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	<title>magzine &#187; riaperture</title>
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	<description>un progetto della Scuola di giornalismo dell&#039;Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano</description>
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		<title>Riaperture, bilancio dei primi dieci giorni in zona gialla</title>
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		<pubDate>Wed, 10 Feb 2021 14:21:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Viviana Astazi]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Alla fine – e per il momento – la Lombardia ce l’ha fatta. Tinta di rosso dagli inizi di novembre e poi in arancione a gennaio, la regione si è ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="735" height="416" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2021/02/Ristoranti-Milano1.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Ristoranti Milano" /></p><p><mark class='mark mark-yellow'>Alla fine – e per il momento – la Lombardia ce l’ha fatta.</mark> Tinta di rosso dagli inizi di novembre e poi in arancione a gennaio, la regione si è colorata di giallo. Un colore così sgargiante non poteva non significare riaperture di negozi, bar e soprattutto ristoranti, anche se l’attenzione non deve mai mancare. Così <mark class='mark mark-yellow'>le città si sono rianimate di nuovo di persone, che hanno preso d’assalto strade e piazze a partire da domenica 31 gennaio,</mark> vigilia dell’avvento in giallo. <strong>A poco più di una settimana di distanza, è possibile tracciare un primo bilancio di ciò che sono state le riaperture, ma resta complicato darne una lettura univoca</strong>.</p>
<p>Prendiamo come punto di riferimento il centro di Milano e <strong>partiamo dai negozi</strong>. Il via libera allo shopping era arrivato già con il passaggio in zona arancione, ma con l’ulteriore allentamento delle misure preventive il settore dell’abbigliamento ha sperato nella ripresa del commercio, magari favorita dalla proroga del periodo dei saldi e da percentuali di sconto quasi mai viste prima. Eppure <strong>non sono stati molti i clienti a uscire dai negozi con sacchetti e pacchetti</strong>. Lo conferma la titolare del punto vendita di un noto marchio di camicie: <mark class='mark mark-yellow'>«Qui lungo corso Vittorio Emanuele, domenica scorsa c’era la folla. La gente passeggia, guarda le vetrine, ma non fa acquisti. Nel mio negozio su dieci persone entrate, solo quattro hanno comprato qualcosa. Non c’è nemmeno un vero interesse nelle compere.</mark> Una signora, incuriosita dai saldi, si è fatta un giro tra le camicie, ne ha perfino provate un paio e poi mi ha detto “Ma cosa compro a fare? Tanto non vado da nessuna parte, sono a casa per tutta la settimana”».</p>
<p>In effetti <strong>continuano a spopolare articoli d’intimo, pigiami e tute da ginnastica</strong>, tutte componenti di un comfort legato alla vita casalinga a cui ci siamo abituati ormai da un anno. Le file vere e proprie s’incontrano solo davanti ai rivenditori di questi prodotti. <strong>Nemmeno gli sconti servono a incentivare la clientela</strong> che prima sarebbe corsa a comprare una borsa, una giacca o un paio di scarpe nuove? «Al momento, sembra di no – continua la titolare –. <mark class='mark mark-yellow'>Quest’anno per la prima volta in trent’anni di attività ho cominciato a mettere in vetrina i cartelli con la scritta <em>saldi</em> perfino prima di Natale. Non è servito a nulla.</mark> Non ero nemmeno mai arrivata a fare sconti del 50%, eppure niente di tutto questo ha funzionato. Non sono la sola a constatarlo: qui lungo il corso, sono tantissimi i colleghi che si trovano nella stessa situazione. Va meglio alle grandi catene, che vendono a prezzi decisamente più bassi, ma per tutti gli altri questa situazione è deleteria». <strong>A impattare sugli introiti dei singoli negozi è la crisi economica provocata dal Covid, con migliaia di persone ancora in cassa integrazione o rimaste semplicemente senza lavoro</strong>. Tra queste, ci sono anche alcuni commessi che prima lavoravano in questo negozio di camicie. «Prima della pandemia eravamo in cinque, qui nel locale. Adesso siamo rimaste in due. Non mi era mai capitato di essere costretta a mettere in cassa integrazione un mio dipendente», racconta ancora la titolare. Poi si apre a parlare della sua famiglia: «Anche mia figlia è ferma per colpa del virus. Sono tre anni che lavora per un’agenzia di viaggi e se c’è un reparto che è stato colpito fin da subito è proprio il suo. L’ulteriore beffa? Lei si occupa in particolar modo dei viaggi d’istruzione all’estero per le scuole. Ora si sveglia tutti i giorni con la paura di essere chiamata sentendosi dire “Non ti riprendiamo a lavoro, sei licenziata”, altro che cassa integrazione».</p>
<p><strong>Le difficoltà dei negozi di abbigliamento non sembrano invece riguardare i bar, che finalmente tornano a servire anche al tavolo</strong>. Seppur nel pieno rispetto della chiusura alle 18, è molto facile incappare in locali affollati tanto in centro quanto nei quartieri periferici di Milano. <strong>Non è stato soltanto ripristinato il rito della colazione con cappuccino e brioche, ma anche quello dell’aperitivo, con la Darsena sempre piena di persone anche durante i giorni feriali</strong>, con il sole e con la pioggia. Perché i bar stanno vivendo questa esplosione in zona gialla? <mark class='mark mark-yellow'>«A differenza dei negozi, i locali sono fatti apposta per socializzare – spiega il bartender di un pub sul Naviglio – ed è esattamente questo che cercano le persone dopo un anno fatto di chiusure totali o alternate a periodi di vita quasi normale.</mark> Si vuole tornare a stare insieme, a divertirsi davanti a un cocktail alla fine del turno di lavoro o all’uscita dall’università. <strong>I negozi non permettono tutto questo, anche perché sono luoghi in cui la gente finisce per non rispettare del tutto le distanze di sicurezza. Nei bar questo criterio invece si segue sempre, soprattutto adesso che si può servire al tavolo</strong>. Manca la normalità perduta e bere qualcosa insieme a un paio di amici o colleghi dà l’impressione che la pandemia non ci sia, nonostante le mascherine».</p>
<p><strong>La riapertura attesa più di tutte era però quella dei ristoranti</strong>, che hanno schiuso i battenti per il pranzo di lunedì 1 febbraio. La loro attività resta limitata fino alle 18 proprio come accade per i bar ed è per questo che sono molti i ristoratori ad aver deciso di mantenere serrato il proprio spazio. Una camminata nel cuore di Milano fa capire bene la schizofrenia del periodo: ci sono locali stracolmi all’ora di pranzo, con i titolari costretti a sfruttare quanta più superficie possibile per rispettare il distanziamento sociale tra i clienti e i vari tavoli, mentre altri – magari lungo la stessa strada e con l’ingresso collocato alla porta accanto – sono chiusi o praticamente deserti. Il quartiere di Brera, storicamente affollato da turisti e da studenti dell’Accademia di Belle arti, è la rappresentazione perfetta dell’attuale situazione. Nonostante tutto, i ristoratori cercano di essere fiduciosi. <mark class='mark mark-yellow'>«Credo nella zona gialla, ma l’importante è arrivare alla bianca, perché noi ristoratori solo con il pranzo non riusciamo a stare a galla – spiega il titolare dell’<em>Hosteria della Musica </em>–. È impensabile mantenersi solo con l’incasso della mattinata a menù convenzionati, senza contare che lo <em>smart working</em> resta molto diffuso e incide sugli ingressi dei dipendenti pubblici nei vari locali».</mark> Il titolare ci spiega che comunque per il momento il suo ristorante non è a rischio chiusura perché fa parte di un gruppo solido. Nonostante questo, «Si perdono comunque soldi a fine mese – continua –. Se invece dovessero farci regredire in zona arancione o rossa, nascerebbero veri problemi. Non si può andare avanti così». L’<em>Hosteria della Musica</em> è solo uno dei tanti ristoranti che vive le problematiche del periodo e come tutti gli altri lavora a regime più che dimezzato. «<strong>Abbiamo ridotto del 50% il personale e stiamo lavorando al 30%</strong> &#8211; racconta il titolare –. <strong>Normalmente facevamo 150 coperti</strong>. A settembre-ottobre, prima di richiudere, eravamo tornati a servire di nuovo cento persone, <strong>adesso invece quaranta</strong>. Come personale lavoriamo in sette, invece dei 23 che eravamo prima della pandemia. Per limitare le perdite serviamo anche l’aperitivo fino alle 17.30, poi alle 18 si chiude».</p>
