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	<title>magzine &#187; Thailandia</title>
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	<description>un progetto della Scuola di giornalismo dell&#039;Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano</description>
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		<title>Il terremoto in Myanmar raccontato da chi l&#8217;ha vissuto</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Apr 2025 05:10:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Luciano Simbolo]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Myanmar]]></category>
		<category><![CDATA[ONG]]></category>
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		<description><![CDATA[Una catastrofe nella catastrofe. A poco più di una settimana dal terremoto di magnitudo 7.7 sulla Scala Richter, uno dei più potenti che lo abbia mai colpito, il Myanmar continua ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1600" height="1000" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/04/earthquake_myanmar_Ap.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Photo Credit: Ap (https://creativecommons.org/licenses/by/4.0/)" /></p><p>Una catastrofe nella catastrofe. A poco più di una settimana dal <strong>terremoto</strong> di magnitudo 7.7 sulla Scala Richter, uno dei più potenti che lo abbia mai colpito, il <b>Myanmar</b> continua a fare i conti con una complicata situazione umanitaria, che si sovrappone ad un contesto già funestato dalla povertà diffusa e da una continua guerra civile interna.<br />
Raccontare i giorni successivi al terremoto è complesso, <a href="http://https://www.ilpost.it/2025/04/05/racconto-bbc-mandalay-terremoto-yanmar/">considerate le difficoltà per i giornalisti e in generale per gli stranieri</a> di entrare all’interno del Paese. Suppliscono – ma solo in parte – i numeri, diffusi ed aggiornati dalla giunta militare che dal 2021 è tornata al potere: <mark class='mark mark-yellow'> al 6 aprile, i morti sono oltre 3350, i feriti intorno ai 4000, i dispersi poco più di 200. </mark> Un bollettino che si modifica col passare dei giorni, durante i quali si continua a scavare sotto le macerie da cui qualcuno, per miracolo, è stato estratto vivo, anche a più di cento ore dalla scossa.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>La macchina internazionale degli aiuti si è attivata, sebbene nelle ultime ore si susseguono gli appelli di varie organizzazioni mondiali a fare di più alla luce della gravità della situazione. Diversi Paesi – tra cui Cina, India, Thailandia – hanno inviato soccorritori, veicoli, aiuti materiali. <a href="https://www.esteri.it/it/sala_stampa/archivionotizie/comunicati/2025/04/terremoto-in-myanmar-deliberati-contributi-di-emergenza-della-cooperazione-italiana/">Altri, come l’Italia, hanno stanziato fondi economici</a>, nella fattispecie due milioni di euro destinati alla Federazione Internazionale delle Società di Croce Rossa. Non saranno gli unici, poiché è stato previsto un ulteriore e successivo contributo di 1,3 milioni di euro a supporto delle Organizzazioni di Società Civile italiane che operano in Myanmar.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>«La situazione è drammatica», commenta <strong>Livio Maggi</strong>, cooperante della Ong <i>New Humanity</i>, che dal 1986 fornisce assistenza umanitaria in oltre 100 Paesi. Tra questi c’è il Myanmar, dove Livio si trova da 11 anni: «Abbiamo già mandato dei gruppi di intervento e dei camion con medicinali da destinare agli ospedali di Mandalay e Sagaing», spiega. Oltre ad affrontare l’emergenza immediata, Maggi e il suo gruppo di volontari si portano avanti, perché un’ulteriore difficoltà potrebbe arrivare dal cielo: «Ci preoccupiamo anche di costruire i primi ripari, in attesa dell’arrivo delle piogge», aggiunge.</p>
