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	<title>magzine &#187; Striscia di Gaza</title>
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	<description>un progetto della Scuola di giornalismo dell&#039;Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano</description>
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		<title>FASCAAL: il regista palestinese Rashid Masharawi mette in scena storie di vita vera</title>
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		<pubDate>Fri, 28 Mar 2025 10:58:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Mirea D Alessandro]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Le lancette dell&#8217;orologio segnano le 17 in punto e il marciapiede antistante l&#8217;ingresso del cinema Arlecchino, a pochi passi da Piazza Duomo, è gremito di persone. Tutti sono in attesa ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="3868" height="2901" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/03/IMG_0635.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="FESCAAAL_Rashid Masharawi" /></p><p>Le lancette dell&#8217;orologio segnano le 17 in punto e il marciapiede antistante l&#8217;ingresso del cinema Arlecchino, a pochi passi da Piazza Duomo, è gremito di persone. Tutti sono in attesa di acquistare il biglietto per la visione del film<a href="https://www.masharawifilms.org/from-ground-zero/"><strong> From Ground Zero</strong></a>, proiettato per la prima volta a Milano nella cornice del decennale <em>Festival del cinema d&#8217;Africa, Asia e America Latina</em>. Prodotto dalla <strong>Masharawi Fund for Films &amp; Filmmakers in Gaza</strong> <strong>– Coorigines Production</strong>, il film è in realtà <mark class='mark mark-yellow'>una grande opera collettiva che racchiude i progetti di 22 cineasti palestinesi.</mark> I registi, attraverso cortometraggi, raccontano le loro vita quotiana a Gaza durante il conflitto, in alcuni casi sfruttando un mix tra <strong>animazione, documentario e finzione</strong>.</p>
<p>Seduto in prima fila l&#8217;ideatore del progetto<strong> Rashid Masharawi, </strong>regista palestinese nato e cresciuto a Gaza. Parlando degli ulimi anni della sua carriera, ci ha raccontato di quando ha deciso di realizzare il progetto. «Il 7 ottobre 2023 ero in Francia e questo mi ha dato la possibilità di seguire i registi che hanno realizzato la serie di cortometraggi che e&#8217; stata proiettata. <mark class='mark mark-yellow'>Dopo l&#8217;attacco, l&#8217;idea di realizzare un film attraverso gli occhi di chi vive ogni giorno lo strazio della guerra mi è venuta alcune settimane dall&#8217;inizio della controffensiva».</mark> La ragione che lo ha spinto a realizzarlo è legata agli stessi cineasti: «<mark class='mark mark-yellow'>Creare &#8220;From Ground Zero&#8221; è stato anche un modo per mantenere vivo lo spirito dei giovani registi.</mark> Quando sei costretto a vivere nello strazio, le tue passioni, il tuo lavoro e tutto ciò che c&#8217;è di normale nella vita passa in secondo piano e lo abbiamo visto con &#8220;Sorry Cinema&#8221;, uno dei corti della raccolta».</p>
<p>Il processo di creazione del film <strong>non</strong> ha seguito il classico iter cinematografico per ovvie ragioni: girato, montaggio e post produzione sono avvenuti quasi in simultanea, in base al materiale che i registi sono riusciti a raccogliere e inviare. «Ci abbiamo messo poco più di <strong>sette mesi per realizzare la raccolta</strong> che è stata proiettata al Festival ma, a dir la verità, il lavoro non è ancora finito. Continueremo a raccogliere le storie dei giovani neoregisti palestinesi che conservano il sogno di viaggiare in giro per il mondo per mostrare i loro lavori», prosegue.</p>
