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	<title>magzine &#187; Sanità</title>
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	<description>un progetto della Scuola di giornalismo dell&#039;Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano</description>
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		<title>Una nuova riforma sanitaria: ecco come cambierà la Lombardia</title>
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		<pubDate>Sat, 20 Feb 2021 09:47:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Mattia Giangaspero]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
		<category><![CDATA[Covid 19]]></category>
		<category><![CDATA[Dottore]]></category>
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		<description><![CDATA[La partita sulla sanità in Lombardia, che ha da qualche giorno in Letizia Moratti una nuova protagonista in campo, vede intrecciarsi la gestione dell&#8217;emergenza Covid e la ricostruzione del sistema ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="303" height="166" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2021/02/images.jpeg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="images" /></p><p>La partita sulla sanità in Lombardia, che ha da qualche giorno in Letizia Moratti una nuova protagonista in campo, vede intrecciarsi la gestione dell&#8217;emergenza Covid e la ricostruzione del sistema sanitario; d’altronde la pandemia ha messo in luce tutti i limiti del sistema sanitario regionale. <mark class='mark mark-yellow'> Il consiglio regionale si prepara a discutere la revisione della Legge 23/2015, la riforma sanitaria Maroni, la cui sperimentazione è finita a dicembre. La stessa Moratti, nella sua prima conferenza stampa, ha detto che la legge dovrà essere rivista </mark> . Al momento, però, c&#8217;è una sola proposta depositata. È quella che vede come primo firmatario il consigliere regionale Marco Fumagalli (M5S) il quale spiega perché il dibattito rischia di arenarsi tra i veti e le pressioni di lobby e gruppi di potere, mentre medici e infermieri boccheggiano da mesi sotto la pressione del virus.</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>La novità più significativa della proposta di legge è la creazione di una sola Ats lombarda, verso cui verrebbe trasferita la competenza delle diverse Ats territoriali. Le ats territoriali si doterebbero poi di centri dove concentrare gli studi di medici di base e dei pediatri, ma anche l&#8217;assistenza domiciliare integrata, la guardia medica, l&#8217;emergenza e alcune specialità come il ginecologo e l&#8217;oculista </span></p>
<p><mark class='mark mark-yellow'> La novità più significativa della proposta è la creazione di una sola Ats (Agenzia di Tutela della Salute) lombarda, verso cui verrebbe trasferita la competenza delle diverse Ats territoriali. Nello stesso tempo le attività sanitarie delle aziende di tutela della salute sarebbero trasferite verso il basso, alle Asst (Aziende Socio Sanitarie Territoriali), le quali farebbero riferimento anche un nuovo ente: le Case della comunità </mark>. Sono centri dove concentrare gli studi di medici di base e dei pediatri, ma anche l&#8217;assistenza domiciliare integrata, la guardia medica, l&#8217;emergenza e alcune specialità come il ginecologo e l&#8217;oculista. <mark class='mark mark-yellow'> Ne servirebbe una ogni 15mila abitanti. In parallelo, infatti, gli ospedali più grandi dovrebbero essere aziende ospedaliere autonome, secondo l&#8217;organizzazione precedente alla  riforma Maroni </mark> .</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'> L&#8217;idea è avere un unico luogo dove il cittadino può trovare tutte le cure primarie, insieme al Cup (Centro Unico Prenotazioni) per la prenotazione degli appuntamenti e i codici bianchi e verdi, togliendo parte della pressione al pronto soccorso </mark> . Il governo aveva previsto di investire dai 5 ai 9 miliardi di euro a livello nazionale per questa iniziativa, un budget ricavato dal Recovery Plan, in gestione ai sindaci. In alcuni ambiti sono già stati individuati vecchi ospedali in disuso o ex scuole da riadattare. <mark class='mark mark-yellow'> Ma la vera domanda è capire cosa è successo sul tavolo della politica: il progetto non è ancora partito nelle sedi istituzionali e ora la maggioranza non è pronta, mentre la commissione sanità non è a lavoro su questo punto </mark> . Eppure da quando c&#8217;è il Covid tutti si sono accorti dei problemi della sanità lombarda. Critiche che arrivarono già da cinque anni fa e che adesso sono mosse persino Roberto Formigoni, presidente della Regione Lombardia.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'> Dal 16 dicembre sono scattati i 30 giorni per calendarizzare una proposta di riforma. Il tema è entrato in Consiglio regionale lunedì 19 gennaio, in concomitanza con l&#8217;esordio nell&#8217;aula del Pirellone del neo-assessore al welfare </mark> . Proprio a lei, sul lavoro dei &#8220;saggi&#8221;, l&#8217;esponente di +Europa-Radicali Michele Usuelli ha rivolto un&#8217;interrogazione a risposta immediata, chiedendo che i documenti prodotti dalla task force vengano resi pubblici, in commissione sanità o meglio ancora ai cittadini. La Moratti ha risposto che il lavoro della task force «è ancora da consolidare», dunque i documenti prodotti non sono ancora definitivi, ma la sua introduzione come elemento di novità potrebbe cambiare le carte in gioco.</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>Per Guido Marinoni, presidente dell&#8217;Ordine dei medici di Bergamo, per affrontare l&#8217;emergenza &#8220;nella medicina territoriale è mancata la presenza di infermieri ed amministrativi nell&#8217;ambulatorio privato del medico di famiglia&#8221;</span></p>
<p>Per <strong>Guido Marinoni, presidente dell’ordine dei medici di Bergamo, </strong><mark class='mark mark-yellow'><strong> </strong>&#8220;quello che è mancato nella medicina territoriale, per affrontare al meglio questa emergenza, è la presenza di infermieri ed amministrativi nell&#8217;ambulatorio privato del medico di famiglia&#8221; </mark> .</p>
<p><strong>Verranno formati più CPT e il carico di pazienti a medico scenderà dai 1500 attuali?</strong></p>
<p>La gestione di 1500 pazienti potrebbe funzionare al meglio solo se la sanità lombarda come quella nazionale si adattasse a quella europea.  Aumentare la presenza, sul territorio, di CPT, ovvero centri poli-funzionali territoriali, aiuterebbe la medicina di base ad affrontare meglio situazioni di emergenza come la pandemia da Covid-19, ma anche migliorerebbe l&#8217;analisi che il medico, nelle visite, fa ad ogni paziente. Si tratterebbe di una unione di più medici di famiglia, infermieri, segretaria, in una stessa struttura. Invece, <mark class='mark mark-yellow'> quello che purtroppo mancherà nei prossimi anni sarà proprio la presenza del medico di famiglia. Infatti, ci ritroveremo tra tre-cinque anni a dover colmare un cambio generazionale di medici che andranno in pensione e in quel momento dovremo essere bravi a formare ed istruire i nuovi medici, magari anche in un sistema nuovo ed efficace, collaudato già da qualche anno </mark> .</p>
<p><strong>Creerete più portali per il tracciamento e la diretta condivisione dei dati con i centri di assistenza, ospedali e protezione civile?</strong></p>
