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	<title>magzine &#187; xi jinping</title>
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	<description>un progetto della Scuola di giornalismo dell&#039;Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano</description>
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		<title>Proteste zero-Covid in Cina: il ruolo dei bot di Twitter</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Dec 2022 10:42:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Ludovica Rossi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[News Lab]]></category>
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		<description><![CDATA[Oltre al governo cinese e ai manifestanti che gli si sono opposti, un altro attore ha preso parte alle proteste scoppiate alla fine di novembre in Cina contro la politica ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1200" height="672" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2022/12/China-protests.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Fonte: Pbs.org" /></p><p style="font-weight: 400;"><mark class='mark mark-yellow'>Oltre al governo cinese e ai manifestanti che gli si sono opposti, un altro attore ha preso parte alle proteste scoppiate alla fine di novembre in <strong>Cina</strong> contro la politica del cosiddetto “<strong>zero Covid</strong>”: i <strong>bot di Twitter</strong>.</mark> La strategia di lotta alla pandemia messa in atto nel Paese e fortemente rivendicata dal Partito comunista di <strong>Xi Jinping</strong> prevedeva misure molto rigide, che rischiavano di opprimere la società e affossarne l’economia. Questa è stata la causa del dilagare delle proteste, che dalle piazze reali hanno repentinamente invaso anche quelle virtuali dei social media con foto e video.</p>
<p style="font-weight: 400;"><mark class='mark mark-yellow'>Nei giorni tra il 21 e il 30 novembre, però, i ricercatori dell&#8217;<a href="https://www.atlanticcouncil.org/programs/digital-forensic-research-lab/" target="_blank">Atlantic Council&#8217;s Digital Forensic Research Lab</a> hanno iniziato a notare qualcosa di anomalo: cercando i nomi delle grandi città cinesi, i risultati includevano moltissime immagini suggestive e post pensati per pubblicizzare servizi di escort.</mark> Quella di oscurare alcuni contenuti destinati alla soppressione attraverso l’uso di spam provenienti dai cosiddetti “bot”– ovvero degli account automatizzati – è una tattica abituale per il governo cinese, che più volte in passato vi avrebbe fatto ricorso per soffocare altre forme di dissenso. Questo ha indotto alcuni osservatori al sospetto che, ancora una volta, i vertici del Paese si siano serviti di strategie analoghe per ostacolare la circolazione di notizie riguardanti le proteste.</p>
<p style="font-weight: 400;">L’ipotesi, tuttavia, non è ancora confermata e necessita di prove più concrete: <mark class='mark mark-yellow'>i bot che pubblicizzano contenuti sessuali legandoli ai nomi delle città agivano, infatti, sulla piattaforma già prima dello scoppio delle manifestazioni.</mark> La sola attività di spamming non rappresenterebbe, quindi, una prova sufficiente per accusare l’informazione governativa. Potrebbe trattarsi semplicemente di un caso di “<strong>hashtag hijacking</strong>” – letteralmente &#8220;dirottamento di hashtag&#8221; –: metodo con cui le organizzazioni, dopo aver individuato gli argomenti di tendenza, li incorporerebbero nei loro tweet per incrementare il traffico degli account.</p>
<p style="font-weight: 400; text-align: center;"><strong>Per saperne di più, continua a leggere su <a href="https://www.npr.org/2022/12/14/1142581648/twitter-bots-surfaced-during-chinese-protests-whos-behind-them-remains-a-mystery" target="_blank">npr.org</a>.</strong></p>
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		<title>Russia e Cina, i regni del vaccino</title>
		<link>https://www.magzine.it/russia-e-cina-i-regni-del-vaccino/</link>
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		<pubDate>Wed, 31 Mar 2021 10:50:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Mattia Giangaspero]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
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		<description><![CDATA[Con la crisi pandemica che non accenna a fermarsi, i vaccini contro il Covid-19 &#8211; rappresentando l’unica soluzione in possesso di ogni governo per mettere in sicurezza la propria popolazione ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="800" height="402" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2021/03/xi_putin.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Russia e Cina, alleanza" /></p><p>Con la crisi pandemica che non accenna a fermarsi, i vaccini contro il Covid-19 &#8211; rappresentando l’unica soluzione in possesso di ogni governo per mettere in sicurezza la propria popolazione e far ripartire l’economia &#8211; stanno acquisendo un’importanza strategica non indifferente sullo scacchiere internazionale. Tutti i Paesi infatti lo bramano, anche se solo alcuni se lo possono permettere, visto che attualmente le dosi scarseggiano: è così cominciata una competizione su scala globale per accaparrarsele, che premia chi dispone di maggiori risorse.</p>
