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	<title>magzine &#187; roberto vecchioni</title>
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	<description>un progetto della Scuola di giornalismo dell&#039;Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano</description>
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		<title>AL SALONE DEL LIBRO, MUSICA E CINEMA PARLANO IL LINGUAGGIO DELLA CARTA STAMPATA</title>
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		<pubDate>Sun, 12 May 2024 08:01:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Serena Curci]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Mario Martone]]></category>
		<category><![CDATA[roberto vecchioni]]></category>
		<category><![CDATA[Salone del Libro]]></category>
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		<description><![CDATA[«Sogna, ragazzo sogna / Quando sale il vento / Nelle vie del cuore / Quando un uomo vive / Per le sue parole / O non vive più», così Roberto ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="6000" height="4000" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2024/05/DSC00134.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="DSC00134" /></p><p>«<em>Sogna, ragazzo sogna / Quando sale il vento / Nelle vie del cuore / Quando un uomo vive / Per le sue parole / O non vive più</em>», così <strong>Roberto Vecchioni</strong> cantava nel 1999 calcando i palchi di tutta Italia. E a distanza di anni, per il cantautore lombardo le parole sono ancora una linfa vitale: ospite alla trentaseiesima edizione del <strong>Salone del Libro di Torino</strong>, le ha definite, con occhi sognanti, «il suo primo amore». Vecchioni è un uomo che ama giocare con i vocaboli ed esprime questo divertimento attraverso la sua personalità trasversale: dal cantautorato alla scrittura di romanzi, per lui ogni mezzo d’espressione diventa un’occasione per celebrare il valore e l’importanza della nostra lingua.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>E il musicista ha scelto proprio la Sala Oro per raccontare il suo ultimo romanzo <em>Tra il silenzio e il tuono</em> e per raccontarsi a un pubblico in completo visibilio. Una narrazione, quella nata sul palco torinese, in cui si intrecciano i ricordi della infanzia, dell’amore per la moglie e della recente perdita del figlio.</mark> E le parole, durante l’intero panel, diventano protagoniste, ma anche compagne fedeli per il musicista. «Amo le consonanti dolci e come si aggrovigliano tra loro per diventare frase. Delle parole ho una sensazione umana: quando le scrivo è la frase che mi risponde», racconta Vecchioni.</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>«Delle parole mi piace il suono e il modo, mi disturbano i periodi che non hanno una costruzione ritmica», spiega Roberto Vecchioni al Salone del Libro di Torino.</span></p>
<p>Intrecciare parole e musica non è semplice, ma per il cantautore la chiave d’unione è una sola: la letteratura greca. Una lingua che per Vecchioni è già musica. «Lo diceva Montale, non ho inventato nulla: io, però, ho scelto di esagerare mettendoci delle vere sonorità, chissà cosa direbbe il poeta», aggiunge sorridendo.</p>
<p>«<em>Tra le lettere d’amore scritte al computer / Che poi ci metteremo a tremare come la California, amore, nelle nostre camere separate / A inchiodare le stelle / A dichiarare le guerre / A scrivere sui muri che mi pensi raramente</em>», canta <strong>Vasco Brondi</strong>, cantautore di tutt&#8217;altra scuola rispetto a Vecchioni, per cui le parole sono uno strumento fondamentale per rappresentare il disagio che pervade le nuove generazioni. E a pochi passi dalla Sala Oro, si trova il <strong>Bosco degli Scrittori</strong>, un’arena verde e rigogliosa in cui gli artisti del presente si raccontano, analizzando le sfide della contemporaneità. <mark class='mark mark-yellow'>Qui, la letteratura e il cantautorato moderno dialogano: è <strong>Sandro Veronesi</strong>, scrittore del celebre <em>Il Colibrì</em>, a intervistare il musicista.</mark> Nei testi di Brondi emerge sempre un aspetto: l’idea di voler sapere, il concetto di conoscenza appaiono sfumati, a tratti assenti. Una decisione che non è dettata dal caso, ma che è frutto di una riflessione maturata dal cantautore: «L’antropologia ci dice che da quando sappiamo costudire il fuoco, non sappiamo più dove finisce la natura e dove inizia la cultura – spiega Brondi  – . Siamo molecole di un pensiero generale: tante scelte che facciamo sono nostre fino a un certo punto».</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>«Ormai viviamo in una società iperattiva in cui stiamo perdendo il nostro istinto», riflette Vasco Brondi, tra gli ospiti del Salone del Libro di Torino</span></p>
<p>E al Salone del Libro anche il cinema s’intreccia con letteratura contemporanea: <strong>Mario Martone</strong> è tra i massimi esponenti di questo <em>passo a due</em> tra arti solo apparentemente lontane. Il regista napoletano, ai microfoni di <em>Magzine</em>, racconta l’importanza della lettura nell’ideazione delle sue pellicole: «Ogni film è fatto di una costellazione di letture, sguardi sull’arte a 360 gradi: dai libri al teatro». <mark class='mark mark-yellow'><em>L’Amore molesto</em> e <em>Nostalgia</em>, rispettivamente tratti dagli omonimi romanzi di <strong>Elena Ferrante</strong> ed <strong>Ermanno Rea</strong>, sono una chiara rappresentazione di come la letteratura giochi un ruolo fondamentale nel processo creativo dello sceneggiatore.</mark> Rappresentare Napoli in maniera oggettiva e scevra da ogni qual forma di stereotipo è una sfida per molti registi, ma per Martone, che ha reso il capoluogo campano un implacabile protagonista delle sue pellicole, è un’azione naturale: «Sono napoletano, è il mio mondo, ed è in quella città che faccio esperienza delle cose umane: io non racconto Napoli, io racconto storie che spesso si svolgono a Napoli».</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Mario Capanna e il suo &#8217;68: &#8220;Ci siamo divertiti un casino&#8221;</title>