<p>Naturalmente <mark class='mark mark-yellow'> bisogna avere un sistema informatico che funzioni e non è quello presente in Regione Lombardia </mark> . Questo perché si tratta di una postazione fissa, creata intorno agli anni Ottanta che non dà, quindi, la possibilità a chi ci lavora di continuare da casa o dall&#8217;ufficio. Il sistema, inoltre, è soggetto a numerosi rallentamenti.</p>
<p><strong>Il tema privatizzazione degli ospedali, dopo quanto accaduto con il Covid, come verrà gestito?</strong></p>
<p>L&#8217;apporto che il privato accreditato dà alla sanità lombarda è di una dimensione tale che non può essere annullato o abbandonato. Però mettendo a confronto i due sistemi,  se ci deve essere una parità,  non devono essere lasciate le attività più numerose e costose al pubblico, altrimenti continuerà a trattarsi di una parità squilibrata. <mark class='mark mark-yellow'> Avrebbe senso formare un assessorato forte che possa gestire al suo interno i rapporti con il privato e non farli proseguire tramite le ATS di competenza sanitaria </mark> .</p>
<p><em>NOTA DELLA REDAZIONE: </em> <em>Guido Marinoni con condiviso con la nostra redazione il programma firmato da tutti i presidenti lombardi dell&#8217;Ordine per creare una nuova sanità. Qui il documento per la consultazione pubblica.</em></p>

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		<aside class="aesop-documument-component aesop-content "><a href="#" class="aesop-doc-reveal-50403-1"><span>document</span><br /> Proposte dei presidenti dell'Ordine dei medici Lombardia </a><div id="aesop-doc-collapse-50403-1" style="display:none;" class="aesop-content"><object class="aesop-pdf" data="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2021/02/Legge-23_2015-Proposte-FROMCeO-.pdf" type="application/pdf" ></object></div></aside>
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		<title>Università, il modello Sapienza per ripartire a settembre</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Jun 2020 07:20:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Viviana Astazi]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[Coronavirus]]></category>
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		<description><![CDATA[Giunta anche la Fase 3, iniziata ufficialmente il 3 giugno con la riapertura dei confini inter regionali, è arrivato il momento di spingersi ben oltre la porta di casa non ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1217" height="694" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/06/Università-La-Sapienza-Roma.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Università La Sapienza Roma" /></p><p><mark class='mark mark-yellow'>Giunta anche la Fase 3, iniziata ufficialmente il 3 giugno con la riapertura dei confini inter regionali, è arrivato il momento di spingersi ben oltre la porta di casa</mark> non solo per assaporare la semi libertà appena riconquistata e il sole di tarda primavera, ma anche per riorganizzare la quotidianità cercando di ritrovare i ritmi più regolari del lavoro e dello studio pre Covid-19.</p>
<p>A muoversi in questa direzione è innanzitutto <mark class='mark mark-yellow'>l’università,</mark> che dopo tre lunghi mesi di didattica spostata su piattaforme online disparate – da BlackBoard a Zoom passando per conferenze fiume su Skype e Google Hangouts – <mark class='mark mark-yellow'>ora prova a ritrovare se stessa,</mark> cercando di riportare in aula gli studenti a partire dal prossimo settembre.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>“La Sapienza” di Roma può essere considerata un buon esempio.</mark> L’ateneo più grande e affollato d’Italia ha sempre vantato assembramenti notevoli nonostante gli spazi ampi messi a disposizione delle singole facoltà e adesso pondera soluzioni che tutelino totalmente il diritto allo studio dei propri iscritti. <mark class='mark mark-yellow'>A parlarci dei provvedimenti fin qui adottati è il Rettore, dott. Eugenio Gaudio, docente di Anatomia Umana presso il Policlinico Umberto I.</mark></p>
<p><strong><em>Rettore, partiamo dalla situazione attuale. Oggi come si accede e chi può entrare nell’ateneo? </em></strong></p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Attualmente è previsto,</mark> anche in base a un accordo stretto con i sindacati per garantire la sicurezza all’interno dell’università, <mark class='mark mark-yellow'>che i direttori di dipartimento e di struttura ricevano le richieste di colleghi e studenti che devono svolgere attività in presenza, come ricerche bibliografiche e tesi sperimentali nei laboratori,</mark> riaperti dal 4 maggio. Se è vero che la didattica, pur se online, è proseguita, la ricerca ha subito uno stop, un ritardo che dobbiamo assolutamente recuperare. Per fare questo, all’ingresso dell’ateneo per i visitatori esterni e all’entrata delle singole strutture per docenti, personale amministrativo e studenti sono previsti dei controlli che accertino il fatto che accedano persone che ne abbiamo effettivamente necessità e che sono state autorizzate. <mark class='mark mark-yellow'>È quindi prevista un’autocertificazione per quanto riguarda lo stato di salute e per assicurare di non aver avuto contatti con pazienti malati di Covid-19. Valgono poi tutte le misure di sicurezza previste, dal distanziamento di almeno due metri all’uso della mascherina, passando per la sanificazione delle mani e delle strutture utilizzate durante la permanenza in facoltà e laboratori,</mark> come banconi e apparecchiature di ricerca. Tra un turno di lavoro e l’altro avviene un processo di igienizzazione per mettere in sicurezza l’esecuzione di tutte le attività da svolgere.</p>
<p><strong><em>Siete provvisti di termo scanner per rilevare la temperatura? Quali misure di sicurezza si stanno prendendo a livello logistico?</em></strong></p>
<p>Non è prevista la rilevazione all’ingresso, ma la sola autocertificazione, considerata dalla nostra <em>task force</em> di esperti altrettanto valida perché oltre a una temperatura inferiore ai 37,5 gradi va assicurato di non avere sintomatologia clinica, di non aver avuto rapporti con pazienti positivi al Covid e così via. <mark class='mark mark-yellow'>Mettiamo a disposizione mascherine per chi ne sia sprovvisto e gel igienizzanti per le mani.</mark></p>
<p><strong><em>Per gli esami della sessione estiva si continuerà con la modalità online già sperimentata in questi mesi di lezioni a distanza. Crede che anche la sessione autunnale potrebbe svolgersi con queste stesse modalità?</em></strong></p>
<p>Dipenderà dalle decisioni del governo. <mark class='mark mark-yellow'>A oggi nella Fase 3 è previsto,</mark> secondo il dpcm del Presidente del Consiglio e secondo le linee guida del Ministro di Università e Ricerca, Gaetano Manfredi, <mark class='mark mark-yellow'>che ci sia una possibilità mista, quindi tenere esami sia a distanza sia in presenza.</mark> Chiaramente ci auguriamo che l’evoluzione della pandemia nei mesi di luglio e agosto sia tale da poter aver una maggiore libertà di movimento nel periodo successivo. Per prendere ulteriori decisioni dobbiamo ancora aspettare per agire in base a quelli che sono e saranno eventuali altri decreti delle autorità preposte, sia a livello di governo e di ministero sia a livello regionale. L’attuale decreto prevede, come dicevo, la possibilità di una modalità mista per la sessione estiva; <mark class='mark mark-yellow'>noi abbiamo colto questa opportunità dando spazio ai docenti che abbiano un numero basso di prenotazioni, così da avere il giusto distanziamento nel tenere in presenza sia le lauree sia i normali esami di profitto.</mark> La priorità resta sempre garantire gli standard di sicurezza della salute, fondamentale per una ripresa sicura di tutto il Paese. Dopo aver impiegato grandi sforzi economici e non solo durante la fase di <em>lockdown</em>, non possiamo permetterci di sprecare tutto questo per superficialità.</p>