<p><strong>I grandi assenti nel dibattito sulle riaperture sono gli hotel</strong>. Privati dei turisti che di solito affollano le camere e dei grandi eventi mondani che Milano sa offrire in ogni periodo dell’anno, alcune di queste strutture hanno affrontato mesi difficili fino a maturare l’idea di reinventarsi. <strong>Un caso particolare è quello del <em>21 way of living</em></strong>, a pochi passi dal Politecnico. Questa struttura, inaugurata ufficialmente intorno alla metà di febbraio 2020, è nata con un obiettivo che oggi appare lungimirante: <mark class='mark mark-yellow'>«Ci siamo resi conto che in una struttura ricettiva c’è tanto spazio inutilizzato, come la hall che resta vuota per tutta la giornata, e abbiamo pensato a quali servizi potevano essere utili sia ai nostri ospiti sia a chi abita nel quartiere – ci racconta <strong>Francesca Torricella, direttrice del <em>21WOL</em></strong> –. L’idea di offrire uno spazio <em>coworking</em> ci è sembrata utile e a maggior ragione si è rivelata vincente e interessante in questo periodo, perché ci sono persone che sono in <em>smart working</em> a casa che desiderano rompere questa monotonia spostandosi in un contesto più attrezzato con stampanti e connessione internet.</mark> Dopo il lockdown abbiamo organizzato meglio anche postazioni esterne, così che le persone possano lavorare nel giardino della struttura in periodi più caldi come la primavera o l’estate. Adesso ci adeguiamo in base ai decreti governativi. In zona gialla possiamo offrire tutti i nostri servizi, compreso quello di ristorazione del nostro bistrot interno».</p>
<p>La clientela di questo tipo di spazio abbraccia tipologie differenti di lavoratori. Si passa dagli abitanti del quartiere, che trovano qui rifugio per scappare dalla routine a cui si sono abituati durante i mesi del primo lockdown, agli ospiti dell’hotel che, come dice ancora la direttrice, «Non vogliono perdere ore di efficienza in attesa di prendere un treno o un aereo». Non mancano nemmeno startupper e freelance, che magari si trovano in città un paio di volte a settimana e hanno bisogno di un buon punto di appoggio per incontri di lavoro. A tutte queste persone sono offerti tre diversi pacchetti quotidiani tra cui scegliere per decidere se usufruire degli spazi di <em>coworking</em> solo per poche ore o se per tutta la giornata, consumando il pranzo o invece concedendosi solo un piccolo snack per spezzare la fame. Ma cosa ne è stato del bistrot nel momento in cui la somministrazione al tavolo è stata vietata dai decreti governativi? «In zona rossa non abbiamo potuto offrire questo servizio – spiega la direttrice –. Permettevamo soltanto il consumo del pranzo portato da casa, consumato nelle cucine comuni adibite a questa funzione. Chi chiedeva di poter usare il <em>coworking</em> ha avuto sempre accesso alla nostra struttura, seppur in termini ridotti per rispettare il distanziamento sociale. I dipendenti del bistrot hanno operato come take-away entro i quartieri vicini e servito solo i pochi ospiti dell’hotel».</p>
<p>La zona gialla sembra preparare al lento ritorno alla normalità, ma i prossimi mesi saranno comunque osservati speciali sia dal punto di vista sanitario sia sotto quello economico. <strong>Ripartire resta l’imperativo principale</strong>, in paziente attesa di tempi migliori.</p>
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		<title>Università, il modello Sapienza per ripartire a settembre</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Jun 2020 07:20:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Viviana Astazi]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1217" height="694" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/06/Università-La-Sapienza-Roma.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Università La Sapienza Roma" /></p><p><mark class='mark mark-yellow'>Giunta anche la Fase 3, iniziata ufficialmente il 3 giugno con la riapertura dei confini inter regionali, è arrivato il momento di spingersi ben oltre la porta di casa</mark> non solo per assaporare la semi libertà appena riconquistata e il sole di tarda primavera, ma anche per riorganizzare la quotidianità cercando di ritrovare i ritmi più regolari del lavoro e dello studio pre Covid-19.</p>
<p>A muoversi in questa direzione è innanzitutto <mark class='mark mark-yellow'>l’università,</mark> che dopo tre lunghi mesi di didattica spostata su piattaforme online disparate – da BlackBoard a Zoom passando per conferenze fiume su Skype e Google Hangouts – <mark class='mark mark-yellow'>ora prova a ritrovare se stessa,</mark> cercando di riportare in aula gli studenti a partire dal prossimo settembre.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>“La Sapienza” di Roma può essere considerata un buon esempio.</mark> L’ateneo più grande e affollato d’Italia ha sempre vantato assembramenti notevoli nonostante gli spazi ampi messi a disposizione delle singole facoltà e adesso pondera soluzioni che tutelino totalmente il diritto allo studio dei propri iscritti. <mark class='mark mark-yellow'>A parlarci dei provvedimenti fin qui adottati è il Rettore, dott. Eugenio Gaudio, docente di Anatomia Umana presso il Policlinico Umberto I.</mark></p>
<p><strong><em>Rettore, partiamo dalla situazione attuale. Oggi come si accede e chi può entrare nell’ateneo? </em></strong></p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Attualmente è previsto,</mark> anche in base a un accordo stretto con i sindacati per garantire la sicurezza all’interno dell’università, <mark class='mark mark-yellow'>che i direttori di dipartimento e di struttura ricevano le richieste di colleghi e studenti che devono svolgere attività in presenza, come ricerche bibliografiche e tesi sperimentali nei laboratori,</mark> riaperti dal 4 maggio. Se è vero che la didattica, pur se online, è proseguita, la ricerca ha subito uno stop, un ritardo che dobbiamo assolutamente recuperare. Per fare questo, all’ingresso dell’ateneo per i visitatori esterni e all’entrata delle singole strutture per docenti, personale amministrativo e studenti sono previsti dei controlli che accertino il fatto che accedano persone che ne abbiamo effettivamente necessità e che sono state autorizzate. <mark class='mark mark-yellow'>È quindi prevista un’autocertificazione per quanto riguarda lo stato di salute e per assicurare di non aver avuto contatti con pazienti malati di Covid-19. Valgono poi tutte le misure di sicurezza previste, dal distanziamento di almeno due metri all’uso della mascherina, passando per la sanificazione delle mani e delle strutture utilizzate durante la permanenza in facoltà e laboratori,</mark> come banconi e apparecchiature di ricerca. Tra un turno di lavoro e l’altro avviene un processo di igienizzazione per mettere in sicurezza l’esecuzione di tutte le attività da svolgere.</p>
<p><strong><em>Siete provvisti di termo scanner per rilevare la temperatura? Quali misure di sicurezza si stanno prendendo a livello logistico?</em></strong></p>
<p>Non è prevista la rilevazione all’ingresso, ma la sola autocertificazione, considerata dalla nostra <em>task force</em> di esperti altrettanto valida perché oltre a una temperatura inferiore ai 37,5 gradi va assicurato di non avere sintomatologia clinica, di non aver avuto rapporti con pazienti positivi al Covid e così via. <mark class='mark mark-yellow'>Mettiamo a disposizione mascherine per chi ne sia sprovvisto e gel igienizzanti per le mani.</mark></p>
<p><strong><em>Per gli esami della sessione estiva si continuerà con la modalità online già sperimentata in questi mesi di lezioni a distanza. Crede che anche la sessione autunnale potrebbe svolgersi con queste stesse modalità?</em></strong></p>