<p>La difficoltà più grande che Masharawi  ha dovuto affrontare è stata rintracciare gli stessi cineasti. <mark class='mark mark-yellow'>«Rimanere in contatto costante con i registi nella Striscia è stato molto difficile per me, soprattutto nei primi mesi, quando si sono concentrate le operazioni più devastanti via aria e via terra».</mark> Il problema più grande da gestire è stato <strong>l&#8217;elettricità</strong>. «Girare con delle videocamere, non essendo sicuri di poter ricaricare le batterie per proseguire il progetto, ha scoraggiato molti degli autori ma, nonostante tutto, i registi sono riusciti a raccontare la loro storie». Quando il problema non era l&#8217;elettricità, era la <strong>connessione internet</strong>. «In Occidente può sembrare assurdo <mark class='mark mark-yellow'>oggi non averne accesso eppure è accaduto che venisse tagliata la copertura di internet. Riuscire a ricevere il materiale su cui avrei dovuto lavorare, è stato difficile perchè non stiamo parlando di pochi secondi di girato</mark>».</p>
<p>Durante l&#8217;intervista sono stati diversi gli ammiratori che si sono avvicinati per chiedere una foto o scambiare due parole con il regista che, volendo evidenziare l&#8217;importanza delle testimonianze dal campo, ha sottolineato<strong> quanto importante sia stato il contributo dei giornalisti</strong>: «Ci hanno davvero sostenuto perchè <mark class='mark mark-yellow'>molti di loro hanno schede Sim internazionali.</mark> Non tutti sanno che quelle Sim non subiscono le limitazioni imposte, invece, alle schede locali». Purtoppo, però, Masharawi ha raccontato che <strong>la collaborazione ha più volte messo in pericolo la vita dei registi</strong> perchè oggi nella Striscia di Gaza <strong>i giornalisti sono un bersaglio</strong> perchè raccontano ciò che accade e hanno quindi un grande potere. «Abbiamo comunque scelto di collaborare per far si che le storie potessero arrivare nelle sale cinematografiche da Oriente a Occidente.<strong> Il nostro obiettivo ora è portare il film al Festival di Cannes</strong>».</p>
<p>Sono diverse le storie che si aggrovigliano in una matassa intrecciata sul dolore e pervasa da un profondo senso di amarezza: dalla storia di un fratello disperso sotto le macerie con <strong>No Signal</strong> di Muhammad Al Sharif, al racconto di una classe di bambini dalle braccia tatuate con pennarelli indelebili per evitare che, in caso di bombardamenti, le famiglie possano non riconoscere i loro corpi con<strong> Soft Skin</strong> di  Khamis Masharawi. Dal racconto delle opere d&#8217;arte esposte e poi inpolverate di <strong>Out of Frame</strong> di Nida’a Abu Hasna, al triste abbandono delle proprie passioni con <strong>Sorry Cinema</strong> di Ahmed Hassouna. Dalla tremenda nostalgia causata dalle storie abbandonate con <strong>Overburden</strong> di Alaa Islam Ayoub, alla paura traumatica del buio con <strong>Flashback </strong>di Islam Al Zeriei.</p>
<p>A raccogliere queste storie di vita vera e&#8217;<strong> Rashid Masharawi</strong>: regista, sceneggiatore e produttore cinematografico palestinese, Rashid e&#8217; cresciuto nel campo profughi di Al Shati, nella Striscia di Gaza. Figlio della seconda generazione dal grande esodo e di una numerosa famiglia originaria di Jaffa &#8211; distretto che oggi è stato inglobato in Tel Aviv -, dopo anni trascorsi a lavorare come cameriere, manovale e poi imbianchino e decoratore per mettere i soldi da parte, all’inizio degli anni Ottanta ha intraprrso gli studi cinematografici a Tel Aviv e negli anni successivi ha iniziato a documentare la vita nei territori palestinesi occupati. Dapprima attraverso brevi cortometraggi, poi producendo veri e propri film. <mark class='mark mark-yellow'>Con<strong> Haifa</strong>, per la prima volta un film girato interamente in Palestina e realizzato da un palestinese, ha gareggiato alla 49esima edizione del Festival di Cannes. Era il 1996.</mark></p>
<p>I registi di <strong>From Ground Zero sono</strong> Reema Mahmoud, Muhammad Al Sharif, Ahmed Hassouna, Islam Al Zeriei, Mustafa Kolab, Nidal Damo, Khamis Masharawi, Bashar Al Balbisi, Tamer Nijim, Ahmed Al Danaf, Alaa Islam Ayoub, Karim Satoum, Alaa Damo, Aws Al Banna, Rabab Khamis, Etimad Washah, Mustafa Al Nabih, Hana Eleiwa, Wissam Moussa, Basel El Maqousi, Neda’a Abu Hasna e Mahdi Kreirah.</p>