<p><strong><em>Molti studenti hanno lamentato problemi con il browser SEB, che permette di accedere alla piattaforma Exam.net per sostenere gli esami scritti a distanza. Le difficoltà sono legate al fatto che questo browser funziona bene con dispositivi molto recenti, mentre va in tilt su pc più vecchi di due anni. Gli studenti quindi si chiedono come poter affrontare adeguatamente la sessione incombente soprattutto nel caso in cui non si abbia una disponibilità economica tale da permettere l’acquisto di un computer di ultima generazione. Come si può ovviare a questo problema?</em></strong></p>
<p>La criticità ci è ben nota, tanto è vero che il consiglio è quello di utilizzare altri sistemi e non il SEB, ritenuto indispensabile in questa fase solo da pochi docenti e per pochi esami scritti che prevedono test con domande a scelta multipla. <mark class='mark mark-yellow'>Il prorettore per le infrastrutture e InfoSapienza, che gestisce l’informatica d’ateneo, hanno trovato altre soluzioni che porremo in essere per evitare i disagi citati,</mark> che dovranno essere rimossi per consentire a tutti di sostenere gli esami senza dover ricorrere al SEB. <mark class='mark mark-yellow'>Finché il sistema non sarà implementato, però, alcuni docenti saranno costretti ad affidarsi ancora a questo browser per garantire la serietà e la correttezza degli esami.</mark> Siamo quindi in fase di superamento di questa criticità che, ripeto, coinvolge solo pochi esami. Faremo in modo che fra poco non riguardi più nessuno.</p>
<p><strong><em>Per quanto riguarda il prossimo anno accademico, al momento è pensabile la riattivazione delle lezioni in presenza?</em></strong></p>
<p>Seguiremo le linee governative. Ogni quindici giorni il comitato tecnico scientifico di supporto al governo valuta l’andamento della pandemia. Non so come sarà la situazione a settembre. Mi auguro – innanzitutto per il Paese e poi per l’università – che sia così positiva da poter riaprire in tranquillità. <mark class='mark mark-yellow'>A oggi vale la modalità mista, perciò lì dove sarà possibile tenere lezione in presenza usufruendo di aule ampie e distanziando gli studenti di due metri, si potrà tornare tranquillamente in sede. Per i corsi con un alto numero di iscritti che richiederebbero un affollamento delle strutture non compatibile con le attuali misure di sicurezza, la didattica procederà online. In ogni caso <strong>penso che l’anno accademico debba riprendere regolarmente con le due modalità fin da subito, a settembre o ottobre a seconda dell’inizio dei vari corsi, perché non ci possiamo permettere il lusso di far ritardare gli studenti</strong>.</mark> Questo sarebbe un costo notevole a lunga gittata per il Paese; gli studenti devono andare avanti e il nostro impegno è stato proprio quello di riconvertire a distanza la didattica con risultati buoni apprezzati da gran parte degli studenti, considerando che in questi mesi oltre 100mila ragazzi hanno seguito le lezioni online.</p>
<p><strong><em>Prima ancora delle lezioni bisogna pensare all’organizzazione dei test d&#8217;accesso di settembre. Al momento sono previsti per tutte le facoltà o per esempio pensa che non sia necessario farli sostenere a chi punta a corsi a numero aperto?</em></strong></p>
<p>Abbiamo studiato il problema e <mark class='mark mark-yellow'>per quest’anno lì dove non è prevista l’obbligatorietà dei test di ammissione, questi non avranno luogo.</mark> Penso a facoltà come lettere e giurisprudenza: l’emergenza giustifica questo passaggio, teso a non penalizzare né a rallentare l’impegno degli studenti a mantenere la tempistica per la loro formazione e futura laurea. Si procederà con il <em>self assessment</em> durante l’anno e con il superamento degli esami del primo semestre per verificare l’eventuale necessità di implementare la formazione. Per assolvere gli obblighi formativi, quindi, si procederà online.</p>
<p><strong><em>Un altro capitolo riguarda chi sostiene i test per via telematica, come per ingegneria ed economia: in questo caso è valida la modalità da casa, considerando che normalmente le prove si svolgerebbero sempre online, ma collegandosi dai computer dell’università?</em></strong></p>
<p>Per facoltà come ingegneria i test si svolgeranno sul web attraverso la collaborazione del consorzio Cisia, garantendo in ogni caso l’assolvimento di quel necessario <em>assessment</em> dello stato formativo prima dell’immatricolazione e di riparare successivamente gli obblighi formativi prima di affrontare la sessione, come nel caso degli esami di matematica. <mark class='mark mark-yellow'>Dove il numero dei candidati consente l’occupazione di aule in sicurezza, si può procedere in sede, altrimenti per via telematica. Questa regola verrà declinata in maniera puntuale caso per caso.</mark></p>
<p><strong><em>Per i corsi a numero chiuso, invece, come crede che ci si potrà organizzare? Non sono ancora arrivate direttive ministeriali, ma per esempio come sarà gestito il test di medicina, se ogni aula potrà ospitare la metà dei ragazzi che normalmente vi hanno accesso?</em></strong></p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Per il test di medicina, è allo studio del ministero una prova che si possa tenere in tutte le sedi universitarie, anche in quelle che non erogano questo corso, in modo da garantire che lo studente non debba viaggiare, restando nell’università a lui più vicina.</mark> I test poi vengono raccolti e inviati al Cineca di Bologna per la correzione; una volta stilata, la graduatoria come tutti gli anni assegnerà gli studenti alle sedi che hanno indicato nel modulo di iscrizione secondo l’ordine di preferenza. <mark class='mark mark-yellow'>Questo consentirà di spalmare su tutto il territorio nazionale gli studenti e quindi di rendere più leggere le sedi che tradizionalmente sono più affollate.</mark> Un candidato di Reggio Calabria desideroso di entrare a Roma, Bologna o Milano non sarà perciò costretto a spostarsi come invece è sempre avvenuto, ma potrà sostenere il proprio test nella sede universitaria più vicina.</p>
<p>Per quanto riguarda la distribuzione degli studenti nelle aule, <mark class='mark mark-yellow'>già in passato si è avuta la necessità di assicurare l’impossibilità di copiare, perciò i distanziamenti degli studenti erano già presenti; su questo fronte, quindi, potrebbe essere facile organizzarsi.</mark> Qui alla Sapienza abbiamo sempre usato oltre 50 aule sparse in tutta la città universitaria per erogare il test. Questa distanza verrà ulteriormente adeguata in base alle misure di sicurezza, perciò penso che l’esame di ammissione si potrà affrontare tranquillamente in presenza.</p>