<p>Dipenderà dalle decisioni del governo. <mark class='mark mark-yellow'>A oggi nella Fase 3 è previsto,</mark> secondo il dpcm del Presidente del Consiglio e secondo le linee guida del Ministro di Università e Ricerca, Gaetano Manfredi, <mark class='mark mark-yellow'>che ci sia una possibilità mista, quindi tenere esami sia a distanza sia in presenza.</mark> Chiaramente ci auguriamo che l’evoluzione della pandemia nei mesi di luglio e agosto sia tale da poter aver una maggiore libertà di movimento nel periodo successivo. Per prendere ulteriori decisioni dobbiamo ancora aspettare per agire in base a quelli che sono e saranno eventuali altri decreti delle autorità preposte, sia a livello di governo e di ministero sia a livello regionale. L’attuale decreto prevede, come dicevo, la possibilità di una modalità mista per la sessione estiva; <mark class='mark mark-yellow'>noi abbiamo colto questa opportunità dando spazio ai docenti che abbiano un numero basso di prenotazioni, così da avere il giusto distanziamento nel tenere in presenza sia le lauree sia i normali esami di profitto.</mark> La priorità resta sempre garantire gli standard di sicurezza della salute, fondamentale per una ripresa sicura di tutto il Paese. Dopo aver impiegato grandi sforzi economici e non solo durante la fase di <em>lockdown</em>, non possiamo permetterci di sprecare tutto questo per superficialità.</p>
<p><strong><em>Molti studenti hanno lamentato problemi con il browser SEB, che permette di accedere alla piattaforma Exam.net per sostenere gli esami scritti a distanza. Le difficoltà sono legate al fatto che questo browser funziona bene con dispositivi molto recenti, mentre va in tilt su pc più vecchi di due anni. Gli studenti quindi si chiedono come poter affrontare adeguatamente la sessione incombente soprattutto nel caso in cui non si abbia una disponibilità economica tale da permettere l’acquisto di un computer di ultima generazione. Come si può ovviare a questo problema?</em></strong></p>
<p>La criticità ci è ben nota, tanto è vero che il consiglio è quello di utilizzare altri sistemi e non il SEB, ritenuto indispensabile in questa fase solo da pochi docenti e per pochi esami scritti che prevedono test con domande a scelta multipla. <mark class='mark mark-yellow'>Il prorettore per le infrastrutture e InfoSapienza, che gestisce l’informatica d’ateneo, hanno trovato altre soluzioni che porremo in essere per evitare i disagi citati,</mark> che dovranno essere rimossi per consentire a tutti di sostenere gli esami senza dover ricorrere al SEB. <mark class='mark mark-yellow'>Finché il sistema non sarà implementato, però, alcuni docenti saranno costretti ad affidarsi ancora a questo browser per garantire la serietà e la correttezza degli esami.</mark> Siamo quindi in fase di superamento di questa criticità che, ripeto, coinvolge solo pochi esami. Faremo in modo che fra poco non riguardi più nessuno.</p>
<p><strong><em>Per quanto riguarda il prossimo anno accademico, al momento è pensabile la riattivazione delle lezioni in presenza?</em></strong></p>
<p>Seguiremo le linee governative. Ogni quindici giorni il comitato tecnico scientifico di supporto al governo valuta l’andamento della pandemia. Non so come sarà la situazione a settembre. Mi auguro – innanzitutto per il Paese e poi per l’università – che sia così positiva da poter riaprire in tranquillità. <mark class='mark mark-yellow'>A oggi vale la modalità mista, perciò lì dove sarà possibile tenere lezione in presenza usufruendo di aule ampie e distanziando gli studenti di due metri, si potrà tornare tranquillamente in sede. Per i corsi con un alto numero di iscritti che richiederebbero un affollamento delle strutture non compatibile con le attuali misure di sicurezza, la didattica procederà online. In ogni caso <strong>penso che l’anno accademico debba riprendere regolarmente con le due modalità fin da subito, a settembre o ottobre a seconda dell’inizio dei vari corsi, perché non ci possiamo permettere il lusso di far ritardare gli studenti</strong>.</mark> Questo sarebbe un costo notevole a lunga gittata per il Paese; gli studenti devono andare avanti e il nostro impegno è stato proprio quello di riconvertire a distanza la didattica con risultati buoni apprezzati da gran parte degli studenti, considerando che in questi mesi oltre 100mila ragazzi hanno seguito le lezioni online.</p>
<p><strong><em>Prima ancora delle lezioni bisogna pensare all’organizzazione dei test d&#8217;accesso di settembre. Al momento sono previsti per tutte le facoltà o per esempio pensa che non sia necessario farli sostenere a chi punta a corsi a numero aperto?</em></strong></p>
<p>Abbiamo studiato il problema e <mark class='mark mark-yellow'>per quest’anno lì dove non è prevista l’obbligatorietà dei test di ammissione, questi non avranno luogo.</mark> Penso a facoltà come lettere e giurisprudenza: l’emergenza giustifica questo passaggio, teso a non penalizzare né a rallentare l’impegno degli studenti a mantenere la tempistica per la loro formazione e futura laurea. Si procederà con il <em>self assessment</em> durante l’anno e con il superamento degli esami del primo semestre per verificare l’eventuale necessità di implementare la formazione. Per assolvere gli obblighi formativi, quindi, si procederà online.</p>
<p><strong><em>Un altro capitolo riguarda chi sostiene i test per via telematica, come per ingegneria ed economia: in questo caso è valida la modalità da casa, considerando che normalmente le prove si svolgerebbero sempre online, ma collegandosi dai computer dell’università?</em></strong></p>
<p>Per facoltà come ingegneria i test si svolgeranno sul web attraverso la collaborazione del consorzio Cisia, garantendo in ogni caso l’assolvimento di quel necessario <em>assessment</em> dello stato formativo prima dell’immatricolazione e di riparare successivamente gli obblighi formativi prima di affrontare la sessione, come nel caso degli esami di matematica. <mark class='mark mark-yellow'>Dove il numero dei candidati consente l’occupazione di aule in sicurezza, si può procedere in sede, altrimenti per via telematica. Questa regola verrà declinata in maniera puntuale caso per caso.</mark></p>
<p><strong><em>Per i corsi a numero chiuso, invece, come crede che ci si potrà organizzare? Non sono ancora arrivate direttive ministeriali, ma per esempio come sarà gestito il test di medicina, se ogni aula potrà ospitare la metà dei ragazzi che normalmente vi hanno accesso?</em></strong></p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Per il test di medicina, è allo studio del ministero una prova che si possa tenere in tutte le sedi universitarie, anche in quelle che non erogano questo corso, in modo da garantire che lo studente non debba viaggiare, restando nell’università a lui più vicina.</mark> I test poi vengono raccolti e inviati al Cineca di Bologna per la correzione; una volta stilata, la graduatoria come tutti gli anni assegnerà gli studenti alle sedi che hanno indicato nel modulo di iscrizione secondo l’ordine di preferenza. <mark class='mark mark-yellow'>Questo consentirà di spalmare su tutto il territorio nazionale gli studenti e quindi di rendere più leggere le sedi che tradizionalmente sono più affollate.</mark> Un candidato di Reggio Calabria desideroso di entrare a Roma, Bologna o Milano non sarà perciò costretto a spostarsi come invece è sempre avvenuto, ma potrà sostenere il proprio test nella sede universitaria più vicina.</p>
<p>Per quanto riguarda la distribuzione degli studenti nelle aule, <mark class='mark mark-yellow'>già in passato si è avuta la necessità di assicurare l’impossibilità di copiare, perciò i distanziamenti degli studenti erano già presenti; su questo fronte, quindi, potrebbe essere facile organizzarsi.</mark> Qui alla Sapienza abbiamo sempre usato oltre 50 aule sparse in tutta la città universitaria per erogare il test. Questa distanza verrà ulteriormente adeguata in base alle misure di sicurezza, perciò penso che l’esame di ammissione si potrà affrontare tranquillamente in presenza.</p>
<p><strong><em>In questi giorni il ministro Manfredi si è espresso a proposito del tema tasse universitarie, affermando che gli stanziamenti previsti dal governo daranno la possibilità di esenzione a uno studente su due. Come si sta muovendo la Sapienza? Sono previste agevolazioni o riduzioni dell’importo delle tasse?</em></strong></p>
