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	<title>magzine &#187; solidarietà</title>
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	<description>un progetto della Scuola di giornalismo dell&#039;Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano</description>
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		<title>Una Pasqua di solidarietà per i malati di fibrosi cistica</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Apr 2024 11:38:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Chiara Garbin]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[fibrosi]]></category>
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		<description><![CDATA[Una malattia ingombrante e la speranza di trovare una terapia risolutiva: queste sono le motivazioni che alimentano l’attività di Fondazione per la Ricerca sulla Fibrosi Cistica. Un’associazione che è attiva ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="2560" height="1500" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2024/03/Pasqua-Homepage-2024-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Fondazione Ricerca Fibrosi Cistica" /></p><p class="vlaz4d">Una malattia ingombrante e la speranza di trovare una terapia risolutiva: queste sono le motivazioni che alimentano l’attività di <b>Fondazione per la Ricerca sulla Fibrosi Cistica</b>. Un’associazione che è attiva da vent’anni sul territorio nazionale, con lo scopo di promuovere una corretta informazione scientifica e di sostenere la ricerca sulla patologia con una serie di iniziative, disseminate nel corso dell’anno. <mark class='mark mark-yellow'>In particolare, per il corrente periodo pasquale è stata organizzata <b>una vendita di uova e colombe, nonché di biglietti di auguri, vini e box di cioccolata</b></mark>. L’acquisto dei prodotti, provenienti dalla ditta siciliana <i>Fiasconaro</i> per i lievitati e dall’azienda <i>Baiocchi Dolciaria</i> di Ravenna per le pietanze in cioccolato<i>, </i>è ad offerta libera. Al netto di quanto necessario per coprire il costo degli alimenti, il resto del ricavato sarà interamente devoluto ai progetti di ricerca scelti dalla Fondazione.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>La <b>fibrosi cistica</b> è una delle malattie genetiche rare gravi più diffuse</mark>: nel 2020, in Italia, si registravano 5.810 soggetti affetti. Si tratta di una patologia caratterizzata dalla presenza di un gene alterato, il <b>CFTR</b> (<i>Cystic Fibrosis Transmembrane Regulator</i>), a causa del quale il malato produce del muco eccessivamente denso che va ad ostruire le vie respiratorie e qualsiasi dotto, con potenziale danno di numerosi organi, specie quelli degli apparati respiratorio e digerente. Oltre a ciò, da questa situazione possono derivare numerose complicanze: colpi di calore, scompensi elettrolitici, disidratazione, aumento della frequenza cardiaca, affaticamento, debolezza, riduzione della pressione sanguigna,  crescita della probabilità di infezioni batteriche, malassorbimento dei nutrienti, osteoporosi, osteopenia e infertilità.</p>
<p class="vlaz4d">Ad oggi, esistono alcuni farmaci che riescono a correggere un po&#8217; il difetto di base e a migliorare in parte la vita dei malati, ma si tratta di terapie applicabili soltanto ad alcune mutazioni e comunque non risolutive. Al punto che, per i casi di insufficienza respiratoria più grave, l’unica via percorribile resta il <b>trapianto polmonare</b>, che, però, nel migliore dei casi, può risolvere soltanto il problema a livello respiratorio e non anche sul piano genetico e comunque implica numerosi rischi, legati all’operazione e all’elevata probabilità di rigetto. Proprio per questo vi si ricorre soltanto nel caso in cui risultino non esserci più alternative.<b></b></p>
<p class="vlaz4d">«Ho fatto il trapianto di polmoni nel 2010 perché ormai la malattia aveva preso il sopravvento e l&#8217;insufficienza respiratoria era grave. Il trapianto era l&#8217;unica soluzione. Sono stata fortunata: è andato tutto bene e sono tornata a vivere. Ma la malattia non è scomparsa: prendo trenta pastiglie al giorno e so che ogni giornata del mio futuro resta un’incognita» racconta <b>Nicla Bonardi</b>, volontaria della <b>Delegazione Franciacorta</b>, uno dei distaccamenti territoriali della Fondazione. «Quando ho iniziato a stare meglio mi sono chiesta come aiutare gli altri, perché so quanto è ingombrante questa malattia. Vorrei che venissero scoperti dei farmaci per correggere il difetto di base, per evitare che i malati più giovani si vedano costretti a ricorrere al trapianto o corrano il rischio di non farcela». L’aspettativa media di vita per i malati di fibrosi cistica è, infatti, di 40 anni, ma sono in molti a morire prima di raggiungere questa età.</p>
<p class="vlaz4d"><span class='quote quote-left header-font'>«Quando ho iniziato a stare meglio mi sono chiesta come aiutare gli altri, perché so quanto è ingombrante questa malattia», racconta Nicla Bonardi, paziente e volontaria del progetto</span></p>