<p><strong><em>In questi giorni il ministro Manfredi si è espresso a proposito del tema tasse universitarie, affermando che gli stanziamenti previsti dal governo daranno la possibilità di esenzione a uno studente su due. Come si sta muovendo la Sapienza? Sono previste agevolazioni o riduzioni dell’importo delle tasse?</em></strong></p>
<p>Il nostro ateneo già da tempo ha adottato la politica poi esplicitata dal ministro Manfredi. Prima ancora della legge che la disponeva, <mark class='mark mark-yellow'><strong>siamo stati i primi a portare a 13mila Euro l’esenzione dalle tasse. L’anno scorso l’abbiamo ampliata a 14mila e con il nuovo provvedimento raggiungerà tutti gli studenti che dichiarano un ISEE fino a 20mila</strong>. Cercheremo di calcolare l’ISEE attuale e non del 2019, perché chiaramente il <em>lockdown</em> ha pesato sulle finanze del 2020 e non su quelle dell’anno precedente. Inoltre <strong>abbiamo intenzione di ritoccare la curva dai 20 ai 40mila Euro verso il basso, per garantire o una riduzione significativa o un’esenzione dalle tasse per facilitare il diritto allo studio</strong>. Sono poi presenti delle previdenze per dotare di strumenti informatici – tablet, pc e videocamere con microfono – gli studenti meno abbienti che non ne sono provvisti.</mark> Mettiamo anche a disposizione delle aule informatizzate, così che chi non ha possibilità di collegamento Internet – o per mancanza di linea o per mancanza di abbonamento o di strumenti – possa venire in sede e usare quelle dell’ateneo per continuare gli studi online, gli esami e così via. Stiamo studiando quindi un vero e proprio pacchetto complessivo per venire incontro alle difficoltà che i nostri studenti e le loro famiglie incontreranno a seguito della crisi da emergenza sanitaria.</p>
<p><strong><em>Questi provvedimenti saranno estesi anche alla terza rata dell’anno accademico corrente o interesseranno direttamente le tasse del prossimo anno?</em></strong></p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Le riduzioni si riferiranno all’anno venturo, mentre quest’anno il versamento della terza rata è stato posticipato.</mark> La nostra commissione tasse, però, sta valutando se c’è la possibilità di intervenire, perché questo è un provvedimento che andrebbe a incidere su un bilancio già approvato, creando quindi qualche problema. In fase di bilancio come previsione per l’anno venturo, invece, sarà più facile muoversi.</p>
<p><strong><em>Da medico e studioso, che idea si è fatto del Coronavirus e dello sviluppo di un potenziale vaccino?</em></strong></p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Credo che la diffusione di questo nuovo virus abbia trovato impreparati i sistemi sanitari – soprattutto occidentali – che negli anni sono stati per lo più smantellati. Questa situazione ha fatto emergere due criticità. Innanzitutto il poter garantire a tutti un’adeguata assistenza medica all’inizio della pandemia</mark> – quando inizialmente i casi non sono stati riconosciuti, andando ad affastellarsi soprattutto in Lombardia, dove il sistema non aveva le strutture necessarie per far fronte alla situazione, cioè le rianimazioni e le terapie intensive. Ciò in generale è dovuto al processo di disinvestimento che ha colpito la sanità negli ultimi dieci. Chi si occupa di sanità pubblica aveva denunciato già da tempo il sottofinanziamento di un sistema sanitario come il nostro, che andava invece potenziato.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>È emersa poi una debolezza del territorio rispetto agli ospedali, quindi un ospedalocentrismo che ha in qualche modo favorito la diffusione dell’epidemia, mentre invece chi ha adottato politiche più concentrate sul territorio a casa del singolo paziente ha ottenuto risultati migliori.</mark> Tutto questo confrontandosi con una pandemia che ha trovato un territorio totalmente vergine: nessuno aveva mai contratto questo virus, non esisteva e non esiste ancora un vaccino… È stata come un’influenza all’ennesima potenza. Ricordo che, nonostante ci sia un’immunità di gregge più diffusa e che sia puntualmente disponibile il vaccino, l’influenza stagionale fa 7-8mila morti all’anno. In questo caso, dunque, essendo in presenza di un virus nuovo che è stato progressivamente studiato – prima si pensava che causasse solo una polmonite interstiziale, mentre oggi sappiamo che può provocare anche fenomeni importanti di micro trombosi che interessano più sistemicamente l’organismo – affrontarlo da un punto di vista terapeutico è stato difficile. Si è iniziato a trattare con gli anti malarici, mentre adesso sappiamo che probabilmente questi hanno addirittura un effetto negativo; poi si è capito che gli anti coagulanti potevano avere un ruolo importante nella terapia, tanto è vero che oggi l’espressività clinica appare migliore rispetto al primo periodo. <mark class='mark mark-yellow'>Probabilmente non è il virus a essersi attenuato, ma siamo noi a riconoscerlo, curandolo meglio.</mark> Infine bisogna considerare gli effetti del distanziamento sociale, motivo per cui oggi la pandemia sta declinando.</p>
<p>Sul vaccino non faccio previsioni. Mi auguro solo che venga individuato al più presto e che sia effettivamente in grado di suscitare la produzione di anticorpi neutralizzanti. Finché non ci sono dati certi non si possono fare previsioni a lungo termine, dire se tra due mesi e tra un anno sarà pronto. Penso che oggi siamo più in grado rispetto a tre-quattro mesi fa di affrontare il problema. Sappiamo che il distanziamento è importante, che i malati vanno curati in una certa maniera; il sistema sanitario è stato adeguato con un numero sufficiente di posti letto in terapie intensive e sub intensive che oggi, per fortuna, sono poco utilizzati perché nel frattempo è disceso il numero di chi ne aveva bisogno, perciò credo che dopo il momento di impatto iniziale il nostro sistema e la nostra cultura medica siano più in grado di affrontare in maniera corretta l’emergenza rispetto alla prima ondata di febbraio e marzo.</p>
<p><strong><em>Lei conosce molto bene due realtà sanitarie, quella laziale e quella calabrese. Da osservatore esterno, come commenta la situazione critica che si è verificata nella sanità lombarda?</em></strong></p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Il caso lombardo ha messo in evidenza i due problemi di cui parlavo prima: un’eccessiva ospedalocentricità con un’impreparazione iniziale per risolvere il problema. <strong>Provo un rispetto sincero per tutti i colleghi che si sono trovati a gestire l’emergenza, affrontata in maniera eroica</strong>.</mark> Con il senno di poi, con il quale è più facile parlare, è chiaro che magari avere subito la possibilità di individuare il malato sospettato di aver contratto il virus, elaborare dei percorsi separati, evitare un’eccessiva ospedalizzazione che ha propagato il virus all’interno del sistema chiuso degli ospedali – si pensi ai pronto soccorso, dove magari arrivava un malato che non volendo rischiava di infettare decine e decine di persone – e un maggior rapporto sul territorio come avvenuto in Veneto avrebbero portato a un bilancio diverso. <mark class='mark mark-yellow'>Inoltre è noto che la Lombardia sia un polo di grande scambio per motivi commerciali e quindi ha avuto più gente costretta a spostarsi e a viaggiare ogni giorno.</mark> Infatti si è visto che la distribuzione dell’epidemia si è concentrata lungo l’autostrada da nord a sud, sostanzialmente. <mark class='mark mark-yellow'>Sono tutti motivi che hanno concorso alla situazione che si è creata.