<p>Il nostro ateneo già da tempo ha adottato la politica poi esplicitata dal ministro Manfredi. Prima ancora della legge che la disponeva, <mark class='mark mark-yellow'><strong>siamo stati i primi a portare a 13mila Euro l’esenzione dalle tasse. L’anno scorso l’abbiamo ampliata a 14mila e con il nuovo provvedimento raggiungerà tutti gli studenti che dichiarano un ISEE fino a 20mila</strong>. Cercheremo di calcolare l’ISEE attuale e non del 2019, perché chiaramente il <em>lockdown</em> ha pesato sulle finanze del 2020 e non su quelle dell’anno precedente. Inoltre <strong>abbiamo intenzione di ritoccare la curva dai 20 ai 40mila Euro verso il basso, per garantire o una riduzione significativa o un’esenzione dalle tasse per facilitare il diritto allo studio</strong>. Sono poi presenti delle previdenze per dotare di strumenti informatici – tablet, pc e videocamere con microfono – gli studenti meno abbienti che non ne sono provvisti.</mark> Mettiamo anche a disposizione delle aule informatizzate, così che chi non ha possibilità di collegamento Internet – o per mancanza di linea o per mancanza di abbonamento o di strumenti – possa venire in sede e usare quelle dell’ateneo per continuare gli studi online, gli esami e così via. Stiamo studiando quindi un vero e proprio pacchetto complessivo per venire incontro alle difficoltà che i nostri studenti e le loro famiglie incontreranno a seguito della crisi da emergenza sanitaria.</p>
<p><strong><em>Questi provvedimenti saranno estesi anche alla terza rata dell’anno accademico corrente o interesseranno direttamente le tasse del prossimo anno?</em></strong></p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Le riduzioni si riferiranno all’anno venturo, mentre quest’anno il versamento della terza rata è stato posticipato.</mark> La nostra commissione tasse, però, sta valutando se c’è la possibilità di intervenire, perché questo è un provvedimento che andrebbe a incidere su un bilancio già approvato, creando quindi qualche problema. In fase di bilancio come previsione per l’anno venturo, invece, sarà più facile muoversi.</p>
<p><strong><em>Da medico e studioso, che idea si è fatto del Coronavirus e dello sviluppo di un potenziale vaccino?</em></strong></p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Credo che la diffusione di questo nuovo virus abbia trovato impreparati i sistemi sanitari – soprattutto occidentali – che negli anni sono stati per lo più smantellati. Questa situazione ha fatto emergere due criticità. Innanzitutto il poter garantire a tutti un’adeguata assistenza medica all’inizio della pandemia</mark> – quando inizialmente i casi non sono stati riconosciuti, andando ad affastellarsi soprattutto in Lombardia, dove il sistema non aveva le strutture necessarie per far fronte alla situazione, cioè le rianimazioni e le terapie intensive. Ciò in generale è dovuto al processo di disinvestimento che ha colpito la sanità negli ultimi dieci. Chi si occupa di sanità pubblica aveva denunciato già da tempo il sottofinanziamento di un sistema sanitario come il nostro, che andava invece potenziato.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>È emersa poi una debolezza del territorio rispetto agli ospedali, quindi un ospedalocentrismo che ha in qualche modo favorito la diffusione dell’epidemia, mentre invece chi ha adottato politiche più concentrate sul territorio a casa del singolo paziente ha ottenuto risultati migliori.</mark> Tutto questo confrontandosi con una pandemia che ha trovato un territorio totalmente vergine: nessuno aveva mai contratto questo virus, non esisteva e non esiste ancora un vaccino… È stata come un’influenza all’ennesima potenza. Ricordo che, nonostante ci sia un’immunità di gregge più diffusa e che sia puntualmente disponibile il vaccino, l’influenza stagionale fa 7-8mila morti all’anno. In questo caso, dunque, essendo in presenza di un virus nuovo che è stato progressivamente studiato – prima si pensava che causasse solo una polmonite interstiziale, mentre oggi sappiamo che può provocare anche fenomeni importanti di micro trombosi che interessano più sistemicamente l’organismo – affrontarlo da un punto di vista terapeutico è stato difficile. Si è iniziato a trattare con gli anti malarici, mentre adesso sappiamo che probabilmente questi hanno addirittura un effetto negativo; poi si è capito che gli anti coagulanti potevano avere un ruolo importante nella terapia, tanto è vero che oggi l’espressività clinica appare migliore rispetto al primo periodo. <mark class='mark mark-yellow'>Probabilmente non è il virus a essersi attenuato, ma siamo noi a riconoscerlo, curandolo meglio.</mark> Infine bisogna considerare gli effetti del distanziamento sociale, motivo per cui oggi la pandemia sta declinando.</p>
<p>Sul vaccino non faccio previsioni. Mi auguro solo che venga individuato al più presto e che sia effettivamente in grado di suscitare la produzione di anticorpi neutralizzanti. Finché non ci sono dati certi non si possono fare previsioni a lungo termine, dire se tra due mesi e tra un anno sarà pronto. Penso che oggi siamo più in grado rispetto a tre-quattro mesi fa di affrontare il problema. Sappiamo che il distanziamento è importante, che i malati vanno curati in una certa maniera; il sistema sanitario è stato adeguato con un numero sufficiente di posti letto in terapie intensive e sub intensive che oggi, per fortuna, sono poco utilizzati perché nel frattempo è disceso il numero di chi ne aveva bisogno, perciò credo che dopo il momento di impatto iniziale il nostro sistema e la nostra cultura medica siano più in grado di affrontare in maniera corretta l’emergenza rispetto alla prima ondata di febbraio e marzo.</p>
<p><strong><em>Lei conosce molto bene due realtà sanitarie, quella laziale e quella calabrese. Da osservatore esterno, come commenta la situazione critica che si è verificata nella sanità lombarda?</em></strong></p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Il caso lombardo ha messo in evidenza i due problemi di cui parlavo prima: un’eccessiva ospedalocentricità con un’impreparazione iniziale per risolvere il problema. <strong>Provo un rispetto sincero per tutti i colleghi che si sono trovati a gestire l’emergenza, affrontata in maniera eroica</strong>.</mark> Con il senno di poi, con il quale è più facile parlare, è chiaro che magari avere subito la possibilità di individuare il malato sospettato di aver contratto il virus, elaborare dei percorsi separati, evitare un’eccessiva ospedalizzazione che ha propagato il virus all’interno del sistema chiuso degli ospedali – si pensi ai pronto soccorso, dove magari arrivava un malato che non volendo rischiava di infettare decine e decine di persone – e un maggior rapporto sul territorio come avvenuto in Veneto avrebbero portato a un bilancio diverso. <mark class='mark mark-yellow'>Inoltre è noto che la Lombardia sia un polo di grande scambio per motivi commerciali e quindi ha avuto più gente costretta a spostarsi e a viaggiare ogni giorno.</mark> Infatti si è visto che la distribuzione dell’epidemia si è concentrata lungo l’autostrada da nord a sud, sostanzialmente. <mark class='mark mark-yellow'>Sono tutti motivi che hanno concorso alla situazione che si è creata.</mark></p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Per quanto riguarda il Meridione, la quarantena generalizzata messa in atto dal governo ha impedito che il virus dilagasse.</mark> Se si esclude la fiammata di ritorno dalla Lombardia verso il sud che è stata improvvida e causata da una fuga di notizie che non ha consentito di bloccare queste persone che, di fatto, hanno portato il con sé il virus, in generale il patogeno è circolato pochissimo. <mark class='mark mark-yellow'>Il <em>lockdown</em> è stato molto efficace, tanto è vero che oggi la maggior parte delle regioni meridionali ha un numero di nuovi casi pari a zero.</mark> Mi auguro che i mesi estivi portino una maggiore serenità, anche perché <strong>la sanità di queste regioni, essendo più fragile, avrebbe retto ancora peggio a un carico enorme come quello provocato dal Coronavirus. <mark class='mark mark-yellow'>Credo che sia stato anche questo a spingere il governo a usare misure un po’ drastiche per evitare che quanto accaduto a nord si ripetesse a sud.</mark></strong></p>
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		<title>Sud Corea, a servire il caffè ora ci sono i robot baristi</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Jun 2020 12:28:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Viviana Astazi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[News Lab]]></category>
		<category><![CDATA[bar]]></category>
		<category><![CDATA[Coronavirus]]></category>
		<category><![CDATA[Fase 2]]></category>
		<category><![CDATA[riaperture]]></category>
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		<category><![CDATA[Sud Corea]]></category>
		<category><![CDATA[tecnologia]]></category>