<p>L’insidia climatica è anche di segno opposto, considerando le temperature di oltre 40 gradi registrate nell’ex Birmania nei giorni scorsi. A dirlo è <strong>Angelo Conti</strong>, già giornalista e oggi responsabile della comunicazione e della raccolta fondi di <i>MedAcross, </i>altra Ong italiana presente in Myanmar da 7 anni, dove è impegnata – con dipendenti locali – nel garantire assistenza sanitaria anche a chi non può permettersela tramite cliniche mobili, talvolta allestiste su imbarcazioni per raggiungere gli abitanti dell’Arcipelago delle Andamane, nel Sud del Paese. «Da quando c’è stato il terremoto, abbiamo dirottato tutti i nostri sforzi e le nostre risorse su Mandalay», racconta Conti. <mark class='mark mark-yellow'> Il ritratto che ci offre della seconda città del Myanmar per numero di abitanti – oltre 1.200.000 – e non distante dall’epicentro, è impietoso: «Qui c’è stata la maggior parte dei morti e ci sono circa 650.000 sfollati. Mancano beni primari, come cure, farmaci, scatolame e soprattutto l’accesso all’acqua potabile, dato l’inquinamento di pozzi e acquedotti, dovuto anche ai cadaveri». </mark> Accanto alle cose che servono, il volontario pone l’accento su questioni di natura logistica, <a href="http://http://www.magzine.it/myanmar-un-paese-a-pezzi/">dovute alla guerra civile che colpisce alcune aree del Paese</a>: «Spesso è difficile far arrivare gli aiuti, soprattutto in termini di tempi: alcune strade sono bloccate per gli scontri armati tra militari del regime e truppe ribelli. A volte bisogna spiegare loro quello che stiamo facendo», prosegue Conti. <i>MedAcross, </i>come altre realtà, ha attivato da subito una raccolta fondi pubblica, <a href="https://medacross.org">cui si può partecipare tramite il sito dell’organizzazione</a>.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p><a href="http://http://www.magzine.it/per-gli-esperti-il-sisma-in-myanmar-sarebbe-un-raro-caso-di-supershear/">Il terremoto dello scorso<strong> 28 marzo</strong> è stato così forte</a> da essere avvertito anche in aree distanti oltre 1000 km dall’epicentro, come la regione cinese dello Yunnan e parte della Thailandia, entrambi ad est del Myanmar. A Bangkok sono almeno 18 gli operai rimasti vittime del crollo di un grattacielo in costruzione, simbolo tangibile degli effetti di questa scossa. «Qui il numero dei danni e dei morti è stato molto basso, in proporzione all’intensità del terremoto», dice <strong>Ambra Schillirò</strong>, giornalista che vive e lavora tra la capitale thailandese e Shangai.<br />
<mark class='mark mark-yellow'> I suoi occhi e la sua voce, seppur a distanza di giorni, restituiscono i momenti di panico e la paura che hanno segnato quei momenti concitati, da lei vissuti in prima persona: «Ero in casa e ho sentito il palazzo muoversi, come per effetto di un’onda», racconta. </mark> «Ho capito che si trattava di un terremoto quando sono uscita e ho visto l’intonaco cedere e le crepe sui muri. Ero con altre persone, le scale di emergenza erano bloccate e per scendere dal diciannovesimo piano abbiamo preso l’ascensore: una decisione folle ma era l’unica possibilità rimasta per tentare di raggiungere il piano terra», confessa la giornalista. Quindi, la fuga in strada, dove lei ed altri condomini hanno trascorso una decina di ore data la non agibilità dell’edificio: «Avevo con me solo il cellulare e i pagamenti tramite Qr non funzionavano. Nel corso del giorno è stato importante il  supporto di miei conoscenti qui, soltanto a sera un custode è salito per recuperarmi il passaporto, il computer e pochi vestiti per potermi trasferire al sicuro, in un albergo lontano dal centro», conclude Ambra. La giornalista è poi volata in Cina: per quanto il peggio sembra passato – almeno in Thailandia – ci vorrà del tempo per tornare nel suo appartamento.</p>