</mark></p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Per quanto riguarda il Meridione, la quarantena generalizzata messa in atto dal governo ha impedito che il virus dilagasse.</mark> Se si esclude la fiammata di ritorno dalla Lombardia verso il sud che è stata improvvida e causata da una fuga di notizie che non ha consentito di bloccare queste persone che, di fatto, hanno portato il con sé il virus, in generale il patogeno è circolato pochissimo. <mark class='mark mark-yellow'>Il <em>lockdown</em> è stato molto efficace, tanto è vero che oggi la maggior parte delle regioni meridionali ha un numero di nuovi casi pari a zero.</mark> Mi auguro che i mesi estivi portino una maggiore serenità, anche perché <strong>la sanità di queste regioni, essendo più fragile, avrebbe retto ancora peggio a un carico enorme come quello provocato dal Coronavirus. <mark class='mark mark-yellow'>Credo che sia stato anche questo a spingere il governo a usare misure un po’ drastiche per evitare che quanto accaduto a nord si ripetesse a sud.</mark></strong></p>
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		<title>Cautela nella ChinaTown di Milano: riaprire sì, ma con giudizio</title>
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		<pubDate>Sat, 16 May 2020 11:14:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Viviana Astazi]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="800" height="600" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/05/Ravioleria-via-Sarpi.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Ravioleria via Sarpi" /></p><p>Conclusa anche la seconda settimana di questo inizio di Fase 2, <strong>l’imprenditoria cerca di rialzare la testa</strong>. La crisi determinata dalla pandemia di Covid-19 ha provato l’economia nazionale e non solo. A risentirne sono state soprattutto piccole e medie realtà locali.</p>
<p><strong>Le prime a essere colpite sono state le attività a gestione cinese</strong>. Innanzitutto travolte dal drastico calo della clientela dovuto alla psicosi cominciata a dilagare da fine gennaio e poi tramortite dall’avanzata dei contagi in tutto il Nord Italia, gli imprenditori si sono visti costretti a una progressiva riduzione delle usuali attività lavorative, per giungere alla chiusura finale imposta dal <em>lockdown</em>. Ora che il governo ha varato i nuovi decreti, però, si comincia a pensare a come riorganizzarsi per poter ripartire. <strong>Qual è l’attuale stato della situazione?</strong></p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>«Sicuramente non è facile – ci dice <strong>Luca Shengzhong Song, presidente dell’Unione Imprenditori Italia-Cina</strong> –. La comunità cinese è stata più cauta fin dall’inizio e probabilmente riaprirà le proprie attività più tardi rispetto ad altri. Questo è dovuto anche al fatto che gli imprenditori hanno potuto vedere tramite amici e parenti lo stato delle cose in Cina, che ha preceduto il resto del mondo.</mark> Noi dell’associazione UNIIC avevamo dei contatti con Pechino via video per capire e approfondire la situazione e così <strong>fin da subito ci siamo resi conto che la contagiosità del virus era estremamente elevata anche a causa di asintomatici che potevano portare a una diffusione quasi indisturbata</strong>. <mark class='mark mark-yellow'>Questo è il motivo per cui qui in Italia avevamo iniziato a chiudere o a porre delle limitazioni alle attività già a febbraio.</mark> Purtroppo questi provvedimenti si sono rilevati corretti, avremmo preferito sbagliarci. Ancora oggi la comunità è estremamente cauta: aspetteremo di vedere se effettivamente con la Fase 2 ci sarà un calo dei contagi o se invece risaliranno. Nonostante la crisi economica scaturita dall’emergenza virus, in una visione di medio-lungo termine come imprenditori sappiamo benissimo che <strong>riaprire troppo presto non ci permetterà di recuperare prima, anzi, potremmo correre il rischio di cadere in una chiusura ancora più lunga</strong>. Stiamo stringendo la cintura per resistere e avere più probabilità di non doverci fermare di nuovo. Inoltre gli imprenditori cinesi sono sempre stati abbastanza intraprendenti nello sviluppo di nuove possibilità lavorative, come l’<em>all you can eat </em>nella ristorazione, e <mark class='mark mark-yellow'>come associazione riteniamo che, nonostante il momento difficile, la comunità cinese saprà reinventarsi,</mark> magari adattandosi al nuovo mondo e alle restrizioni, trovando equilibrio anche nella difficoltà. Lo stesso augurio va alla comunità imprenditoriale italiana, a sua volta molto creativa e dinamica. Perciò siamo ottimisti, non potremmo essere altrimenti».</p>
<p><strong>Alcuni locali però hanno riaperto</strong>: una testimonianza diretta viene dalla ristorazione, che sta cercando di ritrovarsi attraverso il cibo da asporto e il <em>delivery</em>. Le attività simbolo di via Sarpi, cuore della China Town milanese, sono gli <em>stand</em> di raviolerie, al lavoro dallo scorso 6 maggio. Il presidente Song annuisce: <mark class='mark mark-yellow'>«Hanno ricominciato a lavorare anche alcuni ristoranti, ma solo per le consegne a domicilio. È una riapertura timida. Dai dati raccolti attraverso i nostri associati, il fatturato ovviamente è ancora molto lontano rispetto a quello pre pandemia: si aggira attorno al 50% di quanto si ricavava prima della crisi.</mark> È normale, abbiamo tolto il caposaldo della somministrazione di cibo direttamente in tavola e questo è il risultato».</p>
<p><strong>Zhang Fan, ristoratore dello <em>Chateau Dufan</em></strong> in Via Sarpi, conferma le difficoltà del periodo. Gli chiediamo se pensa che in un prossimo futuro sarà possibile riaprire i battenti del locale a clienti seduti in sala. Scuote la testa e sospira: «No e chissà per quanto ancora. Non ci conviene riaprire del tutto». Nemmeno ricorrendo alle stesse misure di sicurezza che altri ristoratori e baristi del centro città stanno adottando? La risposta è ancora negativa: <mark class='mark mark-yellow'>«Sanificare questa sala costa 800 Euro, il plexiglass non è adatto&#8230; E anche se lo fosse, una volta garantita la sicurezza dei clienti a tavola chi mi assicura della sicurezza in altri luoghi del ristorante, come il bagno, per esempio? </mark> Dovrei stare attento a chiunque lo usi e in che condizioni lo lascia dopo esserci stato, perché poi occorrerebbe disinfettare tutto. <strong>Sarebbe il caos</strong>. No, continuiamo con l’asporto e con il <em>delivery</em>. Speriamo che questo periodo difficile passi per tutti».</p>
<p>Chiediamo allora se ci sono stati casi di imprenditori che hanno scelto di chiudere definitivamente le loro attività per evitare ulteriori perdite. Il presidente Song non</p>
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						<a class="aesop-lightbox" href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/05/Francesco-Wu-e-Luca-Song.jpg" title="">
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							<img src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/05/Francesco-Wu-e-Luca-Song.jpg" alt="Francesco-Wu-e-Luca-Song">