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		<description><![CDATA[La Corea del Sud sta ripartendo dopo i mesi di lockdown. Seul sta programmando la sua Fase 2 ricorrendo alla tecnologia per favorire il distanziamento sociale, prima ed essenziale misura di sicurezza per evitare ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1432" height="861" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/05/Robo-barista.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Robo barista" /></p><p>La Corea del Sud sta ripartendo dopo i mesi di lockdown. Seul sta programmando la sua Fase 2 ricorrendo alla tecnologia per favorire il distanziamento sociale, prima ed essenziale misura di sicurezza per evitare una nuova ondata di casi Covid-positivi.</p>
<p>Un esempio  viene da un bar di <strong>Daejeon</strong>, dove <mark class='mark mark-yellow'>è stato introdotto un <strong>robot barista</strong> che, spostandosi autonomamente e interagendo con chi entra nel locale, prende le ordinazioni</mark>e prepara quanto richiesto dai clienti – è in grado di produrre 60 tipi diversi di caffè, oltre ad altre bevande – <mark class='mark mark-yellow'>e serve direttamente al tavolo, evitando assembramenti nei pressi di bancone e cassa.</mark> L’unico essere umano ancora presente nel bar si occupa del settore pasticceria, dei rifornimenti di cibo e bevande e delle pulizie al termine della giornata di lavoro.</p>
<p>Entro la fine dell’anno, la <strong>Vision Semicon</strong>, che produce questi robot baristi, promette di fornirne trenta ad altrettanti locali. E pazienza se la tecnologia sottrarrà posti di lavoro a chi svolge dei part-time nei locali: la lotta al Covid-19 viene prima di tutto.</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Per saperne di più, continua a leggere su <a href="https://venturebeat.com/2020/05/25/robot-barista-helps-south-korean-cafe-with-social-distancing/">Venture Beat</a></strong></p>
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		<title>Napoli: riapre il museo Mann, eccellenza che parla a scuola e territorio</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Jun 2020 10:15:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Luigi Scarano]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[mann]]></category>
		<category><![CDATA[museo archeologico nazionale]]></category>
		<category><![CDATA[Napoli]]></category>
		<category><![CDATA[riaperture]]></category>

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		<description><![CDATA[Il Museo Archeologico Nazionale di Napoli riparte da dove si era interrotto. Ricomincia dai visitatori e dai cittadini che dal 2 giugno possono tornare ad animarlo. Il direttore del Mann, Paolo ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="2048" height="1365" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/05/27507393456_bf58765e30_k.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="MANN" /></p><p>Il <strong>Museo Archeologico Nazionale di Napoli</strong> riparte da dove si era interrotto. Ricomincia dai visitatori e dai cittadini che dal <strong>2 giugno</strong> possono tornare ad animarlo. Il direttore del Mann, <strong>Paolo Giulierini</strong>, riapre il portone dopo più di ottanta giorni ed è fiducioso. “Il Mann ricomincia da te”, dice la campagna ideata dal museo, e le misure di sicurezza e distanziamento permetteranno al pubblico di godere appieno delle sue sale, delle nuove collezioni e delle mostre temporanee.</p>
<p><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/05/37205532101_269b95d38b_k.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-45533" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/05/37205532101_269b95d38b_k-200x300.jpg" alt="37205532101_269b95d38b_k" width="200" height="300" /></a></p>
<p><strong>Direttore Giulierini, come è andato questo periodo di chiusura e come avete riorganizzato le visite al museo?</strong></p>
<p>È inutile negare che il primo mese sia stato di cupa angoscia, ma <mark class='mark mark-yellow'>ripartire col digitale non è stato difficile, perché negli anni passati abbiamo insistito molto su questo aspetto.</mark> Ne abbiamo approfittato per valorizzare alcuni contenuti e la nostra vivacità sui social è stata riconosciuta da tutti. Appena abbiamo compreso quali sarebbero stati i tempi di riapertura ci siamo organizzati sul fronte della sicurezza. Il messaggio che diamo, a partire dal 2 giugno, è che ora si può venire al museo in estrema sicurezza. Tutte le misure che abbiamo adottato, dai termoscanner agli itinerari vincolati a numero contingentato, per impedire gli assembramenti, consentono di vedere il museo come mai prima d’ora, cioè in assoluta tranquillità.</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'> Paolo Giulierini, direttore del Mann: «Si può venire al museo in estrema sicurezza. Tutte le misure che abbiamo adottato consentono di vederlo come mai prima d’ora, cioè in assoluta tranquillità.» </span></p>
<p><strong>Finora per i giovani l’occasione di scoperta ed incontro del mondo dell’arte erano le visite scolastiche. Come pensate di riconnettervi loro, data l’incertezza sulla modalità del ritorno a scuola?</strong></p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Vogliamo che, a partire da settembre, il museo diventi non solo un luogo che viene visitato dalla scuola, ma anche un luogo dove la scuola può trasferirsi a fare lezione.</mark> Il 17 di luglio apriremo una nuova ala del museo, &#8220;il braccio nuovo&#8221;, che ha un auditorium da 300 posti e che permetterà alle scolaresche, in assoluta sicurezza, di seguire una lezione, per poi, magari, visitare gli spazi museali. Qualora il rientro a scuola dovesse essere rimandato, stiamo predisponendo una piattaforma digitale che permetterà di poter usufruire di visite interattive guidate, in cui i ragazzi potranno interagire con le guide, fare loro domande, e alla fine partecipare anche a giochi e quiz virtuali.<mark class='mark mark-yellow'>Non vogliamo che si perda il contatto con la vivacità del museo, ma il nostro sogno è di tornare ad avere i ragazzi da noi.</mark></p>
<p><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/05/26577064266_11ae5dc1fe_k.jpg"><img class="aligncenter wp-image-45535 size-large" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/05/26577064266_11ae5dc1fe_k-1024x682.jpg" alt="26577064266_11ae5dc1fe_k" width="1024" height="682" /></a></p>
<p><strong>Che ruolo dovrebbe giocare la cultura nella ripartenza e nella ridefinizione di un nuovo equilibrio, e cosa può insegnarci da questo punto di vista il Mann?</strong></p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>La cultura non è più solo un punto di riferimento educativo o formativo astratto.</mark> Deve diventare un motore mobile di tutti i processi che garantiscono nuove opportunità di lavoro. Sostengo con forza l’idea che il museo non debba essere una torre d’avorio. È contestualizzato in un quartiere importante della città, quello della Sanità, vicino ai luoghi più identitari di Napoli.<mark class='mark mark-yellow'>Il museo deve uscire dalle proprie porte e essere il collettore delle istanze culturali del centro della città</mark>, e soprattutto essere un punto di riferimento per tutte quelle associazioni e cooperative di giovani che stanno portando un esempio di tutela dal basso del nostro patrimonio. Presto avremo una piattaforma dedicata a tutte queste realtà a noi vicine. Un secondo elemento che questa esperienza del Covid ci insegna è che il museo è un organismo vivente che deve mutare per poter sopravvivere alla “selezione naturale”.<mark class='mark mark-yellow'>Per andare avanti servirà immettere nuovo personale specializzato con i futuri concorsi. Ai musei del futuro occorrono teste pensanti e soprattutto una molteplicità di specializzazioni trasversali alla cultura per far fronte a situazioni di questo tipo.</mark></p>
<p><span class='quote quote-left header-font'> «Vogliamo che, a partire da settembre, il museo diventi non solo un luogo che viene visitato dalla scuola, ma anche un luogo dove la scuola può trasferirsi a fare lezione. Il museo deve uscire dalle proprie porte e essere il collettore delle istanze culturali del centro della città.» </span></p>
<p><strong>Ora riparte anche il turismo, è un tema molto caldo in questi giorni. Cosa farete per attrarre i non napoletani al Mann?</strong></p>