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		<title>Olimpiadi, l’accento italiano della spedizione thailandese</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Mar 2018 15:30:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Matteo Nava]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[La Thailandia non è proprio uno di quei Paesi che stimolano nell’immaginazione collettiva un’idea di basse temperature, neve e ghiaccio. L’ex Siam è infatti caratterizzato in gran parte da un ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1024" height="791" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2018/03/IMG-20180222-WA0012.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="img-20180222-wa0012" /></p><p>La Thailandia non è proprio uno di quei Paesi che stimolano nell’immaginazione collettiva un’idea di basse temperature, neve e ghiaccio. L’ex Siam è infatti caratterizzato in gran parte da un clima monsonico, e solamente durante la stagione delle piogge in alcuni casi il termometro tocca lo zero. <mark class='mark mark-yellow'>Lo sport nazionale è la <em>muay thai</em> e i risultati degli atleti thailandesi nella storia olimpica sono riconducibili a 30 medaglie &#8211; di cui sette ori -, tutte provenienti da pugilato, sollevamento pesi e taekwondo</mark>. Insomma lotta, forza e agilità. Dal 2002 a Ovest del Mekong lo sport si è però incrociato con la neve, con la prima partecipazione ai Giochi di Salt Lake City. A rompere il ghiaccio fu il fondista <strong>Prawat Nagvajara</strong>, un professore universitario residente in Pennsylvania: da quell’8 febbraio &#8211; tranne che nel 2010 a Vancouver &#8211; la bandiera thailandese è stata sempre sventolata durante le cerimonie d’apertura delle Olimpiadi Invernali. Si tratta di una tradizione che è stata rispettata anche il mese scorso in Corea del Sud, quando <mark class='mark mark-yellow'>ben quattro atleti hanno rappresentato la Nazione allo Stadio Olimpico di Pyeongchang: peccato, però, che come spesso accade per i Paesi non caratterizzati da frequenti nevicate, nessuno degli olimpionici vive nel Sud-Est asiatico</mark>. In particolare la spedizione olimpica thailandese in Corea aveva uno spiccato accento italiano, con tre sciatori nati e cresciuti nel Belpaese: tutti depositari di storie personali più uniche che rare.</p>
<ul>
<li><a href="http://www.magzine.it/olimpiadi-nicola-zanon-a-tre-secondi-da-hirscher-in-meno-di-un-anno/"><strong>Nicola Zanon, come arrivare a tre secondi da Hirscher in meno di un anno</strong></a></li>
<li><a href="http://www.magzine.it/olimpiadi-i-fratelli-chanloung-dalla-val-daosta-alla-corea-del-sud/"><strong>I fratelli Chanloug: dalla Val d&#8217;Aosta alla Corea, passando per la Thailandia</strong></a></li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Olimpiadi: Nicola Zanon, a tre secondi da Hirscher in meno di un anno</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Mar 2018 15:26:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Matteo Nava]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[L’abilità sugli sci, l’amore per la Thailandia e l’umile ambizione.Se si volesse condensare la storia di Nicola Zanon in tre punti chiave, ci si accorgerebbe che questi caratteri riemergono ciclicamente ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1077" height="588" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2018/03/28822001_344145539438040_655839177_o.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="28822001_344145539438040_655839177_o" /></p><p><mark class='mark mark-yellow'>L’abilità sugli sci, l’amore per la Thailandia e l’umile ambizione.Se si volesse condensare la storia di <strong>Nicola Zanon</strong> in tre punti chiave, ci si accorgerebbe che questi caratteri riemergono ciclicamente nella vita dell’atleta trentino. Di padre italiano e madre thailandese, l’atleta 21enne ha partecipato il mese scorso alle Olimpiadi di Pyeongchang con la casacca del Paese asiatico</mark> , a un passo dalla qualificazione alla seconda manche in slalom gigante: un’esperienza che è “un punto di partenza”, ma che solo un anno fa non era nemmeno immaginabile. «Ho cominciato a sciare a otto anni. Non ho mai smesso, ma quando nel 2014 non sono riuscito a prendere parte ai Giochi di Sochi per motivi extra-sportivi, la delusione è stata così cocente che ho immediatamente appeso gli sci al chiodo». A diciassette anni è normale rimanere scottati per colpi così duri, ma il destino &#8211; per chi ci crede &#8211; non aveva in programma di dividere lo slalomista dai Giochi per sempre. «Non ho più sciato fino a febbraio 2017, nemmeno nel week-end, e mi sono concentrato sul lavoro come falegname con mio padre. In quel momento sono però stato contattato dalla Federazione».</p>
