovarti a scrivere una manovra economica su cosa punteresti?

Punterei sui giovani. Io non avrei mai fatto ‘Quota100’. Toglierei alcune tutele pensionistiche, farei delle riforme sulle pensioni, forse impopolari, ma investirei sui giovani. Oggi viviamo il paradosso che non sono i giovani a lavorare per crescere e mantenere i pensionati, ma sono i pensionati a fare da ammortizzatore sociale per i giovani. Il nostro Paese è il “laureificio” del resto del mondo. Lo Stato spende circa 140mila euro per portare un ragazzo alla laurea e negli ultimi anni circa 550mila neolaureati sono andati a lavorare all’estero. Io proverei a portare in Italia gli studenti degli altri Paesi.

Volt ha intenzione di partecipare alle prossime amministrative qui a Milano?

Con Volt facciamo formazione di continuo, ma non mettiamo mai le mani in pasta. Ecco perché io a Milano sto puntando ad altro, alle piazze. Oggi la visione che ci caratterizza non può più essere “i ragazzi del partito europeo transnazionale e progressista”. Abbiamo bisogno di essere qualcosa di più concreto, locale, cittadino, di dire ‘io questa cosa la farei così’. Io non voglio ad oggi essere un partito per tutti. Mi interessa che una fetta di persone si riconosca fortemente in Volt e che si attivi. E mi auguro che le persone che non si identificano, il nonno degli under 40, per capirci, abbiano a cuore noi e le nostre proposte perché noi siamo il futuro. Oggi la nostra attività si sta spostando nelle piazze.

E hai delle proposte?

Volt Milano ha un programma quadro, votato dai membri della sezione di Milano il 3 ottobre. E bisogna immaginarselo proprio come un quadro, una tela in mezzo bianca e quattro angoli che fanno da direttrici: sviluppo urbano, mobilità, salute e fragilità, qualità della vita. Questi quattro temi sono appesi al chiodo della sostenibilità, declinata non solo in ambito ambientale. Ad esempio, vogliamo fortemente che a Milano diventi da sfigato, out, usare la macchina. Vorremmo che ci sia un investimento molto più grande rispetto al già enorme fatto sui trasporti pubblici e lo sharing.

Sì, ma come?

Ad esempio, Milano oltre ad avere poche piste ciclabili, non ne ha collegate l’una all’altra. Non esiste un vero e proprio circuito di piste ciclabili. È quindi necessario produrre un progetto strutturale per queste.

Sì, ma come? Se tu domani diventassi un consigliere comunale della Città di Milano, come faresti per portare a termine questa proposta?

Io innanzitutto rivedrei l’agenda degli investimenti. Poi credo che Milano sia la dimostrazione di quanto funzionino le collaborazioni tra privati e Comune. Se normato, controllato e tutelato, l’investimento privato è la chiave di volta. Parliamo con le aziende, puntiamo agli incentivi, pubblici e privati. È l’incentivo che può portare il dipendente a venire a lavoro in bici piuttosto che in macchina. Io Comune ho dei soldi e li investo in un progetto con la grande società, che costruisce in un quartiere degradato la sua sede e in cambio gli porto la metropolitana, gli faccio le infrastrutture, gli agevolo l’arredo urbano.

Da Milanese innamorato della mia città, il sogno è che qui non esista più il concetto di periferia.

Milano è una città da 6 milioni di cittadini, e i comuni dell’hinterland stanno diventando solo dei dormitori. 10 anni fa, il centro a Milano era solo piazza Duomo, oggi le cose sono cambiate e i centri si sono moltiplicati. Il passo successivo sarà creare tanti centri ma in periferia per riqualificarla. E per farlo non puoi mettere quattro alberi e portare l’autobus e la metropolitana, per farlo devi chiedere a qualcuno, a un privato, per portare qualcosa. Io credo che si debba mantenere l’identità del quartiere ma poi fare in modo che cresca. Oggi Isola è uno dei quartieri di lusso di Milano. Prima di alzare gli affitti e diventare uno dei quartieri di lusso della città, sono arrivati i privati e sono arrivate le aziende che ci hanno investito. Se questo venisse fatto scientemente dal comune sarebbe una grande svolta.

Cambiamo discorso. Boris Johnson ha vinto le elezioni in Gran Bretagna, e quasi certamente porterà Londra fuori dall’Europa. Cosa manca a Milano per essere la nuova capitale d’Europa?

Io credo che a Milano non manchi nulla, a prescindere dalla Brexit. Anzi credo che Milano sia già, nella possibilità di essere la capitale d’Europa. Il mercato lo dice, perché Milano è la città con gli investimenti immobiliari più alti in questo momento. La bravura sarà non fare l’errore di Londra o di Parigi, cioè creare dei quartieri in stile City Life in mano a fondazioni arabe che, passate le nove di sera, si svuotano completamente.

Ma tu credi che a Milano ci sia un problema di affitti?

Io credo che a Milano ci sia un problema di dumping salariale, che viene maggiormente sentito sugli affitti. A Milano il problema non è trovare lavoro ma non riuscire ad arrivare a fine mese. Chi fa lo studente e non lavora è messo ancora peggio perché pesa sulle famiglie. Londra ha risolto il problema a livello cittadino. Ci sono i giovani, gli under 30 o 35 a cui il comune dà un incentivo economico per gli affitti. Io credo che a Milano si possa fare lo stesso, che si possa studiare quella soluzione e adattarla a questo problema.