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<p>nasconde i propri timori: «Per adesso i casi non sono molto numerosi, ma prevedo che potrebbe accadere in futuro. Magari <strong>c’è chi resiste in attesa della riapertura, ma vista l’attuale situazione e le restrizioni operative, chi riparte fa fatica a stare in piedi</strong>. La speranza di dire “Riapro il 18 maggio, riapro il 1 giugno” poi magari verrà disattesa dal ritorno economico non positivo. Per esempio nei negozi: se pensiamo che in un locale di 25 metri quadri può entrare una persona alla volta, forse davvero si fa prima ad aspettare ancora. Fare impresa in Italia poi è costoso e non è pensabile avere un cliente per volta. È motivo di preoccupazione per tutti, sia per gli imprenditori cinesi sia per quelli italiani».</p>
<p>Per tornare a servire in sala e non solo, <strong>quali misure di sicurezza si stanno adottando e a che punto sono i lavori di adeguamento dei locali?</strong> <mark class='mark mark-yellow'>«C’è già grande fermento nella ricerca di divisori di plexiglass, guanti, gel igienizzanti, mascherine per tutti i dipendenti – afferma il presidente –.</mark> Sotto questo punto di vista tutti si stanno attrezzando. Quando riapriranno, dal 18 maggio in poi, saranno già adeguati rispetto alle normative e a quanto deciso dal governo. In questo senso la comunità cinese è molto ricettiva, anzi, cerca di fare anche qualcosa in più proprio in virtù del suo essere molto cauta».</p>
<p>Visto il periodo di crisi, <strong>chiediamo se l’UNIIC ha erogato finanziamenti per sostenere le piccole e medie imprese cinesi</strong>. Il presidente sorride: <mark class='mark mark-yellow'>«Li abbiamo forniti innanzitutto al sistema sanitario. L’economia è importante, ma se non si supporta <em>in primis</em> la sanità tutto diventa più problematico».</mark> Poi spiega: «Quando abbiamo iniziato a fornire il nostro aiuto, due mesi fa, la situazione in Lombardia era veramente critica. Nel nostro piccolo <strong>abbiamo donato 60mila Euro a tre strutture ospedaliere – il Niguarda, il Buzzi e il San Raffaele – affinché potenziassero subito i loro reparti di terapia intensiva</strong>, perché sappiamo che la malattia fa paura, ma non avrebbe ucciso così tanto se ci fossero state le condizioni sanitarie adeguate. Essendo un’infezione polmonare, anche chi magari era salvabile è entrato però in una situazione più critica a causa della mancanza dei mezzi in ospedale».</p>
<p>La solidarietà della comunità cinese non si è manifestata solo attraverso donazioni monetarie. Come aggiunge il presidente Song, <strong>in collaborazione con altre associazioni cinesi sono state fatte arrivare anche mascherine alla Regione e al Comune di Milano – fino a 300mila pezzi per il capoluogo lombardo</strong>. La distribuzione delle mascherine si è ripetuta più volte lungo via Sarpi ed è stata allargata agli anziani italiani grazie ai volontari dell’UNIIC. «Abbiamo anche lanciato l’iniziativa di lasciare una mascherina a ogni vicino di casa nella cassetta della posta – aggiunge il presidente –. <mark class='mark mark-yellow'>Più che dare sussidi economici alle imprese – cosa che non sarebbe comunque fattibile perché non possiamo né vogliamo sostituirci allo Stato – abbiamo dato per quanto possibile una mano facendo percepire la nostra vicinanza».</mark></p>
<p>Torniamo al tema riaperture. <strong>Quali attività potrebbero ripartire prima e quali invece dovranno ancora attendere?</strong> <mark class='mark mark-yellow'>«Sicuramente i negozi al dettaglio per primi, poi i ristoranti e i bar con le dovute precauzioni – elenca il presidente Song –. Estetisti e parrucchieri forse per ultimi, perché lì c’è un contatto ravvicinato con il cliente.</mark> La comunità cinese è prevalentemente focalizzata sui servizi dedicati alla somministrazione di cibo, quindi risulta anche particolarmente danneggiata. Chi faceva un lavoro d’ufficio, dove non c’è la necessità di stare a contatto con il cliente, ne uscirà in maniera molto più agevole».</p>
<p><strong>L’approccio alla riapertura resta decisamente cauto. La priorità rimane sempre la salute dei membri della comunità cinese</strong>, come traspare dalle parole del presidente UNIIC. Se gli si domanda se queste precauzioni non sono eccessive, risponde con un altro sorriso: <mark class='mark mark-yellow'>«Se la nostra cautela è giustificata o meno, lo vedremo a fine pandemia. Fino a oggi penso che sia stata giusta. Lo provano i numeri: in Italia i contagiati di origine cinese sono estremamente pochi. A Prato, dove quasi due persone su dieci sono cinesi, c’è stato un numero di contagi molto basso.</mark> Purtroppo con questo virus, così sconosciuto e violento, è giusto prendere tutte le precauzioni possibili. Le persone tendono a stare a casa malgrado si possa ricominciare a fare una passeggiata fuori. I miei genitori per esempio sono sessantenni, non se la sentono di uscire e mi chiedono di fare la spesa per loro. Non incontrano nemmeno i parenti. Lo fanno e lo facciamo per un senso di sicurezza generale, per non rischiare».</p>
<p><strong>Ripartire si può, seppur poco alla volta e con attenzione</strong>. Una cosa è certa: nel mondo che verrà – qualsiasi esso sia – si continuerà a mangiare, vestire e acquistare prodotti venduti da imprese italo cinesi. <mark class='mark mark-yellow'>L’importante sarà farlo con qualche accortezza in più: la salute, davvero, viene prima di tutto.</mark></p>
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		<title>Medici ai tempi del Covid: taglio di stipendio e straordinari</title>
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		<pubDate>Tue, 31 Mar 2020 17:38:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Mattia Giangaspero]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Coronavirus]]></category>
		<category><![CDATA[Covid 19]]></category>
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		<description><![CDATA[In tempo di Coronavirus, i medici sono considerati gli angeli custodi d’Italia. Sono coloro che si battono ogni giorno per garantire la vita a migliaia di persone, a volte rinunciando ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1260" height="610" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/03/Schermata-2020-03-17-alle-14.25.29.png" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Schermata 2020-03-17 alle 14.25.29" /></p><p>In tempo di Coronavirus, i <strong>medici</strong> sono considerati gli <strong>angeli</strong> custodi d’<strong>Italia</strong>. Sono coloro che si battono ogni giorno per garantire la vita a migliaia di persone, a volte rinunciando anche un po&#8217; alla loro.</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>La sicurezza dei medici viene sempre meno, tra turni di lavoro sfiancanti e la mancanza di attrezzature adeguate per affrontare le emergenze</span></p>