<p>I denari però da soli non bastano, perché in questa nuova grande partita geopolitica contano anche e soprattutto competenze e capacità scientifiche, sperimentali, logistiche e produttive: a partire i<em>n pole position</em> nella “corsa al vaccino” sono infatti quei Paesi che questo ambitissimo antidoto l’hanno brevettato e ora lo producono, oltre a commercializzarlo. Sono loro ad avere il coltello dalla parte del manico, a decidere a chi consegnarlo prima e a chi dopo, se farlo a prezzo di mercato o a condizioni privilegiate, per avere poi naturalmente un tornaconto personale.<mark class='mark mark-yellow'>Il vaccino è dunque diventato il vero <em>asset</em> della politica estera dei nostri giorni, soprattutto per quei Paesi – su tutti, la Russia – che ne hanno nazionalizzato il percorso di ricerca, la produzione e la distribuzione</mark>. Uno strumento geopolitico flessibile, un’arma di soft-power che consente agli “Stati donatori” di migliorare i rapporti diplomatici e di allargare la propria sfera d’influenza a quelle aree che rivestono un ruolo strategico per il loro business.</p>
<p>Con questo nessuno vuole negare che i Paesi produttori siano animati da un forte senso di responsabilità e da pulsioni filantropiche, ma non si può nemmeno tacere di fronte a certi scambi di favori impliciti, tanto lampanti quanto caratteristici delle dinamiche geopolitiche. In questo mercato dei taciti accordi, a dominare la scena sono Russia e Cina che, oltre a voler consolidare una serie di rapporti commerciali, puntano a nobilitare la loro immagine nel mondo.</p>
<p>I primi cercano di obliare l’annessione della Crimea e il caso Navalny e i secondi mirano  a diventare i salvatori della pandemia dopo averla generata. L’Occidente per il momento, anche per via del braccio di ferro tra Bruxelles e AstraZeneca e dei ritardi nelle forniture di Pfizer e Moderna, sembrerebbe defilarsi per concentrare i propri sforzi sulla vaccinazione interna;<mark class='mark mark-yellow'>nonostante un ruolo di grande protagonismo nella ricerca e nella produzione, Stati Uniti e Unione Europea stanno trascurando le opportunità geopolitiche che si nascondono dietro la corsa all’immunizzazione di massa, forse perché da questo punto di vista hanno meno da dimostrare rispetto agli altri due <em>player</em></mark>.</p>
<p>In questo modo hanno lasciato spazio alla penetrazione diplomatica di Russia e Cina, che si sono accaparrate ampie fette di mercato, conquistandosi la fiducia anche di Paesi filo-occidentali: il Dragone ha rastrellato tutto il Sud-Est asiatico, mentre il Cremlino ha fatto valere la sua influenza nelle ex repubbliche sovietiche, ma anche in India, in Iran e in Palestina. Entrambe si sono poi divise spicchi di Medio Oriente (dove comunque permane il predominio cinese visti gli accordi con Emirati Arabi e Bahrain) con forniture doppie in Turchia ed Egitto, ma anche il Nord Africa con Pechino pronta a rifornire il Marocco e Mosca che venderà il suo siero all’Algeria. Stesso schema si replica anche in America Latina con la Russia che ha stretto accordi con Venezuela, Bolivia, Cile, Paraguay, Argentina e Brasile, che però hanno avviato acquisti anche dai fornitori cinesi.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Le mire espansionistiche di queste due potenze sono arrivate in Europa, dove si sono ingraziate Serbia e Ungheria, sempre più refrattarie alle politiche europeiste. Il vaccino russo, complici i tagli alle forniture di Pfizer e i dubbi sull’efficacia per gli over 70 che accompagnano l’approvazione di AstraZeneca, potrebbe presto varcare persino i confini dell’Unione Europea</mark>: occorrerà però prima aspettare l’approvazione dell’Ema, ad oggi tutt’altro che scontata, visto che non è ancora stato possibile condurre un controllo indipendente sulla reale efficacia del farmaco.</p>
<p>Sempre la Russia di Putin ha allargato i suoi orizzonti anche per l’aspetto produttivo del vaccino stipulando un accordo privato molto importante con un centro Pharma italiano, situato in Lombardia: Adienne Pharmas Biotech. Tutto questo è stato fatto per produrre 10 milioni di dosi del vaccino Sputnik V in pochi mesi. Saranno poi tutti rivenduti all’Italia o successivamente verranno redistribuiti ad altri Paesi?</p>
<p>Ma non è finita qui.<mark class='mark mark-yellow'>Il Cremlino, galvanizzato dalle attenzioni che la comunità internazionale sta riservando allo Sputnik V, ha infatti l’ambizione di dilatare ulteriormente il proprio piano espansionistico, offrendo un aiuto alle nazioni più povere, che stanno vivendo con impotenza la delicata fase di approvvigionamento dei vaccini</mark>.</p>
<p>Per realizzare tale progetto, Putin ha commissionato al Centro Gamaleya di Mosca la produzione della cosiddetta “versione light” dello Sputnik V, che potrà essere somministrato in una sola dose. “La versione light – ha evidenziato il direttore del laboratorio Alexander Gintsburg – servirà a quelle nazioni che attualmente non dispongono di un siero, non sono in grado di produrlo in proprio e non dispongono di fondi sufficienti per procurarsi con rapidità quelli realizzati altrove”. Gintsburg ha poi specificato che “la versione originale del vaccino offre una garanzia completa contro forme gravi che possono trasformarsi in letali; quella light invece riduce solo la probabilità di casi gravi ma non li esclude completamente”.<mark class='mark mark-yellow'>Nei giorni scorsi anche il presidente Vladimir Putin aveva detto che la durata effettiva della protezione dello Sputnik V monodose non sarà lunga come quella del vaccino autentico (si parla di circa 3-4 mesi). Tuttavia, secondo le sue parole, consentirà di inocularlo a molte più persone. E in quei Paesi questo dettaglio potrebbe fare tutta la differenza del mondo</mark>.</p>
<p>Il piano sembrerebbe filare, ma c’è un aspetto, piuttosto rilevante, che Putin sta sottostimando: molti di questi stati si trovano in Africa, bacino d’influenza di Pechino che, in quell’area, sta implementando una vera e propria infrastruttura di distribuzione del vaccino. Questa invasione di campo non verrebbe vista di buon occhio da Xi Jinping, che potrebbe far saltare l’alleanza russo-cinese, sulla carta inevitabile alla luce dell’ostruzionismo occidentale verso queste due superpotenze. D’altronde la geopolitica ci insegna che “il nemico del mio nemico è mio amico”. Almeno fino a quando non si registrano ingerenze inaspettate.</p>
