Il docufilm Cover Story, 20 anni di Vanity Fair, diretto da Cosimo Alemà, celebra il ventennale del giornale più discusso di tutti. La testa di serie del gruppo Condé Nast spegne venti candeline nella sua versione italiana, aperta nel 2003, focalizzandosi sulle copertine più significative della sua storia . Le cover di Vanity hanno contribuito ad alimentare dibattiti su tematiche sociali che vanno oltre l’immaginario di una testata di moda e costume. “Non dobbiamo solo seguire i dibattiti ma anche generarli e una copertina è capace di farlo”, dichiara il direttore Simone Marchetti, alludendo anche alla copertina del numero 27 del 5 luglio 2023, diretto e coordinato interamente da Michela Murgia, una delle cover più apprezzate della storia del settimanale. Il regista ha voluto dare spazio all’intervista della Murgia nel docu-film, enfatizzando il suo lato più umano e la consapevolezza del suo posto nel mondo dell’informazione, in particolare sul tema della famiglia queer.

Un film per celebrare il settimanale e le sue copertine: “moderno, progressista, coraggioso e che arriva dove altri non osano”, dice il regista Cosimo Alemà

Questo docu-film è un lavoro autocelebrativo che però non tace sulle regole dello spietato mondo dell’editoria di costume . Qui, grafici e creativi si ritrovano in una gabbia in cui la volontà di raccontare storie interessanti contrasta con la necessità di vendere copie, molte di più di quante servirebbero ad un quotidiano. I settimanali non hanno possibilità di sbagliare l’edizione. Hanno una sola possibilità che deve centrare il segno. La parte principale di questo lavoro è azzeccare la copertina che ha la funzione di attirare e di incuriosire il lettore: essa, infatti, passa attraverso i ritratti inediti dei personaggi famosi .

Il film rivela il dietro le quinte della realizzazione delle cover più amate e discusse, più controverse e dibattute. Il set, i fotografi, gli editor, i grafici, i giornalisti, i fonici, i tecnici: la punta di questo iceberg costruisce la foto di copertina. E se scegli di lavorare per Vanity Fair sai a cosa vai incontro: sai che prima dell’intervista con Madonna potresti essere licenziato e che sarà proprio quell’intervista a rimetterti in carreggiata. Sai che nessuno è indispensabile, tanto meno un direttore che non vende e che non è capace di reggere il confronto con l’altro colosso targato Condé Nast come Vogue.

Anna Wintour, direttrice di Vogue America, è la punta di diamante delle celebrities intervistate nel racconto costruito dal regista Cosimo Alemà, che ci ha spiegato cosa c’è dietro la creazione di un artefatto simile .

Come si è ritrovato a collaborare con Vanity Fair?

Vanity Fair voleva realizzare un film celebrativo sui vent’anni della sua storia in Italia. Mi hanno chiamato perché sono un regista che ha un background nella moda e nella musica e questo documentario è una buona via di mezzo tra le due cose. Ho girato  700 videoclip musicali. Ho smesso di farne altri, tranne per Fabri Fibra, l’unico artista che mi motiva ancora a lavorare nella musica.

Come è avvenuta la selezione delle immagini e delle interviste? Ha avuto carta bianca o c’è stato un dialogo con la testata e il direttore Simone Marchetti?

L’idea è partire da una ricerca negli archivi per capire cosa è stato il giornale, per poi fare un viaggio all’interno della redazione e parlare con chi vi lavora. E poi la parte operativa: ho seguito il team della redazione nelle attività della scorsa estate. Dalla fine di maggio a settembre abbiamo girato qualsiasi cosa fosse all’ordine del giorno. Le interviste agli artisti erano legate alle attività che venivano fatte dalle celebrities. Abbiamo pensato anche a dei talent che fossero particolarmente rappresentativi, vedi Monica Bellucci: Monica è l’immagine del giornale e quindi è stato naturale scegliere lei. Se Simone Marchetti  andava a presentare un evento, andavamo anche noi. Siamo andati per cinque giorni allo showcase di Valentino, seguendo il suo lavoro. Abbiamo trascorso 3/4 mesi insieme. Considerato che bisognava fare un prodotto d’intrattenimento veloce e leggero, molto di quello che abbiamo girato non è nel film. Abbiamo cercato di trattare argomenti cari a Simone e al giornale, in linea con i temi e le battaglie civili di cui la testata si fa portavoce .

 La Bellucci in un passaggio della sua intervista dice che le cose si possono cambiare anche dall’interno. Nel film c’è anche un tentativo di auto-critica nei confronti di questo mondo spietato?

Sono felice che si colga. Il nostro è un progetto celebrativo che cercava di esserlo nella maniera meno didascalica possibile. Abbiamo fatto capire anche che non è tutto rose e fiori. Ci sono alcune scene in cui Simone sente i messaggi in segreteria lasciati dai suoi collaboratori e i toni non sono proprio pacati. Sembra tutto molto glamour ma il giornale non solo è una cosa seria, ma è fatto anche di problemi e di una serie di criticità. È ovvio che, se io avessi voluto fare un docufilm su Vanity Fair non commissionato da Vanity è probabile che il film sarebbe venuto in modo diverso. Non perché ci fossero i motivi per essere spietati, ma perché avrei centrato il racconto più su coloro che lavorano ad oggi all’interno della filiera produttiva del settimanale. Le interviste alle celebrities sono comunque state molto divertenti da girare.