<p>La fiamma olimpica del 21enne si è così riaccesa, e l’obiettivo fissato dalla Thailandia è chiaro: nel caso in cui Nicola avesse ottenuto un risultato utile per la qualificazione, sarebbe entrato nella Nazionale, con il conseguente sostegno economico. «Dopo un solo allenamento ho partecipato ad una gara, raggiungendo subito il tempo prefissato. Solo dallo scorso giugno ho cominciato la vera vita da atleta professionista, lasciando il lavoro e dedicandomi a tempo pieno allo slalom». <span class='quote quote-left header-font'>Fino a meno di un anno fa Nicola Zanon lavorava come falegname e pizzaiolo, poi la corsa alle Olimpiadi</span> Ecco, al tris di caratteristiche di Nicola si potrebbe aggiungere quel vizietto di bruciare le tappe e ottenere miglioramenti in un batter d’occhio. Afferma di credere nel lavoro e nell’allenamento umile e professionale, e in effetti le sue discese gli hanno dato finora ragione, mostrando ottime potenzialità. Con nemmeno un anno di sci alle spalle, al terzo intermedio della prima manche &#8211; prima di mancare una porta &#8211; il ritardo dall’extraterrestre<strong> Marcel Hirscher</strong> era infatti di circa tre secondi e mezzo. In sostanza, un risultato incredibile dopo una pausa così lunga, che Nicola fissa come cancelletto di partenza della sua carriera, non certo come traguardo finale: <mark class='mark mark-yellow'>«Se dovessi fare un’altra Olimpiade ne avrei già una. Ho visto come lavorano i migliori. È stata un’emozione grandiosa visto lo strettissimo legame che ho con la Thailandia».</mark></p>
<p>Quella dello slalomista con l’ex Siam non è certo un matrimonio d’interesse, visto che come cultura il 21enne si sente molto vicino al Paese asiatico, e che il suo futuro è destinato a Oriente al di là dello sport: «Quando ho lasciato lo sci, oltre come falegname facevo il pizzaiolo la sera. Le mie intenzioni erano quelle di aprire un locale in Thailandia, e voglio ancora farlo una volta chiuso con lo slalom». Nicola parla thai ad un buon livello, e visita la Nazione appena riesce. <mark class='mark mark-yellow'>La casacca bianco-rossa-blu è ormai una seconda pelle, che punta a indossare sulla neve ancora per i prossimi anni, complice la fase di crescita di tutta l’Asia che passa, oltre che da Pyeongchang, dalla prossima edizione di Pechino</mark> : «C’è tanto da lavorare, e ora ho la necessità di trovare uno sponsor personale per rendere il tutto sostenibile senza dover tornare a fare il falegname. I miei prossimi obiettivi sono andare a medaglia nei Giochi Asiatici e magari entrare nei primi 30 in una gara di Coppa del Mondo. Solo il tempo dirà se ci riuscirò, e certi traguardi non si raggiungono senza sacrifici. Mi allenerò con umiltà e professionalità, per tirare fuori dal mio motore tutti i cavalli possibili».</p>
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		<title>Olimpiadi: i fratelli Chanloung, dalla Val d’Aosta alla Corea del Sud</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Mar 2018 15:22:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Matteo Nava]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[«Sciare nel circuito finale, allo stadio, è stata un’emozione indescrivibile: percepivo fisicamente la spinta di tutto il pubblico, che incitava qualsiasi atleta». Quando Mark Chanloung pronuncia queste parole, fatica a ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1600" height="1200" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2018/03/IMG-20180219-WA0007.