Ferdinando Bruni è attore, regista, scenografo e talvolta traduttore. Ha appena portato a teatro Il racconto di Natale di Dickens. Una lettura-spettacolo, interpretata, che asseconda la personale passione di questo raffinato interprete per il grande scrittore inglese. Tra critica sociale, suggestioni shakespeariane e un pizzico di magia. Per parlare dell’Inghilterra vittoriana e della nostra contemporaneità.

Ferdinando Bruni, com’è partita l’idea di questo progetto?

Sono un grande ammiratore di Dickens. Purtroppo – e dico purtroppo perché sono finiti e quindi non ne ho più da leggere – ho letto tutti i suoi romanzi, prima in italiano e poi in inglese. Ora non posso che rileggere. È un autore che ha influenzato anche il mio modo di fare teatro. Per me la dimensione del racconto è molto importante, è centrale. Con questo spettacolo ho fatto qualcosa che avevo rimandato troppo: condividere questa mia passione con il pubblico che segue il nostro teatro. Mi sembrava che cominciare da questo testo fosse più semplice. Anche ispirandomi alle letture ad alta voce che lo stesso Dickens faceva di brani e di capitoli tratti dai suoi romanzi.

Mi incuriosiva molto anche la dimensione grafica che lei ha voluto dare allo spettacolo.

Sì, è stato mettere al servizio di un autore che amo molto le mie capacità. Io faccio teatro però ho un “reparto visivo” che coltivo con passione. E mi piace, appena posso, intrecciarlo con il lavoro del teatro. L’ho fatto insieme a Francesco Frongia per Alice Underground e adesso qui, in un’altra forma. Anche ispirandomi al tipo  di immagini dell’epoca. Della narrativa popolare. Dei romanzi a puntate, i  feuilletons.

Dickens è molto accurato nelle sue descrizioni, anche fisiognomiche. Questo l’ha soccorsa?

Sì, assolutamente. Quello che si vede è quello che io immagino sia il mondo di Dickens. E i suoi personaggi. Poi lui ha una capacità descrittiva che è una specie di cinema scritto, in qualche modo. Leggere le sue descrizioni, anche di luoghi, è come essere trasportati. In un’altra epoca e in un altro luogo. Ho cercato di restituire questa cosa aiutandomi anche con la colonna sonora realizzata insieme a Giuseppe Marzoli, che è il nostro fonico. Serve a dare questo spiazzamento.

Disegno di Ferdinando Bruni

Disegno di Ferdinando Bruni

 

Lei trova che il Canto di Natale condensi delle tematiche molto forti ricorrenti nella produzione dickensiana?

Sì. Le tematiche politiche, quelle sociali. Anche per questo mi sembra che, tutto sommato, dietro la sua aria soave di favola un po’ gotica, ci sia un messaggio ancora estremamente attuale. E purtroppo la descrizione di un sistema sociale che non è cambiato poi molto nei suoi esiti finali. Può essere cambiato nelle sue forme: non c’è più la Regina Vittoria ma i poveri ci sono ancora. I centri di prima accoglienza non sono più gli ospizi per i poveri ma sono forse anche peggio. Ci sono ancora le prigioni che strabordano di gente arrestata anche per piccoli reati legati alla miseria o al disagio sociale. Ci sono ancora anche i Bob Cratchit con la possibilità di perdere il proprio lavoro per motivi futili. È tutto ancora qui. E ci parla ancora tutto.

Lei ha avuto occasione di vedere il film Io, Daniel Blake?

No. Non l’ho visto, le dico la verità, perché i miei amici che l’hanno visto sono usciti così arrabbiati dalla sala che non mi è venuta voglia di vederlo. Ci sono tanti motivi per indignarsi, anche senza andare al cinema. Anche perché so che Ken Loach è un autore molto puntuale nel sollecitare il pensiero su questi temi. Non so, forse più avanti lo vedrò. Anche de Il racconto di Natale sono state realizzate parecchie versioni cinematografiche, ma molto spesso puntando sulla favola. Ne ho vista una di recente, molto affascinante. Credo fosse la prima. Era un film muto con effetti molto rozzi e primitivi. Ma mi è sembrata la più vicina al mondo di Dickens. Che è anche ingenuo, da un certo punto di vista, rispetto ai mezzi utilizzati. “È tutto ancora qui. E ci parla ancora tutto.”

E le piace il film del 1970, in cui Scrooge era interpretato da Albert Finney?

Anche quello mi piace molto, sì. Quello tridimensionale invece, credo sia l’ultimo che è stato fatto. Era molto affascinante per gli effetti speciali. Ma è più superficiale. Questo misto di essere umani mutati in cartoni animati non mi piace tanto. Diventano più mostruosi che favolistici.

Ho letto che lei ha vagheggiato un parallelo tra Scrooge e Shylock de Il mercante di Venezia. In che senso?

In Dickens c’è una grande componente shakespeariana. Lui era un grande ammiratore di Shakespeare. Lo cita spesso. Anche qua. Credo fosse un modello per lui, proprio per il campionario di personaggi che mette in scena. Scrooge e Shylock sono due usurai. Ma a parte i parallelismi, Shylock ha una statura tragica decisamente più importante. Per interpretare Scrooge mi sono ricordato di quando ho interpretato Shylock ne Il mercante di Venezia dieci anni fa. Anche se Shylock è un personaggio che si sviluppa in modo molto diverso. Perché precipita in una tragedia che è anche la sua grandezza.

Cosa può della dimensione fantastica di questo testo?

Mi sono divertito a prenderla molto sul serio. Dopo che l’anno scorso avevo fatto una cosa analoga con Il fantasma di Canterville che, invece, è un gioco molto ironico sul gotico diventato, all’epoca di Wilde, un genere da prendere un po’ in giro. Anche Jane Austen del resto, assai prima, aveva irriso il gotico, ne L’abbazia di Northangher. Invece Dickens lo declina secondo la moralità popolare, come una parabola. Impiega tutti gli strumenti per incutere paura al suo lettore, per avvincerlo e convincerlo del discorso morale. Questo è uno strumento interessante che ho usato sul serio. E usarlo sul serio è molto divertente.

Ha un momento della storia cui è particolarmente legato?

Amo molto l’epilogo, decisamente dark. Si va finalmente anche nei veri bassifondi di Londra, nell’East End, descritto da Dickens con le viuzze strette e le case maleodoranti. È l’East End di Jack lo Squartatore. Si va in un luogo che dal punto di vista letterario mi piace molto. E poi Scrooge comincia ad avere un’evoluzione morale durante i primi due Natali, ma il colpo decisivo gli viene inferto dalla paura del Natale futuro. Dalla paura di fare una brutta fine.

Pensa di tornare alle pagine di Dickens in futuro?

Ci sarebbero tanti testi da poter affrontare, sebbene più difficili da ridurre. Casa desolata, Grandi speranze, David Copperfield sono bellissimi. Non so cosa potrebbe succedere proponendo semplicemente la lettura di capitoli, come faceva lui. Il riscontro che ho è molto positivo e si basa proprio sull’idea della lettura. Una lettura non neutra, interpretata. C’è bisogno di lasciare al pubblico la libertà di immaginarsi un libro, i luoghi, i personaggi. Per lasciarsi cullare da un racconto e lasciar libera la fantasia di camminare.

 

A Milano a dicembre:

Il racconto di Natale

Ferdinando Bruni legge Charles Dickens

Produzione Teatro dell’Elfo

Disegni di Ferdinando Bruni

Fonico: Giuseppe Marzoli

Prima nazionale