<p class="vlaz4d">«Ho deciso di impegnarmi a favore della <b>ricerca</b> perché è una scienza in cui credo molto e che mi appassiona da sempre: anni fa mi sarebbe piaciuto fare la ricercatrice, avevo iniziato anche a studiare chimica e tecnologie farmaceutiche, ma la malattia mi ha impedito di proseguire» spiega Nicla, con una voce da cui traspare la speranza che un giorno la fibrosi cistica non condizioni più la vita di chi ne è affetto. «Anche solo le terapie che deve sostenere un malato sono molto impegnative: bisogna fare la fisioterapia respiratoria tutti i giorni, mattina e sera, a volte anche il pomeriggio, perché altrimenti il giorno dopo non si sta bene; e poi le flebo, i ricoveri, gli antibiotici» racconta. <mark class='mark mark-yellow'>«Sono cure che portano via un sacco di tempo, sin da bambino, quando quelle ore dovresti invece spenderle per giocare al parco con i tuoi amici: per questo ogni singolo farmaco che potrebbe apportare un minimo miglioramento, una terapia in meno, un antibiotico in meno, è un gran passo in avanti»</mark>.</p>
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		<title>Un&#8217;Isola di mercato, mercatini e solidarietà</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Jan 2024 17:13:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Luciano Simbolo]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
		<category><![CDATA[#MercatoIsola]]></category>
		<category><![CDATA[mercatini di Natale]]></category>
		<category><![CDATA[Natale 2023]]></category>
		<category><![CDATA[solidarietà]]></category>

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		<description><![CDATA[In una mattinata di metà dicembre, nelle vie interne allo storico quartiere milanese di Isola, aleggia una certa calma che cozza con la tipica frenesia attribuita a Milano e ai ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="4032" height="3024" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2023/12/IMG_2195.jpeg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="IMG_2195" /></p><p>In una mattinata di metà dicembre, nelle vie interne allo storico quartiere milanese di Isola, aleggia una certa calma che cozza con la tipica frenesia attribuita a Milano e ai suoi abitanti. Poche le persone che si incontrano per strada. Lo stesso vale anche per le tipiche luminarie natalizie che caratterizzano questo periodo dell’anno.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Luci e addobbi si trovano già in un tratto di via Borsieri. Nulla a che vedere, però, con quello che accadeva fino a pochi anni fa: prima del Covid, infatti, in questa strada si trovavano dei mercatini di Natale, poi sospesi per una serie di difficoltà logistiche</mark>. A ricordarlo è la signora Paola A., titolare di un negozio di calzature, che poi aggiunge: «Ormai non è più come vent’anni fa. Anche se io non vendo proprio dei pensierini di Natale, sembra un anno particolare, sottotono. Lo dicono anche i titolari di un ristorante qua vicino, quindi un po’ tutti i settori accusano».</p>
<p>I commercianti del quartiere, così come la maggior parte dei passanti che si incontrano, indicano in Piazza Gae Aulenti o nell’area antistante i palazzi della Regione Lombardia le aree dove pare saranno allestiti i tradizionali mercatini. «Di solito mettono delle piste di pattinaggio, però quest’anno mi pare che non fanno nulla del genere», sostiene invece la signora Rosella G., a passeggio proprio ai piedi della Torre Unicredit, il grattacielo più alto di Milano (e d’Italia), ormai simbolo del quartiere.</p>
<p><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2023/12/IMG_2201.jpeg"><img class="aligncenter wp-image-67870 size-large" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2023/12/IMG_2201-1024x768.jpeg" alt="IMG_2201" width="1024" height="768" /></a></p>
<p>Con l’avvicinarsi dell’ora di pranzo, uno dei luoghi che più si riempie di gente è il mercato comunale coperto di Isola, nel cuore di piazzale Lagosta. Attivo dal secondo dopoguerra, è stato ristrutturato da poco e ha riaperto i battenti nel 2022; al suo interno ospita venditori di generi alimentari. Tra questi, c’è anche Felice de F., originario della Puglia e in attività dal 1980. <mark class='mark mark-yellow'>«Per il ponte dell’Immacolata c’è stata una leggera flessione degli incassi da quando ci sono stati i rincari; in generale, la merce costa di più», spiega Felice, intento ad assaggiare uno dei minestroni che ha preparato per la vendita ai clienti</mark>. A quest’ultimi, si presenta con grembiule e cappello: «È la divisa per rendermi riconoscibile al cliente. Il cappello dà eleganza, pulizia, ordine».</p>
<p><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2023/12/IMG_2203.jpeg"><img class="aligncenter wp-image-67871 size-large" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2023/12/IMG_2203-1024x768.jpeg" alt="IMG_2203" width="1024" height="768" /></a></p>
<p>A breve distanza dal suo variopinto banco ortofrutticolo — illustrato spesso ai clienti tramite Facebook — si trova un altro<span class="Apple-converted-space"> </span>storico venditore del mercato. È il macellaio Roberto B., affaccendato insieme ai suoi collaboratori a raccogliere prenotazioni e richieste in vista dei pranzi e cenoni di Natale. «Prevediamo un Natale buono, non eccezionale», racconta Roberto mentre serve (e scherza, allo stesso tempo) con clienti abituali. <mark class='mark mark-yellow'>«Quest’anno la gente ordina meno agnello degli altri anni. Si è tornati a piatti tradizionali: il bollito, il vitello tonnato, il cappone, gli arrosti misti»</mark>.</p>