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="img-20180219-wa0007" /></p><p>«Sciare nel circuito finale, allo stadio, è stata un’emozione indescrivibile: percepivo fisicamente la spinta di tutto il pubblico, che incitava qualsiasi atleta». Quando <strong>Mark Chanloung</strong> pronuncia queste parole, fatica a contenere le emozioni, i suoi occhi diventano lucidi e si trova costretto a prendersi delle pause per deglutire. <mark class='mark mark-yellow'>Mark e sua sorella <strong>Karen</strong> potrebbero essere dei ragazzi qualunque &#8211; e forse lo sono -, con la differenza che il mese scorso erano in Corea del Sud, spalla a spalla con i migliori atleti degli sport invernali. «Siamo cresciuti a Gressoney, in Val d’Aosta, ma nostro padre è thailandese.</mark></p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>Mark ha festeggiato il compleanno come portabandiera durante la cerimonia d&#8217;apertura</span> Per questo un paio di anni fa, quando ci siamo accorti che sciare senza arruolamento stava diventando troppo costoso, abbiamo saputo che la Thailandia voleva formare una squadra per le Olimpiadi». Da sempre con gli sci ai piedi, i fratelli Chanloung hanno coltivato la loro passione tra un viaggio in Asia e l’altro: dietro la spinta di Karen (“Mark seguiva me”, <em>ndr</em>) sono passati dallo sci alpino allo snowboard, per poi spostarsi definitivamente sul fondo. «La prima gara la vinsi subito &#8211; spiega la 21enne &#8211; e quindi decisi di imboccare quella strada». Al fratello, invece, il fondo non piaceva, e finiva sempre a lottare per gli ultimi cinque posti: con il tempo e l&#8217;allenamento è però diventato competitivo, fino a raggiungere il traguardo olimpico. Ora la Federazione thailandese deve fissare i prossimi obiettivi, decidendo se limitarsi a presentare gli atleti alla prossima edizione, oppure se chiedere ai suoi ragazzi di alzare il livello di competizione, investendo di più.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>I fratelli Chanloung non parlano thailandese, ma amano entrambi la terra paterna: «Andavamo spesso a trovare nostra nonna &#8211; ammette Karen -, poi è diventato complesso per via degli allenamenti: mi dispiace, adoro questo Paese».</mark> Uno stretto rapporto che l’atleta ritrova anche nel suo carattere: «Rispetto ai miei amici ho una visione asiatica della vita, ereditata da mio padre. Mi piace avere però radici su due poli opposti: la neve di Gressoney e il caldo della Thailandia». Due atleti di una Federazione minore devono però avere un piano B, e per questo da settembre entrambi hanno cominciato gli studi: Economia e Management per Karen, Scienze Motorie per il fratello: «Ho chiesto l’esonero dall’obbligo di frequenza perché ho bisogno di allenarmi molto &#8211; continua Mark -, e ho saltato la sessione d’esame di febbraio perché avevo di meglio da fare (ride, ndr)». Diversa è, invece, la scelta di Karen: «La mia passione è in realtà l’interior design, ma c’è tanta pratica e mi servirebbe frequentare le lezioni».</p>
<p>Tornando all’esperienza sudcoreana, <mark class='mark mark-yellow'>Mark ammette una soddisfazione a metà per le due gare disputate: «Sono stato in linea con le mie prestazioni, ma alle Olimpiadi bisogna dare il 110%».</mark> Le alte aspettative nascono dalla consapevolezza di avere una chance sola, senza margini d’errore: «Prima della gara ero agitatissima, poi mi sono concentrata. È stato un peccato non avere il pubblico durante il tracciato &#8211; puntualizza Karen -: prima del giro nello stadio sembrava un po’ di essere dispersi nel bosco». <span class='quote quote-left header-font'>Karen: «Mi accorgo di avere una visione asiatica della vita»</span>Se la cerimonia di chiusura è stata più divertente essendo concepita come una vera e propria festa, Mark Chanloung non ha infine dubbi: «Sono stato portabandiera in entrambi gli eventi, ma l’apertura ha avuto un impatto emotivo unico. Era anche il mio compleanno». Appuntamento fissato ora a Pechino tra quattro anni, quando si spera di ammirare ancora due “ragazzi normali” pronti a gareggiare con i giganti dello sci, per una Thailandia “made in Italy”. E magari, potersi rispecchiare ancora negli occhi lucidi di chi ha vissuto emozioni olimpiche.</p>
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