<p>In tutto ciò, la loro <strong>sicurezza</strong> viene sempre <strong>meno</strong>, tra turni di lavoro sfiancanti e la mancanza di attrezzature adeguate per affrontare le <strong>emergenze</strong>. È come mandare dei soldati in Russia, sulla neve, ma con gli stivali di cartone. Infatti, all’interno del corpo medico, è un <strong>periodo duro</strong> per tutti i <strong>medici di famiglia</strong>, che si trovano a combattere tra <strong>ambulatori svuotati</strong> e continui turni telefonici.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Il grande paradosso di questo periodo è che proprio loro <strong>subiranno un netto taglio di stipendio</strong> a causa del Covid-19. Perché? Su disposizione delle Asl o dei distretti (comunali) socio-sanitari, i medici di base perderanno in questi mesi la possibilità di compiere visite specialistiche, che costituiscono una grande fetta del loro guadagno</mark>. La colpa sembrerebbe ricadere sulla burocrazia e sull’organizzazione del lavoro da parte delle <strong>aziende sanitarie</strong> regionali, le quali, come nel caso della Regione Puglia, hanno <strong><a href="https://www.affaritaliani.it/milano/coronavirus-i-medici-di-famiglia-noi-in-prima-linea-ma-non-siamo-protetti-656046.html">vietato la consegna di tutti i dispositivi di protezione individuale</a></strong>, che vanno dalla singola mascherina fino alla tuta. In virtù di questo, tutti i medici non possono erogare l’assistenza domiciliare, anche se cronica.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'><strong>La Federazione Nazionale dei medici di medicina generale (FIMMG)</strong> ha avviato una <a href="https://www.cittadinanzattiva.it/progetti-e-campagne/salute/13074-aiuta-i-tuoi-medici-di-famiglia-con-solo-1-euro.html">raccolta fondi</a> per far fronte alla carenza di mascherine o altri dispositivi.</mark> Infatti i <strong>dpi</strong> sono centellinati e <strong>presenti</strong> solo <strong>nei reparti di malattie infettive e rianimazione.</strong> Alla domanda di chi insiste a voler trovare un capro espiatorio, si trova come risposta che l’Italia non si è fatta trovare pronta e non ha avuto tempo per ordinarne a sufficienza. Le amministrazioni regionali chiedono ancora un altro sforzo: se ci fossero contagi all’interno del personale ospedaliero, gli<strong> stessi medici di base</strong> potrebbero essere una <strong>nuova forza sanitaria.</strong> Allora, in quel caso avranno i dispositivi di protezione?</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>La confusione regna sovrana anche nell’erogazione delle ricette bianche e rosse a tutti i pazienti</span>.</p>
<p>La confusione regna sovrana anche nell’erogazione delle ricette bianche e rosse a tutti i pazienti. In Italia la prima tipologia di ricetta può essere consegnata anche in formato digitale e comprende la prescrizione della maggior parte dei medicinali. Mentre le ricette rosse sono solo di tipo cartaceo e anche se grazie ad esse vengono prescritti <strong>meno medicinali</strong>, questi sono tra i <strong>più importanti</strong> per le fasce più deboli della popolazione, come <strong>per</strong> esempio, i <strong>cardiopatici e i diabetici.</strong> Di quest’ultime ne hanno bisogno maggiormente gli <strong>anziani</strong>, che però, in questo periodo, non dovrebbero uscire di casa. Nel caso specifico della <strong>Puglia, la Regione</strong> poteva estendere la prescrizione di tutti i farmaci attraverso la ricetta digitale, così da evitare appuntamenti prefissati per il ritiro di quelle rosse negli ambulatori, ma ciò non è stato fatto.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>La preoccupazione si fa strada anche attraverso gli ultimi numeri: <strong>in Puglia</strong> <strong>i contagi salgono a 212, con 16 morti e solo 2 guariti</strong>.</mark> Si attende il picco a causa dei tanti rientri delle ultime settimane: basti pensare che dal primo sabati del mese di marzo <strong>17mila hanno viaggiato tra aerei, macchine e tren</strong>i per tornare dalle proprie famiglie. Di questi solo <strong>4000 hanno denunciato la loro provenienza</strong>. Il contenimento dei casi è una questione ancora irrisolta e oltre <strong>1200 medici</strong>, in prima linea, sono stati contagiati su tutto il territorio nazionale.<mark class='mark mark-yellow'>L’unica speranza è che lo Stato, da tutto questo, impari una lezione: tutelare i propri medici sulla sicurezza, dandogli loro più dignità.</mark></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Dopo il Covid: giovani medici nell&#8217;Italia di oggi e domani</title>
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		<pubDate>Thu, 26 Mar 2020 09:58:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Viviana Astazi]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nell’Italia costretta a cambiare volto e abitudini a causa dell’irruzione del coronavirus, pur nell’immobilismo forzato qualcosa continua a muoversi. È la sanità pubblica, in prima linea nella lotta alla pandemia. ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="800" height="568" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/03/Specializzandi.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Specializzandi" /></p><p>Nell’Italia costretta a cambiare volto e abitudini a causa dell’irruzione del coronavirus, pur nell’immobilismo forzato qualcosa continua a muoversi. È la sanità pubblica, in prima linea nella lotta alla pandemia. La cronaca giornaliera mostra medici come soldati al fronte, esausti, ma ben decisi a non arrendersi. Tra di loro non c’è solo personale con anni di esperienza: si confrontano con l’emergenza anche i giovani, specializzandi e appena abilitati con l’entrata in vigore del decreto Cura Italia. Una misura che prevede proprio l’assunzione di 20mila medici in ambiti specifici che però risultano essere i meno ambiti dagli studenti. Dell’emergenza formativa e lavorativa si occupa da ormai dieci anni il<strong> Segretariato Italiano dei Giovani Medici</strong>, che punta a tutelare i futuri dottori ponendosi in un’ottica generale nell’ambito del Servizio Sanitario Nazionale.</p>
<p>«Purtroppo la formazione è un tema delicato ed è quello principale – spiega il <strong>dottor Calogero Casà, Ufficio Presidenza del SIGM</strong> –. <mark class='mark mark-yellow'> Il problema non è spingere gli studenti a scegliere delle specializzazioni piuttosto che altre, ma creare un sistema sanitario che risponda efficacemente alle emergenze</mark>, in questo caso il CoViD-19, in futuro chissà. È necessario ampliare le risorse per accedere alla specializzazione per evitare che il sistema non lavori in condizioni di disagio». Nonostante le imperfezioni, il SSN resta invidiato nel mondo, ma solo grazie «allo sforzo del personale impiegato, che lavora pesantemente sotto organico. Spesso agli specializzandi è affidato il compito di tenere in piedi il sistema, mentre altrove non è così perché prevalgono le esigenze di formazione».</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>«È necessario ampliare le risorse per accedere alla specializzazione e per evitare che il sistema non lavori in condizioni di disagio»</span></p>
<p>Per il dottor Casà si può fare affidamento sulla disponibilità dei giovani medici, soprattutto in questo momento, ma come membro del SIGM ricorda anche quanto sia importante «chiedere la risoluzione dei problemi di programmazione esistenti, dato che <mark class='mark mark-yellow'> mai come ora è chiaro che il sistema entra in crisi quando bisogna affrontare emergenze impreviste</mark>». È per questo che sottolinea la richiesta di tutela contrattuale dei giovani che si mettono in gioco a partire dagli ultimi due anni della specializzazione. E <mark class='mark mark-yellow'> a proposito dell’immissione dei quasi specializzati nel mondo del lavoro, afferma che «questa misura non è l’ideale, perché comporta l’ammettere che c’è stato un gap di programmazione a cui bisognerà in qualche modo rispondere. È bene che il contributo degli specializzandi sia offerto, ma non è l’<em>optimum</em> perché si rischia di aggiungere precariato a precariato, già comune tra i giovani medici</mark>». Il punto cruciale è questo: «Bisogna progettare il futuro del medico e con quali tutele si procede all’assunzione, considerando anche l’evoluzione dell’epidemiologia per introdurre all’interno del Servizio Sanitario la possibilità di rispondere bene a possibili, ulteriori emergenze».</p>