<p>È auspicabile, però, che Natale, oltre che consumi, significhi anche solidarietà e condivisione. <mark class='mark mark-yellow'>In tal senso, sono in prima linea la comunità pastorale S.Maria della Fontana e la Chiesa metodista di Milano, entrambe attive nel quartiere<span class="Apple-converted-space"> </span>con una serie di iniziative volte alla preparazione e distribuzione di scatole” o “sacchetti di Natale” con dentro cibo e indumenti caldi per i senzatetto del quartiere. </mark></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Iji ed Eji lanciano una nuova raccolta fondi per i giornalisti ucraini</title>
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		<pubDate>Tue, 21 Feb 2023 16:19:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Lavinia Beni]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[News Lab]]></category>
		<category><![CDATA[giornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[giornalisti]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[raccolta fondi]]></category>
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		<category><![CDATA[Ucraina]]></category>

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		<description><![CDATA[Il 24 febbraio 2022 segna l’inizio della guerra in Ucraina. Un anno di combattimenti, di feriti e di morti. Quel giorno di un anno fa le truppe russe iniziarono un&#8217;invasione ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="720" height="365" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2023/02/press.png" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Fonte: ifj.org" /></p><p>Il <strong>24 febbraio 2022</strong> segna l’inizio della guerra in Ucraina. Un anno di combattimenti, di feriti e di morti. Quel giorno di un anno fa le truppe russe iniziarono un&#8217;invasione che ancora oggi determina il destino del popolo ucraino. <mark class='mark mark-yellow'>Già nel marzo del 2022 la Federazione internazionale dei giornalisti (<a href="https://www.ifj.org/" target="_blank"><strong>Ifj</strong></a>) e la Federazione europea dei giornalisti (<a href="https://europeanjournalists.org/" target="_blank"><strong>Efj</strong></a>) avevano lanciato un fondo speciale per la sicurezza per i <a href="https://www.ifj.org/join-ifj/individual-member/ukraine.html" target="_blank">giornalisti ucraini</a> destinato, in particolare, al Sindacato nazionale dei giornalisti ucraini (<a href="https://nsju.org/news-in-english/" target="_blank"><strong>NUJU</strong></a>) e al Sindacato dei media indipendenti dell&#8217;Ucraina (<strong><a href="https://nmpu.org.ua/" target="_blank">IMTUU</a></strong>).</mark> L&#8217;iniziativa è stata spalleggiata fin da subito dalla comunità giornalistica mondiale e ha consentito di aprire <strong>sei centri di solidarietà</strong> per giornalisti in tutta l&#8217;Ucraina, gestiti dal Sindacato nazionale dei giornalisti ucraini (<a href="https://nsju.org/news-in-english/" target="_blank">NUJU</a>).</p>
<p>A un anno di distanza dall’inizio del conflitto i media ucraini non sono stati dimenticati. <mark class='mark mark-yellow'>L’Ifj e l’Efj hanno lanciato, infatti, una <a href="https://donorbox.org/donation-to-the-ifj-safety-fund-for-journalists-in-ukraine" target="_blank">nuova campagna di raccolta fondi</a> per continuare il sostegno a distanza e per tenere accesi i riflettori su una ferita ancora aperta</mark>: «I cronisti ucraini hanno più che mai bisogno del nostro supporto», riporta il claim.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Il report annuale dell’Ifj<em>,</em> pubblicato di recente, mette in evidenza <span style="color: #ff0000;"><span style="color: #000000;">il numero dei giornalisti</span></span> uccisi in Ucraina lo scorso anno durante la guerra: 12 in tutto, tra cronisti e operatori dei media.</mark> L’obiettivo della nuova raccolta fondi, diffusa anche online con l&#8217;hashtag <strong>#SupportUkranianJournalists</strong>, è di contenere questa tragedia. «La guerra si trascina e il denaro sta finendo», si legge in in una nota delle due Federazioni dei giornalisti.</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Per saperne di più, continua a leggere su <a href="https://www.ifj.org/actions/ifj-campaigns/support-ukrainian-journalists.html" target="_blank">Ifj.org</a>.</strong></p>
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		<title>Quando c&#8217;è passione l&#8217;età non conta: Fausto, in prima linea con Anteas</title>
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		<pubDate>Sun, 25 Dec 2022 11:35:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Stella]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
		<category><![CDATA[anziani]]></category>
		<category><![CDATA[solidarietà]]></category>
		<category><![CDATA[volontariato]]></category>