Qual è l’intervista che Le ha lasciato di più a livello personale?

Rispondere quella di Michela Murgia sarebbe troppo banale. Il tenore delle due ore di intervista passate con lei lo si intuisce dai contributi che ho voluto mettere nel film anche per far capire che Michela è il manifesto del progetto. La mia preferita in assoluto è l’intervista a Roberto D’Agostino, il fondatore di Dagospia. È stata lunghissima, sarebbe diventata un film a sè. Non è stata una vera intervista: abbiamo avviato la registrazione e lui ha parlato per un’ora e mezza. Mi sono piaciute le sue metafore sul panorama dell’editoria di costume italiana . Secondo lui c’è sempre stata la fiera della vanità ed è il posto dove noi raccontiamo agli altri la nostra costruzione di sè. C’è sempre il momento in cui vesti una maschera, sali su un palco e racconti una storia.

Avrebbe voluto dare maggior spazio a qualche altro ospite nel girato finale?

Mi sono divertito molto anche con la Fagnani. La verità è che la prima versione del film era di cinque ore e mezzo. Di ognuno ci sarebbero stati delle parti in più da mettere ma non era fattibile. C’era del materiale eccezionale: per ottenere un risultato asciutto siamo stati costretti a rinunciare a molte belle frasi .

E, Anna Wintour com’è?

È come te la immagini: ed è l’intervista di cui sono stato più felice. Io, assieme al mio sceneggiatore Matteo, abbiamo scritto tutte le domande che sono state fatte ad Anna. Lei è arrivata spaccando il secondo: sapevano che ci avrebbe dato 15 minuti e al minuto 14 e 50 secondi ci ha sorriso ed è uscita dalla stanza. Una specie di perfezione umana . Nella vita ho avuto tante volte l’occasione di stare nella stanza con grandi star internazionali e un certo magnetismo lo si avverte sempre. Anche se le interviste che più mi è piaciuto fare per il mio interesse personale sono quelle ai giornalisti e alle giornaliste di Vanity per chiedere loro anche come si lavora in un giornale di questo tipo e come si scelgono le storie da raccontare nell’ottica di un settimanale, in cui sai di non poter sbagliare.

Una rivista come Vanity Fair può ambire ad avere un ruolo politico?

Già ce l’ha, nel momento in cui una testata storica che abbraccia un pubblico ampio e variegato punta su temi oggettivamente progressisti, occupandosi di valori e battaglie sociali di ogni tipo. Prende una posizione che molto spesso la maggior parte dei media non prende mai, temendo di perdere pubblico. Vanity non si fa problemi. Questo è uno dei motivi per cui la gente è attratta. Vanity si rivolge a un pubblico progressista che si fa delle domande e ricerca delle risposte dall’informazione pubblica . Michela Murgia dice in una parte del film “alcune cose di questo giornale valgono molto di più dei comizi e parlano a delle persone che ai comizi non ci andrebbero mai”.

Che differenza c’è tra Simone Marchetti e i direttori precedenti?

Che Simone sia più attivista non ci sono dubbi e nonostante creda che Simone sia un buon giornalista è un uomo di idee: ha sempre delle idee precise sui servizi e sulle copertine. Se prendi Claudio Verdelli è un giornalista puro, un intellettuale come ce ne sono pochi anche nel modo in cui scrive. Ciò non diminuisce il valore di Simone bensì ne definisce il ruolo in rapporto al periodo storico che stiamo vivendo. È un gran comunicatore. E lo fa con qualsiasi mezzo che gli è concesso, anche con gli outfit e con l’estetica personale.

La comunicazione del giornale è cambiata molto negli ultimi anni. Marchetti dà più peso all’estetica rispetto ai suoi predecessori?

Bisogna anche mettersi nell’ottica che gli anni d’oro di VF non appartengono al tempo presente. Il periodo d’oro di Vanity è stato quello lanciato da Verdelli e passato poi per Luca Dini. Si puntava molto sull’immagine, sull’estetica portata da grandi fotografi come Ellen Von Unwerth per il primo numero, con Monica Bellucci in copertina, e Helmut Newton. Adesso siamo in un’era così così radicale perché l’editoria sta morendo . La cifra fotografica di Vanity e delle sue copertine ha vissuto albe ben più luminose. Ma adesso ci sono altre cose su cui va fortissimo: i social, le interazioni, il sito che fa click in tutto il mondo. Il film parla proprio di questo.

Ha senso che un film come questo sia uscito al cinema?

No, non ha nessun senso. Non ho mai pensato che fosse una grande idea. È un prodotto da piattaforma streaming. Idealmente dovrebbe stare in streaming gratuito sul sito di Vanity Fair per i lettori. La scelta di portarlo nelle sale l’ho trovata senza senso. C’è stata la premiere del documentario a Vanity Fair Stories (a dicembre ndr) con una serata magnifica. Adesso, il documentario dovrebbe essere fruibile per il maggior numero di persone possibile anche per far conoscere la storia di un marchio spesso accompagnato da qualche pregiudizio.