<p>Gettare in prima linea gli specializzandi non potrebbe causare episodi di <em>burnout</em>? «È un fenomeno al centro della nostra attenzione e che ci preoccupa molto – conferma Casà –. Lavoro nell’ambito della radioterapia oncologica e so cosa vuol dire vivere in un contesto impegnativo e far fronte al rischio di <em>burnout</em>. Vedo con favore il rapporto con degli psicologi professionisti. In un contesto d’emergenza come questo sarebbe utile confrontarsi anche con loro».</p>
<p>Un aspetto cdi perplessità è la prospettiva – in realtà già attuata – di richiamare in corsia medici ormai in pensione, una scelta pericolosa. «<mark class='mark mark-yellow'>Sono persone d’età superiore ai 60-65 anni, la fascia più colpita dal CoViD-19 e a maggior rischio complicazioni. Così facendo non solo si espone una parte di popolazione più delicata, ma si rischia anche di non rispondere alle esigenze sanitarie</mark>. Hanno una grande esperienza clinica, ma se si pensa all’imbuto formativo questa è una situazione di paradosso e controsenso. Abbiamo le risorse per poter rispondere alla criticità, ma si decide di non investire in quel poco in più che servirebbe a sanare il problema di programmazione».</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>Un aspetto che desta perplessità è la prospettiva di richiamare in corsia medici ormai in pensione: una scelta pericolosa</span></p>
<p>Eccolo, il nodo della questione. L’imbuto formativo. La disparità numerica tra chi si laurea ogni anno e quanti effettivamente accedono alla specializzazione per carenza del numero dei posti. «È un problema che in questo contesto di emergenza si fa sentire ancora di più l’esigenza di essere risolto, visto che ci sono oltre 10mila ragazzi e ragazze che non possono accedere al prosieguo della formazione. A tutto ciò si somma il problema di quanti hanno provato a intraprendere una scuola di specializzazione, dovendo però desistere per la carenza di risorse nel loro ambito; ora si ritrovano a lavorare precariamente a livello territoriale, con la guardia medica. Per questo è necessario pianificare l’aumento della formazione rispondendo alle esigenze qualitative della formazione stessa. <mark class='mark mark-yellow'>Non siamo semplice forza lavoro che supplisce alla mancanza di personale. Non è così che dovrebbe funzionare se si vogliono garantire cure adeguate ai cittadini</mark>».</p>
<p>Si tratta di un problema che riemerge ogni anno, ma solo in occasione dei test d’accesso universitari. Per il dottor Casà, però, <mark class='mark mark-yellow'>l’emergenza attuale potrà convincere il Parlamento a legiferare in favore di istruzione e sanità dopo i tagli degli ultimi dieci anni «soprattutto perché è molto visibile l’impegno, la disponibilità e il sacrificio che stanno compiendo tutti i professionisti sanitari, dai giovani ai più esperti»</mark>. È bene ricordare che «davanti a questa situazione non basta solo destinare più risorse, ma valutare come impiegarle. Riconoscere dove si spreca e dove sono usate correttamente. Limitarsi ad aumentare il numero di quanti potranno studiare medicina non risolve il problema attuale, perché quando saranno laureati la crisi sarà passata e ci ritroveremo con migliaia di ex studenti che non riusciranno a inserirsi in un contesto lavorativo adeguato. <mark class='mark mark-yellow'> Non serve aumentare i numeri indiscriminatamente, ma decidere a priori dove destinare le risorse</mark>».</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>Di fronte a questa situazione non basta solo destinare più risorse, ma bisogna valutare come impiegarle</span></p>
<p>Nel caos di queste settimane, i giovani medici a contatto con pazienti CoViD positivi «vivono un’esperienza da trincea che ti costringe a recuperare le motivazioni che ti hanno portato a scegliere di fare il medico». La cronaca ha definito eroi loro e gli altri operatori sanitari. «Oggi ci chiamano così, ma ricordiamo che le aggressioni ai medici sono purtroppo all’ordine del giorno – puntualizza Casà –. Sicuramente la riconoscenza che la maggior parte dei pazienti dimostra è una forma di energia che ci sprona ad andare avanti, ma d’altra parte la violenza che spesso si subisce è del tutto ingiustificata. <mark class='mark mark-yellow'> Non bisogna scordare in tempo di pace che operiamo sempre in un contesto di rischio. Ricordarsi degli eroi deve comportare una partecipazione all’atto eroico, che a vario titolo può essere fatta quotidianamente: dal cittadino che deve seguire le normative rimanendo a casa per evitare di diffondere il contagio, al politico che può contribuire a sanare le criticità di programmazione</mark>».</p>
<p>E i neoabilitati cosa pensano di questa situazione? Come vivono l’essersi ritrovati improvvisamente pronti a scendere in campo come sancito dal Cura Italia?</p>
<p>Ne abbiamo parlato con un giovane laureato in Medicina e Chirurgia all’Università di Bologna, che ci ha spiegato quale iter li aspetta, chiarendo gli aspetti del decreto. Innanzitutto i neoabilitati dovranno iscriversi all’Ordine, mettendosi poi in lista per svolgere le mansioni di medico di base o guardia medica. È importante ribadire che <mark class='mark mark-yellow'> l’unica modifica attuata dal decreto è la cancellazione dell’esame di abilitazione</mark>. «Le nostre prerogative, nonostante lo stato d’emergenza — com’è giusto che sia — non sono cambiate» tiene a sottolineare lo studente, ricordando che «la critica più frequente nei nostri confronti è la mancanza di preparazione. Si dice a gran voce di non volere i neolaureati in corsia, ma nessuno ha mai detto che andremo in prima linea. <mark class='mark mark-yellow'> Ci limiteremo, nel nostro piccolo, a dare respiro ad un sistema sanitario in asfissia, semplicemente sostituendo un medico di base o facendo un turno in guardia medica, come regolarmente previsto per tutti gli abilitati</mark>. Non pretendiamo certo di invadere campi d’intervento che esulino dalle nostre competenze. Ma ci sentiamo chiamati a fare quel poco che ci è permesso». L’abilitazione peraltro non si risolve in un mero riconoscimento, ma garantisce, dopo un lungo percorso di studi «di iniziare a guadagnare qualcosa, imparare sul campo e tenere allenate le conoscenze acquisite». Le richieste tanto determinate del Segretariato Italiano Giovani Medici hanno contribuito al raggiungimento di uno scopo, per anni perseguito: rendere abilitante la laurea in Medicina e Chirurgia. «<mark class='mark mark-yellow'>Sono contento che esistano associazioni del genere, perché aver avuto pochi portavoce capaci di esporre le esigenze di tanti è stato determinante. L’unione fa la forza. Hanno tutti lavorato bene, mantenendoci aggiornati. Da solo sarei riuscito a ottenere ben poco</mark>», dice soddisfatto il giovane medico; poi volgendo lo sguardo all’immediato futuro commenta: «vorrei specializzarmi in Chirurgia Generale, ma per il momento mi metto a servizio della collettività».</p>
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