<p><iframe title="YouTube video player" src="https://www.youtube.com/embed/4gFDtEMkHg4?si=EUnYicsS9j6XJlF8" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
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		<title>UNIVERSITÀ USA, LA LIBERTÀ DI PAROLA SULLA GUERRA A GAZA</title>
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		<pubDate>Sat, 28 Dec 2024 16:08:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Pietro Piga]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
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		<description><![CDATA[L’attacco terroristico di Hamas sul suolo israeliano e la controffensiva d’Israele sulla Striscia di Gaza sono stati la miccia che ha innescato l’agitazione nelle università degli Stati Uniti. Dal 7 ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="2048" height="1365" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2024/12/GettyImages-2150007379-2048x1365.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Manifestanti studenteschi occupano il “Gaza Solidarity Encampment” pro-palestinese sul West Lawn della Columbia University, il 24 aprile 2024, a New York City. (Michael M. Santiago/Getty Images)" /></p><p>L’attacco terroristico di Hamas sul suolo israeliano e la controffensiva d’Israele sulla Striscia di Gaza sono stati la miccia che ha innescato l’agitazione nelle <strong>università degli Stati Uniti</strong>. Dal 7 ottobre 2023, i campus sono <a href="https://www.nytimes.com/interactive/2024/us/pro-palestinian-college-protests-encampments.html">l’arena</a> nella quale si contrappongono due fazioni: una considera ingiustificata e sproporzionata la risposta dell’esercito israeliano; l’altra la sostiene, ritenendosi anche bersaglio degli antisionisti e antisemiti. Negli istituti, la <a href="https://www.npr.org/sections/pictureshow/2024/05/04/1248904667/campus-protests-photos">violenza</a> sia verbale, sia fisica è divampata, con l’intento di silenziare chi esprime opinioni opposte. E ha messo sul banco degli imputati anche i <a href="https://www.nytimes.com/2024/01/02/us/harvard-claudine-gay-resigns.html#:~:text=Harvard's%20president%2C%20Claudine%20Gay%2C%20announced,7.">vertici</a> delle università, le cui azioni, in alcune circostanze, hanno comportato le loro <a href="https://www.npr.org/2023/12/10/1218432974/penn-president-resigns-after-testifying-about-antisemitism-on-campus">dimissioni</a>.</p>
<p>Ciò che accade nel mondo accademico a stelle e strisce è la quotidianità per<strong> Greg Lukianoff</strong>, presidente e CEO della <a href="https://www.thefire.org/">Foundation for Individual Rights and Expression</a>. I suoi obiettivi sono la tutela e la promozione dei diritti fondamentali nei campus universitari. Il tema che tratta nella sua newsletter <a href="https://eternallyradicalidea.com/"><em>The Eternally Radical Idea</em></a>, sul quale ha co-scritto con Rikki Schlott anche l’ultimo libro <a href="https://www.penguin.co.uk/books/455749/the-canceling-of-the-american-mind-by-schlott-greg-lukianoff-and-rikki/9780241645574"><em>The Canceling of the American Mind</em></a> (Penguin Books, 2023) e di cui ha parlato a <em>Magzine</em>.</p>
<p><strong>In varie università statunitensi c’è un’atmosfera di tensione. Nei campus, la libertà di parola scricchiola?</strong></p>
<p>«È in declino, ma questa tendenza è iniziata molto prima del 7 ottobre 2023. C&#8217;è stata un’aperta ostilità verso il concetto di libertà di espressione nei campus per decenni, qualcosa che ho osservato già mentre ero a Stanford Law negli anni Novanta. Tipicamente erano gli amministratori a cercare di limitare la libertà di parola. Intorno al 2014, però, è avvenuto un cambiamento drammatico. Una generazione di studenti è arrivata nei campus dopo essere stata educata con alcune pessime idee sul supposto e potenziale “danno” delle parole e sulla loro stessa fragilità. Per la prima volta, gli amministratori, storicamente critici verso la libertà di espressione, hanno trovato un gruppo di studenti con cui allearsi per sopprimere questo diritto ad altri studenti, docenti e relatori invitati nelle università».</p>
