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	<title>magzine &#187; supermercati</title>
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	<description>un progetto della Scuola di giornalismo dell&#039;Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano</description>
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		<title>Carta igienica wanted, come spiegare il fenomeno più isterico della pandemia</title>
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		<pubDate>Fri, 26 Jun 2020 10:51:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Mattia Giangaspero]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[carta igienica]]></category>
		<category><![CDATA[Coronavirus]]></category>
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		<category><![CDATA[supermercati]]></category>

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		<description><![CDATA[Lotte tra massaie ai supermercati per accaparrarsi gli ultimi pacchi di carta igienica; scene di isterismo casalingo appena fatta la scoperta che le scorte sono finite; YouTubers che realizzano video ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="509" height="339" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/06/istockphoto-1131645709-170667a.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="White roll toilet paper on the  blue background" /></p><p>Lotte tra massaie ai supermercati per accaparrarsi gli ultimi pacchi di carta igienica; scene di isterismo casalingo appena fatta la scoperta che le scorte sono finite; YouTubers che realizzano video ironici per raccontare il <em>vacuum</em> maggiore della quarantena: sui social media si è visto di tutto di più dallo scorso febbraio. La rete trabocca di hashtag a tema, soprattutto nei Paesi anglosassoni, e di meme e video spiritosi. Anche la cronaca ci mette del suo, con una famiglia della California arrestata un giovedì sera di aprile per una violenta lite, tra il figlio e la madre che lui accusava di nascondere la carta igienica. «Ne usa troppa», ha detto la madre finendo in manette.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>La carta igienica è diventata il prodotto-simbolo della pandemia, ed è introvabile in molti Paesi. Colpa di chi ne ha fatto scorte, ma anche di un sistema produttivo già al massimo della sua efficacia.</mark> La carta igienica è sparita quasi subito dai negozi di Stati Uniti, Regno Unito ed Europa del Nord  “cioè &#8211; puntualizzano online gli italiani più campanilisti &#8211;  è scomparsa di più nei Paesi che non hanno il bidet”. Ed è subito diventata uno dei segni distintivi della pandemia.</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>Ogni italiano ne consuma in media 70 rotoli ogni anno, l’equivalente di 6,3 kg: molto poco rispetto ai Paesi anglosassoni. Nonostante il consumo, in Italia c&#8217;è stata una corsa maggiore ai beni alimentari, che hanno generato un senso di certezza</span></p>
<p>Ma quanta ce ne serve? E perché in mezzo mondo è introvabile?<mark class='mark mark-yellow'>Sembra assurdo, ma è proprio così: il 25% della popolazione mondiale che la usa regolarmente consuma 57 strappi al giorno a testa, cioè 100 rotoli a testa l’anno</mark>. O 384 alberi abbattuti, a testa, per ciascuno di noi nel corso della sua vita. Un fabbisogno, che già in tempi normali, si legge in un reportage dell’emittente statunitense Abc, costringeva i tre maggiori produttori di carta igienica del mondo (Georgia Pacific, Kimberly Clark, Procter &amp; Gamble) a lavorare a regime su turni di 24 ore: è l’unico modo per avere un margine di guadagno su un prodotto così poco costoso e insieme così laborioso da produrre.<mark class='mark mark-yellow'>Ogni italiano ne consuma in media 70 rotoli ogni anno, l’equivalente di 6,3 kg</mark><strong> </strong>(il peso della carta igienica consumata, per avere un’idea della carta utilizzata, si può vedere nel grafico in basso). Sembra tanto, ma non è nulla in confronto agli Stati Uniti, dove nel gabinetto ne finiscono ben 141 (12,7 chili). In Europa i Paesi più “spreconi” sono la Germania (134 rotoli) e la Gran Bretagna (127). Come si può vedere nel grafico, l’Italia è il Paese più risparmiatore d’Europa.</p>
<p><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/06/Schermata-2020-06-20-alle-17.47.01.png"><img class="alignnone  wp-image-46117" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/06/Schermata-2020-06-20-alle-17.47.01-300x239.png" alt="Schermata 2020-06-20 alle 17.47.01" width="350" height="279" /></a></p>
