Bloccati in Ucraina. Non possono uscire. Non possono lavorare. L’accusa? Stare dalla parte del nemico. Quello che sta accadendo ai giornalisti Alfredo Bosco e Andrea Sceresini è una storia che preoccupa le autorità italiane ma soprattutto il mondo della stampa. 

“Il 6 febbraio – racconta Bosco – sono stati sospesi i nostri accrediti militari, che ci servono per lavorare, senza alcuna spiegazione”. Le uniche informazioni che hanno avuto a riguardo sono passate da canali ufficiosi, “tramite giornalisti e fixer: sembra che siamo accusati di fare propaganda filorussa”. 

“La colpa nostra è di aver raccontato anche l’altro fronte, l’opinione pubblica rischia di avere una visione parziale di questa guerra”
I due giornalisti stanno raccontando la
guerra sin dai primi giorni, riportando notizie che riguardano entrambi i fronti. E non lo fanno solamente dal 24 febbraio 2022, ma dall’origine del conflitto. Come ci spiega Sceresini, “La nostra colpa è l’essere stati nel 2014 e 2015 a raccontare la guerra dall’altra parte, nei territori separatisti, per riportare una visione più completa possibile e facendo delle inchieste che, peraltro, non sono piaciute ai russi”. La situazione che stanno vivendo i due giornalisti li preoccupa molto anche dal punto di vista dell’informazione: “È un problema anche per l’opinione pubblica che avrà una visione di questa guerra parziale, fatta più di comunicati stampa che di giornalismo”.

Salvatore Garzillo durante un suo reportage in Ucraina

Salvatore Garzillo durante un suo reportage in Ucraina

Un anno di guerra ha portato alla polarizzazione dell’informazione. Raccontare entrambi i fronti è sempre più difficile. Garzillo: “Molta marezza a livello professionale e personale”

“Abbiamo sempre fatto solo i cronisti, raccontando quello che vedevamo, senza prendere posizione e senza nemmeno fare gli opinionisti”. Salvatore Garzillo, giornalista di guerra freelance, è rimasto bloccato al confine tra Polonia e Ucraina. Anche lui è finito nella black list dei servizi segreti di Kiev. Il perché non gli è mai stato spiegato nel dettaglio, probabilmente l’aver testimoniato il conflitto in Donbass già nel 2014 gli è valso l’etichetta di filorusso. “C’è molta amarezza, sia dal punto di vista professionale e personale perché abbiamo investito e raccolto molte testimonianze in questi anni”. Per i prossimi cinque Garzillo non potrà entrare in Ucraina. Un danno non solo nel breve periodo: anche il rapporto con le fonti costruito sul campo è così compromesso. “Abbiamo dovuto spiegare alle nostre fonti ucraine quello che stava succedendo”, argomenta “Così loro si sono trovati davanti a un bivio. Se fidarsi delle autorità, oppure di giornalisti con cui avevano collaborato per anni”. 

La vicenda di Sceresini, Bosco e Garzillo non è una storia personale. Al netto degli altri sei reporter che, secondo le fonti istituzionali italiane, sono rimasti bloccati in Ucraina, è la cartina tornasole della difficoltà del raccontare questo conflitto. Documentare entrambi i fronti, passare dal Donbass a Leopoli, è il modo per raccontare tutte le sfumature degli orrori della guerra. Dopo un anno di polarizzazione dell’informazione, però, è sempre più difficile.