Nasoni e draghi verdi. L’acqua potabile corre veloce nel sottosuolo di Roma e Milano e arriva nei parchi e nelle strade attraverso le iconiche fontanelle in ghisa. Le due città sono l’emblema di come sia necessario ripensare la gestione dell’acqua, risorsa preziosa che rischia costantemente di essere sprecata.

Roma e Milano sono da sempre strettamente connesse all’acqua. Gli antichi romani hanno portato questo elemento in città tramite gli acquedotti. Le arcate si susseguono veloci, attraversano i parchi, si incastonano nelle arterie urbane, diventano paesaggio. A Milano l’acqua si incanala, lambisce il centro, è stata viatico per portare le merci, continua ad essere il simbolo della città. 

L’emergenza siccità dovrebbe dare la spinta necessaria per affrontare la gestione dell’acqua pubblica nelle grandi città

Scorte idriche in affanno

Secondo l’ultimo rapporto Legambiente, la situazione delle scorte idriche lombarde è in affanno. Rispetto a un anno fa, le scorte che servono per irrigare canali e campi coltivati stanno risentendo della minor quantità di neve, due terzi in meno rispetto alle attese. Le riserve idriche sono calate del 60% rispetto al periodo che va dal 2006 al 2020. L’altro grande rifornitore d’acqua, il lago di Garda, è al suo minimo storico. Alla riduzione del 36% delle piogge cadute in media annua, nei primi mesi del 2023 stanno mancando all’appello, sia sotto forma di acqua che di neve, già 2 miliardi di metri cubi. L’unica speranza per risaie e campi della Lombardia è la scorta idrica del Lago Maggiore.

Le falde e il riuso in agricoltura

La maggiore scorta di acqua nel territorio milanese è la sua falda sotterranea, da cui dipendono sia usi civili che industriali. Secondo Legambiente, la gestione della falda è in stretto contatto con quella dell’agricoltura. Le acque, usate per l’irrigazione, vengono restituite con irrigazione a scorrimento e con la tecnica dell’allagamento di risaie e prati. L’acqua in questo modo viene restituita e va a riempire le falde. Questa tattica si scontra con la pratica di tenere a secco i canali durante i mesi invernali, quando bisognerebbe riversarvi una parte delle acque proprio per evitarne il deflusso verso il mare e la sua dispersione. 

Tuttavia, sia nel territorio milanese che in quello romano ci sono dei progetti volti a trattenere l’acqua per usi agricoli. Esempi concreti provengono dai parchi regionali dell’Adda, Agricolo Sud Milano e parco del Ticino. Il sistema di conservazione si regge sul depuratore di Milano Nosedo che rilascia le acque reflue depurate e aiuta ad irrigare l’area sud-est della città, tra Melegnano e Chiaravalle. Un’altra zona, quella a sud in direzione della provincia di Pavia, viene bagnata grazie alle acque lavorate dal depuratore di Milano San Rocco.

Esempi virtuosi di riutilizzo di acque reflue depurate per l’agricoltura vengono forniti anche dal territorio laziale. Poco più a nord della Capitale, nella località balneare di Fregene, si trova un depuratore. La struttura, situata all’interno della Riserva naturale del litorale romano, nel comune di Fiumicino, lavora le acque con lampade a radiazione ultravioletta e acido peracetico e le restituisce per consentirne un uso collettivo e agricolo.

Allarme siccità 

Secondo il rapporto di Legambiente e dell’Osservatorio nazionale Città Clima, negli ultimi mesi dello scorso anno sono state coinvolte dall’allarme siccità anche regioni del centro, che fino a quel momento erano risultate meno colpite rispetto ai territori della pianura Padana. Umbria e Lazio si sono trovate in affanno idrico e hanno registrato un deficit di acqua del 40%.

La siccità è un’emergenza con cui Milano ha avuto a che fare già dalla scorsa estate. Per cercare di recuperare l’acqua che manca e restituirla all’agricoltura, nei piani del Comune rientra anche la riduzione del livello dei suoi iconici corsi d’acqua: i Navigli. Tredici autobotti stanno presidiando nove Municipi della città, e due sono diventate dei presidi fissi, posizionate a parco Lambro e in zona Forlanini. La metà degli oltre mille impianti di irrigazione comunali sono in funzione per alimentare alberi e piante. Questi impianti utilizzano gli acquedotti, tranne i due che operano a Parco Sempione e nei giardini Montanelli che si riforniscono dalle falde.

