Il panorama culturale milanese non smette mai di stupire. Quando poi la cultura abbraccia temi sociali importanti e troppo spesso trattati marginalmente, la miscela diventa esplosiva.

Uno dei risultati positivi di questo mix è The Good News Female Gospel Choir, un coro di sole donne che fin dal 2012 lotta per una società più giusta attraverso il canto. Le tematiche a cuore di queste coriste di diverso orientamento sessuale – lesbiche, etero, bisessuali – sono il contrasto della violenza di genere e il sostegno ai diritti della comunità LGBT, come ci spiega la presidente dell’associazione, Francesca Fratini. Attraverso le proprie esibizioni sul palco, il coro punta a sensibilizzare in maniera alternativa rispetto alle semplici parole. Ma come è nata questa idea? «Nel 2014, con un’amica che lavora presso il centro antiviolenza “Cerchi d’Acqua”, siamo riuscite a organizzare un primo concerto che si è tenuto all’Umanitaria. Questo evento ci ha dato modo di crescere perché attraverso il rapporto con le professioniste di “Cerchi d’Acqua” abbiamo capito meglio anche come si svolge il percorso e quali sono le difficoltà che incontrano le donne, oltre al tipo di linguaggio che usano per descrivere gli episodi di violenza», racconta Francesca.

Oggi, con all’attivo più di novanta spettacoli, il Female Gospel Choir vanta una stretta collaborazione anche con la Casa d’Accoglienza delle Donne Maltrattate di Milano e si è fatto apprezzare in occasioni importanti come la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, oltre che presso altre realtà istituzionali. L’emergenza Coronavirus, però, ha interrotto il ritmo delle prove settimanali e spazzato via tutti gli eventi che si sarebbero dovuti tenere tra la fine di febbraio e la metà di maggio. «Il 23 febbraio era in programma uno spettacolo bellissimo per cui avevamo scritto un copione insieme all’attore e autore sudamericano Milton Fernandez, che collabora già da molti anni con “Cerchi d’Acqua” – dice ancora Francesca –. Può sembrare strana la scelta di far salire un uomo sul palco in una ricorrenza vicina all’8 marzo, ma ci sembrava un azzardo molto costruttivo, perché un uomo che parla con la sua voce, ma raccontando storie di donne vittime di violenza circondato da tante altre donne ci sembrava un buon segnale».

A chi si chiede a cosa faccia riferimento quel Good News che è parte integrante del nome dell’associazione, Francesca risponde con un semplice “Eravamo noi, la nostra presenza, la buona notizia”, mentre Cristina Boaretto, direttrice del coro, ci spiega l’iniziale scelta di privilegiare il gospel rispetto ad altri generi musicali: «Fino al 2010 facevamo parte di un altro coro, poi scioltosi, che era più vicino al gospel rispetto all’attuale. Quando abbiamo costituito il nuovo gruppo siamo ripartite da qui. Poi, in base alle tematiche affrontate, abbiamo dovuto spostarci su altre canzoni e quindi su generi diversi. Negli ultimi tempi abbiamo trascurato un po’ il gospel, ma di tanto in tanto qualche corista mi chiede di tornare alle origini». E dello spettacolo cancellato a febbraio dice: «Le nostre ultime prove si sono tenute il 17 e mi sono commossa, perché guardare e ascoltare Milton Fernandez leggere quei testi è stato davvero bello: emozionava ancora di più per l’enfasi che impiegava pur essendo un uomo».

Il Female Gospel Choir è un coro di sole donne “lesbiche ed eterosessuali”, fondato a Milano nel 2012. Fortemente impegnate nella difesa dei diritti di ogni genere e nella denuncia di ogni forma di violenza, hanno utilizzato le piattaforme social per celebrare, a modo loro, il 25 aprile di Liberazione 

