L’8 aprile del 1994 un elettricista scopre il corpo di Kurt Cobain nella sua villa di Seattle. Il leader dei Nirvana giace sul pavimento della sua stanza, in quella che sembra essere la scena di un suicidio. Accanto a lui una lettera, forse scritta molto prima di morire. Scrive di non voler fare più parte di quel sistema e saluta gli amori della sua vita, la moglie Courtney Love e la figlia nata due anni prima Frances Bean. L’autopsia stabilisce che Kurt, circa tre giorni prima del ritrovamento, si è puntato un fucile in bocca e ha premuto il grilletto. A trenta anni dalla sua scomparsa, l’eredità che ci ha lasciato è di un’infinita bellezza e dal valore artistico che risuona attuale. Assieme ai Nirvana è riuscito a creare una sinergia musicale mai vista fino a quel periodo e che difficilmente si potrà ripetere. Ecco la top 30 della sua carriera, breve ma eterna.

On A Plain – Nevermind, 1991 – 30°

Tutta l’alienazione di Kurt in un testo enigmatico che associa immagini a concetti di auto analisi e dissociazione. Una classica melodia da road trip in pieno stile alt-rock americano. In fade out il coro del ritornello che mette il punto al flusso di pensieri.

Been A Son – Incestide, 1992 – 29°

Una ripetizione snervante, Kurt fa la bocca della verità. L’incongruenza di genere, ‘She sould have been a Son’, viene probabilmente usata per spiegare il difficile rapporto in adolescenza con il padre, che avrebbe preferito un figlio meno emotivo e più maschiaccio.

Negative Creep – Bleach, 1989 – 28°

Il lato autodistruttivo e “self-revealing” della scrittura di Cobain. Si definisce un negative creep, come una cattiva influenza per tutte le ragazze di Seattle. Puro grunge in stile Sub-Pop, la prima etichetta dei Nirvana. Almeno aveva avvisato.

Dive – Incestide, 1992 – 27°

Power chords e distorsione a manetta accompagnano il grido strozzato di Cobain, con il basso di Krist Novoselic che cerca di fare ordine. Un testo provocatorio fatto di dichiarazioni di amore e di odio. Un pathos naturale creato da fasi di tensione e rilassamento. La formula pop vincente dei Nirvana.

Territorial Pissing – Nevermind, 1991 – 26°

Il richiamo delle origini di Bleach in Nevermind, con uno sviluppo ancora più maniacale e disturbante. Kurt è perso e deve trovare una strada, poi si rende conto che ne ha ancora molta da fare. C’è ancora da aspettare. “Gotta find a way, a better way, I’d better wait”.

She Only Lies – Montage of Heck: The Home Recordings, 2015 – 25°

Basso e voce. Flea approverebbe. Dalle corde del basso ne cava fuori una linea melodica enigmatica e ansiogena. Il tono è molto ‘childish’, sembra parlare di una questione infantile con una ragazza. La linea si spezza con un monito per il prossimo che si innamorerà di lei.

Very Ape – In Uthero, 1994 – 24°

Crunchy, gritty, raw. Il lato più animalesco di Cobain lo porta a rotolarsi nel fango, come ai vecchi tempi. Ci tiene a sottolineare che al terzo album è ancora quello di una volta. Crudo, estremamente viscerale e diretto. Il re degli illetterati come lo definiva Courtney Love

Polly – Nevermind, 1991 – 23°

Uno storytelling crudo e tagliente. La storia di una ragazza che cerca un ‘cracker’. Vorrebbe divertirsi perché non sa che fare. Solo nella terza strofa Kurt ammette che Polly è annoiata proprio come lui. Lei è la parte femminile ed estremamente sensibile del rocker di Seattle.

Rape Me – In Uthero, 1994 – 22°

Sulla falsa riga di Polly con l’approccio punk di Smells Like Teen Spirit. Kurt dialoga con il suo lato più autolesionista e lo fa senza fronzoli. È un guanto di sfida che pone a se stesso per provare a superare i propri limiti. I vocals dell’outro sono tutto ciò che la sua potenza vocale ha da offrirci.