<p><strong><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2021/03/IMG_9267.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-51296" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2021/03/IMG_9267-300x200.jpg" alt="IMG_9267" width="300" height="200" /></a> </strong></p>
<p>Per discutere della distribuzione del vaccino Sputnik V e Sputnik light nei Paesi più poveri<mark class='mark mark-yellow'>abbiamo interpellato <strong>Paolo Calzini</strong>, docente di relazioni internazionali e Studi russi nelle Università statali di Milano e di Bologna</mark>.</p>
<p><strong>Perché l’Europa sia partita prevenuta sul vaccino russo nei mesi in cui anche le altre case farmaceutiche non illustravano dati relativi alla produzione?</strong></p>
<p>La Russia, dall’Europa, è ormai da tempo giudicata come una nazione lontana dalla cultura e identità dell’Unione dal punto di vista amministrativo. Infatti si parla di regime e non di democrazia e questa crepa si è rafforzata subito dopo l’avvelenamento di Navalny. Non esiste un caso scientifico sul perché l’Europa sia partita prevenuta nelle considerazioni fatte sul vaccino Sputnik V, ma è stata solo una delle ultime azioni compiute per destabilizzare l’ecosistema russo</p>
<p><strong>Che prospettive vede nella guerra alla distribuzione del vaccino tra Russia ed Europa, in quelle aree contese come i Balcani (Serbia in particolare)?</strong></p>
<p>La distribuzione del vaccino rischia di mettere in pericolo i rapporti tra Unione Europea e l’area dei Balcani. Infatti, nonostante l’UE si sia dotata di un programma per rifornire Serbia, Kosovo, Bosnia, Macedonia del Nord, Montenegro e Albania, Stati che potrebbero nei prossimi anni entrare nel blocco comunitario, le consegne stanno subendo diversi ritardi. Il presidente della Repubblica della Serbia, Aleksandar Vucic pertanto ha deciso di virare verso Mosca, acquistando 500 milioni di dosi dello Sputnik V e ridisegnando così lo scenario geopolitico della zona. Putin sarebbe pronto ad estendere la sua influenza sulla ex Jugoslavia e, se l’Europa non si attiverà in tempo in merito anche ad altri temi sul piatto, potrebbe anche riuscire nel suo intento.</p>
<p><strong>Con la produzione dello Sputnik light la Russia cercherà di rafforzarsi a livello geopolitico con la vendita ai Paesi più poveri, ma in questo trova un grande scoglio, la Cina. Non crede che una futura alleanza con il regime cinese potrebbe crollare di fronte a una competizione così serrata sul versante della diplomazia dei vaccini?</strong></p>
<p>La Cina è stato il primo Paese che ha deciso di distribuire il proprio vaccino in tutti gli altri, piccoli, Stati asiatici, soprattutto negli Emirati Arabi ed in Africa. Però il fatto che il vaccino russo sembra essere più sicuro, visto anche il ‘’benestare’’ della rivista scientifica <em>Lancet</em>, porta in dote a Putin qualche chance in più del ‘’suo cugino’’ Xi Jinping. In Asia è ormai certa la vendita del vaccino al Pakistan e alla Corea del Sud, con la quale sta collaborando relativamente alle catene di produzione e distribuzione. Invece, più che in Africa, lo Sputnik V sta riscontrando un grande successo in molti Paesi dell’America Latina, come per esempio il Brasile. Credo che non si arriverà ad una guerra nella distribuzione del vaccino tra Russia e Cina. Ogni Stato sarà libero di scegliere basandosi sui dati scientifici o su accordi diplomatici presenti da tempo con uno dei due grandi regimi.</p>
<p><strong>La partnership più naturale per Mosca, quindi, sarebbe quella con l’Europa, visto il legame geografico. Tuttavia gli Stati Uniti hanno sempre cercato di ostacolare in ogni modo questa alleanza. La Russia rischia allora di isolarsi?</strong></p>
<p>Userei un verbo al passato: l’Europa era la partnership ideale per Mosca. Ormai, dopo le dure dichiarazioni di Biden, non credo che la Russia abbia possibilità di entrar a far parte di quel progetto fondato sull’atlantismo, tanto auspicato in ultimo anche dal nostro premier Mario Draghi. La Russia se dovesse entrare in rotta di collisione con la Cina potrebbe isolarsi, ha ragione, ma come spiegato prima, secondo me non si verificherà alcun tipo di scontro sui vaccini.</p>
<p><strong>La diplomazia dei vaccini serve a compensare le macchie di questi anni, dall’annessione della Crimea al caso Navalny? Quante dosi di vaccino possono compensare le tante violazioni dei diritti umani?</strong></p>
<p><strong> </strong>Moralmente ed eticamente le risponderei che nessuna azione dovrebbe nascondere atrocità; però, a livello geopolitico, in un momento di emergenza come questo ogni aiuto può darci la possibilità di uscire da questa situazione intricatissima. E qui la Russia giocherà un ruolo chiave nei prossimi mesi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2021/03/IMG_9268.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-51295" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2021/03/IMG_9268-300x196.jpg" alt="IMG_9268" width="300" height="196" /></a></p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Sull’alleanza geopolitica con la Cina per la distribuzione dei vaccini in tutto il mondo, invece, abbiamo sentito <strong>Gabriele Battaglia, </strong>direttore dell’agenzia <em>China Files</em>, corrispondente di <em>Radio Popolare</em> e collaboratore di <em>Il Venerdì</em> di <em>Repubblica</mark>.</em></p>
<p><strong>Perché ci sono molte nazioni che puntano all’acquisto del vaccino cinese rispetto anche a quello </strong><strong>r</strong><strong>usso, dove riviste scientifiche internazionali come <em>Lancet</em> hanno dato esito positivo della sua efficacia?</strong></p>