In questi otto anni di attività, il coro si è fatto progressivamente conoscere e apprezzare da un pubblico sempre più largo, anche se, come ricorda Cristina, le primissime prove si sono tenute presso Villa Pallavicini, un’associazione culturalmente vicina al Female Gospel Choir. «Era come giocare in casa – si inserisce Francesca –. Credo però che siano più importanti gli spettacoli che facciamo nei luoghi o per le realtà che ci conoscono poco, che non ci conoscono affatto o che non la pensano come noi. Di solito, prima di un concerto, salgo sul palco per fare una breve presentazione e sottolineo che siamo un coro lesbico ed eterosessuale. Questa dichiarazione è molto importante. La prima reazione può essere “Perché me lo dici? Che mi importa del tuo orientamento?”. Invece no, perché in un contesto in cui non si sono ancora superate le discriminazioni è fondamentale dichiararlo. Quando cantiamo in luoghi dove non ci conoscono penso che sia importante vedere negli occhi la reazione del pubblico. Evidentemente questa forma di presentazione ha funzionato, perché ci arrivano tante proposte e nuove coriste, il che ci rende molto felici». Cristina concorda: «Non vedo mai il pubblico perché dirigendo e suonando do sempre le spalle. La reazione di stupore alla frase iniziale, che il pubblico recepisce quasi come un pugno, è poi smentita quando il concerto finisce, perché chi ci ascolta resta entusiasta. Le nuove coriste nascono come delle fan, se vogliamo».

Le donne che si uniscono al coro hanno un’età media che si aggira intorno ai 50 anni e chiediamo come mai ci siano poche ventenni e trentenni. «Non è che i giovani non siano interessati a questi temi o alla politica. Credo che sia un atteggiamento diverso. Forse il canto di per sé non interessa molto le nuove generazioni. Magari dipende dalla forma di militanza: il coro non è molto attraente, mentre una manifestazione come il Pride lo è sicuramente di più perché entrano in gioco altri fattori che la rendono interessante per i giovani, proprio come forma di espressione», ipotizza Francesca, mentre Cristina annuisce e aggiunge: «Oppure, dato che quando abbiamo iniziato eravamo già un gruppo di donne mature, i giovani che ci hanno visto e ascoltato potrebbero aver pensato che l’attività del coro fosse limitata solo a determinate fasce d’età».

La presenza ridotta di ragazzi e ragazze accomuna molti altri cori, ma ciò non toglie che l’opera di sensibilizzazione dia frutti importanti. «Credo di aver percepito un piccolo cambiamento sociale in questi otto anni – afferma Francesca –. Non che la violenza sulle donne sia regredita, purtroppo, ma se ne parla di più e anche in ambienti che non sono più solo quelli classici. Questo è un segnale di cambiamento, non si tratta più di storie per cui provare vergogna o imbarazzo, ma che possono essere raccontate. La nostra presenza sul palco contribuisce a questa apertura. Penso che quando cantiamo la nostra voce diventi davvero la voce delle donne, perché è il primo strumento che bisogna usare per denunciare la violenza subita e chiedere aiuto. Basta anche una telefonata, ma si deve parlare, perché così inizia tutto il lungo e difficile percorso che porta alla liberazione dalla situazione di maltrattamento». E Cristina esclama: «Non saremo noi la salvezza delle donne o dell’umanità, ma chi viene a sentirci almeno ha un po’ di respiro». Non solo sollievo, però: con gli spettacoli raccolgono fondi per i centri antiviolenza, purtroppo costantemente penalizzati dalle istituzioni.

Ora che concerti e altri eventi culturali sono sospesi, le piattaforme social diventano un buono strumento per farsi ascoltare. Su YouTube e sulla pagina Facebook del coro è comparso un video che dopo settimane di silenzio ha riunito le oltre quaranta voci delle coriste, che hanno intonato Lean On Me. Un brano importante per il messaggio che vuole trasmettere: «Lo abbiamo cantato per tutti, per chi fa il possibile e l’impossibile, anche per chi purtroppo non può fare niente e deve aspettare di essere aiutato – chiarisce Francesca –. Sembra banale dirlo, ma in questo momento più che mai c’è bisogno di appoggiarsi a qualcun altro».

Tra chi cerca aiuto ci sono proprio le donne vittime di violenza domestica che la quarantena ha chiuso ancora di più nell’isolamento delle mura di casa ed è a loro che il Female Gospel Choir dedica in modo particolare il video realizzato. «Nelle prime settimane di lockdown sono crollate le chiamate ai centri antiviolenza, ma adesso sono triplicate. Questi dati non sono stati ancora interpretati, ma si ipotizza che all’inizio le donne pensassero che i centri fossero chiusi. In seguito alla campagna per far sapere che erano aperti, è emerso in parte ciò che sarebbe comunque uscito fuori, ma con l’aggravante di situazioni che sono esplose a causa della convivenza forzata in contesti già problematici – spiega ancora Francesca –. Resta comunque qualcosa di drammatico, perché è vero che il virus colpisce tutti indistintamente, ma chi può fare un isolamento comodo vive in condizioni diverse rispetto a chi è in carcere, in un centro d’accoglienza o in una famiglia dove ci sono tensioni terribili. Si aggravano situazioni già problematiche e si evidenziano le criticità della nostra società. Per le donne che chiedono appoggio c’è sicuramente la possibilità di chiamare, essere ascoltate e ricevere consigli, ma intervenire in questi momenti è particolarmente difficile».