And I Love Her – Montage of Heck: The Home Recordings, 2015 – 21°

Questa traccia è l’unica in classifica non scritta da Cobain. Ma è come se John Lennon e Paul McCartney avessero piantato un seme di malinconia nella canzone aspettando che qualcuno lo raccogliesse e lo coltivasse. Per questo Kurt Cobain ne è diventato co-autore, quasi trent’anni dopo.

Love Buzz – Bleach, 1989 – 20°

Una dimostrazione d’amore espressa attraverso un ronzio fastidioso e distorto. Allo stesso tempo, però, intrigante e seducente. Un ritornello nauseante, difficile da dimenticare.

Frances Farmer Will Have Her Revenge On Seattle – In Uthero, 1994 – 19°

Lo storytelling dedicato a Frances Farmer, idolo di Kurt e Courtney. Frances fu costretta più volte alla detenzione in manicomio per i suoi problemi mentali. La depressione nella poesia di Kurt è vista come una zona di confort. “I miss the comfort in being sad”.

Dumb – In Uthero, 1994 – 18°

Gli archi spianano il tappeto alla stupidità di Kurt. La felicità è anomala e all’inizio la scambia per sciempiaggine. Poi però non gli interessa più. Capisce che per fissare un cuore spezzato a volte basta della colla. Più semplice di così?

Serve the Servants – In Uthero, 1994 – 17°

Una lettera al padre, che promette di aver perdonato per averlo fatto soffrire nella sua adolescenza. Un suono maturo, Kurt è cresciuto sotto tutti i punti di vista. “I don’t hate you anymore”.

Poison’s Gone – Montage of Heck: The Home Recordings, 2015 – 16°

Una poesia sussurrata, nascosta nell’unica raccolta di inediti di Cobain. Parla dei rimorsi di una relazione finita e lo fa con una dolcezza inaudita. Non è riuscito a dire tutto ciò che avrebbe voluto ed è dannatamente pentito di non aver rivelato i suoi veri sentimenti.

Scentless Apprentice – In Uthero, 1994 – 15°

L’intro di batteria squarcia il velo tra Kurt e i suoi demoni. L’incontro è tragico. ‘Go away’, cerca di urlare disperatamente, mentre loro gli ricordano che era un bambino diverso dagli altri. Hard rock psichedelico.

Breed – Nevermind, 1991 – 14°

Pop-Punk. Ma per Kurt Cobain il punk e il pop sono due cose serissime. A nessuno della scena di Seattle è mai piaciuto il termine grunge. Troppo limitante. E così i Nirvana decidono di fondere un ritornello catchy e spavaldo su una base di power chords alla Johnny Ramone. Il risultato è energia pura e anche un po’ di superficialità, roba rara per il trio di Seattle.

You Know You’re Right – Nirvana, 2002 – 13°

Una strofa che comincia lentamente con una serie di promesse. Kurt però non può mantenerle tutte. La sua voce è assillante e sfocia in una cascata di suono di chitarre stridenti e una batteria che a momenti prende fuoco. Disturbante.

Sliver – Incestide, 1992 – 12°

Stupida, leggera, fresca e pop. Lo scherzo di Kurt alla critica. Non prendersi sul serio per lui è così liberatorio. Ha rivelato che avrebbe voluto scrivere molte più canzoni così. Il nome stesso è una presa in giro, tutti avrebbero scritto Silver.

School – Bleach, 1989 – 11°

‘No recess’. Nessun passo indietro. Kurt svela il suo animo punk-hardcore con tre assiomi che si conficcano in un muro di suono di puro heavy metal. “The hardest tune” mai scritta dai Nirvana.

Something In The Way – Nevermind, 1991 – 10°

La prova più profonda del power trio di Seattle. Due accordi, una voce sussurrata e un testo di rimorsi e amarezza. Nel tritacarne della ‘stardom industry’ Kurt ci tiene a sottolineare che gli esseri umani hanno dei sentimenti che non possono essere calpestati e stracciati.

Aneurysm – Incestide, 1992 – 9°

Una continua dilatazione, stretta e compressione del ritmo cardiaco. Toni e semitoni aumentato con i decibel e in questo climax vertiginoso arriva alla fine del tunnel una caduta in picchiata, folle. Provoca semplicemente stress fisico, seppur non ci sia scritto quasi niente. Forse l’amore ti fa ammalare. “Love you so much, it makes me sick”.