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		<description><![CDATA[«Sveglia alle cinque e mezza del mattino, prendo tutte le terapie per il mio problema al cuore. Poi chiamo l’altro volontario, ce ne andiamo al bar, guardiamo la tabella e ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="3648" height="2736" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2022/12/IMG_20221222_172905.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Fausto Marcia (a destra), volontario di Anteas, insieme al collega Mario Micheli" /></p><p>«Sveglia alle cinque e mezza del mattino, prendo tutte le terapie per il mio problema al cuore. Poi chiamo l’altro volontario, ce ne andiamo al bar, guardiamo la tabella e partiamo». La giornata tipo del signor <strong>Fausto</strong> inizia così. <mark class='mark mark-yellow'>«Da quando sono andato in pensione non sapevo più cosa fare, e invece di stare tutto il giorno al bar sono venuto qua all’Anteas. Qui c’era un corso di computer e siccome sono appassionato di informatica e di elettronica mi sono proposto, offrendo il mio aiuto per fare riparazioni. Quando hai la passione riesci a fare tutto»</mark>. L’<strong><a href="https://www.anteasmilano.org/">Anteas</a></strong> – <strong>Associazione Nazionale Tutte le Età Attive per la Solidarietà</strong> – è un’organizzazione che opera con sedi dislocate in tutta Italia con l’obiettivo di “andare incontro” alle persone e alle loro esigenze. In particolare, quella di Milano è nata nel 1997 per volontà della FNP, il sindacato dei pensionati della CISL e poggia su un’ottica che crede nel valore continuo dell’individuo come risorsa e, per questo, mira a coinvolgere pensionati e anziani in attività solidali e di utilità sociale.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'><strong>Fausto Marcia</strong>, ha 74 anni e, nonostante le origini sanremesi, vive a Milano dal 1978 dove ha sempre coltivato la sua grande passione per l’elettronica, Fa parte di Anteas dal 2018, quando ha iniziato a svolgere anche un servizio di accompagnamento come autista.</mark> Quattro macchine per rispondere alle richieste di tutti gli anziani che, sul territorio milanese, esprimono la propria richiesta di aiuto soprattutto per svolgere controlli medici: «Loro ci chiamano e noi cerchiamo di fare qualcosa. Molti, per esempio, hanno bisogno di aiuto con i documenti per fare l’accettazione, allora noi li accompagniamo. Abbiamo un cartellino – ecco, vedete, questo qui – con cui ci fanno entrare. Quando arriva una chiamata mi dispiace dire di no, se possibile cerco sempre di dare una mano – racconta, con l’espressione di chi non ama stare fermo, il signor Fausto –. Però, poi, quando li vedi sorridere sei ripagato, perché è una soddisfazione».</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>«Quando arriva una chiamata mi dispiace dire di no, se possibile cerco sempre di dare una mano – racconta Fausto –. Però, poi, quando li vedi sorridere sei ripagato, perché è una soddisfazione».</span></p>
<p>Ci spiega che a Milano esistono molte onlus e che il volontariato funziona bene, perché è ramificato e dotato di agevolazioni – la loro associazione si alimenta con i fondi derivanti dal 5&#215;1000 e gode, per esempio, del permesso Ztl – ma ci dice anche che servirebbero più mezzi. <mark class='mark mark-yellow'>«Sicuramente il <strong>Comune</strong> dovrebbe darci più automezzi, per poter portare un maggior numero di persone. Se ci aiutassero un po&#8217; di più, anche noi potremmo fare più cose – spiega –. Siamo solo una ventina di volontari attivi e le persone bisognose sono numerose, spesso otto o nove in un giorno.</mark> Alcune volte ho così tanti viaggi da fare che  una volta mi stavo dimenticando qualcuno per la strada, ma ovviamente poi li ho recuperati. Ci vorrebbero tante macchine e anche molti autisti, ma il problema è che oggi nessuno vuole fare il volontario». Mentre Fausto approfondisce questo tema spinoso, ci raggiunge <strong>Mario Micheli</strong>, altro volontario di Anteas che sottolinea l’importanza di una caratteristica fondamentale per svolgere questa attività: <mark class='mark mark-yellow'>«Alla fine non importa di che partito politico sei, l’unica cosa che conta è la sensibilità. Solo chi ce l’ha si spende veramente per dare una mano concreta alle associazioni come la nostra».</mark></p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>L&#8217;appello di Fausto al Comune di Milano e ai cittadini: «Anteas ha bisogno di più automezzi, per il servizio di trasporto, ma anche di un maggior numero di volontari. Siamo sempre di meno».</span></p>
<p>In generale, il contributo di Fausto, per quanto riguarda la cittadinanza attiva, non si limita al “servizio di trasporto”: <mark class='mark mark-yellow'>in collaborazione con gli <strong>“Angeli del mondo”</strong> distribuisce viveri a chi è in difficoltà e, adesso, in vista del Natale, anche pacchi.</mark> E soprattutto ha fatto del suo hobby per l’elettronica una fonte di aiuto: a lui è delegata la cura del sito dell’associazione, attraverso cui è possibile gestire prenotazioni e disponibilità.</p>
<p>«Io vivo da solo, ma in casa non ci sto praticamente mai. L’altro giorno, per esempio, siamo andati a <strong>Rho</strong>, dove gestiamo uno spazio in cui ci sono circa una cinquantina di persone anziane. Era un momento di festa e c’erano quattro signore in carrozzella. Allora io ho chiesto loro: “Volete ballare?”». <mark class='mark mark-yellow'>Bizzarro e forse pure un po&#8217; difficile da immaginare: anziane in carrozzella che danzano. Eppure, «quando hai passione riesci a fare tutto», ripete ancora. E sorride.</mark></p>