Lean On Me però è un inno che le coriste hanno dedicato anche a loro stesse. Questa reunion virtuale, come racconta Cristina con un sorriso, «è stata bellissima, soprattutto quando, oltre la metà del video, pian piano compaiono le coriste suddivise tra bassi, contralti e soprani. Mi ha riempito di gioia. Certo, manca il contatto umano, ma fortunatamente ci sono i social, le videochiamate e così via. Per me il lunedì di prove era una seratona; le coriste mi fanno sgolare, però ci divertiamo. È un momento molto bello di condivisione».

Essendo la direttrice di un coro, chiediamo a Cristina un parere sui flashmob musicali che hanno caratterizzato il primo periodo di quarantena: «All’inizio ho apprezzato l’iniziativa. Mi è piaciuta come modalità, perché la gente si sentiva intrappolata in casa ed era un modo di evadere. Una nostra amica per esempio improvvisava canzoni su Facebook ed era molto divertente. Ora sono contenta che non si faccia più, perché poco alla volta è diventato sempre più assurdo ascoltare persone che cantavano dai balconi mentre migliaia di persone morivano sole in ospedale. Stonava nel contesto generale». Anche Francesca è d’accordo.

Ma loro come hanno vissuto la pandemia e il distacco le une dalle altre? «Una tragedia! – esclama di nuovo Cristina –. Chi pensava a una cosa così lunga? Come coro, l’8 marzo volevamo andare al Parco Lambro e cantare, seppur distanziate. Poi non si è potuto perché la notte di quel giorno è arrivata la chiusura totale. Da allora mando alle coriste pezzi nuovi e di ripasso, ma non è la stessa cosa, perché mi dicono che a distanza non riescono a capire. È veramente frustrante. Mi manca tanto non poterle vedere dal vivo. Perciò riuscire a realizzare un video su Lean On Me è stato un po’ come gasarci, ci ha dato uno sprint di gioia. Ho perso il conto di quante volte l’ho guardato; ogni volta mi dico “Ora spengo”, ma poi lo riavvio, è troppo bello». Anche Francesca condivide lo stesso umore, ma a proposito del video fa questa considerazione: «Per me questo da lontano è un lavoro utilissimo: mi costringe a cantare da sola e davanti alla mia immagine, perché devo riprendermi. Mi mancano le prove, ma questo esercizio è davvero qualcosa in più che normalmente non facciamo, perché stando in coro non ti accorgi di ciò che non va, visto che le voci di tutte le altre ti coprono. La musica per me ha bisogno del corpo di chi canta, di chi suona e del pubblico per essere davvero completa. Ci sono altri surrogati di valore, rappresentati dalla tecnologia, che sono comunque un ottimo strumento per continuare a esprimersi e stare insieme a distanza, ma la corporeità nel coro resta imprescindibile».

La positiva esperienza e il successo riscosso online da Lean On Me sono due spinte in più per confezionare altri video. «Stiamo preparando Bella Ciao per il 25 aprile e abbiamo deciso di inserire non solo i nostri visi, ma anche immagini di donne partigiane». Cristina ride: «Per questo brano, cantato a voci scoperte, le coriste stanno incontrando più difficoltà che non per Lean On Me».

Per chi lotta in favore dei diritti delle donne e della comunità LGBT cosa rappresenta la festa della Liberazione? Risponde la presidente: «Bella Ciao simboleggia la nostra emancipazione dalla dittatura e richiama quei valori sospesi durante il regime. È una canzone attuale perché i nostri valori di riferimento sono rimasti immutati e ci ricorda che dobbiamo sempre vigilare. È il discorso che abbiamo fatto alle giovani, una volta: la situazione d’oggi è diversa rispetto a quella vissuta da noi anni fa e alcune conquiste che ora si danno per assodate non devono affatto essere date per scontate. Bisogna sempre difendere questi diritti. Bella Ciao è un messaggio molto potente sotto questo punto di vista. Non a caso è stata tradotta in un centinaio di lingue e sul Web ci sono delle interpretazioni che vengono anche da Paesi lontanissimi da noi geograficamente e culturalmente. C’è un motivo se ciò accade ed è perché rappresenta per tutti un sistema di diritti che deve essere costantemente presidiato e difeso».