<p>Man mano che le autorità hanno iniziato ad annunciare misure di confinamento domestico, o a ventilarne l’uso, molti cittadini ne hanno fatto incetta.<mark class='mark mark-yellow'>Questi sono i dati di un’agenzia di consulenza statunitense, la NCSolutions: tra il 24 febbraio e il 10 marzo, cioè ben prima che la maggioranza degli Stati americani mettesse in atto confinamenti o chiusure, le vendite di carta igienica erano salite del 51%; tra l’11 e il 12 marzo, all’annuncio dei primi lockdown, sono schizzate dell’845%</mark>. La scarsità si deve anche alle chiusure dei confini, messe in atto in modo progressivo da molti Paesi europei. L’epidemia ha scatenato in molti casi una gara ad accaparrarsi generi di prima necessità nei supermercati. Lo abbiamo visto anche a Milano, dove gli scaffali di un negozio parevano aver subito un saccheggio, più che una corsa agli acquisti.</p>
<p>La <strong>Cina</strong> e gli <strong>Stati Uniti </strong>si contendono  anche il mercato della carta igienica, che vale rispettivamente <strong>14,1</strong>e <strong>12,6</strong><strong> </strong><strong>miliardi di dollari</strong>. Solo l’<strong>India</strong><strong> </strong>riesce ad avvicinarsi ai loro numeri, anche se in affanno, con un valore di <strong>9</strong><strong> </strong>miliardi di dollari. Il valore del rotolo di carta igienica scende sempre di più a partire dal <strong>Brasile </strong><strong>(</strong><strong>2,9</strong><strong>), </strong>fino ad arrivare all’<strong>Arabia Saudita</strong><strong>, </strong>dove questo mercato vale solo <strong>734 mila dollari</strong><strong>.</strong><mark class='mark mark-yellow'>L’<strong>Italia</strong> si ferma a <strong>1,2</strong><strong> </strong><strong>miliardi di dollari</strong><strong>,</strong> superata dalla <strong>Francia</strong><strong> </strong>dove il giro d’affari ammonta a <strong>1,3 miliardi</strong>. Che dire? La presenza del bidet in Italia si fa sentire</mark>.</p>
<p><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/06/Schermata-2020-06-20-alle-17.47.57.png"><img class="alignnone  wp-image-46118" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/06/Schermata-2020-06-20-alle-17.47.57-300x92.png" alt="Schermata 2020-06-20 alle 17.47.57" width="368" height="113" /></a></p>
<p>Ma perché questa ossessione?<mark class='mark mark-yellow'>Un professore dell’Università di Cambridge, <strong>Sander van der Linden</strong>, ha una spiegazione molto semplice, il contagio della paura. «Quando la gente è sotto stress guarda quello che fanno gli altri»</mark>. Insomma, se qualcuno ha iniziato stupidamente a comprare pacchi e pacchi di carta igienica, questo «virus» si è diffuso a macchia d’olio senza motivo.</p>
<p><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/06/toilet-paper-4954683__480.jpg"><img class="alignnone  wp-image-46146" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/06/toilet-paper-4954683__480-300x214.jpg" alt="toilet-paper-4954683__480" width="713" height="508" /></a></p>
<p>Sembrano risparmiate anche la Francia, dove la percentuale di case con bidet, in <a href="https://next.liberation.fr/vous/1995/08/16/god-save-le-bidet-la-france-le-boude-il-est-du-dernier-cri-outre-manche_141428">forte calo</a>, rimane comunque intorno al 40 per cento, la penisola balcanica e la Grecia. Nemmeno in Medio Oriente e nella gran parte dei Paesi musulmani, dove sono diffusi il bidet o le sue alternative (in genere, lo shattafa, una sorta di doccetta accanto al water), sembrano patire in modo particolare la mancanza di carta igienica.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Per tutte queste ragioni, i responsabili della grande distribuzione americana ammettono che la crisi della carta igienica non finirà presto. Non c’è modo di aumentare rapidamente l’offerta e quindi l’unica soluzione è aspettare che sia la domanda a calare, un evento che potrebbe impiegare ancora settimane a manifestarsi.</mark> L’amore per la carta igienica e il terrore di rimanere senza, insomma, si stanno dimostrando fattori insuperabili anche per l’avanzatissima economia americana.</p>
<p>Incuriositi da questo fenomeno abbiamo sentito anche il parere della <strong>dottoressa Rosanna Di Pasquale, psicologa psicoterapeuta cognitivo- comportamentale.</strong></p>
<p><strong>Secondo Lei quale può essere stata la causa che ha portato la popolazione mondiale ad accaparrarsi il più possibile carta igienica come uno dei beni di prima necessità?</strong></p>