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		<title>Medicina solidale, la risposta ad una chiamata di aiuto</title>
		<link>https://www.magzine.it/medicina-solidale-la-risposta-ad-una-chiamata-di-aiuto/</link>
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		<pubDate>Tue, 24 Nov 2020 07:58:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Melissa Paini]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Milano]]></category>
		<category><![CDATA[#Covid]]></category>
		<category><![CDATA[#lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[#milano]]></category>
		<category><![CDATA[Covid 19]]></category>
		<category><![CDATA[medicina]]></category>
		<category><![CDATA[solidarietà]]></category>

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		<description><![CDATA[Un sentimento di fratellanza, di vicendevole aiuto, materiale e morale, esistente tra i membri di una collettività pronti a collaborare e ad assistersi a vicenda. Questa è la definizione del ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1944" height="1945" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/11/lanzani.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="lanzani" /></p><p>Un sentimento di fratellanza, di vicendevole aiuto, materiale e morale, esistente tra i membri di una collettività pronti a collaborare e ad assistersi a vicenda. Questa è la definizione del concetto di solidarietà che, a Milano, è, in carne e ossa, rappresentato da <strong>Medicina Solidale, u</strong>n servizio di assistenza e consultazione medicale online e gratuita. Il progetto è nato a Milano lo scorso 9 novembre, ma è in continua crescita ed evoluzione. L’iniziativa prende vita grazie a una pagina Facebook, una email e un semplice numero di cellulare e ideatore ne è il dottor <strong>Alessandro Lanzani</strong>, medico specializzato in ortopedia e medicina dello sport, che ci ha spiegato come funziona.</p>
<p><strong>Come è nata Medicina Solidale?<br />
</strong><br />
Medicina solidale nasce in maniera molto semplice. un gruppo di cittadini, medici, colleghi si sono detti: “ma perché invece che fare volontariato singolo non ci diamo una struttura per fare questo tipo di supporto online?” Visto il grosso deficit del sistema sanitario nazionale a rispondere alle esigenze non-Covid, oltre che quelle Covid. <mark class='mark mark-yellow'>Perché l’altra metà del problema del Covid è che c’è un sequestro di reparti e di energie e per motivi epidemiologici il ritmo della medicina preventiva, diagnostica e curativa è estremamente rallentato.</mark> Così abbiamo creato una pagina Facebook e da lì c’è stata una svolta immediata. Da subito ci sono state le utenze, persone che chiamavano per fare queste visite, consulti online.</p>
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				<div class="aesop-image-component-image aesop-component-align-center aesop-image-component-caption-left" style="width:100%;max-width:100%;">
					
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						</a>

					
					
				</div>
			</figure>

			
		</div>
		
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>In cosa consiste l&#8217;assistenza che offrite?</strong></p>
<p>È un’assistenza da remoto, che non è esattamente una visita medica in presenza. Ha vantaggi e svantaggi. Il vantaggio è che si possono comunque scambiare dati e informazioni. Quello che avviene più spesso, infatti, è che il risultato di elettrocardiogrammi, referti, tac, esami specialistici rischia di  generare qualunque diagnosi scorretta, se interpretato dal paziente. Una parte dell’utenza è composta da cittadini che possiedono esami di controllo appena consegnati e che non riescono a tornare dallo specialista o dal medico curante per ottenere un referto. Ci sono situazioni in cui si può aspettare e altre per cui sarebbe importante invece agire in tempi brevi, tempi che in questo momento il servizio sanitario non può esaudire. Quindi noi offriamo indicazioni in questo “tempo emergenziale” a ogni singola persona, su come ci si può muovere riducendo i rischi e orientandosi in momento in cui la filiera dei servizi sanitari è stata interrotta in più punti.</p>
<p><strong>Qual&#8217;è la procedura che seguite dopo essere stati contattati?</strong></p>
<p>Dopo la prima chiamata, si decide se si può risolvere il caso con il medico che risponde oppure se la chiamata deve essere reindirizzata ad uno specialista. Il numero degli specialisti sta aumentando, di giorno in giorno e di ora in ora. In questo momento copriamo ortopedia, medicina generale – che è la specialità dei medici curanti – oculistica, odontoiatria, psicologia, cardiologia, che sono le specialità più richieste, più comuni. Sono anche le specialità per le quali si possono dare dei pareri più pertinenti, per altre la visita medica è necessaria. A volte ci sono situazioni gravi dove oggettivamente noi non possiamo fare più di tanto. Per questi pazienti servirebbe il servizio sanitario nazionale ma, al momento, il servizio non c’è. Ed è questo il motivo per cui telefonano. <mark class='mark mark-yellow'>Noi cerchiamo di provvedere professionalmente, orientandoli a una soluzione temporanea fino a quando non riusciranno ad accedere nuovamente al percorso sanitario completo.</mark></p>