<p>La Cina ha scelto da subito, come nel caso della Russia, di adottare una politica distributiva sul vaccino. Ovvero il governo cinese ha preferito vendere il proprio vaccino ad altri Paesi. Esempi vicino a noi sono Ungheria e Serbia, ancor prima di vaccinare la propria popolazione. Infatti, riportando gli ultimi dati disponibili sulle vaccinazioni interne, solamente il 6% dei cittadini cinesi ha ricevuto il siero. La Cina in questo è riuscita a colmare, sempre come nel caso della Russia, i vuoti lasciati dall’Unione Europea. La politica dell governo cinese, che preferisce la distribuzione, è resa possibile da diversi fattori. La Cina da oltre 40 anni è in grado di produrre internamente, grazie all’economie di scala, il vaccino. Rifornisce infatti il sud globale. La fortuna, poi, sulla distribuzione dei vaccini è dovuta anche agli stessi Paesi che comprano, in quanto lo fanno senza troppe pretese per quanto riguarda il rispetto di tutti gli standard, come invece avverrebbe con agenzie come Ema o Aifa. L’obiettivo di Paesi come Indonesia, Pakistan, Brasile, Turchia e Emirati Arabi Uniti è stato sin da subito vaccinare, vaccinare e vaccinare per tornare il più possibile alla vita di prima.</p>
<p><strong>La politica adottata sul vaccino come viene vista dagli stessi cittadini cinesi che si vedono scavalcati rispetto ad altri </strong><strong>P</strong><strong>aesi dal loro stesso governo? </strong></p>
<p>Le cose sembrano cambiare in questo momento. Dopo quanto fatto nei primi mesi dall’ottenimento del vaccino Sinovac, il governo si è posto come obiettivo quello di vaccinare entro giugno il 40% della popolazione cinese e, facendo un rapido calcolo, da oggi per tutti giorni devono essere fatte dieci milioni di vaccinazioni al giorno. La stessa popolazione comunque non ha criticato l’iniziale scelta del governo sulla distribuzione del vaccino ancor prima dell’inoculazione di massa interna, perché il sentiment attuale non è quello di vaccinarsi. Questo non per la poca fiducia nelle istituzioni nazionali, ma quasi l’esatto opposto. In Cina ha funzionato bene ciò che da noi è stato un fallimento totale, ovvero il tracciamento e i tamponi per controllare ogni quartiere. Tutto questo porta maggiore sicurezza e gli stessi cittadini sono liberi di uscire senza restrizione. Quindi la domanda, in Cina, è: perché dovrei vaccinarmi se il pericolo è contenuto perfettamente o quasi?  È vero anche che le autorità adesso, con i mezzi ‘’leciti’’ secondo loro, stanno cercando di sensibilizzare la popolazione sulla questione vaccino. Un tipo di pressione psicologica fatta da parte di funzionari locali a Pechino è quella di attaccare adesivi sulla porta degli uffici in cui è scritto che in quello studio, faccio un esempio, meno del 40% dei dipendenti si è vaccinato. Esponendo così alla pubblica riprovazione o alla vergogna.</p>
<p><strong>Il governo cinese, dopo i dati positivi avuti sul turismo interno la scorsa estate, potrebbe aver pensato di vaccinare più tardi i propri concittadini</strong><strong>, così da non farli viaggiare </strong><strong>in vista del passaporto sanitario che sarà obbligatorio per </strong><strong>spostarsi</strong><strong> in molti </strong><strong>P</strong><strong>aesi occidentali da questa estate? </strong></p>
<p>Non credo; il tutto è subordinato a fattori come la sicurezza e la prevenzione. È vero che la scorsa estate, non potendo viaggiare, il profitto del turismo interno è aumentato, ma adesso, se dovessero scoppiare anche focolai interni in Cina, lo stesso governo sconsiglia di spostarsi internamente, incentivando il restare a casa, quindi non credo che la politica del vaccino sia collegata alla politica del turismo.</p>
<p><strong>Nelle ultime ore è stato stipulato un accordo tra Russia e Cina sulla produzione di 60 milioni di dosi del vaccino russo, Sputnik V</strong><strong>,</strong><strong> nella stessa Cina. Questa alleanza sempre più stretta tra le due potenze asiatiche come viene vista in occidente? Non è anche conseguenza delle politiche adottate dall’alleanza atlantica? </strong></p>
<p>Cina e Russia hanno una convergenza di interessi in questo momento. Non penso che si tratti di una vera e propria alleanza, anche perché in Asia centrale si spezzano i piedi come sfere di influenza. Diventano, però, di fronte all’aggressione da parte dell’Occidente, un’alleanza economica sempre più forte. Cercheranno di trovare una serie di nessi virtuosi o compromessi per continuare insieme. Un punto di incontro si sta raggiungendo sulla politica dei vaccini, con un vero e proprio scambio della produzione del vaccino, anche perché pure la Cina produrrà il vaccino Cansino in Russia. Tutto questo fa parte di un riassetto geopolitico mondiale che è ancora in corso.</p>
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		<title>Il soft-power della Cina: da epicentro dell&#8217;epidemia a epicentro dei soccorsi</title>
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		<pubDate>Tue, 21 Apr 2020 16:28:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Natale Ciappina]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[cina]]></category>
