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	<title>magzine &#187; Unione Imprenditori Italia-Cina</title>
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	<description>un progetto della Scuola di giornalismo dell&#039;Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano</description>
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		<title>Cautela nella ChinaTown di Milano: riaprire sì, ma con giudizio</title>
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		<pubDate>Sat, 16 May 2020 11:14:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Viviana Astazi]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Conclusa anche la seconda settimana di questo inizio di Fase 2, l’imprenditoria cerca di rialzare la testa. La crisi determinata dalla pandemia di Covid-19 ha provato l’economia nazionale e non ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="800" height="600" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/05/Ravioleria-via-Sarpi.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Ravioleria via Sarpi" /></p><p>Conclusa anche la seconda settimana di questo inizio di Fase 2, <strong>l’imprenditoria cerca di rialzare la testa</strong>. La crisi determinata dalla pandemia di Covid-19 ha provato l’economia nazionale e non solo. A risentirne sono state soprattutto piccole e medie realtà locali.</p>
<p><strong>Le prime a essere colpite sono state le attività a gestione cinese</strong>. Innanzitutto travolte dal drastico calo della clientela dovuto alla psicosi cominciata a dilagare da fine gennaio e poi tramortite dall’avanzata dei contagi in tutto il Nord Italia, gli imprenditori si sono visti costretti a una progressiva riduzione delle usuali attività lavorative, per giungere alla chiusura finale imposta dal <em>lockdown</em>. Ora che il governo ha varato i nuovi decreti, però, si comincia a pensare a come riorganizzarsi per poter ripartire. <strong>Qual è l’attuale stato della situazione?</strong></p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>«Sicuramente non è facile – ci dice <strong>Luca Shengzhong Song, presidente dell’Unione Imprenditori Italia-Cina</strong> –. La comunità cinese è stata più cauta fin dall’inizio e probabilmente riaprirà le proprie attività più tardi rispetto ad altri. Questo è dovuto anche al fatto che gli imprenditori hanno potuto vedere tramite amici e parenti lo stato delle cose in Cina, che ha preceduto il resto del mondo.</mark> Noi dell’associazione UNIIC avevamo dei contatti con Pechino via video per capire e approfondire la situazione e così <strong>fin da subito ci siamo resi conto che la contagiosità del virus era estremamente elevata anche a causa di asintomatici che potevano portare a una diffusione quasi indisturbata</strong>. <mark class='mark mark-yellow'>Questo è il motivo per cui qui in Italia avevamo iniziato a chiudere o a porre delle limitazioni alle attività già a febbraio.</mark> Purtroppo questi provvedimenti si sono rilevati corretti, avremmo preferito sbagliarci. Ancora oggi la comunità è estremamente cauta: aspetteremo di vedere se effettivamente con la Fase 2 ci sarà un calo dei contagi o se invece risaliranno. Nonostante la crisi economica scaturita dall’emergenza virus, in una visione di medio-lungo termine come imprenditori sappiamo benissimo che <strong>riaprire troppo presto non ci permetterà di recuperare prima, anzi, potremmo correre il rischio di cadere in una chiusura ancora più lunga</strong>. Stiamo stringendo la cintura per resistere e avere più probabilità di non doverci fermare di nuovo. Inoltre gli imprenditori cinesi sono sempre stati abbastanza intraprendenti nello sviluppo di nuove possibilità lavorative, come l’<em>all you can eat </em>nella ristorazione, e <mark class='mark mark-yellow'>come associazione riteniamo che, nonostante il momento difficile, la comunità cinese saprà reinventarsi,</mark> magari adattandosi al nuovo mondo e alle restrizioni, trovando equilibrio anche nella difficoltà. Lo stesso augurio va alla comunità imprenditoriale italiana, a sua volta molto creativa e dinamica. Perciò siamo ottimisti, non potremmo essere altrimenti».</p>