<p><strong>Al momento quante persone si rivolgono a Medicina solidale?</strong></p>
<p>Abbiamo iniziato con piccoli numeri, ma siamo già arrivati a una quarantina di chiamate al giorno. Le utenze che abbiamo stanno crescendo anzi, parlare di crescita esponenziale, è riduttivo. Stiamo gestendo una grande disponibilità da parte di medici, infermieri, personale sanitario, fisioterapisti oltre che di operatori del benessere che possono anche, tramite videochiamata, suggerire attività motoria in casa o all’esterno. Il ritmo di crescita è esponenziale e stiamo lavorando sia sull&#8217;operatività che sulla logistica, perché in realtà siamo un gruppo di volontari che ha cercato di strutturarsi. <mark class='mark mark-yellow'>Abbiamo visto che c’è un bisogno, come ordine di grandezza, dieci, cento, volte più grande delle nostre possibilità al momento.</mark> Adesso stiamo cercando di accoppiare le disponibilità di volontariato con le utenze che crescono in maniera vertiginosa, di giorno in giorno.</p>
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<p><strong>Offrite assistenza solo ai pazienti non-Covid?<br />
</strong><br />
Inizialmente volevamo occuparci solo di quelle situazioni di cronicità dove le persone hanno bisogno di un consulto nell’attesa di andare da uno specialista. Possiamo consigliare loro cosa fare, cosa non fare, se i farmaci possono andare bene o se è meglio sostituirli, il tutto con molta prudenza, attenzione e professionalità. Poi, in realtà, è diventato un call-center medicale che affronta le esigenze più disparate. Per quanto riguarda l’area Covid, c’è chi telefona perché ha problemi con il saturimetro, per esempio. A quel punto forniamo un aiuto non solo per i cittadini che non riescono accedere al sistema sanitario nazionale, ma anche per chi vi accede.</p>
<p>Secondo il dottor Alessandro Lanzani, Medicina Solidale è di ausilio anche per i volontari, per chi mette il proprio numero di telefono, il proprio tempo e le proprie competenze al servizio del prossimo. <mark class='mark mark-yellow'>«C’è molta la gente che ha voglia di fare. Abbiamo questo grande ritorno di disponibilità che nasce dalla motivazione umana e psicologica di solidarietà. In un clima di ansia, di incertezza e di paura si sente il bisogno di dare una mano, di fare qualcosa, di diventare un corpo unico, ci sostituire l&#8217;io con il noi.»</mark></p>
<p><em>Le linee di accesso a Medicina Solidale sono il numero di telefono <strong>351 6955152</strong>, l’email <strong>medisolidale@gmail.com</strong> e la</em> <a title="Medicina Solidale" href="https://www.facebook.com/medisolidale">pagina Facebook</a>.</p>
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					<h5>Intervista al Dr. Lanzani</h5><!--[if lt IE 9]><script>document.createElement('audio');</script><![endif]-->
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		<title>Ravenna Festival, il sogno di vivere per l&#8217;arte, nonostante tutto</title>
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		<pubDate>Mon, 22 Jun 2020 17:04:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Marianna Mancini]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
		<category><![CDATA[arte]]></category>
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		<category><![CDATA[cultura]]></category>
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		<description><![CDATA[ «Vivere d’arte? Sembrerebbe un’utopia», eppure talvolta accade l’inaspettato e per un frangente di tempo o, nel caso di fortunati talentuosi per una vita intera, il desiderio è realtà. Il Ravenna ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1600" height="1044" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/06/WhatsApp-Image-2020-06-22-at-14.43.55.jpeg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="" /></p><p><strong> </strong><mark class='mark mark-yellow'>«Vivere d’arte? Sembrerebbe un’utopia», eppure talvolta accade l’inaspettato e per un frangente di tempo o, nel caso di fortunati talentuosi per una vita intera, il desiderio è realtà. </mark> Il <strong><a href="https://www.ravennafestival.org/">Ravenna Festival</a></strong> da ben trent’anni cerca di dar vita ad un sogno, accogliendo l’arrivo della stagione estiva con un evento a vocazione multidisciplinare. Da maggio a luglio una città intera si trasforma in un palcoscenico itinerante: dai teatri storici, alle basiliche dalle pareti di mosaico, passando per i chiostri e i palazzi antichi, ogni luogo evocativo diventa cassa di risonanza di un linguaggio artistico. Superata, ad oggi, la fase più acuta dell’emergenza Coronavirus, con cautela e opportuni cambiamenti il Festival si farà.<mark class='mark mark-yellow'>Domenica 21 giugno il Maestro Riccardo Muti ha aperto con un concerto inaugurale la 31esima edizione, dirigendo l’Orchestra Giovanile Luigi Cherubini, che accompagnava il soprano Rosa Feola. L’evento è stato fruibile ad una platea illimitata in diretta su <a href="https://www.ravennafestival.live/">ravennafestival.live</a>, trasmesso su Rai Radio 3 e un numero ridotto di spettatori ha partecipato  anche dal vivo.</mark> Il bilancio raccolto in questi anni (1990-2020) conta 35mila artisti esibitisi in oltre 100 location, più di 1milione di spettatori che hanno preso parte a 1500 eventi e 150milioni di euro investiti in cultura, grazie al contributo e al sostegno di sponsor. Per riscoprire le radici del progetto e l’ambizione che lo guida, anche in un tempo così difficile per la musica e per i teatri, ci siamo rivolti alla sua fondatrice, nonché presidente onorario <strong><a href="https://www.ravennafestival.org/presidente_onorario/">Cristina Mazzavillani Muti</a></strong>.</p>
