Poche storie: nelle sue forme più comuni, la civiltà dell’immagine possiede qualcosa d’intimamente barbarico. Semplifica, appiattisce, riduce, impone disimpegno ed evasione. Ogni tanto, però, qualche significativa eccezione consiglia maggiore indulgenza e invita a nutrire speranza sulle potenzialità dei mezzi e dei prodotti audiovisivi. Sanpa: luci e tenebre di San Patrignano – docu-serie diretta da Cosima Spender, sceneggiata da Gianluca Neri, Carlo Gabardini e Paolo Bernardelli e prodotta da Netflix – è comparsa sui canali della tv on demand lo scorso 30 dicembre e nel giro di una manciata di giorni ha riacceso, come braci ardenti sotto uno strato di cenere, dibattiti mai interrotti sulle alterne vicende di San Patrignano e del suo creatore Vincenzo Muccioli. Un discorso di fronte al quale è impossibile tirarsi indietro, anzi al quale è bene contribuire con qualche punto.

1. In nome del padre. Il primo e più illuminante momento di verità concesso dal documentario ai propri spettatori vede come protagonista Paolo Villaggio, una tra le tante personalità pubbliche coinvolte dal fenomeno delle comunità di recupero per persone tossicodipendenti per via dell’accoglienza ricevuta dal figlio. Durante un’intervista televisiva ai tempi del cosiddetto processo delle catene, interrogato sui metodi spicci utilizzati nell’ambiente creato da Muccioli, l’attore confessa, non senza un sensibile imbarazzo, le punizioni impartite: se proprio si sono verificati, quegli schiaffi vanno considerati «benedetti», anzi rappresentano «gli stessi che noi padri progressisti non abbiamo saputo tirare al momento giusto».La sorprendente trasformazione di una maschera comica in figura tragica, improvvisamente seria, contribuisce a chiarire un aspetto dirimente nel racconto: in alcun modo San Patrignano avrebbe potuto esistere senza poggiare su un diffuso meccanismo di delega in bianco su base collettiva della potestà genitoriale, seguito ad un’interminabile assenza. Eppure, la diligenza del buon padre di famiglia non può essere trasferita a terzi senza abuso.

2. La vittoria dell’omologazione. Diversi registi hanno reso omaggio su pellicola al monumento funebre a Pier Paolo Pasolini eretto all’Idroscalo di Ostia, nel luogo in cui fu assassinato: il più spietato e dolente di essi è contenuto in Amore tossico (1983), diretto da Claudio Caligari. Con taglio neorealista, il film segue una comitiva di giovani lungo tutte le tappe di una quotidianità disperata e desolante: gli espedienti illeciti utili a mettere insieme la colletta per la roba, la ricerca della svorta, i ritrovi per fasse le spade in compagnia, le trasferte verso il Sert per un sorso di metadone, la rota ossia la crisi d’astinenza, persino l’overdose. Poco prima del finale, Cesare e Michela decidono di chiudere con l’eroina, non prima di un ultimo schizzo: la ragazza viene travolta dalle convulsioni e incontra la morte all’ombra della stele, mentre l’amico tenta disperato di soccorrerla. La potenza di quel corpo disteso, abbandonato sul piedistallo bianco come in un sacrificio pagano in chiave moderna è ancora più forte alla luce dell’opera del poeta e scrittore friulano: poco prima di essere ucciso, l’intellettuale aveva dedicato ampio risalto alla condizione giovanile e più accese si erano fatte le sue denunce contro gli effetti devastanti dell’omologazione neocapitalista della società italiana.L’intento di Caligari è fin troppo scoperto, addirittura provocatorio: la guerra sporca contro le forze mobilitate a più riprese – nel 1968 e nel 1977 – per cambiare gli assetti della società aveva raggiunto il suo scopo, la piaga della droga aveva finito per disintegrare dall’interno il proletariato giovanile e le periferie urbane – Marco Ferreri avrebbe parlato di un «Accattone girato cento anni dopo». Ancora oggi ci si chiede se la comparsa dell’eroina in Italia non sia avvenuta per caso, considerati i precisi risultati politici conseguiti dalla sua diffusione: un’intera generazione di giovani – spesso militanti – narcotizzata, isolata, sfilacciata nei suoi legami più stretti e autentici. Dentro Sanpa a ciò si accenna quasi di sfuggita, eppure chiunque ambisca a dare conto di quel periodo non può prescindere da chi, quando, come e perché diffuse l’eroina nelle piazze italiane.