<p>Siamo presenti in tutto il mondo con almeno una ventina di mostre, molte dedicate al tema pompeiano.<mark class='mark mark-yellow'>Il Mann è il più importante prestatore pubblico di materiali, garantiamo il 75% dei prestiti del Mibact a livello mondiale.</mark> Per noi le mostre sono un richiamo verso il territorio che ha prodotto questi capolavori. A gennaio, ad esempio, apriremo una grandissima mostra sui gladiatori, un tema che ha grande appeal di per sé, ma la affronteremo con un approccio nuovo, perché parleremo dell’idea multiculturale di spettacolo, ma soprattutto dell’uomo, della sua tragedia e di temi connessi che sono ancora contemporanei. Ne prepareremo anche una versione digitale, che inviti i turisti stranieri non solo al museo, ma anche a visitare l&#8217;itinerario degli anfiteatri campani, fino ovviamente all&#8217;anfiteatro per eccellenza, il Colosseo.<mark class='mark mark-yellow'>Non esiste altro luogo al mondo in cui si può contemplare la bellezza al museo e poi poterla visitare di persona, sul territorio. Da questo punto di vista, non ce n&#8217;è per nessuno. Dobbiamo puntare su questo e non aver paura delle nostre potenzialità.</mark></p>
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		<title>I tesori del Museo Poldi Pezzoli: riapre lo scrigno segreto nel cuore di Milano</title>
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		<pubDate>Sun, 24 May 2020 07:44:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Viviana Astazi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Milano]]></category>
		<category><![CDATA[arte]]></category>
		<category><![CDATA[Coronavirus]]></category>
		<category><![CDATA[Fase 2]]></category>
		<category><![CDATA[milano]]></category>
		<category><![CDATA[musei]]></category>
		<category><![CDATA[Museo Poldi Pezzoli]]></category>
		<category><![CDATA[riaperture]]></category>

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		<description><![CDATA[Quando si pensa al mondo dell’arte milanese, i primi nomi che vengono in mente sono la Pinacoteca di Brera e il Cenacolo vinciano. Soprattutto per chi non vive nel capoluogo ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1100" height="732" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/05/Entrata-museo.png" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Entrata museo" /></p><p>Quando si pensa al mondo dell’arte milanese, i primi nomi che vengono in mente sono la Pinacoteca di Brera e il Cenacolo vinciano. Soprattutto per chi non vive nel capoluogo lombardo, è difficile fare riferimento ad altre realtà museali che caratterizzano la città. Camminando per le strade del centro storico, però, può capitare di imbattersi in palazzi che nascondono al loro interno tesori di valore non meno prestigioso.</p>
<p>Il <strong>Museo Poldi Pezzoli</strong> è un esempio. Incastonato tra gli edifici che si affacciano su via Manzoni, si fa notare per i due stendardi colorati – rosso e viola – che segnalano a tutti la sua presenza. E che presenza: varcando la soglia, si entra in un cortile che permette al visitatore di avvicinarsi con curiosità al vero ingresso del palazzo. Le porte a vetri lasciano intravedere ai turisti in fila la frenesia della biglietteria, ma non svelano ancora la bellezza che si respirerà una volta entrati nelle sale del complesso.</p>
<p>Abbiamo deciso di visitarlo in un periodo molto delicato per il settore culturale e non lo abbiamo scelto a caso: <mark class='mark mark-yellow'>il Museo Poldi Pezzoli ha sbaragliato la concorrenza ed è stato il primo a riaprire non solo a Milano, ma in tutta la Lombardia.</mark> I battenti si sono schiusi al pubblico da lunedì 18 maggio, proprio il giorno che il governo aveva indicato per la ripartenza generale delle grandi strutture museali, che al contrario hanno rimandato l’apertura di una settimana, a cavallo tra il 25 e il 26. Parlando con <strong>Federica Manoli</strong>, <strong>Collection manager del Poldi Pezzoli</strong>, si chiarisce il perché: «Probabilmente gli altri musei hanno avuto difficoltà che noi non abbiamo incontrato. Il nostro è un complesso di piccole dimensioni e quindi la gestione è decisamente più agile».</p>
<p>La seconda domanda, a questo punto, è inevitabile: <strong>come ci si sente a essere i pionieri della Fase 2?</strong> Sotto la mascherina, la dott.ssa Manoli sorride, l’orgoglio che le brilla negli occhi: <mark class='mark mark-yellow'>«In realtà con una parte di responsabilità, perché stiamo facendo per primi degli esperimenti sulla gestione di questa situazione che ogni giorno crea delle piccole criticità da risolvere.</mark> Per quanto avessimo dedicato due settimane alla preparazione dell’apertura, comunque l’applicazione di tutte le norme previste per la sicurezza delle persone implica una serie di operazioni che prima non si faceva e che ha costretto a riorganizzare tutte le procedure».</p>
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		</div>
		
<p>La sicurezza, certo. Se qualcuno pensa che passare attraverso gli opportuni controlli possa in qualche modo scoraggiare i visitatori a recarsi in museo, si sbaglia di grosso. Lo testimonia anche la fila distanziata che incontriamo al nostro arrivo, con circa dodici persone che aspettano pazientemente il loro turno per entrare nel palazzo. Ma <strong>quali sono le misure previste per permettere un accesso sicuro a tutti?</strong> Innanzitutto – e inevitabilmente – <mark class='mark mark-yellow'>«il contingentamento degli ingressi, con una persona o un nucleo familiare per volta. Si chiede, ma non si obbliga, a prenotare online in modo da non avere un passaggio diretto di denaro. All’ingresso viene misurata la temperatura corporea con un termoscanner e le persone devono pulire le suole delle scarpe su un apposito tappetino, oltre a igienizzare le mani.</mark> I flaconi di gel sono posizionati non solo al pianterreno, ma anche all’ingresso delle sale del primo piano in modo da chiedere ai visitatori di sanificare le mani il più possibile. <mark class='mark mark-yellow'>Nel momento in cui entrano nelle varie sale non c’è pericolo che le persone si possano contagiare perché, come regola di ogni museo, è vietato toccare ciò che è esposto».</mark></p>
<p>Date le polemiche che hanno caratterizzato le settimane di <em>lockdown</em> a proposito della disponibilità di materiale sanitario, domandiamo se ci sono state difficoltà per acquistare quanto necessario. Manoli scuote la testa: «Fortunatamente non ne abbiamo incontrate, ci siamo mossi per tempo per reperire tutto. Poi c’è stata una settimana di lavoro di due o tre persone per organizzare materialmente tutto con i consulenti della sicurezza».</p>
<p>Ora che l’attività del museo è ripartita a pieno ritmo, <strong>come si gestirà il flusso di visitatori?</strong> <mark class='mark mark-yellow'>«Abbiamo pensato di far entrare 25 persone all’ora perché disponiamo di 27 sale: alcune hanno grandi dimensioni, perciò possono accogliere comodamente anche quattro ospiti sempre assicurando il distanziamento sociale»,</mark> spiega Manoli. E aggiunge: «Chi può prenotare si avvantaggia e si porta avanti, ovviamente, ma non tutte le persone sono agili in termini di tecnologia e non ci sembrava corretto limitare la loro visita al museo o renderla impossibile obbligando il passaggio online».</p>
<p><strong>L’accesso è quindi libero, purché si rispetti sempre la distanza di almeno un metro anche stando in fila davanti alla biglietteria</strong>. Anzi, <strong>per incentivare il pubblico a frequentare di nuovo le sale del museo si sta già applicando una vera e propria promozione</strong> di cui Manoli racconta la nascita: <mark class='mark mark-yellow'>«Abbiamo attivato un’iniziativa straordinaria grazie alla generosità dell’Associazione <em>Amici del Museo Poldi Pezzoli</em>, che ha deciso di contribuire al pagamento del biglietto per i primi 3mila visitatori chiedendo loro di pagare solo un Euro al posto dei 14 previsti. Oltre a questo ogni visitatore riceverà – e già riceve – la tessera dell’Associazione che permetterà di visitare gratuitamente il museo tutte le volte che si vuole durante quest’anno, fino al 31 dicembre.</mark> Chi lo desidera potrà anche iscriversi all’Associazione per sostenerci».</p>
<p>I frutti di questa idea sono già visibili. «<strong>Siamo stati aperti due giorni, lunedì e mercoledì, e abbiamo superato di qualche unità i 200 visitatori</strong> – specifica Manoli –. Siamo molto contenti. <mark class='mark mark-yellow'>Le persone manifestano la propria gioia di essere al museo.</mark> È un segnale che vorrei raggiungesse tutti i colleghi e i potenziali visitatori. Le persone vengono qui e sentono il bisogno di esprimere la loro contentezza».</p>