<p><strong>Dall’inizio del conflitto Israele-Hamas, la polarizzazione del discorso nelle università statunitensi si è intensificata. Ha implicazioni sociali più ampie che riflettono un cambiamento anche nei dibattiti tra studenti, docenti e tra studenti e docenti?</strong></p>
<p>«La polarizzazione del discorso nei campus si è sviluppata per decenni. È accelerata negli ultimi dieci anni, e l’ambiente dopo il 7 ottobre 2023 ha rivelato quanto la situazione fosse peggiorata. E la <a href="https://www.vice.com/en/article/cancel-culture-meaning/"><em>cancel culture</em></a>, che ha le sue radici nell’istruzione superiore, non sorprende che continua a essere utilizzata come arma da chi detiene opinioni maggioritarie nei campus. Ma è troppo presto per sapere se questo aumento dello scontro sia temporaneo o rappresenti una nuova normalità».</p>
<p><strong>L&#8217;approccio all’ attivismo universitario e, di conseguenza, all’applicazione del Primo Emendamento stanno mutando?</strong></p>
<p>«Un aspetto positivo del caos nei campus è che alcune università hanno iniziato a capire quanto sia rischioso esprimersi sulle questioni politiche del momento. La tendenza a emettere dichiarazioni istituzionali su temi politici divisivi è qualcosa che abbiamo iniziato a vedere dopo l’uccisione di <a href="https://www.nytimes.com/article/george-floyd.html">George Floyd nel 2020</a>, quando gli studenti hanno iniziato a chiedere che le loro scuole si pronunciassero sull’incidente e le amministrazioni sono state più che disposte ad accontentarli. Questo, prevedibilmente, ha portato a una situazione insostenibile nella quale ogni gruppo ora si aspetta che la propria università rilasci una dichiarazione quando la loro causa o questione è sotto i riflettori. Così, in questo caso, gli studenti pro-Israele hanno insistito perché venisse condannato Hamas, mentre quelli pro-Palestina si aspettavano che criticassero Israele. Questo dilemma impossibile ha portato diversi istituti, tra i quali Yale, Penn, USC, Johns Hopkins e Purdue, a vedere la saggezza nell’adottare la neutralità istituzionale».</p>
<p><strong>Questo clima si respira, principalmente, nelle università della Ivy League. È una visione distorta?</strong></p>
<p>«In generale, le scuole private d’élite si sono dimostrate avere ambienti scadenti per la libertà di parola nei loro campus. Infatti, per il secondo anno consecutivo, Harvard si è classificata ultima nella classifica <a href="https://www.thefire.org/college-free-speech-rankings">“College Free Speech Rankings”</a> di FIRE, mentre la Columbia al penultimo. Nessuna delle università della <a href="https://www.usnews.com/education/best-colleges/ivy-league-schools">Ivy League</a>, a eccezione di Yale, è riuscita a posizionarsi sopra il 200° posto nelle classifiche 2024, che ha valutato 251 scuole. Vale la pena notare, tuttavia, che l’Università della Virginia si è classificata al primo posto nelle nostre classifiche e quella di Chicago ha ottenuto buoni risultati costantemente».</p>
<p><strong>Dopo questo primo anno di proteste, quali pensa siano i rischi per la libertà di espressione e l’attivismo universitario?</strong></p>
<p>«Continuo a temere che gli studenti siano stati educati male a credere che la libertà di espressione sia uno strumento dei potenti. Nulla potrebbe essere più lontano dalla verità. I potenti non hanno bisogno della libertà di espressione perché se la sono sempre cavata bene senza di essa. Sono sempre state le minoranze a fare affidamento sulla libertà di espressione per sfidare il governo e chiedere pari diritti».</p>
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