<p>L&#8217;emergenza sanitaria da Covid-19 ha generato un forte senso di insicurezza nella maggior parte della popolazione: questo ha portato al manifestarsi di comportamenti incoerenti come il fenomeno del <em>panic buying</em> (corsa all&#8217;acquisto) di generi di prima necessita acquistati durante il lockdown, tra questi la carta igienica.<mark class='mark mark-yellow'>Un ruolo determinante è stato svolto dalle immagini, come i video di scaffali vuoti nei supermercati nelle prime settimane del lockdown sui social network che hanno indotto le persone ad un comportamento imitativo, comprando quello che prendevano gli altri</mark>. A livello cognitivo i pensieri sono stati caratterizzati dall&#8217;idea che comprare e fare scorte era meglio che non farle. Comprare grandi scorte di carta igienica ha alleviato uno stato di ansia dovuto alla paura di non trovare questo prodotto ritenuto essenziale in un momento così particolare. Fare scorte ha rappresentato una forma di istinto di sopravvivenza.</p>
<p><strong>Perché abbiamo notato delle differenze di comportamento, da Paese a Paese? Gli Stati Uniti e la Germania ne hanno fatto reale incetta, in Italia non ci sono stati grandi fenomeni di isterirsmo.</strong></p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>La differenza territoriale è dovuta a fattori di natura culturale: in Italia c&#8217;è stata una corsa maggiore ai beni alimentari, come lievito, farina, uova e pasta. Questo restituisce l&#8217;immagine di un Paese che in emergenza ha riscoperto le sue origini e le tradizioni culinarie, che hanno generato un senso di certezza.</mark> Negli Stati Uniti, all&#8217;inizio del lockdown, l&#8217;acquisto di armi ha rappresentato una fonte di sicurezza. Ma non solo. Anni di campagne pubblicitarie hanno convinto la popolazione che la carta igienica fosse un bene indispensabile. Questo ha portato gli americani a comprare più scorte in un momento così imprevedibile. Lo psicologo Steven Taylor, dell&#8217;Università della British Columbia, ritiene che l&#8217;acquisto compulsivo della carta igienica sia stato dovuto ad una maggiore sensibilità al disgusto in pandemia, che si combatte acquistando più prodotti per la pulizia della propria persona e della casa.</p>
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		<title>Storia di Mario, una vita dietro il codice a barre</title>
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		<pubDate>Sat, 11 Apr 2020 14:53:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Natale Ciappina]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Coronavirus]]></category>
		<category><![CDATA[distribuzione alimentare]]></category>
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		<category><![CDATA[supermercati]]></category>

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		<description><![CDATA[Volti bardati di medici e infermieri; strade e vie sgombre da qualsiasi vettura o persona; Borrelli con la sua immancabile conta delle ore 18; infinite processioni di carrelli all’ingresso dei ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/04/aisle-3105629_1920.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="aisle-3105629_1920" /></p><p>Volti bardati di medici e infermieri; strade e vie sgombre da qualsiasi vettura o persona; Borrelli con la sua immancabile conta delle ore 18; infinite processioni di carrelli all’ingresso dei supermercati. Queste, e poche altre sono le immagini che il virus ci sta lasciando in eredità, e che si rincorrono ormai da settimane di schermo in schermo, da televisore a smartphone, senza soluzione di continuità alcuna, in una camera dell’eco che finisce per suggestionare più del dovuto, rinchiusi come siamo fra quattro mura.<mark class='mark mark-yellow'>Per gli imprigionati sprovvisti di cane – di certo, l’essere vivente che meglio ne sta uscendo da questa crisi – l’unica occasione di prendere parte alla vita vissuta, in questa narrazione per immagini già divenute stereotipate, è quella di uscire zaino in spalla e busta gialla in braccio per andare a fare la spesa.</mark></p>
<p>Un gesto divenuto ormai necessità, ben distante rispetto a certe capatine di cortesia lungo le corsie dei surgelati, dove molti erano abituati a perdersi. Nel tragitto che separa le nostre case dagli alimentari, nessuno cammina più con lo sguardo rivolto al cellulare: adesso, l’ora d’aria è troppo preziosa; andare al supermercato è un modo per guadagnarsi una porzione settimanale di pace e solitudine, con quel metro di distanza contingentato a darci tregua da abitazioni spesso congestionate.<mark class='mark mark-yellow'>Il fare la spesa di per sé, tuttavia, non è affatto un sollievo, ora più che mai. Di più: fare la spesa, è un atto di responsabilità.</mark></p>
