“Nel Sudan c’è la guerra” è una frase che dal 1955 ad oggi si sarebbe potuta scrivere in qualsiasi giorno e sarebbe sempre stata vera. Anche oggi è vera.

Esattamente un anno fa le milizie dette Forze di Supporto Rapido (RSF) attaccavano degli edifici governativi nella capitale, Khartoum, facendo scoppiare l’ennesima guerra.

Secondo gli ultimi dati raccolti dall’ONU il conflitto ha portato almeno 12mila morti e circa 6.8 milioni di sfollati.

Per comprendere cosa sta succedendo però bisogna tornare indietro di qualche anno. Il Sudan è stato governato per 30 anni, dal 1989 al 2019, dal dittatore ʿOmar Hasan Ahmad al-Bashīr. Intorno alla fine del 2018 sono scoppiate numerose proteste, represse nel sangue. Nell’aprile dell’anno seguente un colpo di Stato ha rovesciato il regime di al-Bashīr, che è stato imprigionato con l’accusa di corruzione. Tuttavia non è stato ancora consegnato al Tribunale Penale Internazionale, che aveva emesso un mandato di cattura nel 2009 per crimini di guerra e contro l’umanità commessi in Darfur durante il conflitto scoppiato nel 2003.

A capo del Paese si instaura un Consiglio Militare di Transizione, ma le proteste riprendono. Viene quindi formato un governo di unità guidato dall’economista Abdalla Hamdok. L’esecutivo ha però vita  breve. Il 25 ottobre 2021 è rovesciato da un golpe dei generali Abdel Fattah al-Burhan, che controlla l’esercito sudanese (SAF), e Mohamed Hamdan Dagalo, a capo delle RSF. Nei mesi successivi cresce la tensione tra Dagalo, detto Hemetti, e al-Burhan. La divisione tra i due è dovuta anche al controllo delle miniere d’oro del Darfur, uno Stato sudanese nel sudovest del Paese. Molti di quei giacimenti erano infatti stati “donati” da al-Bashir ad Hemetti come pagamenti per il suo operato. Altri motivi sono la re-instaurazione di ufficiali del governo precedente e il mancato accordo su come integrare le RSF all’interno dell’esercito ufficiale.

Entrambi i generali avevano servito sotto il regime di al-Bashir. In particolare, le RSF sono state ufficialmente formate come forza paramilitare che assorbe le milizie Janjaweed che avevano combattuto per il governo contro la popolazione del Darfur nei conflitti precedenti. Oltre a questioni politiche e di potere, si inserisce qui una questione etnica. In Darfur un’ampia parte della popolazione ha origini non arabe, come i Fur e i Masalit. I Janjaweed, “demoni a cavallo”, sono invece di origine araba. Negli anni le RSF hanno combattuto anche in Yemen e Libia e stabilito un rapporto con il gruppo Wagner, secondo un’indagine della CNN. In cambio di supporto logistico, armi e addestramento, Dagalo avrebbe fornito almeno 16 carichi d’oro attraverso degli aerei cargo, nascosti spesso sotto scatole di biscotti. Parte dell’oro è sottratto dalla produzione ufficiale (si calcola che nel 2021 32.7 tonnellate di oro siano “scomparse”) e in parte prodotto nelle miniere di proprietà di Dagalo. In particolare, nella gold town di Al Ibaidiya si trova la sede della Meroe Gold Company, una compagnia russa sanzionata dagli Stati Uniti, che negli ultimi anni ha cambiato nome confluendo nella Al-Solag Company, che nei dati ufficiali riporta le stesse liste di multe e condanne e sarebbe quindi una sua copertura.

Anche Al-Burhan, a capo della SAF, l’esercito ufficiale sudanese, ha combattuto nelle precedenti guerre ed è considerato tra i responsabili del genocidio in Darfur. Tra i sostenitori della sua fazione ci sarebbe l’Egitto.

Dopo i primi attacchi ai centri governativi nella capitale, l’esecutivo di al-Burhan si sposta a Port Sudan e le RSF prendono il controllo di Khartoum, controllando l’aeroporto e l’emittente tv statale Sudan TV. Diverse fazioni di movimenti politico-militari si schierano. La SAF riprende parte della capitale. Successivamente gli scontri si spostano soprattutto in Darfur, una regione già scossa da guerre e massacri negli anni precedenti (dopo lo scoppio della guerra nel 2003 si calcolano almeno 300mila morti). Qui è dove avevano operato molto le milizie Janjaweed, compiendo omicidi e stupri di massa contro la popolazione non araba, con il sostegno del governo di al-Bashir. Anche in questa guerra il Darfur è il luogo più colpito.

Scattered bodies in El Geneina, 16 Junes 2023

L’ONU ha instaurato nel 2020 la missione UNITAMS, United Nations Integrated Transition Assistance Mission, che viene sciolta alla fine di febbraio del 2024. Il suo ultimo report delinea una situazione spaventosa. A nulla sono valsi mediazioni e colloqui, il trattato di Jeddah, l’accordo di Juba. Mentre si firmavano carte vuote, le milizie uccidevano e rapivano i civili ma questa non è una guerra civile. È uno scontro di potere. I civili, la popolazione, sono solo vittime e pedine. I leader delle fazioni si accusano l’un l’altro di atrocità e intanto più di 6 milioni di persone hanno dovuto lasciare la propria casa. Più della metà della popolazione è a rischio per carenza alimentare. Nella sola città di El Geneina, la capitale del Darfur Occidentale, più di 10mila sono stati uccisi, la maggior parte di etnia Masalit. Sono aumentati i casi di stupri, anche etnicamente motivati. Persino bambine di 12 anni hanno riportato di essere state violentate e torturate. Ma i numeri non rispecchiano appieno la realtà, il 70% delle strutture sanitare sono state danneggiate e lo stigma sociale resta alto, chi denuncia non è che una minima parte delle vittime. Il panel di esperti dell’ONU scrive che questa è il caso di peggior violenza dal genocidio del 2003, il primo del millennio. Gli edifici delle organizzazioni umanitarie sono distrutti, i volontari sono uccisi, le città saccheggiate, i centri per i profughi sono bruciati, le forniture d’acqua sono bloccate. Lungo le strade si trovano corpi che a volte sono usati come blocchi stradali. Altre volte gli uomini sono reclutati per trasportali in tombe comuni, l’ONU ne ha individuate almeno 13. La BBC ha raccolto la testimonianza di un uomo che racconta di essere stato costretto a rimuovere i cadaveri in decomposizione dalle strade e seppellirli. In un’occasione riporta che le RSF non hanno permesso una sepoltura, ma solo lo scarico dei coroi, «insistevano che fossero gettati come spazzatura».

Chi fugge, soprattutto verso il Ciad e la Repubblica Centrafricana, nazioni già instabili, spesso è fermato ai checkpoint dalle milizie. Tutti vengono identificati e, se di etnia non araba, spesso sono uccisi e torturati. I più fortunati devono pagare altissimi dazi per il passaggio.

Il tribunale penale internazionale ha aperto una nuova indagine per crimini di guerra.

Non la si chiami guerra civile. Però la si chiami guerra. Non la si dimentichi. Non ci si fermi alle parole. Il leader delle RSF sostiene di non essere coinvolto nel “revival di violenza etnica” e accusa al-Burhan. Il leader della SAF nega qualsiasi coinvolgimento. Nel resto del mondo vige un silenzio assordante.