<p>A proposito del dialogo con altre realtà museali, <strong>il periodo di quarantena ha permesso di rilanciare le attività sugli account social del Poldi Pezzoli, che su Instagram ha fatto tendenza lanciando la challenge <em>NomiCose nei Musei</em></strong>. Dal 30 marzo in poi <strong>hanno aderito istituzioni italiane</strong> – come la Pinacoteca di Brera – <strong>e straniere, tra cui il Metropolitan Museum di New York</strong>: <mark class='mark mark-yellow'>«È stato uno dei primi che abbia partecipato e raccolto questa sfida, poi siamo arrivati anche in Cina, Russia, Corea… Abbiamo raggiunto tantissimi Paesi del mondo».</mark> Si è trattato di un successo che, come commenta Manoli con soddisfazione, «Non ci aspettavamo assolutamente! Siamo stati molto contenti di aver dato avvio a un’operazione così virtuosa».</p>
<p>Questa unione a livello mondiale, seppur sorprendente per i tempi e le modalità attraverso cui è avvenuta, non stupisce troppo chi lavora nel mondo dell’arte, perché, ci dice Manoli, «le realtà museali costituiscono già una comunità che dialoga e che ha sempre dialogato». In questo senso, il <em>lockdown</em> ha paradossalmente rafforzato i rapporti già esistenti. «Lavoriamo tutti in maniera parallela – aggiunge ancora – condividendo e parlando moltissimo».</p>
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		</div>
		
<p>&nbsp;</p>
<p>Sul fronte social, <strong>oltre a Instagram è stato fondamentale lo sfruttamento di YouTube</strong>, che lo staff del museo ha usato per proseguire la sua attività di divulgazione. <strong>Con l’avvio di <em>Poldi Pezzoli Stories</em>, serie di video in cui si descrivono alcune opere in esposizione, tutti si sono messi in gioco davanti all’obiettivo di una telecamera</strong>. «Ci siamo subito domandati quale potesse essere la funzione del museo una volta costretti a chiudere – ci racconta Manoli –. Il museo serve a conservare delle opere per poterle trasmettere alle future generazioni. Svolge un servizio sociale vero e proprio, accogliendo visitatori e narrando storie. Questo complesso in particolare, avendo una collezione così eterogenea, offre tantissimi spunti per fare approfondimenti. Ci siamo chiesti come portare avanti questo compito». Usare i social è stata la scelta più conveniente sotto ogni punto di vista: «Avevamo già una certa dimestichezza con questi strumenti, perciò abbiamo pensato di potenziarli. Abbiamo cominciato un po’ timidamente perché nessuno di noi era abituato a registrarsi».</p>
<p>Qual era l’idea di partenza? <mark class='mark mark-yellow'>«L’intenzione era di produrre dei contenuti nuovi per testimoniare che il museo stava lavorando anche se lo staff non era in sede</mark> – eccezion fatta per quei pochi che hanno dovuto prendersi cura dello stato delle opere, delle sale e dell’edificio – sottolinea Manoli –. <mark class='mark mark-yellow'>Abbiamo lanciato delle iniziative per le scuole a seconda dei diversi gradi di istruzione, dalle primarie alle superiori, e perfino per i bambini in età pre scolare,</mark> che sono quelli che hanno sofferto di più l’isolamento perché hanno avuto meno iniziative a loro dedicate».</p>
<p>Come fatto da altre strutture in tutta Italia, <strong>anche il Poldi Pezzoli ha organizzato delle visite virtuali «sia al museo sia alla mostra <em>MEMOS: a proposito della moda in questo millennio</em>, che ospiteremo fino a settembre</strong> – ricorda Manoli –. C’è stato anche “Il Caffè al Museo”, quattro appuntamenti con letture di un libro che parla della nostra collezione di porcellane».</p>
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<p><strong>Rivolgersi a un pubblico giovanissimo, però, resta la priorità. Lo testimonia il <em>Progetto Kirikù</em></strong>, attivo dal 2018 e <strong>dedicato ai bambini per farli avvicinare al mondo dell’arte in maniera divertente e accattivante</strong>. Un’iniziativa che quest’anno è stata rilanciata il 18 maggio in occasione della Giornata internazionale dei musei, che ha avuto per tema i concetti di diversità e inclusione. Data l’importanza di questi argomenti, <strong>come verranno organizzate le attività promosse dal <em>Progetto Kirikù</em>?</strong> Federica Manoli risponde con sicurezza: <mark class='mark mark-yellow'>«Stiamo riflettendo su come portarle avanti nel prossimo periodo, perché l’obbligo di mantenere una distanza fisica tra le persone comporta una riduzione del numero di partecipanti.</mark> Contiamo però di riprenderle al più presto. <mark class='mark mark-yellow'>Stiamo lavorando per realizzare una proposta che sia il più sicura possibile per noi, per i nostri operatori e per i nostri visitatori, grandi e piccini».</mark></p>
<p>Salutiamo la dott.ssa Manoli e ci lasciamo sorprendere dai tesori custoditi nelle sale del museo. Su tutti, spicca il <strong><em>Ritratto di giovane donna</em> di Piero del Pollaiolo</strong>, una perla forse sconosciuta al grande pubblico. <mark class='mark mark-yellow'>L’opera è stata scelta come simbolo del museo,</mark> tanto da apparire sui ticket e sui gonfaloni esterni del palazzo. Mentre osserviamo la <em>Madonna del Libro</em> di Botticelli e ci spostiamo a osservare i dettagli di due paesaggi realizzati da Canaletto, <strong>ci chiediamo perché sia proprio questo profilo di giovane dama a risaltare tra tutte le altre opere esposte e di colpo lo intuiamo: è una metafora</strong>. <mark class='mark mark-yellow'>La bellezza si trova anche in tele meno note. Proprio come il Poldi Pezzoli, che, mimetizzato tra i palazzi del centro, rappresenta una perla tutta da scoprire.</mark></p>
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		<title>Cautela nella ChinaTown di Milano: riaprire sì, ma con giudizio</title>
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		<pubDate>Sat, 16 May 2020 11:14:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Viviana Astazi]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Conclusa anche la seconda settimana di questo inizio di Fase 2, l’imprenditoria cerca di rialzare la testa. La crisi determinata dalla pandemia di Covid-19 ha provato l’economia nazionale e non ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="800" height="600" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/05/Ravioleria-via-Sarpi.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Ravioleria via Sarpi" /></p><p>Conclusa anche la seconda settimana di questo inizio di Fase 2, <strong>l’imprenditoria cerca di rialzare la testa</strong>. La crisi determinata dalla pandemia di Covid-19 ha provato l’economia nazionale e non solo. A risentirne sono state soprattutto piccole e medie realtà locali.</p>
<p><strong>Le prime a essere colpite sono state le attività a gestione cinese</strong>. Innanzitutto travolte dal drastico calo della clientela dovuto alla psicosi cominciata a dilagare da fine gennaio e poi tramortite dall’avanzata dei contagi in tutto il Nord Italia, gli imprenditori si sono visti costretti a una progressiva riduzione delle usuali attività lavorative, per giungere alla chiusura finale imposta dal <em>lockdown</em>. Ora che il governo ha varato i nuovi decreti, però, si comincia a pensare a come riorganizzarsi per poter ripartire. <strong>Qual è l’attuale stato della situazione?</strong></p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>«Sicuramente non è facile – ci dice <strong>Luca Shengzhong Song, presidente dell’Unione Imprenditori Italia-Cina</strong> –. La comunità cinese è stata più cauta fin dall’inizio e probabilmente riaprirà le proprie attività più tardi rispetto ad altri. Questo è dovuto anche al fatto che gli imprenditori hanno potuto vedere tramite amici e parenti lo stato delle cose in Cina, che ha preceduto il resto del mondo.</mark> Noi dell’associazione UNIIC avevamo dei contatti con Pechino via video per capire e approfondire la situazione e così <strong>fin da subito ci siamo resi conto che la contagiosità del virus era estremamente elevata anche a causa di asintomatici che potevano portare a una diffusione quasi indisturbata</strong>. <mark class='mark mark-yellow'>Questo è il motivo per cui qui in Italia avevamo iniziato a chiudere o a porre delle limitazioni alle attività già a febbraio.</mark> Purtroppo questi provvedimenti si sono rilevati corretti, avremmo preferito sbagliarci. Ancora oggi la comunità è estremamente cauta: aspetteremo di vedere se effettivamente con la Fase 2 ci sarà un calo dei contagi o se invece risaliranno. Nonostante la crisi economica scaturita dall’emergenza virus, in una visione di medio-lungo termine come imprenditori sappiamo benissimo che <strong>riaprire troppo presto non ci permetterà di recuperare prima, anzi, potremmo correre il rischio di cadere in una chiusura ancora più lunga</strong>. Stiamo stringendo la cintura per resistere e avere più probabilità di non doverci fermare di nuovo. Inoltre gli imprenditori cinesi sono sempre stati abbastanza intraprendenti nello sviluppo di nuove possibilità lavorative, come l’<em>all you can eat </em>nella ristorazione, e <mark class='mark mark-yellow'>come associazione riteniamo che, nonostante il momento difficile, la comunità cinese saprà reinventarsi,</mark> magari adattandosi al nuovo mondo e alle restrizioni, trovando equilibrio anche nella difficoltà. Lo stesso augurio va alla comunità imprenditoriale italiana, a sua volta molto creativa e dinamica. Perciò siamo ottimisti, non potremmo essere altrimenti».</p>