La canzone è stata scelta anche per il 17 maggioGiornata internazionale contro l’omofobia – come rivela in anteprima Francesca. Cristina spiega: «Dall’8 al 10 maggio qui a Milano si sarebbe dovuto tenere il Cromatica Festival. È una manifestazione che riunisce noi e altri dodici cori arcobaleno provenienti da tutta Italia. Giocando in casa, stavamo preparando un medley su cui ho investito davvero molto tempo. Purtroppo anche questo evento è svanito a causa del virus e per me è stata una mazzata. Volevamo cantare I am what I am mixata con Don’t Stop Me Now: sono sulla stessa tonalità, si incrociano ed esce fuori una cosa stupenda. Il terzo brano era Raise Up, tratto da un musical». Interviene Francesca: «Sono tutte canzoni molto legate al mondo LGBT. Era un medley abbastanza complesso, quasi un mash-up, perché le musiciste hanno composto di fatto un brano nuovo composto da parti delle tre canzoni. Dato che il Festival è stato cancellato, stiamo preparando un video con tutti i cori di Cromatica che andrà online per la Giornata contro l’omofobia. Naturalmente mettere insieme 250 coristi sparsi per l’Italia non era facile, quindi per scegliere il brano si è tenuto conto di tanti fattori e alla fine si è optato per Bella Ciao, perché è un brano già cantato in altre edizioni e anche chi non l’ha mai fatto comunque lo conosce». Cristina riprende la parola e specifica che questa versione sarà diversa rispetta a quella che il Female Gospel Choir realizzerà per il 25 aprile.

Il repertorio del coro comprende soprattutto canzoni straniere. E i testi in italiano? «Ci proviamo sempre, ma non si riesce mai a trovarli, tranne uno del Quartetto Cetra che parla di femminicidio – dichiara Cristina con aria sconsolata –. Ci pensiamo, ma non arriviamo mai a inserire una canzone in italiano. Non basta ascoltare una canzone, apprezzarla e proporla: deve essere attinente ai temi su cui vogliamo far riflettere». Francesca annuisce e apre una parentesi sulle canzoni estere: «Tra i brani in inglese abbiamo cantato anche I Can’t Keep Quiet della cantautrice americana Milck. Nel testo parla dei maltrattamenti che ha subito e a un certo punto dice proprio “Io non posso tacere”: ecco che ritorna l’importanza della voce. Tra l’altro è un brano che negli Stati Uniti le donne hanno cantato in molti flashmob e anche subito dopo l’elezione di Donald Trump: è stata intonata per la prima volta proprio nelle manifestazioni a Washington contro il presidente neo eletto».

Per concludere, chiediamo a entrambe cosa direbbero a una donna vittima di violenza e al partner che perpetra gli abusi. Francesca sospira: «C’è bisogno di credere in se stesse, senza per forza voler aderire a un modello, e di essere semplicemente se stesse. Il grimaldello per aprire la porta è proprio questo: accettarsi e vedersi per ciò che si è, non per quello che altre persone vogliono far credere. Bisogna poi educare le nuove generazioni, maschi e femmine, a capire cos’è l’amore. È necessario imparare a riconoscerlo fin dall’infanzia, perché crescendo diventa più difficile demolire il nostro sistema di credenze. È un problema figlio del patriarcato, di un sistema familiare che non può più andare avanti così». Cristina, invece, è più diretta: «Alle donne che subiscono qualsiasi tipo di violenza mi viene da dire “Scappate”, ma se non lo fanno non è facile riuscire a liberarsi. A chi perpetra abusi domando solo “Perché? Perché devi infierire così?”».

Le salutiamo con entusiasmo, felici di aver conosciuto un’altra piccola, grande realtà che anima positivamente la città di Milano, con Francesca che sottolinea come il coro sia «un cantiere sempre aperto. Qualsiasi donna avesse desiderio di cantare e aderire al nostro progetto è benvenuta».

La liberazione – dalla dittatura, dalla violenza, dal male – passa anche da qui.