Pennyroyal Tea – In Uthero, 1994 – 8°

La versione acustica dell’Unplugged in New York ha contribuito a renderla una delle più apprezzate dal vivo. L’erba abortiva Pennyroyal viene usata da Cobain come metafora per purificare e ripulire la sua anima. La maieutica di questi versi viene espressa con un urlo liberatorio nel ritornello. Kurt dialoga con la morte che ha le sembianze di un sospiro eterno. Come accadde per Leonard Cohen.

Lithium – Nevermind, 1991 – 7°

Il testo più stravagante ed eversivo della sua letteratura. È riuscito a ritrovare i suoi amici, erano tutti nella sua testa. Non lo giudicano per il suo aspetto trasandato. Il misto di psichedelia, depressione ed eccitazione, gli assiomi che hanno contraddistinto l’esistenza di un animo fragile. Kurt prometteva nel testo che non avrebbe ceduto, “I’m not gonna crack”. In fondo, non ci credeva nemmeno lui.

About a Girl – Bleach, 1989 – 6°

I Beatles alla fine degli anni 90’ non avrebbero potuto suonare meglio di così. Come in “With A Little Help From My Friends”, anche Kurt chiede aiuto ad un amico in un modo semplice, diretto ed efficace. “I need an easy friend”. Il primo indizio di ciò che sarebbero diventati i Nirvana nel giro di qualche anno.

All Apologies – In Uthero, 1994 – 5°

“What else should I be?”. Kurt se lo chiede e si dà anche delle risposte. Tutte scuse. Per le sue amate Courtney e Frances non riesce ad essere meglio di così. E se ne prende la responsabilità. Farneticare è semplicemente inutile, lui si sente un tutt’uno solo con il sole. L’assioma married-buried dice tutto del suo senso di inadeguatezza. Anche nell’amore. Soprattutto nell’amore. E nell’Unplugged decide di cambiare l’ultimo verso in “All alone is all we are”.

Smell like Teen Spirits – Nevermind, 1991 – 4°

Il riff più famoso degli anni 90’. O forse di tutto il secolo. Forse della storia del rock. La formula perfetta tra la purezza di una voce cruda e strozzata e la dolcezza della melodia. E il testo è straniante ma contribuisce all’amalgama di quell’incantesimo che l’ha resa un inno generazionale. Eterna.

In BloomNevermind, 1991 – 3°

Il climax costruito in questa canzone è puro piacere uditivo. Dave Grohl alla batteria riesce a smorzare e a tendere la melodia con ‘fill’ martellanti e armonici. La migliore prova vocale in assoluto di Kurt Cobain in studio. Butch Vig, produttore di Nevermind, lo convinse a doppiare il suo ritornello con un coro di un semitono inferiore. Travolgente.

Come As You Are – Nevermind, 1991 – 2°

Il grido calmo e pacato di Kurt Cobain di auto accettazione. 15 note per un riff che si ritorce su se stesso e permette di smontare uno ad uno gli stereotipi e i pregiudizi di una società viziata. ‘Vai bene così come sei, ‘doused in mud, soaked in bleach, as a friend, as a trend, as an old enemy’. Tranquillo non ho una pistola, ti accetterò così come sei.’ Inno senza tempo.

Heart-Shaped Box – In Uthero, 1994 –  1°

Kurt è intrappolato all’interno di una scatola a forma di cuore che altro non è che la sua esistenza. È una dichiarazione d’amore a Courtney Love che è riuscita ad attirarlo nella sua vita, ma che non l’ha mai capito fino in fondo. E glielo comunica con un “drop-D tuning riff” in tre parti che ci porta con lui negli inferi e ci fa risalire con molti più dubbi di prima. Un ‘grazie’ dolce e amaro per i suoi consigli preziosissimi, ‘forever in debt to your priceless advice’ (l’idea del titolo era di Courtney), con la consapevolezza che non avrebbe più avuto molte occasioni per dirglielo di persona.