<p><strong>Com’è nato il Ravenna Festival?<br />
</strong>Il Ravenna Festival è nato per una chiamata precisa, fatta dal sindaco della città esattamente trentuno anni fa: era il 1989. Risposi subito di no, mi faceva paura solo pensarci, non mi ero mai cimentata in niente di simile. Nonostante avessi studiato musica al conservatorio e fossi sposata con un artista che stava facendo una carriera straordinaria, non me ne sentivo capace e avevo tre figli piccoli da crescere; sembrava una cosa più grande di me. Tuttavia sono sensibile alle chiamate. Qualche giorno dopo aver detto di no, <strong>Benigno Zaccagnini</strong>, che io riconosco come un secondo padre, tanto l’ho amato e ammirato, chiamò, dicendomi: «Cristina ho saputo che hai rifiutato una proposta che farebbe molto bene alla città», sollecitandomi a quello spirito di servizio al quale non ci si può sottrarre. In quel momento mi sentì molto romagnola, figlia di una città dove ero nata e cresciuta e avevo conosciuto la mia gente in pregi e difetti.<strong> </strong><mark class='mark mark-yellow'>Mi rimboccai le maniche pensando: «Mi chiamo Muti, ma Riccardo Muti ce lo dobbiamo guadagnare».</mark>   Dopo aver studiato a Venezia, a Milano e aver vissuto a Firenze, ero di nuovo a Ravenna, pronta a costruire un festival.  Ho fatto del mio meglio perché potesse nascere libero, scevro dalle logiche politiche e allo stesso tempo appoggiato da tutti. Chiunque in città avesse un valore creativo, doveva far parte dell’evento, perché solo in questo modo sarebbe diventato davvero il festival di Ravenna. Trovai danzatori, artisti e attori: penso a Marco Martinelli alla guida di <a href="http://www.ravennateatro.com/ravenna-teatro/">Ravenna Teatro</a> o alla compagnia teatrale <a href="https://fannyalexander.e-production.org/gal/">Fanny &amp; Alexander</a>. Cercavo spiriti desiderosi.  Tutte le volte che interrogavo questa gente vedevo nei loro occhi la stessa luce che probabilmente avevano i miei, mentre radunavo talenti da aggregare e grazie ai quali far crescere la città, perché un luogo può fiorire soprattutto per merito degli artisti che lo abitano. In questo dico di aver avuto una natura molto romagnola, perché in genere si pensa: «Chi invito? Dove vado? E con quali fondi?». Invece, partendo dalle genialità locali, abbiamo saputo metterci alla prova. Questa scelta è stata premiante.</p>
<p><strong>Così è cominciata l’avventura.<br />
</strong>Il Festival col passare del tempo è diventato internazionale: partiti da quella idea di “artigianato artistico” locale, l’evento si è allargato all’Italia, guardando poi al resto del mondo. Dopo 31 anni di meraviglioso lavoro lo scorso dicembre ho deciso di ritirarmi. Il team è cresciuto: ragazzi che avevano 18, 19 anni oggi ne hanno 50. Sono persone esperte e in gamba. Devo dimostrare con le forze che ancora ho la grande solidità di un gruppo, certo da me creato ma capace di continuare in autonomia a a proporre altre nuove e giovani leve, in grado di alimentare un patrimonio culturale tanto importante come il Ravenna Festival.</p>
<p><strong>La trentunesima edizione si inaugurerà alla Rocca Brancaleone, come accadde in occasione del primo concerto inaugurale del 1990. Dopo mesi di lockdown crede sia questo un modo per far rinascere la musica?<br />
</strong>Il prossimo 21 giugno, dopo l’odissea del Coronavirus che ha fiaccato tutto e tutti, il poter ripartire in un ambiente che è sempre stato ritenuto il cuore della città è doppiamente un successo. Occorrono certo coraggio e anche umiltà, per credere che succederà, e sarà un avvio che farà bene alla comunità. L’unico dispiacere, ovviamente, è il non potersi riunire e fare una grande festa insieme. Ma insieme non si può stare. Tuttavia riapriamo.<mark class='mark mark-yellow'>Un pubblico di trecento persone potrà, rispettate le distanze di sicurezza, assistere agli spettacoli che avverranno alla Rocca, ristrutturata grazie a ai contributi del Ministero della Cultura.</mark> Non solo, una platea infinita sarà presente anche attraverso dirette streaming.<mark class='mark mark-yellow'>Da questo punto di vista lavorare in anticipo e con lungimiranza nel corso degli anni ci ha permesso di fruire del nostro patrimonio storico. Sembra impensabile esserci riusciti, eppure si susseguiranno 40 spettacoli;</mark>un ottimo risultato per il periodo che stiamo affrontando. Alcuni avverranno anche nelle città di Lugo e Cervia.</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>Cristina Mazzavillani Muti: &#8220;Dopo l’odissea del Coronavirus che ha fiaccato tutto e tutti, il poter ripartire in un ambiente che è sempre stato ritenuto il cuore della città è doppiamente un successo. Occorrono anche coraggio e umiltà, per credere con tutte le forze che sia potuto succedere&#8221;</span></p>