3. Il patriarca.Paternalismo, autoritarismo, megalomania, culto della personalità, misoginia, esaltazione al pensiero magico: nelle oltre cinque ore di retrospettiva si ricostruisce – per decostruire – l’immagine pubblica di Vincenzo Muccioli. La stazza corpulenta, l’abbigliamento, quel certo modo di portare i baffi e di tenere sistemata la capigliatura: persino nell’estetica il fondatore di San Patrignano ricorda l’immagine celebrativa del dittatore di una qualche repubblica post-sovietica – padre e padrone del proprio popolo, costretto a ricorrere alle maniere forti per via dell’assoluta eccezionalità della situazione. «Quanto male si è disposti ad accettare pur di vedere compiersi il bene?» è l’interrogativo di fondo che il prodotto suggerisce ai suoi fruitori – inquietudini simili muovono pure altri personaggi memorabili del nostro cinema, tutti in qualche modo legati al concetto di potere. D’altra parte, una risposta d’ordine ai guasti dell’onda lunga della contestazione richiedeva un uomo d’ordine.Uscite dalla porta, ecco le dinamiche della società tradizionale rientrare dalla finestra: non occorrono medicina, psicologia o pedagogia per liberare i ragazzi dalla piaga della droga – i ragazzi: questa infantilizzazione delle vittime. La ricetta prescritta prevede invece disciplina, obbedienza, sacrificio di sé, lavoro duro, ritorno ad un piccolo mondo antico di valori semplici e – se servono – anche mazzate, magari distribuite da squadracce da cui prendere le distanze se fosse scappata loro la mano. Per farla breve: non somiglia minacciosamente ad un altro suo conterraneo illustre?

In Sanpa, più la narrazione procede, più si ha la medesima impressione: che l’ingresso in comunità non sia servito a spezzare le catene della tossicodipendenza, ma corrisponda ad un’anticamera di forme più sottili di dipendenza dalle attività previste dalla vita in comune sulla collina

4. La dimensione della setta. «Ogni mare puoi solcare, non paghi l’affitto e vai dove vuoi andare. Allora vai, raggiungi la latitudine senza terra e buona fortuna. E se trovi il modo di vivere senza servire un Maestro – qualunque Maestro – allora vieni qui a raccontarcelo, va bene? Perché saresti la prima nella storia del mondo» sussurra Lancaster Dodd (Philip Seymour Hoffman) a Freddie Quell (Joaquin Phoenix) ad un certo punto in The Master (2012). Il primo è una figura sfuggente che ha trasformato la propria famiglia in un circolo chiuso e per tutta la durata del film prova a diffondere un culto attraverso i suoi scritti e pratiche stravaganti, il secondo uno sbandato in fuga da tutto e da tutti dopo un’esperienza in Marina durante la Seconda guerra mondiale. S’incontrano e finiscono per completarsi a vicenda: uno ha bisogno di neofiti, l’altro di sentirsi parte di qualcosa più grande di lui.In Sanpa, più la narrazione procede, più si ha la medesima impressione: che l’ingresso in comunità non sia servito a spezzare le catene della tossicodipendenza, ma corrisponda ad un’anticamera di forme più sottili di dipendenza dalle attività previste dalla vita in comune sulla collina. Lode al merito: in quel luogo moltissimi hanno avuto modo di disintossicarsi, portare a termine gli studi e imparare un mestiere, ma non pochi tra di essi sono rimasti a lavorare in un’istituzione per forza di cose totalizzante – altro che reinserimento in società.  L’ultima tentazione sarebbe di chiamarla col proprio nome: setta.

5. Un fiume di denaro. Nel momento in cui il giro d’affari da cui è investita la trasforma da piccolo, per quanto significativo, esperimento locale in piccola-media impresa – costo della manodopera: zero – dall’enorme valore simbolico su scala nazionale, a Muccioli comincia a sfuggire di mano la propria creatura. A complicare tutto ci pensano importanti personalità del mondo economico come i Moratti, pionieri nel dimostrare simpatia al kibbutz romagnolo – a suon di assegni, si capisce. Simpatia su cui la serie non riesce a fare piena luce: le circostanze dell’incontro tra Muccioli e Moratti restano avvolte dal mistero, per limiti di tempo gli sviluppi successivi del rapporto rimangono esclusi. Malgrado ciò, non ci si inventa niente a fare cenno al benservito dato anni più tardi dalla coppia al figlio di Muccioli, subentrato nella gestione della comunità alla morte del padre. Nemmeno Letizia Moratti – grande assente tra le testimonianze del documentario – ha aggiunto granché di nuovo a tal proposito nell’intervista comparsa sulle colonne del Corriere della Sera dopo l’improvviso exploit della serie.È sempre buona norma diffidare della bontà disinteressata dei miliardari e perciò, insomma, sorge un dubbio: sicuri che, a raccontare per filo e per segno tutto quanto, non si rischi di scoprire che il rapporto tra i Muccioli e i Moratti sia stato un po’ più complesso e un po’ meno idilliaco di quanto si cerca di sostenere con fin troppa convinzione?