<p><strong>Alcuni locali però hanno riaperto</strong>: una testimonianza diretta viene dalla ristorazione, che sta cercando di ritrovarsi attraverso il cibo da asporto e il <em>delivery</em>. Le attività simbolo di via Sarpi, cuore della China Town milanese, sono gli <em>stand</em> di raviolerie, al lavoro dallo scorso 6 maggio. Il presidente Song annuisce: <mark class='mark mark-yellow'>«Hanno ricominciato a lavorare anche alcuni ristoranti, ma solo per le consegne a domicilio. È una riapertura timida. Dai dati raccolti attraverso i nostri associati, il fatturato ovviamente è ancora molto lontano rispetto a quello pre pandemia: si aggira attorno al 50% di quanto si ricavava prima della crisi.</mark> È normale, abbiamo tolto il caposaldo della somministrazione di cibo direttamente in tavola e questo è il risultato».</p>
<p><strong>Zhang Fan, ristoratore dello <em>Chateau Dufan</em></strong> in Via Sarpi, conferma le difficoltà del periodo. Gli chiediamo se pensa che in un prossimo futuro sarà possibile riaprire i battenti del locale a clienti seduti in sala. Scuote la testa e sospira: «No e chissà per quanto ancora. Non ci conviene riaprire del tutto». Nemmeno ricorrendo alle stesse misure di sicurezza che altri ristoratori e baristi del centro città stanno adottando? La risposta è ancora negativa: <mark class='mark mark-yellow'>«Sanificare questa sala costa 800 Euro, il plexiglass non è adatto&#8230; E anche se lo fosse, una volta garantita la sicurezza dei clienti a tavola chi mi assicura della sicurezza in altri luoghi del ristorante, come il bagno, per esempio? </mark> Dovrei stare attento a chiunque lo usi e in che condizioni lo lascia dopo esserci stato, perché poi occorrerebbe disinfettare tutto. <strong>Sarebbe il caos</strong>. No, continuiamo con l’asporto e con il <em>delivery</em>. Speriamo che questo periodo difficile passi per tutti».</p>
<p>Chiediamo allora se ci sono stati casi di imprenditori che hanno scelto di chiudere definitivamente le loro attività per evitare ulteriori perdite. Il presidente Song non</p>
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<p>nasconde i propri timori: «Per adesso i casi non sono molto numerosi, ma prevedo che potrebbe accadere in futuro. Magari <strong>c’è chi resiste in attesa della riapertura, ma vista l’attuale situazione e le restrizioni operative, chi riparte fa fatica a stare in piedi</strong>. La speranza di dire “Riapro il 18 maggio, riapro il 1 giugno” poi magari verrà disattesa dal ritorno economico non positivo. Per esempio nei negozi: se pensiamo che in un locale di 25 metri quadri può entrare una persona alla volta, forse davvero si fa prima ad aspettare ancora. Fare impresa in Italia poi è costoso e non è pensabile avere un cliente per volta. È motivo di preoccupazione per tutti, sia per gli imprenditori cinesi sia per quelli italiani».</p>
<p>Per tornare a servire in sala e non solo, <strong>quali misure di sicurezza si stanno adottando e a che punto sono i lavori di adeguamento dei locali?</strong> <mark class='mark mark-yellow'>«C’è già grande fermento nella ricerca di divisori di plexiglass, guanti, gel igienizzanti, mascherine per tutti i dipendenti – afferma il presidente –.</mark> Sotto questo punto di vista tutti si stanno attrezzando. Quando riapriranno, dal 18 maggio in poi, saranno già adeguati rispetto alle normative e a quanto deciso dal governo. In questo senso la comunità cinese è molto ricettiva, anzi, cerca di fare anche qualcosa in più proprio in virtù del suo essere molto cauta».</p>
<p>Visto il periodo di crisi, <strong>chiediamo se l’UNIIC ha erogato finanziamenti per sostenere le piccole e medie imprese cinesi</strong>. Il presidente sorride: <mark class='mark mark-yellow'>«Li abbiamo forniti innanzitutto al sistema sanitario. L’economia è importante, ma se non si supporta <em>in primis</em> la sanità tutto diventa più problematico».</mark> Poi spiega: «Quando abbiamo iniziato a fornire il nostro aiuto, due mesi fa, la situazione in Lombardia era veramente critica. Nel nostro piccolo <strong>abbiamo donato 60mila Euro a tre strutture ospedaliere – il Niguarda, il Buzzi e il San Raffaele – affinché potenziassero subito i loro reparti di terapia intensiva</strong>, perché sappiamo che la malattia fa paura, ma non avrebbe ucciso così tanto se ci fossero state le condizioni sanitarie adeguate. Essendo un’infezione polmonare, anche chi magari era salvabile è entrato però in una situazione più critica a causa della mancanza dei mezzi in ospedale».</p>
<p>La solidarietà della comunità cinese non si è manifestata solo attraverso donazioni monetarie. Come aggiunge il presidente Song, <strong>in collaborazione con altre associazioni cinesi sono state fatte arrivare anche mascherine alla Regione e al Comune di Milano – fino a 300mila pezzi per il capoluogo lombardo</strong>. La distribuzione delle mascherine si è ripetuta più volte lungo via Sarpi ed è stata allargata agli anziani italiani grazie ai volontari dell’UNIIC. «Abbiamo anche lanciato l’iniziativa di lasciare una mascherina a ogni vicino di casa nella cassetta della posta – aggiunge il presidente –. <mark class='mark mark-yellow'>Più che dare sussidi economici alle imprese – cosa che non sarebbe comunque fattibile perché non possiamo né vogliamo sostituirci allo Stato – abbiamo dato per quanto possibile una mano facendo percepire la nostra vicinanza».</mark></p>
<p>Torniamo al tema riaperture. <strong>Quali attività potrebbero ripartire prima e quali invece dovranno ancora attendere?</strong> <mark class='mark mark-yellow'>«Sicuramente i negozi al dettaglio per primi, poi i ristoranti e i bar con le dovute precauzioni – elenca il presidente Song –. Estetisti e parrucchieri forse per ultimi, perché lì c’è un contatto ravvicinato con il cliente.</mark> La comunità cinese è prevalentemente focalizzata sui servizi dedicati alla somministrazione di cibo, quindi risulta anche particolarmente danneggiata. Chi faceva un lavoro d’ufficio, dove non c’è la necessità di stare a contatto con il cliente, ne uscirà in maniera molto più agevole».</p>
<p><strong>L’approccio alla riapertura resta decisamente cauto. La priorità rimane sempre la salute dei membri della comunità cinese</strong>, come traspare dalle parole del presidente UNIIC. Se gli si domanda se queste precauzioni non sono eccessive, risponde con un altro sorriso: <mark class='mark mark-yellow'>«Se la nostra cautela è giustificata o meno, lo vedremo a fine pandemia. Fino a oggi penso che sia stata giusta. Lo provano i numeri: in Italia i contagiati di origine cinese sono estremamente pochi. A Prato, dove quasi due persone su dieci sono cinesi, c’è stato un numero di contagi molto basso.</mark> Purtroppo con questo virus, così sconosciuto e violento, è giusto prendere tutte le precauzioni possibili. Le persone tendono a stare a casa malgrado si possa ricominciare a fare una passeggiata fuori. I miei genitori per esempio sono sessantenni, non se la sentono di uscire e mi chiedono di fare la spesa per loro. Non incontrano nemmeno i parenti. Lo fanno e lo facciamo per un senso di sicurezza generale, per non rischiare».</p>
<p><strong>Ripartire si può, seppur poco alla volta e con attenzione</strong>. Una cosa è certa: nel mondo che verrà – qualsiasi esso sia – si continuerà a mangiare, vestire e acquistare prodotti venduti da imprese italo cinesi. <mark class='mark mark-yellow'>L’importante sarà farlo con qualche accortezza in più: la salute, davvero, viene prima di tutto.</mark></p>
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