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		<description><![CDATA[Appena due mesi fa, tra un’economia in caduta libera e inedite proteste sui social network contro il governo, la Cina sembrava essere stata messa in ginocchio, sotto l’impatto schiacciante dell’epidemia. ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="3940" height="2610" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/04/26407744349_f56af76a9a_o.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="26407744349_f56af76a9a_o" /></p><p>Appena due mesi fa, tra un’economia in caduta libera e inedite proteste sui social network contro il governo, la Cina sembrava essere stata messa in ginocchio, sotto l’impatto schiacciante dell’epidemia. Il mondo, tuttavia, cambia velocemente, e proprio le dinamiche del Coronavirus, che hanno sconvolto la quotidianità del pianeta intero, dovrebbe ricordarcelo.<mark class='mark mark-yellow'>È di domenica scorsa la notizia, rilanciata dall’agenzia Xinhua, dell’ennesima fornitura sanitaria partita da Pechino in direzione Europa, questa volta nella Macedonia del Nord, che a oggi conta oltre 1200 infettati; e fra cui rientra anche il vice primo ministro, Bujar Osmani, che in un messaggio video ha ringraziato la Cina per la vicinanza dimostrata in questo duro momento.</mark></p>
<p>Qualche chilometro più a Nord, e un paio di settimane prima, Aleksandar Vucic, il presidente della Serbia, è stato più esplicito. «Vi chiedo di mandarci tutto quello che potete. Abbiamo bisogno di mascherine, guanti, ventilatori polmonari e, soprattutto, delle vostre conoscenze e di persone che possano venire qui a dare una mano» ha detto Vucic, che qualche secondo dopo ha rincarato la dose, affermando di rivolgersi ai cinesi proprio perché «si è scoperto che l’Europa ha difficoltà a difendersi da sola». Quelle del presidente serbo sono parole che aiutano a delineare le fattezze dell’opportunità che la Cina stava cercando ormai da mesi: quella di rifarsi agli occhi della comunità internazionale dopo le vicende di Wuhan, apparendo come uno Stato responsabile: da epicentro dell’epidemia a epicentro dei soccorsi.</p>
<p>Secondo <strong>Maurizio Scarpari</strong>, <strong>sinologo ed esperto di lingua e cultura cinese</strong>, si tratta di una narrazione che la Repubblica Popolare Cinese ha solo vantaggi ad alimentare. «Da un lato copre le sue responsabilità, dall’altro si inserisce in quei vuoti che si sono creati in questa confusione mondiale; specie con gli Stati Uniti che si sono ritirati da ogni forma di intervento, in Europa e nel resto del mondo.<mark class='mark mark-yellow'>La Cina sta approfittando di una situazione creata da lei stessa, per presentarsi come una sorta di salvatrice dell’umanità, che è funzionale ai suoi obiettivi geopolitici</mark>».</p>
<p>In Italia la mano cinese si è fatta sentire, enfatizzata dalle parole del ministro degli Esteri Luigi Di Maio, che rappresenta quella parte del governo più vicina alla Cina, come lui stesso ha tenuto a ribadire, ricordando il memorandum d’intesa firmato appena un anno fa («Chi ci ha deriso sulla Via della seta ora deve ammettere che investire in questa amicizia ci ha permesso salvare vite in Italia» ha detto ai microfoni del Tg2). Una Via della seta che ha peraltro già iniziato a operare ad alti livelli di traffico, per quanto riguarda i rifornimenti ospedalieri: nel solo mese di marzo, Pechino ha registrato nelle proprie casse circa 1.43 miliardi di dollari nell’esportazione di prodotti sanitari – peraltro, non tutto materiale di prim’ordine, come testimoniano le circa 600mila mascherine acquistate dall’Olanda e fatte poi rispedire al mittente cinese, una volta rivelatesi difettose.</p>
<p>«I doni portati alla ribalta dal ministro Di Maio, in realtà non si sono poi rivelati così cospicui, anche perché erano sì donazioni, ma solo in minima parte: per il resto, si trattava di acquisti» conferma Scarpari, sottolineando poi un aspetto centrale all’interno del sistema-Cina, cioè quello dell’informazione.<mark class='mark mark-yellow'>«In generale, l’intera questione è stata fin dall’inizio affrontata in modo poco trasparente. I tentativi di soffocare le notizie sul nascere hanno ritardato la consapevolezza della gravità della situazione, influendo di conseguenza sulla gestione dell’epidemia dentro la Cina, e della pandemia fuori dai suoi confini».</mark></p>
<p>Se in quest’ultimo caso molte sono state le critiche indirizzate all’Organizzazione Mondiale della Sanità, per quanto riguarda le informazioni che circolano all’interno del mondo cinese la questione è meno netta di quello che si potrebbe pensare, come evidenzia <strong>Hugo de Burgh, professore dell’Università di Westminister, dove dirige il China Media Centre</strong>.<mark class='mark mark-yellow'>«Bisogna considerare che i cinesi, specie i <em>netizen</em> (termine utilizzato soprattutto in Asia per indicare quelle persone che esercitano la propria cittadinanza su internet, ndr), sono molto critici con i burocrati e il governo in generale, che sono pertanto terrorizzati dall’opinione pubblica, ripiegandosi spesso in rapidi cambiamenti nelle dichiarazioni. Infatti, se all’inizio, da parte del governo, l’istinto era quello di sopprimere la conoscenza del virus, con il passare dei giorni questa narrazione è venuta meno».</mark>Emblematico, a tal proposito, il caso di Li Wenliang, l’oculista cinese punito dai funzionari locali per aver fatto emergere sui social media la pericolosità del virus, e in seguito riabilitato dal governo centrale come eroe, dopo la sua morte proprio da Covid-19 lo scorso febbraio.</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>Maurizio Scarpari, sinologo: «La Cina fa il suo mestiere: cerca di acquisire una posizione di leadership. Siamo noi, in Occidente, che dobbiamo trovare il modo giusto per rapportarci alle politiche espansionistiche cinesi, non limitandoci solo a guardare alle questioni economiche. Per non ripetere gli errori commessi, lungo la Via della seta, da altri Paesi, soprattutto in Africa e Asia, che si sono visti strangolati da debiti eccessivi, da pagare con materie prime o perdendo importanti pezzi di sovranità».</span></p>