<p><strong> È difficile vivere d’arte? E per le donne lo è forse di più?<br />
</strong>Vivere per l’arte? Sembrerebbe un’utopia. Innanzi tutto non sai mai se ce la farai, perché l’ambizione parte da giovanissimi. Esistono sogni che riempiono la testa di bambini e bambine. Quanti di loro avranno la possibilità, a pari merito, di riuscirci?  Nasciamo tutti con talenti immensi, ma pochissimi arrivano, mentre molti continuano ad anelare. Mi verrebbe da pensare alla parabola del Vangelo del buon seminatore. Il destino premia coloro che si affermano e questo è un dolore per me. Il significato profondo di lavorare ad un Festival è sempre stato quello di dare più possibilità ai giovani: per questo ho fatto molti incontri con ragazzi dagli 8 ai 18 anni. Abbiamo una grande responsabilità. Sebbene la storia insegni che le donne pittrici, scultrici e musiciste abbiano impiegato tanto tempo per emergere, oggi non è più così. La donna a mio parere dovrebbe ricordare sempre il suo innato talento, utilizzando la femminilità.</p>
<p><strong>Dal 1997 i passi del Festival si intrecciano a quelli delle <a href="https://www.ravennafestival.org/le-vie-dellamicizia/">Vie dell’amicizia</a>, veri pellegrinaggi laici che toccano città ferite, costruendo ponti di fratellanza. Chi pensò all’idea?<br />
</strong>I concerti dell’amicizia possono anch’essi definirsi una chiamata. <mark class='mark mark-yellow'>Nel 1997 arrivò a Ravenna una lettera firmata dagli artisti di <strong>Sarajevo,</strong> che ci spronò a fare qualcosa di diverso e giusto. Si leggeva: «Cari ravennati, voi avete appena iniziato un Festival dall’altra parte dell’Adriatico, siete bizantini come noi, perché ci dimenticate?</mark>Noi siamo qui, con anni di guerra alle spalle, il nostro Festival non esiste più. Aiutateci». Era una lettera così forte, che sembrava che qualcuno avesse fatto come San Tommaso, nel suo mettere il dito nella piaga a Cristo. Rimanemmo sconvolti. Cosa avremmo potuto fare? Ci mettemmo in caccia e &#8220;un&#8221; Caccia in effetti arrivò. Le forze armate militari misero a disposizione i loro aerei affinché potessimo raggiungere Sarajevo. Il nostro anfitrione fu proprio Riccardo Muti, che accettò subito, unendo l’Orchestra della Scala con quella rimasta a Sarajevo, composta da 35 elementi in tutto, privi di strumenti, che portammo nel viaggio insieme a noi. Mio marito decise di dirigere l’<em>Eroica</em>, come farà anche quest’anno per omaggiare la Siria. Il concerto avvenne in un complesso fieristico chiamato Skenderija, a malapena allestito; ricordo i buchi dei bombardamenti nel tetto sopra le nostre teste.  Ci chiedevamo chi sarebbe venuto ad ascoltarci, ritrovandoci in 11mila. È una cosa che mi commuove ancora oggi.  La mente mi rimanda alle lunghe file di persone raccoltesi, appartenenti a tutte le religioni. Le colline intorno erano disseminate di lapidi, mentre i sopravvissuti erano fra noi, dentro un palazzo lacerato ad intonare musica, piangendo. Ricordo ancora le spalle di Enzo Biagi che singhiozzava davanti a me.</p>
<p><strong>E la chiamata è diventata consuetudine.<br />
</strong>Dopo un’esperienza così non abbiamo più smesso. Il concetto è stato questo: unire i musicisti, non andare in un Paese in difficoltà, dando sfoggio della nostra bravura. Naturalmente in questi viaggi noi portiamo un dono, che è la musica, e abbiamo quindi bisogno di sponsor, cosa sempre più difficile in tempo di crisi. Ma di quale miracolo si può parlare, quando accade che senza prove tutto funzioni? È forse l’esempio di una motivazione impressionante, al di sopra di noi. Siamo andati a Beirut, Gerusalemme, Damasco e in molti altri luoghi. Le potrei raccontare un aneddoto. Era il 2005, il tema prescelto per la stagione si intitolava: “la musica del deserto”. Ci trovavamo in Tunisia, all’interno dell’anfiteatro romano di <strong>El Jem</strong>, un Colosseo di sabbia e tufo rosso. L’orchestra diretta dal Maestro Riccardo Muti stava eseguendo il <em>Mefistofele</em>. Proprio durante il prologo, nel momento in cui il demonio parla con Dio, sfidandolo, arrivati ad una pausa fragorosa, da lontano si sentì la voce del muezzin che cantava la preghiera ad Allah.<mark class='mark mark-yellow'>Il Maestro e l’orchestra si fermarono e per tutta la preghiera, il pubblico rimase in silenzio. Il Mefistofele s’era taciuto perché il muezzin continuasse il suo richiamo a Dio.</mark>Vi fu al termine un applauso spirituale. I viaggi dell’amicizia sono questo. Fermarli è impossibile.</p>
<p><strong>Sebbene quest’anno non sarà possibile raggiungere luoghi lontani, i concerti del 3 e del 5 luglio al Parco Archeologico di Paestum saranno idealmente dedicati alla Siria.<br />
</strong>Non potevamo certo dimenticare un Paese tanto lacerato. I concerti saranno dedicati all’attivista e politica curda <strong>Hevrin Khalaf</strong> e all’archeologo <strong>Khaled al- Assad</strong> decapitato a Palmira. Riccardo Muti dirigerà l’<em>Eroica</em>, con il contributo di artisti siriani.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*immagine di copertina concerto inaugurale Ravenna Festival, foto di <strong>Silvia Lelli</strong></p>
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