<p><strong>Alcuni locali però hanno riaperto</strong>: una testimonianza diretta viene dalla ristorazione, che sta cercando di ritrovarsi attraverso il cibo da asporto e il <em>delivery</em>. Le attività simbolo di via Sarpi, cuore della China Town milanese, sono gli <em>stand</em> di raviolerie, al lavoro dallo scorso 6 maggio. Il presidente Song annuisce: <mark class='mark mark-yellow'>«Hanno ricominciato a lavorare anche alcuni ristoranti, ma solo per le consegne a domicilio. È una riapertura timida. Dai dati raccolti attraverso i nostri associati, il fatturato ovviamente è ancora molto lontano rispetto a quello pre pandemia: si aggira attorno al 50% di quanto si ricavava prima della crisi.</mark> È normale, abbiamo tolto il caposaldo della somministrazione di cibo direttamente in tavola e questo è il risultato».</p>
<p><strong>Zhang Fan, ristoratore dello <em>Chateau Dufan</em></strong> in Via Sarpi, conferma le difficoltà del periodo. Gli chiediamo se pensa che in un prossimo futuro sarà possibile riaprire i battenti del locale a clienti seduti in sala. Scuote la testa e sospira: «No e chissà per quanto ancora. Non ci conviene riaprire del tutto». Nemmeno ricorrendo alle stesse misure di sicurezza che altri ristoratori e baristi del centro città stanno adottando? La risposta è ancora negativa: <mark class='mark mark-yellow'>«Sanificare questa sala costa 800 Euro, il plexiglass non è adatto&#8230; E anche se lo fosse, una volta garantita la sicurezza dei clienti a tavola chi mi assicura della sicurezza in altri luoghi del ristorante, come il bagno, per esempio? </mark> Dovrei stare attento a chiunque lo usi e in che condizioni lo lascia dopo esserci stato, perché poi occorrerebbe disinfettare tutto. <strong>Sarebbe il caos</strong>. No, continuiamo con l’asporto e con il <em>delivery</em>. Speriamo che questo periodo difficile passi per tutti».</p>
<p>Chiediamo allora se ci sono stati casi di imprenditori che hanno scelto di chiudere definitivamente le loro attività per evitare ulteriori perdite. Il presidente Song non</p>
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<p>nasconde i propri timori: «Per adesso i casi non sono molto numerosi, ma prevedo che potrebbe accadere in futuro. Magari <strong>c’è chi resiste in attesa della riapertura, ma vista l’attuale situazione e le restrizioni operative, chi riparte fa fatica a stare in piedi</strong>. La speranza di dire “Riapro il 18 maggio, riapro il 1 giugno” poi magari verrà disattesa dal ritorno economico non positivo. Per esempio nei negozi: se pensiamo che in un locale di 25 metri quadri può entrare una persona alla volta, forse davvero si fa prima ad aspettare ancora. Fare impresa in Italia poi è costoso e non è pensabile avere un cliente per volta. È motivo di preoccupazione per tutti, sia per gli imprenditori cinesi sia per quelli italiani».</p>
<p>Per tornare a servire in sala e non solo, <strong>quali misure di sicurezza si stanno adottando e a che punto sono i lavori di adeguamento dei locali?</strong> <mark class='mark mark-yellow'>«C’è già grande fermento nella ricerca di divisori di plexiglass, guanti, gel igienizzanti, mascherine per tutti i dipendenti – afferma il presidente –.</mark> Sotto questo punto di vista tutti si stanno attrezzando. Quando riapriranno, dal 18 maggio in poi, saranno già adeguati rispetto alle normative e a quanto deciso dal governo. In questo senso la comunità cinese è molto ricettiva, anzi, cerca di fare anche qualcosa in più proprio in virtù del suo essere molto cauta».</p>