<p>Intanto,<mark class='mark mark-yellow'>mentre la Cina si afferma con quella viene già definita come la “diplomazia delle mascherine”, gli Stati Uniti non sembrano aver intenzione di cooperare in questa serie di aiuti internazionali.</mark> Donald Trump e alcuni media americani hanno definito il SARS-CoV-2 come il “Chinese-virus”, attirandosi la condanna del ministro degli Esteri di Pechino. Per molti, si tratta del punto di rottura più profondo nel rapporto fra Usa e Cina dai tempi del massacro del 1989 a Piazza Tienanmen. Una situazione che per Maurizio Scarpari ha mostrato i limiti dell’America First del presidente statunitense, mettendo a nudo problematiche che dovranno essere risolte anche da una possibile amministrazione Biden, in caso di vittoria dei democratici nelle prossime elezioni americane. «Dando per buona questa prospettiva, non si tornerà comunque alla gestione dei tempi di Obama, di cui Biden era il vice; è ormai passata troppa acqua sotto i ponti dai tempi di quella politica di concertamento, in cui si cercava di contenere il dinamismo cinese.<mark class='mark mark-yellow'>Quel che è certo – prosegue Scarpari – è che negli Stati Uniti quello della Cina è un problema condiviso fra democratici e repubblicani, perché mette a rischio la leadership americana, specie per quanto riguarda settori strategici come quello delle telecomunicazioni, come si evince dalla vicenda Huawei».</mark></p>
<p>Fra i tantissimi dubbi che la pandemia si porta dietro, l’unico aspetto su cui tutti sembrano concordare per davvero, è che il mondo post-Coronavirus sarà un posto economicamente più debole, anche rispetto a quello della crisi del 2008; in quell’occasione, la Cina dimostrò alla comunità internazionale la propria responsabilità, con un programma di stimoli da 568 miliardi di dollari, mostrando al pianeta intero l&#8217;arsenale di liquidità a disposizione del Celeste impero, proiettandolo nel suo progetto di affermazione globale.<mark class='mark mark-yellow'>In un mondo più povero, la prospettiva di diventare la prima potenza mondiale si potrebbe fare sempre più concreta per la Cina, spiega sempre Scarpari.</mark> «La Cina fa il suo mestiere: cerca di acquisire una posizione di leadership. Siamo noi, in Occidente, che dobbiamo trovare il modo giusto per rapportarci alle politiche espansionistiche cinesi, non limitandoci solo a guardare alle questioni economiche. Per non ripetere gli errori commessi, lungo la Via della seta, da altri Paesi, soprattutto in Africa e Asia, che si sono visti strangolati da debiti eccessivi, da pagare con materie prime o perdendo importanti pezzi di sovranità».</p>
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		<title>Russia-Usa-Cina: tensione nucleare, corsa allo spazio</title>
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		<pubDate>Mon, 11 Feb 2019 16:59:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Paolo Frosina]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il primo febbraio, l’amministrazione Trump ha annunciato il ritiro degli Stati Uniti dal trattato sulle Forze nucleari intermedie (Inf), sottoscritto nel 1987 tra Usa e Unione Sovietica. Il patto, che ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="940" height="580" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2019/02/jifEh9eZxcdoQ8rza49HWg4HqAujl0AA.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="jifEh9eZxcdoQ8rza49HWg4HqAujl0AA" /></p><p><mark class='mark mark-yellow'>Il primo febbraio, l’amministrazione Trump ha annunciato il ritiro degli Stati Uniti dal trattato sulle <strong>Forze nucleari intermedie (Inf)</strong>, sottoscritto nel 1987 tra Usa e Unione Sovietica.</mark> Il patto, che impone la distruzione in entrambi i Paesi di tutti i missili a medio e corto raggio, segnò ai tempi l’inizio della fine della Guerra fredda tra le due potenze. Entro sei mesi, ora, Trump dovrà dare seguito al proprio annuncio: e se così fosse, lo scenario internazionale potrebbe precipitare verso una nuova corsa agli armamenti. Il presidente russo Vladimir Putin, infatti, ha già fatto sapere di non voler stare a guardare: una volta che gli Stati Uniti escono dall’accordo, <strong>i patti saltano</strong>.</p>
<div id="attachment_37658" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2019/02/Gorbachev_and_Reagan_1986-2.jpg"><img class="wp-image-37658 size-medium" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2019/02/Gorbachev_and_Reagan_1986-2-300x200.jpg" alt="Incontro da Ronald Reagan e Mikhail Gorbaciov, 1986" width="300" height="200" /></a><p class="wp-caption-text">Incontro tra Ronald Reagan e Mikhail Gorbaciov, 1986</p></div>
<p><mark class='mark mark-yellow'>La proliferazione di missili a raggio intermedio è stata una delle principali fonti di instabilità in Europa nei primi anni ‘80,</mark> quando gli armamenti posizionati nella parte orientale dell’Unione Sovietica avrebbero potuto colpire obiettivi in Europa occidentale. Così gli Stati Uniti reagirono dispiegando nei Paesi Nato i propri missili. Fino a quando, l&#8217;<strong>8 dicembre 1987</strong>, il presidente americano Ronald Reagan e quello russo Mikhail Gorbaciov si accordarono per la distruzione degli armamenti durante un vertice a Washington. <mark class='mark mark-yellow'>A seguito del patto furono smantellati 2.692 missili, 846 americani e 1.846 russi.</mark> Se il trattato Inf cesserà di esistere, l&#8217;unico accordo tra le due superpotenze sulle armi nucleari resterà il <strong>New strategic arms reduction treaty (New start)</strong> firmato l’8 aprile del 2010, che fissa, per entrambe le parti, il limite di 1.550 tra testate e bombe nucleari. La sua scadenza, tuttavia, è fissata per il 2021, e nessuno sembra intenzionato a volerla prolungare.