<p>Le giornate vissute a Milano e dintorni, prima ancora che il regime restrittivo venisse imposto, sono state a questo proposito indicative, con scaffali svuotati da ogni alimento – fatta eccezione per le penne lisce, per il sollazzo di social network e corsivisti. Degli assalti preambolo di un’apocalisse ben lontana da una realtà che, invece, vedeva e vede ancora moltissime persone lavorare nel quotidiano, per garantire quello che altrimenti sarebbe precluso a tutti gli altri.<mark class='mark mark-yellow'>Dietro ogni pacco di riso, ogni cartone di latte, ogni confezione di merendine c’è il lavoro di uno, cinque, venti uomini: «La filiera continua a produrre, ma anche i cittadini devono metterla in condizione di continuare a farlo».</mark></p>
<p>Sono le parole di <strong>Michele</strong>, che di mestiere fa il sistemista, proprio nel settore della logistica alimentare.<mark class='mark mark-yellow'>È lui uno degli uomini che lavorano nell’ombra, anche per tutte quelle pizze fatte in casa, apparente frutto esclusivo delle nostre mani. Riceve gli ordini dai supermercati, li inoltra ai grossisti che organizzano così la ricezione della merce in magazzino, per poi smistarle proprio nei supermercati.</mark> Un circolo che è anche un organismo, in cui ogni componente (incarnata da pistole che leggono i codici a barre smistando la merce, da <em>voice</em> che istruiscono con gli auto-parlanti i preparatori su cosa caricare nei camion, da veicolari montati sui carrelli elevatori, da computer specializzati che si collegano agli applicativi di gestione delle forniture) è messa in moto da persone per cui il regime casalingo non è mai iniziato.</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>Michele, sistemista alimentare, è solo un anello della catena della grande distribuzione organizzata. &#8220;Siamo figure indispensabili, per non tacere dei magazzinieri, i duri del settore. Proprio in segno di rispetto per il loro lavoro, le persone dovrebbero darsi una regolata e non prendere più d’assalto i supermercati&#8221;</span></p>
<p>O quasi. Michele, ormai da diverse settimane, lavora a casa. La sua è una mansione eseguibile anche in telelavoro. «Non devo andare in ufficio, ma in fin dei conti, sotto questo aspetto, è cambiato poco; tranne che per quel periodo a cavallo tra febbraio e marzo». Un riferimento neanche troppo velato agli assalti ai supermercati; dapprima solo in Lombardia e, qualche giorno dopo, in tutta Italia.<mark class='mark mark-yellow'>«Ci sono stati momenti in cui non potevo alzare gli occhi dal computer, per quant’era il lavoro da organizzare. La nostra è una macchina ben oleata, ma l’esplosione di ordini ci ha messo oltremodo sotto pressione. Ho lavorato 12 ore al giorno per più di una settimana. Adesso la situazione si è normalizzata, ma non è stato semplice, specie per chi sta in magazzino, a spezzarsi la schiena tutti i giorni, e con in più lo stress e la fatica di stare al passo con una montagna di nuovi ordinativi da eseguire».</mark></p>
<p>Il ruolo del sistemista è infatti solo un anello della catena della grande distribuzione organizzata.<mark class='mark mark-yellow'>«Siamo un settore indispensabile, e per questo prendiamo con ancora maggiore serietà il nostro lavoro. Specie chi opera a terra, fra gli scaffali» dice Michele, che proprio non riesce a trovare un termine adatto, per definire i suoi colleghi magazzinieri. «Mi verrebbe da dire che sono dei ‘duri’; con questo non voglio dire che verrebbero a lavorare anche da malati, anzi, ma che affrontano comunque con dedizione anche turnazioni provanti</mark>; spesso, in celle refrigerate a 4 gradi per la frutta, verdura e carne, ma anche a -25 per quelle dei surgelati, dove entrano intabarrati come esploratori antartici e da cui, dopo un tot di minuti, devono uscire, per la loro incolumità. Proprio in segno di rispetto per il loro lavoro, le persone dovrebbero darsi una regolata e non prendere più d’assalto i supermercati».</p>
<p>D’altro canto, le attività essenziali di produzione, fra cui rientrano quelle agroalimentari, sono ancora in funzione.<mark class='mark mark-yellow'>«La filiera continua il suo flusso normale – prosegue Michele – e il nostro lavoro prosegue a pieno regime. Le ditte che forniscono assistenza hardware e software sono aperte e funzionanti, seppur in smartworking; i trasportatori trasportano; i grossisti producono; i supermercati vendono.</mark> Capisco però che qualcuno possa farsi prendere dal panico; è difficile, in questo momento, ma dobbiamo resistere: ognuno deve fare il suo. In questi giorni bui, penso spesso ai miei colleghi: per loro è ancora più dura. Sono costretti a uscire a lavorare, nonostante la pandemia, e spesso si tratta di giovani che vivono con genitori anziani; se penso ai loro sacrifici, che ci permettono di avere ogni giorno di che mangiare, mi sento orgoglioso di far parte del meccanismo».</p>
<p>&nbsp;</p>
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