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		<pubDate>Thu, 06 Dec 2018 09:17:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Paolo Frosina]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Milano]]></category>
		<category><![CDATA['68]]></category>
		<category><![CDATA[mario capanna]]></category>
		<category><![CDATA[milano]]></category>
		<category><![CDATA[roberto vecchioni]]></category>
		<category><![CDATA[sessantotto]]></category>
		<category><![CDATA[statale]]></category>

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		<description><![CDATA[&#8220;Formidabili quegli anni!&#8221;. L&#8217;incontro alla Statale di Milano si apre con le note di un brano dell&#8217;ultimo album di Roberto Vecchioni. Che ha lo stesso titolo del più celebre libro ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="740" height="492" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2018/12/Eskimo.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="eskimo" /></p><p><mark class='mark mark-yellow'><strong>&#8220;Formidabili quegli anni!&#8221;</strong>.</mark> L&#8217;incontro alla Statale di Milano si apre con le note di un brano dell&#8217;ultimo album di <strong>Roberto Vecchioni</strong>. Che ha lo stesso titolo del più celebre libro di <strong>Mario Capanna</strong>, storico leader della contestazione milanese. Cinquant&#8217;anni fa, Capanna aveva 23 anni e studiava filosofia. Fu alla testa del Movimento studentesco, l&#8217;organizzazione extraparlamentare di sinistra che animò la lotta in tutti gli atenei d&#8217;Italia. In via Festa del perdono, davanti a una nutrita platea di &#8220;giovani di oggi e di ieri&#8221;, ha presentato la sua ultima opera, <em>Noi tutti, </em>un bilancio in chiaroscuro di quegli anni a mezzo secolo di distanza. Anni formidabili, appunto. &#8220;<i>Formidabile </i>viene dal latino <em>formido</em>, che significa incutere timore, generare paura&#8221;, spiega l&#8217;ex sessantottino, che ha alle spalle due legislature da parlamentare e oltre quindici libri pubblicati, &#8220;qualcosa di <strong>straordinario</strong> quindi, di inconsueto, ma al tempo stesso che faceva una grande paura: e questo spiega la <strong>repressione</strong> che abbiamo subito in ogni Paese&#8221;. Tanti decenni dopo, cosa resta di quel movimento così eterogeneo ma così potente e rivoluzionario? <mark class='mark mark-yellow'>&#8220;L&#8217;eredità più grande del &#8217;68 è <strong>il fatto stesso di esserci stato</strong>&#8220;, spiega Capanna. &#8220;Da allora, l&#8217;umanità sa che cambiare il mondo è possibile&#8221;.</mark></p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>&#8220;L&#8217;eredità più grande del &#8217;68 è il fatto stesso di esserci stato&#8221;</span>Nel &#8217;68, scrive Capanna, milioni di giovani sotto mille cieli diversi <strong>smisero di essere <em>idioti</em></strong>, nel senso greco del termine. Smisero di curare il proprio orticello, e iniziarono a pensare di voler trasformare il mondo intorno a sè. E ciò che li spingeva sopra ogni cosa, ricorda, era l&#8217;allegria: <mark class='mark mark-yellow'>&#8220;<strong>Ci siamo divertiti un casino</strong>&#8220;, dice al pubblico.</mark> &#8220;Oggi la gente non si diverte più. Volete mettere le pippe delle vostre discoteche, l&#8217;alcol, le pillole di droga? Noi eravamo euforici perché sapevamo che insieme a milioni di altri come noi stavamo <strong>scrivendo una pagina di storia</strong>&#8220;.</p>
<p>Ma Capanna, a differenza di tanti suoi ex compagni di lotta, non crede che il &#8217;68 appartenga solo al passato. &#8220;In questi anni, chi pensa di aver sconfitto il &#8217;68 ha portato l&#8217;umanità in un vicolo cieco. Siamo di fronte a una <strong><em>terza guerra mondiale a pezzi</em></strong>, come l&#8217;ha chiamata papa Francesco. Le guerre, i mutamenti climatici, le diseguaglianze, la globalizzazione selvaggia e prepotente. Le idee che ci spingevano allora, però, sono ancora vive, anche se a volte non si vedono: riappaiono e scompaiono negli anni, come un fiume carsico&#8221;. In questo senso, Capanna ha parole di stima anche per il movimento francese dei <em>gilet</em> <em>gialli</em>, che pure è del tutto post-ideologico: &#8220;L&#8217;importante è che le persone si sollevino e si rialzino. <span class='quote quote-left header-font'>&#8220;Nessuno sa dire quando e dove tornerà. L&#8217;importante è sapere che lottiamo per questo&#8221;</span>Da questo punto di vista, forse, i francesi hanno qualcosa da insegnarci.<em> </em>Le contraddizioni del mondo di oggi sono tali e tante, che è sicuro che prima o poi qualcosa da sotto la cenere verrà fuori. Dove, come, quando comincerà non lo so sa nessuno, come non lo sapeva nessuno allora. <mark class='mark mark-yellow'><strong>L&#8217;importante è sapere che è per questo che lottiamo</strong>&#8220;.</mark></p>
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