<p>Visto il periodo di crisi, <strong>chiediamo se l’UNIIC ha erogato finanziamenti per sostenere le piccole e medie imprese cinesi</strong>. Il presidente sorride: <mark class='mark mark-yellow'>«Li abbiamo forniti innanzitutto al sistema sanitario. L’economia è importante, ma se non si supporta <em>in primis</em> la sanità tutto diventa più problematico».</mark> Poi spiega: «Quando abbiamo iniziato a fornire il nostro aiuto, due mesi fa, la situazione in Lombardia era veramente critica. Nel nostro piccolo <strong>abbiamo donato 60mila Euro a tre strutture ospedaliere – il Niguarda, il Buzzi e il San Raffaele – affinché potenziassero subito i loro reparti di terapia intensiva</strong>, perché sappiamo che la malattia fa paura, ma non avrebbe ucciso così tanto se ci fossero state le condizioni sanitarie adeguate. Essendo un’infezione polmonare, anche chi magari era salvabile è entrato però in una situazione più critica a causa della mancanza dei mezzi in ospedale».</p>
<p>La solidarietà della comunità cinese non si è manifestata solo attraverso donazioni monetarie. Come aggiunge il presidente Song, <strong>in collaborazione con altre associazioni cinesi sono state fatte arrivare anche mascherine alla Regione e al Comune di Milano – fino a 300mila pezzi per il capoluogo lombardo</strong>. La distribuzione delle mascherine si è ripetuta più volte lungo via Sarpi ed è stata allargata agli anziani italiani grazie ai volontari dell’UNIIC. «Abbiamo anche lanciato l’iniziativa di lasciare una mascherina a ogni vicino di casa nella cassetta della posta – aggiunge il presidente –. <mark class='mark mark-yellow'>Più che dare sussidi economici alle imprese – cosa che non sarebbe comunque fattibile perché non possiamo né vogliamo sostituirci allo Stato – abbiamo dato per quanto possibile una mano facendo percepire la nostra vicinanza».</mark></p>
<p>Torniamo al tema riaperture. <strong>Quali attività potrebbero ripartire prima e quali invece dovranno ancora attendere?</strong> <mark class='mark mark-yellow'>«Sicuramente i negozi al dettaglio per primi, poi i ristoranti e i bar con le dovute precauzioni – elenca il presidente Song –. Estetisti e parrucchieri forse per ultimi, perché lì c’è un contatto ravvicinato con il cliente.</mark> La comunità cinese è prevalentemente focalizzata sui servizi dedicati alla somministrazione di cibo, quindi risulta anche particolarmente danneggiata. Chi faceva un lavoro d’ufficio, dove non c’è la necessità di stare a contatto con il cliente, ne uscirà in maniera molto più agevole».</p>
<p><strong>L’approccio alla riapertura resta decisamente cauto. La priorità rimane sempre la salute dei membri della comunità cinese</strong>, come traspare dalle parole del presidente UNIIC. Se gli si domanda se queste precauzioni non sono eccessive, risponde con un altro sorriso: <mark class='mark mark-yellow'>«Se la nostra cautela è giustificata o meno, lo vedremo a fine pandemia. Fino a oggi penso che sia stata giusta. Lo provano i numeri: in Italia i contagiati di origine cinese sono estremamente pochi. A Prato, dove quasi due persone su dieci sono cinesi, c’è stato un numero di contagi molto basso.</mark> Purtroppo con questo virus, così sconosciuto e violento, è giusto prendere tutte le precauzioni possibili. Le persone tendono a stare a casa malgrado si possa ricominciare a fare una passeggiata fuori. I miei genitori per esempio sono sessantenni, non se la sentono di uscire e mi chiedono di fare la spesa per loro. Non incontrano nemmeno i parenti. Lo fanno e lo facciamo per un senso di sicurezza generale, per non rischiare».</p>
<p><strong>Ripartire si può, seppur poco alla volta e con attenzione</strong>. Una cosa è certa: nel mondo che verrà – qualsiasi esso sia – si continuerà a mangiare, vestire e acquistare prodotti venduti da imprese italo cinesi. <mark class='mark mark-yellow'>L’importante sarà farlo con qualche accortezza in più: la salute, davvero, viene prima di tutto.</mark></p>
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