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>L’annullamento del trattato Inf eliminerebbe anche il sistema di <strong>verifica espansiva</strong> sviluppato dai due Paesi sin dagli anni ‘70.</mark> Ciò significa che gli Stati Uniti perderebbero l’accesso a preziose informazioni su ciò che la Russia sta facendo in casa propria, senza possibilità di obiezioni. Perché, dunque, questa scelta? <em>The Donald </em>ha accusato la Russia di aver violato i patti, sviluppando e iniziando a dispiegare il missile da crociera <strong>Novator 9M729</strong>, ritenuto da Putin, invece, tra gli armamenti ammessi dal trattato. Secondo i russi, lo sviluppo non sarebbe altro che una risposta allo scudo antimissile schierato dagli Usa in Polonia e Romania, dotato di radar e missili avanzatissimi. Sorge spontanea, però, la domanda se dietro questo scambio di accuse non si nascondano in realtà motivazioni diverse. <span class='quote quote-left header-font'>Dietro le schermaglie nucleari potrebbe nascondersi una partita diversa: la &#8220;guerra stellare&#8221; per il predominio nello spazio</span><mark class='mark mark-yellow'>Ad esempio la nuova corsa agli armamenti per la <strong>conquista dello spazio</strong>:</mark> la cosiddetta “guerra stellare” di Donald Trump. Il presidente americano vuole il predominio Usa nello spazio, e non ha nessuna intenzione di perdere la sfida con Russia e Cina in quello che considera il campo di battaglia del futuro. Tanto da star già lavorando sul progetto “<strong>Space Force</strong>”, una vera e propria armata spaziale, che diventerà la sesta branca delle forze armate statunitensi, accanto all’esercito (Army), alla marina militare (Navy), all’aeronautica (Air Force), al corpo dei Marine e alla Guardia costiera. Un ambito, quello spaziale, in cui già Mosca e Pechino stanno facendo passi da gigante, e su cui il Pentagono si trova costretto a rincorrere. Trump ha annunciato una forza spaziale pronta per il 2020, che comprenderà uno “Space Command” che avrà risorse dedicate e guidato da un generale a quattro stelle. In questa prospettiva, il trattato Inf risulterebbe uno scomodo ostacolo. Ma a far saltare il patto sarebbe anche l’entrata in scena di una nuova super potenza, la <strong>Cina</strong>. Che di certo negli ultimi anni non è stata con le mani in mano. Ecco perché un patto bilaterale oggi ha poco senso: limita, per quanto riguarda il nucleare, solo due grandi potenze su tre, creando squilibri internazionali. Motivo per cui l&#8217;annullamento dell&#8217;accordo ha trovato il consenso anche dell’Europa e della Nasa. <mark class='mark mark-yellow'>In conclusione, dunque, non possiamo che chiederci: siamo davanti all’esordio di un nuovo ordine mondiale?</mark></p>
<h3><em><strong>La grande armata cinese</strong></em></h3>
<p>Le fonti dirette da Pechino scarseggiano, quindi, per comprendere la questione, si può solo affidarsi a un report americano uscito nelle prime settimane del 2019: <em>“China military power, modernizing a force to fight and win”</em>, pubblicato dalla <strong>Dia</strong>, l’agenzia militare d’intelligence americana, che analizza gli obiettivi, la strategia, i piani, l’organizzazione e la struttura della forza militare che spaventa gli Usa. L’esercito cinese dispone di oltre <strong>mille missili nucleari</strong> di medio raggio, una serie di missili balistici antinave e da crociera, che renderebbero vulnerabili le portaerei americane, e di alcuni dei più moderni sistemi militari del mondo, che coprono aria, mare e spazio.</p>
<div id="attachment_37668" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2019/02/aySvTLPp1LLsGIeAmAhWS6XPqlog1ewC.jpg"><img class="wp-image-37668 size-medium" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2019/02/aySvTLPp1LLsGIeAmAhWS6XPqlog1ewC-300x185.jpg" alt="aySvTLPp1LLsGIeAmAhWS6XPqlog1ewC" width="300" height="185" /></a><p class="wp-caption-text">Xi Jinping e Vladimir Putin</p></div>
<p>Insieme alla Russia, la Cina ha investito pesantemente in armi che superano in astuzia quelle americane, come le armi ipersoniche e l’intelligenza artificiale. Non solo: entro il 2035 potrebbe dotarsi di una flotta di sei portaerei da guerra, aggiungendo alle due già esistenti quattro vascelli a propulsione, anche se <mark class='mark mark-yellow'>il timore maggiore per Trump è che Pechino riveda la strategia di lungo corso del &#8220;<strong>no first use</strong>&#8220;, che prevede l’impiego di armi nucleari solamente a fini difensivi.</mark> L’espansione cinese è però un obiettivo a più ampia portata. Il presidente <strong>Xi Jinping</strong> sta riorientando la sua politica estera in direzione espansionistica e offensiva sul piano economico, in funzione anti-americana. Dopo aver conquistato il <strong>Tibet</strong>, Macao, <strong>Hong Kong</strong> e dopo essere riuscita a isolare diplomaticamente <strong>Taiwan</strong>, la sua priorità principale adesso è quella di conseguire l’egemonia sul continente asiatico. Ma gli obiettivi espansionistici della Cina non si limitano all’Asia. Nel XIX Congresso del Partito Comunista del 2017, Xi ha determinato fino al 2050 le varie fasi delle trasformazioni da compiere al fine di elevare la Cina al <mark class='mark mark-yellow'>“primo rango del mondo in termini di potere globale e influenza internazionale”.</mark> La prima mossa è stata il progetto “<strong>New Silk Road</strong>” o “<strong>Belt and Road</strong>”, lanciato nel 2013, che prevede lo sviluppo di due importanti rotte commerciali, una terrestre e una ferroviaria che attraversa l’Asia e l’Europa, l’altra marittima attraverso i porti dell’Asia meridionale, il Medio Oriente, l’Africa e Europa. <mark class='mark mark-yellow'>L’intento è ridisegnare l’ordine internazionale del XXI secolo.