La rete idrica cittadina

Nasone romano

Una fitta trama di tubature serpeggia nel sottosuolo di Roma. Si tratta di una rete idrica di 10 mila km che trasporta in città mezzo miliardo di metri cubi di acqua all’anno, per rifornire oltre 3 milioni di cittadini. L’acqua erogata, il cui approvvigionamento è gestito dalla società Acea, proviene per l’85% dalle sorgenti, per il 12 dai pozzi e per il restante da fonti superficiali. Le grandi sorgenti coinvolte sono quella di Peschiera e Capore, da ci proviene il 70% dell’acqua erogata ogni giorno, a cui si aggiungono Acqua Marcia, Acquoria, Salone Vergine e Simbrivio. I pozzi coinvolti sono quelli di Finocchio, Torre Angela, Pantano Borghese e Laurentino. Un’altra grande risorsa è il lago di Bracciano da cui Acea preleva una media di 1100 litri al secondo. Quest’ultimo tuttavia si trova in affanno idrico per la siccità e ha già registrato un abbassamento di oltre 130 cm, un nuovo record negativo rispetto ai -107 cm raggiunti lo scorso giugno. 

A Milano l’acqua potabile viene gestita dall’azienda pubblica Gruppo CAP, che opera sul territorio dal febbraio 1928, quando ha rifornito per la prima volta le case dei comuni attorno al bacino del Seveso. Nella gestione degli oltre 2200 km di rete di distribuzione idrica subentra anche MM spa che svolge attività di approvvigionamento, trattamento e distribuzione dell’acqua potabile in città. Quest’ultima proviene dalla falda sotterranea, che si trova a una profondità di 100 metri. Gli oltre 2 milioni di residenti vengono riforniti da 400 pozzi che lavorano assieme a 28 stazioni di pompaggio, un doppio sistema che consente la distribuzione nel territorio. 

Il costo dell’acqua

Le due città si differenziano anche per il costo della sua risorsa più preziosa. L’acqua potabile di Milano arriva a 80 centesimi al metro cubo. La risorsa pubblica che sgorga dal rubinetto è sottoposta ai controlli di MM e di Agenzia di Tutela della Salute e ha un costo contenuto proprio grazie alle distanze ridotte che l’acqua fa per arrivare dalla falda sotterranea alle abitazioni. Un risorsa a km 0, o quasi.

A Roma, il prezzo dell’acqua supera l’euro e arriva a 1,37 al metro cubo. Queste spese servono per coprire la gestione della rete idrica, dagli acquedotti alle fognature e depurazione.

Acqua cittadina, tra perdite e dispersioni

Le due popolose città registrano differenze anche nelle perdite idriche percentuali. Questo dato si ottiene rapportando il volume delle perdite idriche totali e quello complessivo della quantità di acqua immessa nel sistema degli acquedotti. Rispetto a quasi il 45% di perdite registrate a Roma nel 2022, Milano ne ha subite appena il 14%. Un numero contenuto grazie al sistema di gestione della rete idrica. MM ha mappato la rete e continua a monitorarla anche attraverso la tecnologia applicata sui contatori delle abitazioni, che riesce a captare nel minor tempo possibile eventuali perdite o irregolarità. Inoltre viene usata anche la fibra ottica per monitorare i condotti fognari del centro storico.

Drago verde milanese

La differenza tra le due città tuttavia si assottiglia se prendiamo in considerazione le perdite idriche integrate, ossia il rapporto tra il volume totale di acqua e la lunghezza del sistema idrico. La Capitale stacca il capoluogo meneghino di 16 punti percentuali, registrando un 47% di perdite. L’aumento di questo dato per Milano deriva anche dalla struttura complessa degli acquedotti, una rete che paga una densità maggiore su un territorio relativamente limitato, anche a causa della presenza delle linee metropolitane che sono concentrate in uno spazio minore rispetto a Roma.

Spesso però la maggior parte dell’acqua viene dispersa a causa di falle che si creano nelle reti di distribuzione. Secondo il report di Istat sul periodo 2020-2022, le perdite di acqua pubblica hanno superato il 35%, in oltre la metà dei comuni italiani. Le più consistenti si sono registrate nel centro-sud, attorno all’Appennino centrale e meridionale, e hanno toccato il picco del 50% in Sicilia e Sardegna. Virtuose le città del Nord, che hanno registrato il valore minimo del 31 %, nel distretto del Fiume Po. Nel Nord tuttavia si è registrato un aumento del razionamento dell’acqua che ha coinvolto 15 comuni capoluogo, 4 in più rispetto al 2020.

Di fronte ad una gestione non sempre positiva delle strutture di distribuzione, sono sempre meno, quasi il 30%, le famiglie che si fidano di bere l’acqua del rubinetto. La gestione più oculata delle strutture idrica cittadine può essere un primo passo per far tornare a percepire l’acqua come una risorsa veramente comune.