6. Non si esce vivi dagli anni Ottanta. Una delle migliori qualità della serie prodotta da Netflix sta nel lavoro di demistificazione dell’immaginario collettivo non soltanto su un soggetto o su un fenomeno, ma pure su un certo capitolo della nostra storia recente: gli anni Ottanta. Un decennio tanto acriticamente glorificato da un lato quanto ingiustamente demonizzato dall’altro – un giudizio d’insieme sereno e obiettivo non sembra possibile nemmeno a quarant’anni dal loro inizio e a trenta dalla loro fine. Tutto sembra aver fatto scuola in quel tempo dorato e mitico, dalla musica allo moda, passando per lo sport e i nuovi stili di vita individuali. Ed è ancora lì che bisogna guardare se si cercano la tracce del declino che stiamo attraversando. Sanpa mostra il lato ignobile e rimosso degli anni Ottanta italiani, rimasto fuori dal circuito dei grandi centri urbani, della finanziarizzazione dell’economia, della creatività e dell’edonismo: un gigantesco vuoto pneumatico che ha lasciato senza direzione migliaia di vite e all’interno del quale senza l’estasi del consumo non esisteva salvezza. Quasi una lezione per il presente. (In musica un’operazione analoga è stata compiuta pure da un brillante folksinger romano, vale la pena ascoltarne il risultato)

7. Una fallimentare guerra alla droga. Come doverosamente menzionato da qualcuno, l’eccezionalità dell’esperienza di San Patrignano deriva dall’essere stato uno tra i primi e senz’altro il più discusso tra i centri di recupero in Italia, di certo non l’unico. A renderlo tale ci hanno pensato il livello e lo spessore delle entrature politiche di cui esso ha beneficiato nel corso del tempo e il massiccio battage mediatico in suo favore organizzato dalle televisioni commerciali. Grazie alla posizione di forza acquisita in virtù di un simile sostegno,l’opinione di San Patrignano ha potuto influire – e non poco – sulla stesura degli ultimi due provvedimenti normativi in materia di contrasto alla diffusione di sostanze stupefacenti varati dal Parlamento: la legge Jervolino-Vassalli del giugno 1990 e la legge Fini-Giovanardi del febbraio 2006. Anche alla luce delle cronache più recenti, in un Paese intellettualmente onesto con sé stesso, dopo l’uscita di Sanpa, ci si sottoporrebbe ad un serio esame di coscienza: in quale modo il rigoroso proibizionismo adottato negli ultimi trent’anni ha impedito ad un supermarket della droga a cielo aperto di trovare posto tra la vegetazione spontanea di un boschetto di periferia alle porte di Milano – caso unico tra le metropoli occidentali – e all’eroina di tornare con prepotenza alla ribalta?

8. Grande romanzo italiano. Non serve a nulla inventare di sana pianta, creare dal nulla, lavorare di fantasia. Basterebbe sfogliare le pagine di quotidiani e periodici, setacciare gli archivi alla ricerca dei documenti, incrociare le fonti, raccogliere le testimonianze. Senza dimenticare di continuare a domandarsi sempre il motivo delle cose a partire dalle più vicine, di resistere ad ogni genere di retorica, di maledire qualsiasi tipo di semplificazione. Le regole del gioco sono cinque: chi, quando, dove, come, perché – ricordano niente?Ho ascoltato autorevoli uomini di lettere parlare della grande tradizione anti-romanzesca del nostro Paese e col tempo ho capito un altro fatto: il Grande Romanzo Italiano è non-fiction, ricerca, inchiesta e non potrebbe essere altrimenti. D’altronde in Italia «la linea più breve tra due punti è l’arabesco» e provare a sbrogliarlo può portare ad allontanarsi o ad avvicinarsi il più possibile alla verità. Sanpa può essere iscritto a pieno titolo sotto questa voce: al suo interno – come nei più riusciti romanzi – la voce narrante si perde nel mare dell’oggettività nel dare ordine e senso ai mille rivoli della realtà; non c’è separazione netta tra il bene e il male, ma una realtà dinamica e complessa; improvvise variazioni incombono di continuo su equilibri fragili e momentanei; esseri umani imperfetti si muovono su un filo, sempre in bilico sulla propria caduta come funamboli. Essere riusciti a rappresentare tutto ciò in modo vincente e convincente per un pubblico vasto ed eterogeneo è già un’enorme vittoria.