</mark> I primi risultati si vedono: in alcuni settori la Cina sta già primeggiando, basti vedere l’intenzione del governo di effettuare entro quest’anno almeno 30 lanci, inviando in orbita oltre 50 satelliti, e il lancio della sonda <strong>Chang’e-4</strong> sulla faccia nascosta della Luna. Un grande risultato se si pensa che, mentre la parte visibile della Luna è stata esplorata in più occasioni, nessuno finora aveva tentato lo sbarco sul lato opposto. Ma non è solo il governo che partecipa alla corsa allo spazio. Sono emersi infatti numerosi <strong>privati</strong>, da OneSpace a iSpace, che promettono di effettuare lanci orbitali già a metà del 2019, riducendo di netto le spese. <mark class='mark mark-yellow'>La nuova corsa agli armamenti è dunque ufficialmente iniziata, e lo spazio sarà la prossima frontiera.</mark></p>
<h3><em><strong>Parsi: &#8220;Trump gioca da businessman, ma è una mossa rischiosa&#8221;</strong></em></h3>
<p><em>Vittorio Emanuele Parsi, 58 anni, è ordinario di Relazioni internazionali all&#8217;università Cattolica di Milano e direttore dell&#8217;Aseri, l&#8217;Alta scuola di economia e relazioni internazionali dell&#8217;ateneo</em></p>
<p><strong>Professor Parsi, cos’è il trattato Inf e che ruolo ha svolto al tempo in cui fu firmato?</strong></p>
<p>Il trattato risale al periodo più tosto della Guerra fredda, dopo l’invasione dell’Afghanistan da parte di Mosca. Erano gli anni in cui i russi erano veramente convinti che gli Usa stessero facendo le “prove generali” di un’invasione. Nel 1987, durante la presidenza Reagan, lo stesso presidente che aveva evocato l’“impero del male”, costruisce una relazione con Gorbaciov, si fida di lui, e a Reykjavik firmano il trattato Inf. Patto che segnò, per molti punti di vista, la fine della Guerra fredda, prima ancora che cadesse il muro. Segnò l’inversione di tendenza, la fiducia nei confronti della Perestrojka e il sostegno centrale a Gorbaciov.</p>
<div id="attachment_37670" style="width: 213px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2019/02/Vittorio_Emanuele_Parsi_-_Festival_Economia_2013.jpg"><img class="wp-image-37670 size-medium" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2019/02/Vittorio_Emanuele_Parsi_-_Festival_Economia_2013-213x300.jpg" alt="Vittorio Emanuele Parsi" width="213" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Vittorio Emanuele Parsi</p></div>
<p><strong>A distanza di 30 anni Trump dice che la Russia non ha rispettato il patto. </strong></p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Quello che afferma Trump è vero nella sostanza.</mark> I russi hanno posizionato alcune testate nucleari a Kaliningrad. Le hanno messe sostenendo che noi avremmo collocato delle postazioni di intercettazione e di scoperta di eventuali bersagli delle testate nucleari in Polonia, Romania e in altri Paesi dell’Europa orientale. I trattati nucleari si basano sulla fiducia. È un po’ come il <strong>“dilemma del prigioniero”</strong>. L’unico modo per uscirne è che tu puoi controllare cosa fa l’altro e l’altro può controllare cosa fai tu. E quindi il criterio è: <strong>ispezioni senza preavviso</strong> a qualunque sito nucleare.</p>
<p><strong>Qual è la strategia politica del presidente Usa? </strong></p>
<p>Trump deve dimostrare che i russi non sono effettivamente in grado di condizionare la sua presidenza, perché nel frattempo è venuta a galla l’indagine del procuratore speciale <strong>Robert Mueller</strong> che sostiene che Trump abbia ottenuto grandi aiuti da parte dei russi; soprattutto, i filoni più recenti si concentrano sul suo staff, che in qualche modo avrebbe preso accordi con i Mosca. Lui, quindi, in qualche modo deve dimostrare il suo pugno duro nei confronti della Russia. Dall’altra parte, c’è la sua strategia negoziale. Come ha fatto con la <strong>Corea del Nord</strong>, minaccia per ottenere qualcosa. <mark class='mark mark-yellow'>La sua è una strategia da businessman, certamente rischiosa fuori dal modello del business.</mark> C’è un altro elemento fondamentale: il trattato Infr è stato stretto tra Russia (allora Urss) e Stati Uniti, ma la Cina? Il Pakistan? L’India? E parliamo solo delle potenze nucleari conclamate. È questo il motivo per cui i russi hanno chiesto di firmare un nuovo trattato, coinvolgendo Cina, Pakistan e India. Il problema è che la gran parte dei missili della forza nucleare cinese sono missili “di teatro”, quindi rientrerebbero dentro l’Inf. Se la Cina dovesse firmare questo trattato si troverebbe con qualche decina, forse, di testate, che sono le testate balistiche “vere” che hanno, ma le restanti testate hanno un raggio al di sotto dei 2000 km.</p>
<p><strong>Nel suo ultimo libro lei parla del declino dell’ordine internazionale nato dopo la Seconda guerra mondiale, dovuto soprattutto all’indebolimento della leadership statunitense. Questa mossa è un tentativo di ristabilire i rapporti di forza?</strong></p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Se è questo lo scopo, è la mossa sbagliata.</mark> Negli ultimi anni gli Usa hanno continuato a perdere terreno sul palcoscenico internazionale, a favore della Russia e, soprattutto, della Cina. E queste potenze non crescono solo dal punto di vista economico, ma soprattutto da quello militare. Ciò ha indebolito la capacità di guida degli Usa che non possono non tener conto dell&#8217;influenza delle nuove potenze emergenti, com&#8217;è ben visibile nella differente modalità di gestitone di due situazioni simili, legate al nucleare, come quelle iraniana e quella nordcoreana. In questo senso, “provocare” la Russia proprio ora mi sembra una mossa avventata.</p>
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